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Sabina Santilli

Sabina, dire che la conoscevo, è una esagerazione,
conoscevo la sua condizione, conoscevo l'impegno che metteva nella sua vita sociale e nel portare aiuto a quelli che erano colpiti da quella grave menomazione. Conoscevo anche rifiuto del pietismo che la sua condizione poteva innescare.
In verità debbo confessare che quando la incontravo mi sentivo in difficoltà ed ero io quello che non aveva i mezzi per comunicare con l'altro: Mi procurai un opuscoletto dove veniva spiegato il metodo Malossi, ma senza esercizio non ho imparato mai e ho perso una occasione irripetibile e da me sempre desiderata. Dopo la sua morte ho dovuto collezionare un altro rammarico. Questa volta come cittadino di San Benedetto. Non siamo stati capaci di andare oltre un semplice incontro-dibattito per commemorare Sabina. In quella sede il presidente della lega Ciechi Aquilani ha detto ha chiare lettere: non abbiamo bisogno di tavole rotonde ma abbiamo bisogno di opere concrete. Questo mi aspetto dal paese che ha dato i natali a Sabina" Ed è restata " lettera morta"

Per parlare meglio di Sabina Santilli mi affido alle pagine del libro "Un italiana cieca e sorda" scritto dalla sorella Loda nel 1968


 


LA MIA FAMIGLIA

S. Benedetto dei Marsi, situato sulle sponde dell'antico lago del Fucino, prosciugato nel secolo scorso per opera del Principe Alessandro Torlonia, è un centro prettamente agricolo.
Qui erano scesi da paesi di montagna , tutti i paesi della provincia dell 'Aquila .
Nostro padre fu uno dei primi a sistemarvisi, perché era agricoltore di vocazione. Amava la terra e per lui la coltivazione era come una cooperazione alla creazione e gli rivelava la grandezza di Dio.
S. Benedetto era già un bell'agglomerato, gli abitanti erano laboriosi, coraggiosi e vivevano affiatati come in una grande famiglia; erano sorte la chiesa, la scuola, le case e le stalle, quando, nel 1915, un violento terremoto, con epicentro ad Avezzano, rase al suolo tutta la contrada. Ci furono 3.000 morti e feriti, e il paese tutto da ricostruire. Papà perse tre figli e la sua bella casetta
Nel 1915 era nato un figlio, Ettore. Il 29 maggio 1917 la famiglia fu rallegrata dalla nascita di una bimba alla quale fu imposto il nome di Sabina.
Crescendo, Sabina diventò una bimba molto seria a taciturna. Aveva occhi neri dolcissimi, capelli lisci a corvini. Robusta e calma, precoce con un'intelligenza viva, non aveva ancora sette anni che dava già il suo piccolo aiuto nelle faccende di casa. Con le sorelline, che dopo di lei accrebbero rapidamente la famiglia, era molto affettuosa. Era di passo svelto, dotata di un acuto spirito d' osservazione, attenta e riflessiva, per cui immagini e suoni s'impressero decisamente nel suo spirito al punto da averli ancora presenti e vivi dopo quarant'anni di cecità e di sordità. Aveva già da piccola una spiccata personalità, Una volta la mamma, dovendo comperarle le scarpe, la condusse seco nel negozio del paese. Qui la bimba non si accontentò subito del primo modello presentatole, ma fece rimuovere tutte le scatole per scegliere quello che desiderava. A cinque anni, fu avviata alla scuola elementare del paese.
Sabina era particolarmente affezionata al fratello Ettore per la grande bontà che questi dimostrava.
Spesso Sabina ed Ettore ragionavano insieme di fronte agli spettacoli della natura. Sovente, la sera, restavano incantati a guardare il cielo stellato: Sabina ascoltava estasiata i commenti del fratello maggiore sull'immensità dell'universo o sulle curiose immagini che i loro occhi di bimbi scorgevano sulla faccia della luna. In molti discorsi di Sabina adulta subentrano ancora, e con trasporto, i ricordi di Ettore.
Dopo Ettore e Sabina vennero ad allietare la famiglia altre quattro sorelle e un fratello.
Nostro padre doveva darsi molto da fare per mantenere questa numerosa famiglia. .
La mamma, essendo ottima donna di casa, cuciva in continuazione i vari indumenti dei suoi figli e lavorava a maglia. Era una brava organizzatrice, arrivava a tutto tempestivamente con l'ausilio delle persone di servizio. La nostra casa era sempre aperta a tutti: parenti, amici, operai, carrettieri che trasportavano i prodotti agricoli alla stazione di Pescina. I poveri, poi, trovavano in mamma una carità generosa: venivano rifocillati e vestiti. Ricordo che lei diceva spesso: "Questi panni mettiamoli da parte per qualche poverello".

