www.forma-mentis.net

STORIA DI ROMA

 


LA REPUBBLICA

Dal primo consolato all'istituzione dei tribuni
(510 - 494 a.C.)


I Consoli: l'istituzione della Repubblica - La congiura - Morte di Bruto - Porsenna -
Guerra e pace con la Lega Latina
- La crisi sociale: istituzione dei tribuni

 


I Consoli: l'istituzione della Repubblica

Dopo l'esperienza della tirannide, Roma non volle più fidarsi della forma di governo monarchica: Bruto decise che il potere sarebbe spettato d'ora in poi a due praetores, poi divenuti consoles (consoli): nasceva così la Repubblica. Essi avevano reciproco potere di veto sulle rispettive decisioni, dovevano consigliarsi e sentire il parere del Senato su ogni questione, esercitavano la loro carica un mese ciascuno e alla fine del mandato venivano confermati o destituiti dopo aver reso conto del loro operato.

Era un cambiamento epocale per i romani: i patrizi continuarono ad egemonizzare la vita politica, ma il potere non era più arbitrario e concentrato nelle mani di una sola persona. Le decisioni divennero collegiali e, molto modernamente, erano sottoposte a un continuo controllo in modo da impedire cadute autoritarie.

I primi due consoli furono Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino, vedovo di Lucrezia.


I figli di Bruto tramano contro il padre, epurazione e nuovo consolato

Quanto la Repubblica fosse ancora fragile e poco salda lo dimostrarono le circostanze che videro Bruto opposto ai figli.

Tarquinio il Superbo non aveva mai smesso, dal suo esilio, di sperare in un suo ritorno. Egli cercava di farsi amici i senatori corrompendoli con il denaro e continuava a seminare zizzania tra gli schieramenti politici, da un lato mirava a ritornare dittatore e dall'altro si cospargeva il capo di cenere per impietosire la popolazione romana.

La cosa divenne evidente quando si scoprì un tentativo di congiura ai danni della neonata repubblica capeggiata nientemeno che dai figli dello stesso Bruto, Tiberio e Tito. Essi non si erano mai convinti della bontà del nuovo ordinamento politico, ma tutto saltò per la denuncia dello schiavo Vindicio, il quale consegnò alcune loro lettere compromettenti al padre.

Bruto sottopose il caso al Senato, e, con una freddezza e un amor di patria fuori dal comune, fece uccidere seduta state i figli, flagellandoli e tagliando loro le teste. Fu chiaro a tutti che Bruto era l'uomo che non avrebbe mai permesso un ritorno alla tirannide, aldilà di ogni considerazione.

L'epurazione che seguì comportò l'allontanamento del console Lucio Tarquinio, colpevole di essere troppo compassionevole con i cospiratori, lo sostituì Publio Valerio, che ben presto divenne popolare quanto Bruto.

I due consoli, oltre che premiare lo schiavo Vindicio con la cittadinanza e un grosso conguaglio in denaro, promossero a patrizi tutti quei plebei che contribuirono attivamente a scongiurare il colpo di stato, aumentando così notevolmente la loro popolarità.


Selva Arsia: Morte di Bruto

Ma Tarquinio non demordeva. Egli continuamente riuniva fra loro gli etruschi e tutti i nemici dell'Urbe. Accadde infatti che Tarquinia e Veia scesero in guerra contro Roma: la battaglia che ne scaturì prese il nome di Selva Arsia, dal bosco dove trovarono la morte, in duello, Bruto e Arunte, figlio di Tarquinio.

La battaglia fu cruenta e caddero morti, oltre ai due capi, molti tra romani ed etruschi. La leggenda narra che vinsero i romani per un morto in più: caddero 13.000 etruschi e 12.999 romani.

Il cadavere di Bruto fu portato in trionfo per Roma fra il cordolio generale della popolazione. Publio Valerio pronunciò una strepitosa orazione funebre. Ora era il solo console, e attese qualche tempo prima di nominare suo collega Spurio Lucrezio, il padre di Lucrezia, ma questi morì pochi giorni dopo. Gli successe Marco Orazio Pulvillo.

Intanto Publio Valerio propose una legge in favore della popolazione che gli valse il soprannome di Pubblicola (favorevole al popolo, appunto): egli permise ai privati cittadini di poter citare in giudizio un magistrato che si fosse reso responsabile di atti punitivi ingiustificati.


Porsenna, Publio Orazio, Muzio Scevola

Dopo Veio e Tarquinia fu la volta di Lars Porsenna, re di Chiusi, bellicoso personaggio etrusco foraggiato dal mai indomito Tarquinio.

Egli occupò il Gianicolo e già premeva alle porte di Roma: la città si vide in grave pericolo, si distribuì il grano ai più poveri, si alleggerirono le tasse, si istituì il monopolio del sale per renderlo accessibile a tutti.

Ancora una volta la leggenda narra degli atti eroici di due personaggi: Publio Orazio (discendente degli Orazi) e Muzio Cordo, detto poi Scevola.

Il primo tenne testa eroicamente all'intero esercito invasore ostruendo il passaggio sul ponte Sublicio. Il suo temporeggiare permise ai romani di distruggerlo ed osannare Publio, tornato a riva a nuoto, come un vero e proprio salvatore della patria.