L' ULTIMO SUONO

Erano ignari, i miei genitori, di quanto stava per abbattersi sulla nostra serena famiglia, all 'avvicinarsi del settimo anno di Sabina.
' Il lunedì della Settimana Santa dell' anno 1924, Sabina incominciò a sentirsi male: le doleva tanto la testa e, rannicchiata su di una sedia, diceva di aver freddo; mamma la mise subito a letto, ma Sabina non poteva neppure girare il capo. Il medico prelevò del liquido dalla spina dorsale e il babbo lo portò all' ospedale di Pescina per farlo analizzare; il risultato fu: meningite.
Sabina si aggravava sempre più e soffriva molto, perché era tormentata da uno sfogo comparso su tutto il corpo che le aveva prodotto anche qualche piaga. Le sue compagne della seconda elementare si recavano sotto la finestra della sua camera e
lì rimanevano a lungo per attendere le notizie sullo svolgimento della malattia; lei invece già non sentiva più le loro voci.
Il posto del suo banco, nella loro classe, doveva rimanere vuoto per sempre: era diventata cieca a sorda.
Mentre piangeva inconsolabilmente perché le iniezioni le facevano male, il fratello Ettore si avvicinava al suo lettino, e con delicatezza le accarezzava la mano a lei, riconoscente.
Dopo due mesi, fu dimessa a ricondotta a casa.
Ecco come lei stessa racconta in un articolo "Ai miei amici del Mondo Silente"...: "il Giovedì Santo sera, gettai intorno l'ultimo sguardo nella camera; la mattina dopo udii l'ultimo grido, seguito da una sbattuta di porta: da allora niente più".
"Tornata dall'ospedale, due mesi più tardi, non badavo, non volevo pensare al mio di etto nel vedere; del resto, quel po' di luce distinta che percepivo ancora bastava a favorirmi l'illusione di vedere; come pure il ronzio nelle orecchie contribuiva a farmi credere di sentire rumori e voci: pure sapevo di non cogliere le forme e i colori, né le parole, ma non volevo dirmelo! Uno dei primi giorni, il fratello maggiore mi indicava delle piccole donne: pronunciai i nomi di tutte le vicine, ma il gesto negativo seguiva ogni nome. Allora dissi al fratello: "Prendi il mio quaderno di scuola, un lapis a portami (guidami) la mano scrivendo i loro nomi". Così fu fatto; il fratello mi scrisse, adagio a chiaro, i nomi delle mie zie di un altro paesello: fu la scoperta di tutti i Cristoforo Colombo che lasciano la bella Europa del chiasso! E questo fu il mezzo di comunicazione che mi servì per l'indispensabile, nonché per farmi tardare ancora a riflettere sulla mia situazione. Alla fin fine però, dovetti pur dirmelo franco: "cieca a sorda". Ma allora, perché non mi prendesse paura, ero già armata di una speranza: cioè di ritornare a Roma; con cure prodigiose della scienza avrei riacquistato la vista a l'udito.Con questa idea confortante, malgrado il passato trattamento (o maltrattamento) di medici ed infermiere che avevo presi per aguzzini, volentieri mi lasciai condurre di nuovo a Roma".
È facile immaginare l'immenso dolore che, sul momento, anniento la mamma a il babbo. La sensibilità della prima già rilevante, ne rimase terribilmente ferita: ella si commuoveva quando sentiva la musica, quando suonavano le campane a festa, quando passava la processione. Suo marito seppe confortarla e, col suo aiuto essa riuscì a riprendere coraggio; ma solo dopo molto tempo riprese a sorridere, quando cioè vide Sabina che progrediva a si sviluppava come una pianticella che, trapiantata, attecchisce dopo il processo di abbattimento.
I miei genitori seppero trovare nella loro fede il coraggio di sottomettersi alla volontà di Dio a di accettare con spirito cristiano questo dolore. La mamma, quindi, con disinvoltura, riprese la sua vita normale e seguitò a preparare i suoi figlioli per la messa domenicale e a darci il soldino per le offerte.
La mamma non impediva a Sabina di fare quello che voleva, anzi la favoriva nei suoi desideri, cosicché ella poté esercitarsi, nonostante la sua cecità, in tutte le attività: cucire il corredo alla sua bambola, ricamare, lavorare la maglia, lavare i piatti, i panni a tenere i fratellini. Prima della disgrazia aveva appreso le prime nozioni di cucito a ricamo da una sarta che abitava vicino a casa.
"Troppo lungo sarebbe descrivere il salto dalla luce all'ombra", scrive lei. "Mi ritrovai rinchiusa in me stessa come un eremita nel mezzo della società; sola con le mie idee e i miei capricci... i pochi contatti che avevo per mezzo della scrittura finta, erano limitati al solo necessario".

I PRIMI PASSI NEL BUIO

All'età di 10 anni, Sabina fu ammessa nell'Istituto "Augusto Romagnoli" allora denominato "Regina Margherita di Savoia" di Roma. Fu la prima alunna della scuola e fu accolto con simpatia dall'insigne Educatore, Augusto Romagnoli, il quale, proprio in quell'anno, 1926, aveva iniziato a mettere in atto il suo Metodo d'educazione per i ciechi.
Augusto Romagnoli dava un carattere nuovo alla nascente scuola. Infatti negli allievi, che provenivano da ogni parte d'Italia, al primo contatto con lui, cadeva quell'impressione di paura che l'Istituto potesse essere un carcere: i loro cuori s'incontravano in una meravigliosa intesa umana a familiare.
Al momento di distaccarsi dalla piccola, mamma perse il coraggio. Il pensiero di dover- la lasciare in mano a persone che non conosce-va la preoccupava. Allora il Direttore le parlò a cuore aperto facendole questo paragone: "Signora, quando si pota un ramo della vite, dispiace, però poi ci si consola che il ramo prospera più degli altri".
Sforzandosi quindi di guardare in faccia alla cruda realtà, cedette sia pure a malincuore.
Il Direttore, che mi seguiva da vicino con affetto ed interessamento paterno, mi fece presto apprendere l'alfabeto digitale (inviatogli dallo stesso inventore), alfabeto a dattilografia sulla mano, molto semplice, e rapido, il quale mi rese la conversazione assai spigliata a corrente. Tanto più che il Direttore diede disposizioni perché possibilmente tutti nell'istituto imparassero a parlarmi; potevo così conversare, giocare, bisticciare con tutti, come gli altri. Avendo poi quasi contemporaneamente imparato il sistema di scrittura Braille, a scuola potei seguire normalmente il corso allo stesso ritmo a con gli stessi programmi scolastici degli altri".
Il Prof. Romagnoli sottopose Sabina ai primi esami, facendole toccare gli oggetti per sentírne da lei i nomi. Rispondeva, in dialetto abruzzese, con vivacità a prontezza. Il Professore dedusse che Sabina non solo era recuperabile, ma era intelligentissima, sveglia a desiderosa di conoscere tutti i perché del mondo.
Il primo passo fu quello di rendere immediata la comunicazione con lei. Avendo ella, per fortuna, frequentato precocemente la II elementare, conosceva le lettere dell'alfabeto. Il Professore le prese la manina, scriveva la lette-ra "a" dell'alfabeto (con la scrittura normale dei vedenti) a toccava la falange corrispondent ea tale lettera, cioè la prima falange del dito pollice; scriveva "b" a toccava la prima falange dell'índice a così ad esaurimento di tutte le falangi (Vedi disegno).


In un primo momento Sabina pensava che si trattasse di un giochetto, ma quando notò che si formavano le frasi a ogni insegnante le diceva qualcosa, capi che era il mezzo per comunicare con le persone.
L'amore a il trasporto del Professore nell'educare Sabina erano grandi. Appena ebbe imparato il "Malossi", il Direttore iniziò la correzione della pronuncia delle parole a l'insegnamento dell'italiano corretto
Lei aveva perso molto in questo campo durante i tre anni che precedettero la sua rieducazione. Le insegnanti, seguendo il "Metodo Romagnoli", le scrivevano prima la parola sulla mano, poi la ripetevano più volte, mentre Sabina teneva le manine sulla loro gola o sulla loro bocca, indi le ripeteva impegnandosi ad imitarle nel miglior modo possibile.
Sabina riceveva sovente visite da parte del pedagogista Lombardo Radice, amico del Prof. Romagnoli, che rimaneva a lungo con lei per studiarne la psicologia.