Il secondo si rese protagonista di uno strataggemma più complesso. Muzio decise, nonostante il parere contrario del Senato, di infiltrarsi come disertore nel campo nemico, in modo da uccidere Porsenna in persona e mettere fine all'assedio. La sua era quasi un'impresa suicida, infatti riuscì solamente in parte. Accadde che Muzio uccise sì un uomo, ma l'uomo sbagliato: egli non pugnalò Porsenna ma il suo segretario.
Portato prigioniero di fronte al re assediante, Muzio mostrò grande fermezza d'animo bruciando viva su un braciere la mano che aveva sbagliato mira. Egli, mentendo, fece credere a Porsenna che era solo il primo di trecento cospiratori pronti a toglierli la vita.

Di fronte alla minaccia della falsa congiura e rimasto colpito dal coraggio dell'uomo, rimasto mancino (scevola), Il re di Chiusi vide bene di firmare la pace con i romani, che da quel momento smisero di essergli nemici.


La Lega Latina contro Roma, l'isitutuzione della tirannide

Mai domo, Tarquinio cominciò a tessere la tela di una larga alleanza fra popoli vicini e ostili ai romani. Tutti i popoli che speravano di poter affrancarsi dall'egemonia di Roma e diventare essi stessi egemoni aderirono alla Lega Latina.

Il pericolo per Roma era evidente, essa si trovava sola contro tutti. Nella difficile situazione, l'Urbe cominciò a snervarsi in tutta una piccola serie di guerre e scaramuccie che avevano il solo risultato di aumentare lo scontento tra la popolazione plebea, costretta da sempre a reggere demograficamente il peso dei conflitti.

Nella straordinaria congiuntura, il Senato decise di eleggere, per la prima volta dall'istituzione della Repubblica, un tiranno, il quale avrebbe avuto poteri straordinari per la durata dell'emergenza da affrontare. Si assistette quindi al curioso spettacolo di un ritorno alla tirannide esercitata per il bene del popolo e a tempo determinato (e si può dire che Roma riuscì a rispettare questo precetto).

Il primo tiranno fu un ex-console, Tito Larcio. Oltre a revocare alcune leggi fatte da Pubblicola, indì un censimento per appurare le disponibilità militari della popolazione (l'arrualemento si effettuava secondo il censo, ovvero secondo le disponibilità economiche, anche limitate, dei singoli). Egli si dimise prima dello scadere del suo mandato. Al secondo tiranno, Aulo Postumio, toccò vincere, in netta inferiorità numerica, la minaccia degli eserciti avversari. Si dice che vinse la battaglia grazie all'intervento di Castore e Polluce, di certo è che Aulo toccò la popolazione nel vivo del suo orgoglio invitando a combattere contro il possibile ritorno del tiranno tarquinio.

In seguito alla battaglia contro la Lega, venne sottoscritta la pace tra romani e latini nel 493 a.C.


La crisi sociale, Menemio Agrippa, l'istituzione dei tribuni

Costretti da sempre a ogni sorta di guerra e sempre in prima linea, i plebei cominciarono a manifestare un diffuso malcontento: nonostante essi fossero il bracccio armato di Roma non ricevevano in cambio nulla che non fosse il disprezzo dela patriziato e la persecuzione dei debiti e delle tasse. Nella difficile situazione esterna, il peso della inevitabile crisi economica ricadeva sopratutto sulla classe più debole.

La situazione era quantomai pericolosa, per la prima volta si assisteva alla frattura di quella pace sociale che aveva fatto la forza di Roma. In più, Volsci, Equi e Sabini continuavano a minacciare di assediare la città.

Il capo dei plebei era Sicinio Belluto. egli mise il senato di fronte al rifiuto di obbedire a qualsiasi chiamata alle armi senza alcuna garanzia. I plebei decisero dunque di abbandonare in massa la città, appoggiati da molta parte dell'esercito, e rifugiarsi su una collina fuori da Roma, minacciando di fondare su quel monte una città autonoma.

Fu il neo eletto console Menemio Agrippa a prendere in mano la situazione. Egli portò le parti alla ragione mediando tra l'apparente incomunicabilità che si era istaurata tra i due schieramenti. Ai senatori fece capire che la plebe era indispensabile a Roma e che qualcosa avrebbero dovuto concedere ad una popolazione che aveva contribuito attivamente alla grandezza della città.
Recatosi poi sulla collina della plebe, Agrippa tenne un memorabile discorso in cui paragonava lo stato romana all'organismo umano. Ogni parte era indispensabile all'altra, senza un solo organo, anche se apparantemente poco attivo, tutto avrebbe smesso di funzionare e tutte le parti sarebbero morte.

I plebei chiesero allora garanzie politiche precise: fu così che si decise di istituire i Tribuni della Plebe, ovvero due figure elette dal popolo durante i comizi tribuni (plebisciti) da affiancare ai consoli. I tribuni si sarebbero fatti portavoce delle istanze della plebe e avrebbero garantito sulla reale attuazione della giustizia sociale. I tribuni erano inviolabili, ovvero intoccabili per legge da eventuali colpi di mano dei patrizi, le loro case dovevano essere aperte sia di giorno che di notte in modo da accogliere ogni eventuale denuncia. Essi sedevano su semplici panche e non avevano la toga orlata di rosso.

Il monte della plebe divenne sacro, come anche le leggi che sancivano, per la prima volta nella storia di Roma, l'importanza capitale della plebe e dei semplici cittadini di fronte al diritto e alla vita politica: era il 494 a.C., la prima elezione dei tribuni storicamente accertata è invece del 471 a.C.

 


 

<< Indietro
www.forma-mentis.net
Avanti >>