Il 23 aprile 1932 un grande dolore colpì Sabina a la sua famiglia: il suo carissimo fratello Ettore lasciò questo mondo alla giovanissima età di 17 anni. Si trovava allora nel Seminario della "Divina Provvidenza" di Don Orione, a Tortona (AL).
Anche la mamma ci lasciò presto Il giorno 22 gennaio 1936, nostra madre, verso le 8 del mattino,
All'improvviso disse: "Mi sento male ".
Il dottore disse che era una paralisi che aveva colpito tutti gli organi superiori del corpo e che non c'era niente da fare.
Dopo un'ora la mamma ci lasciò per sempre. Aveva 46 anni.

La morte della mamma fu un terremoto vero a proprio per la nostra famiglia. Il dolore fece soccombere nostro padre. Egli sapeva bene cosa veniva a mancare ai suoi sei figli e a Sabina. Questa, che era la più grande, aveva solo 18 anni e la scomparsa della mamma era il terzo dolore; troppi per quell'età.
Per fortuna la nostra famiglia era cresciuta affiatata a in unione di sentimenti per cui le nostre sorelle più grandine affiancarono il babbo, prima solo moralmente a poi praticamente
Nel 1938 Sabina lasciò per sempre Roma e tornò nella casa paterna. Attraverso le riviste e la corrispondenza, ella era informata di tutto,
Nel 1939 entrò nell'Istituto Professionale per Ciechi di Firenze. Papà stesso l'accompagnò.
Ma, net terzo anno scolastico, a causa della guerra, tornò a casa. Nel 1945 espose a nostro padre il suo desi-derio di ritornare a Firenze per sostenere gli esami dell'ultimo anno, ma egli non era di que sto parere a non lo permise: la vita si presentava difficilissima in quell'immediato dopoguerra. Ma Sabina, che non desisteva mai di fronte alle difficoltà, cercò di convincerlo.

Allora intervenni io, mettendomi a disposizione di accompagnarla prima all'Aquila, presso gli Uffici della Provincia che avrebbe dovuto accollarsi l'onere della retta nell'Istituto, e poi a Firenze.Qui Sabina approfittò dell'opportunità che l'Istituto le offriva pwer accrescere sempre più il suo sapere, oltre agli studi professionali, riprese da sola lo studio del latino le cui prime nozioni le erano state impartitedal Prof. Romagnoli.
La ferrea volontà per lo studio a la passíone per esso, sorpassava ogni altra esigenza per cui si ammalò a tornò a casa.
Il babbo ne soffrì profondamente a visibil-mente
Il suo cuore traboccava di amarezza

Superata la malattia, Sabina ripres le sue normali attività, piantando letende in casa paterna
Sabina parlava italiano perfettamente, con voce afona a un po' meccanica; però ho notato sempre che, quando l'argomento la prende, la cadenza diventa motto più normale.
Sabina distingue tutti i familiari a le persone che vede spesso, dalle mani a dal gesto, a da questo, non so come faccia, deduce il carattere della persona. Io poi tante volte, per scherzare, le bendo gli occhi con le palme delle mani, come si fa con i vedenti a lei ride della carezza.
Iniziò a frequentare una sarta del paese,che era tecnicamente preparata.
Sabina, venuta a conoscenza del metodo di taglio e cucito CIMS, pensò subito alle sue compagne non vedenti a si mise al lavoro per crearne un metodo adatto per loro.
Per lunghissimi mesi si applicò ad escogi-tare tutti gli accorgimenti necessari per tali soggetti. Si fece costruire delle righe a delle squadre speciali ed inventò il pezzo entro cui corre l'ago della macchina normale a ne spedì la spiegazione alla Ditta NECCHI per farselo costruire. La modificazione di tale pezzo consisteva nel mandare diritto il lavoro sotto l'ago a diverse distanze.

Nel 1963 papà si ammalò e, nel giro di 5 giorni, precisamente il 4 agosto ci lasciò per sempre.
Sabina nel dolore diede esempio di fortezza, però si vedevano le tracce della sofferenza sul suo fisico reso più magro dalla veste scura.
Quanto aveva fatto il babbo per lei, quanti medici aveva interpellato a Roma a quei tempi!
Uno zio materno un giorno ebbe a dirmi:
"Se si pesassero su di un piatto della bilancia i quattrini in carta spesi per guarire Sabina a sull'altro, lei stessa, la bilancia traboccherebbe dalla parte dei quattrini in carta".
Anche lei, però, aveva dato tante consolazioni al papà: quando vinse il concorso belga; quando fu d'aiuto per la formazione alle sorelle; quando vedeva i suoi lavori, ma soprattutto quando si accorgeva che Sabina era tornata alla normalità a all'indipendenza con la sua forte volontà a che aveva bisogno delle sorelle soltanto per uscire o per farsi leggere qualche brano in nero, papà ripeteva: "Lei senz'occhi fameglio di voi!".

UN SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ

Si era nel 1950. La corrispondenza di Sabina si faceva sempre più intensa. Tra le lettere che le arrivavano, un giorno ricevette quella del primo cieco-sordo malato di TBC a che, dopo alcuni mesi morì. Prima della sua morte, volle mandarle in regalo una bella Madonnina di maiolica, in ringraziamento del conforto che aveva saputo dargli.
Sabina si faceva un dovere di sostenere moralmente questi compagni di sventura a rispondeva puntualmente a tutte le loro accorate lettere. Il lavoro aumentava sempre più. Allora, per i casi più disperati, decise di portare conforto ed esperienza, personalmente, iniziando viaggi ad Aquila, a Pozzuoli, a Torino, Milano, Bolzano.
I problemi di questi amici la tormentavano e lei li approfondiva sempre più, specialmente quando seppe che molti di loro venivano abbandonati al Cottolengo o addirittura, qualche volta, anche al manicomio, per cui affrontò altri viaggi per constatare di persona i luoghi di ricovero.
Dopo uno studio attento e, avendo seguito per anni l'attività delle associazioni dei decosordi inglesi, americani, francesi, tedeschi, rus si, iniziò a tempestare alcuni Enti, perché aprissero un settore in seno alla loro attività per la rieducazione di tali soggetti. Anzi un giorno mi chiese di accompagnarla a Roma, perché voleva sottoporre un programma preparato a battuto a macchina da lei stessa a chi, secondo il suo avviso, poteva prendere iniziative a favore dei cieco-sordi.
Ma il risultato di tale viaggio fu una sconfitta in pieno. Lungo il viaggio di ritorno si limítò a dire: "Eppure è una cosa urgente a importante per i ciechi-sordi che da tempo sono abbandonati". Amareggiata, rientrò al paese.
Ma la sua volontà è una roccia a non si arrese di fronte alle difficoltà. All'urgente necessità che lei stessa andava constatando giorno per giorno a contatto diretto della vita dei suoi amici, si immedesimava sempre più del problema a non abbandonò neppure un attimo il programma preparato.
Sabina incominciava a rallentare le sue passeggiate, si buttò a corpo morto sul lavoro. La sua stanza vide nascere la "LEGA DEL FILO D'ORO ": già nella sua mente dal 1948 in seguito ad un articolo sui Cíeco-sordi tedeschi. La Lega del Filo D'Oro venne fondata nel 1964. Aveva 47 anni.
Chiese la collaborazione in famiglia. Prima fra tutte a rispondere fu la sorella Nina che, forte della sua esperienza di lunghi anni d'insegnamento presso la Scuola Statale per ciechi "Augusto Romagnoli". Fu gomito a gomito con Sabina nell'impiantare l'Associazione secondo i precisi ideali di Lei.

La prima segretaria della "Lega del Filo D'Oro" fu infatti Nina che, con Sabina, aprì la prima Scuola per cieco-sordi rieducabili in località "S. Biagio" in Osimo di Ancona.
Intervistata da un giornalista del quotidiano "Tempo" nel 1966, ecco come lei illustra la sua Opera a le finalità di essa:
"La pluriminorazione comporta una problematica che si differenzia profondamente da quella dei semplici ciechi e dei semplici sordomuti, che esige soluzioni pure differenti, molto più conrplesse che variano spesso da individuo a individuo. Vi sono ciechi-sordi psichicamente normali (e questi sono i più fortunatamente),per quelli non bisogna mai attendere, perché il
bambino non perda nulla della parte che gli spetta nella vita - cosa possibile solo mediante una metodologia pedagogica tutta speciale (già se ne hanno esempi, non solamente in Elena Keller, ma i numerosi fanciulli educati presso I'Istitzrto Perkins nel Massachussets, nella Scuola di Condover Hall in Inghilterra, nell'Istituto di Psicologia differenziale a Mosca) - e perché, se adulto, gli sia provveduto tempestivamente un riadattamento adeguato - prima che la disperazione, la pesantezza oppressiva di ambiente e di cose contrarie nell'impossibilità d'intendersi con gli altri, non lo soprafacciano con spesso gravi conseguenze psicologiche e sociale".
"Avevo già contatti epistolari all'estero con compagni di diverse lingue, guando sempre più dei ciechi italiani disperati, che perdevano I'udito e non sapevano più come internersi con le persone che li circondavano, servendosi del metodo di scrittura braille, mi cercano per consigli a per istruzioni sui miei stessi adattamenti alla vita quotidiana, sul modo di comunicare e di lavorare; oppure altre persone mi segnalavano casi che esse incontravano in diversi ambienti, chiedendomi spiegazioni nei loro riguardi per far loro del bene. Mi resi conto allora della loro situazione di abbandono quasi completo, senza diritti a senza posto al sole. Tentai così di ottenere provvedimenti speciali in loro favore presso varie organizzazioni esistenti (per ciechi a per sordomuti); ma evidentemente, di fronte ad una problematica così complessa nessuno si sentiva preparato: in fatti non ebbi mai una risposta fattìva. O forse non avevo voce in capitolo neppure io? Ma esistevano queste vite, esisteva l'imperativo del loro bisogno, superiore senza dubbio a quello degli altri minorati.
"Perciò, conoscendo già i progressi fatti all'estero nell'assistenza ai non vedenti privi di udito a considerato il rifiorire della loro esisten- za in seno ad organizzazioni proprie, non appe- na qualcuno si associò alla mia idea prestando- mi una mano, decidemmo insieme a questi di costituire anche in Italia un'Associazione nazio- nale per la tutela a l'assistenza dei non vedenti
privi di udito: LA LEGA DEL FILO D'ORO -sul modello della National Deaf-Blind Helpers League (Lega Nazionale d'Aiuto per ciechi-sordi) in Inghilterra, e con scopi più affini a quelli del"Anne Sullivan Macy Service" negli USA.
"L'azione della Lega del Filo d'Oro è molto più elastica a va ben più in là, che non quella degli Enti assistenziali delle altre categorie, a causa appunto delle diverse minorazioni, spesso associate insieme, che determinano esigenze complesse e per risolvere le quali è necessario mettere insieme le varie competenze ed organizzare iniziative nuove. Mentre per corrispondenza individuale intensa, in carattere braille, cerchiamo di dare consigli a sollievo morale ai nostri associati - e gradiscono moltissimo la corrispondenza con vedenti, che parlano loro del mondo che si vede a si sente - provvediamo,
con i mezzi che abbiamo, al reperimento dei soggetti ancora isolati, all'accostamento e all'orientamento di singoli individui. Sono stati visitati a domicilio più di trenta, abbiamo fornito i mezzi di comunicazione più adatti a ciascuno, procurati contatti sociali sul posto; abbiamo fatto visitare qualcuno da specialisti per un eventuale miglioramento dell'udito, eccetera. I soggiorni estivi che organizziamo annualmente, sono una parentesi di respiro per i nostri. "Trilli nell'azzurro" è il loro organo di collegamento d'in formazione, che cerca di portare loro "uno spiraglio di luce ed una parola di amicizia a di gioia". Esso costituisce altresì il loro forum, dove si discutono i loro problemi, si scambiano esperienza a s'intrattengono familiarmente tra loro. Non vogliono stare in chiesa come salamini, senza vedere e senza sentire niente, ma vogliono seguire lo spirito e la parola della liturgia: perciò un reverendo benedettino, P. Pietro Brottier, ebbe l'idea di scrivere loro, in braille, il commento alla liturgia festiva. Finora tutto scritto a mano, milioni di puntini fatti unoa uno... Ora però abbiamo ordinato il duplicatore braille in Germania per fare avere a tempo una copia per ciascuno; anche il loro giornalino lo vogliono almeno una volta al mese, a vogliono in formazione di quanto avviene nel mondo; siamo tagliati da tutte le comunicazioni della nostra splendida civiltà: ma non vogliamo essere indegni di essa!
"La Lega del Filo d'Oro ha, fra le sue prinri, iniziative un soggiorno estivo, al fine appunto di facilitare l'evasione dall'isolamento, dal chiuso forzato a dal conseguente complesso psicologico. Un tipo di vacanza nuovo: un arnalgama di essi a di persone normali, che si presentano intelligentemente come guide a assistenti, e di ciechi udenti che sono spesso tra i migliori interpreti ed amici dei loro compagni meno fortunati; assistenti ed interpreti in numero tale da non mancare a non stancarsi nessuno, bene ficiando nel contempo loro stessi della villeggiatura. È stata questa la saggezza nell'organizzare l'iniziativa. È bello trovarsi per qualche tempo in famiglia, dove ognuno ti parla, ti risponde volentieri, ti dà subito la mano per guidarti dove desideri, per interpretarti un meraviglioso spettacolo della natura, un paesaggio pieno di poesia che si ha in vista, o per farti sentire arguzie, i discorsi degli uni a degli altri. È bello poter uscire all'aperto in qualsiasi momento della giornata, a respirare l'aria pura della montagna, godere il sole a il profumo aromatico di pineta a di prati fioriti: a sempre in compagnia serena a gioiosa"."È questa l'atmosfera di serena familiaritcì che ha caratterizzato i nostri soggiorni estivi in questi tre anni".
Da guesta esperienza riacquistano fiducia in sé a negli altri, dalle nuove amicizie intrecciano contatti epistolari più o meno vasti, che contribuiscono a rendere ancora più viva a più serena la loro
esistenza guotidiana". I cieco-sordi appena seppero dell'istituzione, gioirono efurono felici perché si sentirono finalmente uniti, accomunati, quindi ringraziarono,e benedirono perché era sorta la loro alba.
Questa minuscola Associazione, con carattere del tutto familiare, inizia i primi passi con un piccolo numero di collaboratori volontari che, senza perplessità, si mettono in marcia dando luogo a svariate iniziative.
Si forma il Consiglio, s'inizia il tesseramemo dei soci, si prepara la stampa, hanno inizio i contatti con Uffici vari, si presenta il pri-mo Benefattore, il Signor Aldo Valcavi, che offre, con umiltà, alcuni terreni con la casa colonica, ad Osimo di Ancona.
Con i primi atti di coraggio, s'iniziarono i soggiorni montani cui partecipano i pionieri: Salvatore, Angelo, Amelio a le prime donne: Elia, Maria Soma, Santina, Rita a la sorella Maria.
Solo a distanza di anni Sabina potè avere un gruppo di assistenti volontari, debitamente preparati dal nostro compaesano Mario Raglione nel vicino paese di Luco dove lui insegnava. Il gruppo ancora oggi esiste a si rinnova con altre giovani leve man mano che qualcuno di essi si sposa o prende lavoro. Al Prof. Mario va grande riconoscenza.

Dopo il primo anno di vita dell'Associazione, Sabina nel dicembre 1965, riceveva a Milano il "Premio Motta della Notte di Natale" per la Bontà. (Cfr Domenica del Corriere del 24 dic.1965).
Questo fu per Sabina un'occasione molto consolante da una pane a provvidenziale dall'altra perché il "Premio Motta" da 1 milione, servì per la prima pietra dell'Associazione.
Sì, in queste iniziative, squisitamente ed altamente morali a sociali, prevale il giusto riconoscimento della vera bontà visto alla luce della realtà.
L'Associazione, sia pure con sacrifici, va avanti; agli associati effettivi si uniscono gli associati vedenti che contribuiscono moralmente ed economicamente (secondo le loro possibilità).
Tutto il lavoro che scaturisce dall'elaborazione dei programmi, le relazioni per i vari Ministeri, la stampa e tutta la corrispondenza, Sabina se la sbriga da sé con quella piccola macchina "Olivetti" facendo grosse sgobbate a rubando ore al sonno. Infatti non ha ancora una Segreteria particolare per non pesare sulle spese dell'Associazione.
Il 17 luglio 1966 la Lega del Filo d'Oro viene ricevuta in udienza privata da Sua Santità il Papa PAOLO VI, e all'uscita ebbe , ad esclamare: "Oggi mi sono consolato".
Quell'udienza è rimasta il più grande avvenímento nella storia di questo piccolo drappello che si era messo in cammino ,consolati, incoraggiati e la benedizione di Pao-Io VI lí accompagnò.
Ecco ciò che scrisse "L'Osservatore Roma-no" del 29 luglio 1966 n. 173:
"PATERNE ACCOGLIENZE DI SUA SANTITÀ A UN PELLEGRINAGGIO DI GRANDI SOFFERENTI ".

Per l'Udienza generate di ieri, mercoledì, tra i gruppi annunciati era quello di alcune cieco-sordi, di recente associate in un sodalizio di alta a cristiana fraternità, sorto nella Diocese dei Marsi, e denominato "La Lega del Filo d'Oro". Ne fanno pane, oltre coloro che sono colpítí dalla tremenda sventura dí aver perduto la vista, l'udito ela favella, anche altri non vedenti che assumono l'ufficio di essere essi stessi i più viciní consolatori deí píù provati fratelli.
La Lega ha avuto l'approvazione a riceve l'incoraggiamento a l'appoggio del Vescovo Diocesano, S.E. Monsignore Domenico VALERI.
Con atto di squisita bontà il Santo Padre hadisposto che il gruppo, anziché essere accolto con gli altri pellegrinaggi nella grande aula del-le udienze, salisse al palazzo pontificio: ed ivi,nella sala detto dello Svizzero, è avvenuto l'incontro del Padre di tutte le anime con questi carissimi fedeli".
Domenica 16 Aprile 1967 S.S PAOLO VI ricevette il Comitato Internazionale per lo studio e la soluzione dei problemi pertinenti ai cieco-sordi e ciechi sordomuti che fanno capo all'Organizzazione Mondiale per la Protezione Sociale dei Ciechi (The World Council for che welfare of che bling). Anche Sabina partecipò a tale incontro in rappresentanza dell'Associazione vigente in Italia.
"Da tre anni anche in Italia esiste un'Orga-nizzazione analoga, con gli stessi scopi: la "Lega del Filo d'Oro", ormai conosciuta ed incoraggiata dalle Autorità Religiose a Civili". ("Osservatore Romano" del 16 aprile 1967).
Il giorno 8 luglio 1967, apparve sulla "Gazzetta Uf ficiale" il Decreto Presidenziale che erige la "Lega del Filo d'Oro" a Ente Morale.
Nell'ottobre 1967, coraggiosamente, l'Associazione ha aperto la prima scuola in Osimo di Ancona, e questa ha accolto i primi quattro bambini cieco-sordi, avviati all'istruzione e il progresso civile che formano il vero cittadino italiano.
La realtà quasi sempre non traduce in opera l'idea né tanto meno l'ideale. Per questo i fondatori nella fase della realizzazione della loro opera si sono sentiti traditi e a volte emarginati.
È capitato anche a Sabina un fatto del genere, quando vedeva che la sua opera prendeva una piega che non rispecchiava la sua idea, le sue intenzioni e i suoi ideali.
. Spese tutte le sue energie per raddrizzare le distorsioni del suo ideate con grande forza d'animo a carità cristiana. Ma nel 1969
Sabina rassegnò le dimissioni da presidente della Lega del Filo d'Oro.
Nel 1971 vinse un concorso pubblico presso l'U.LC. di Roma in qualità di coadiutore per il settore "cieco-pluriminorati" e vi rimase fino al 1979. In questo arco di tempo Sabina potè in
svolgere una fervente attività per i suoi cieco-sordi.

Sabina aveva 63 anni, quando la Prefettura di Roma dava inizio ai corsi sull'uso dell'Optaco Esso è un apparecchio che serve ai ciechi per leggere la scrittura in nero dei vedenti.
Fece domanda per essere ammessa. In via del tutto eccezionale, a causa della sua età, fu accettata "per motivi di studio a di lavoro". Iniziò il corso.
Gli apparecchi Optacon, per motivi burocratici, vennero distribuiti con ritardo, intanto lei cessò il servizio a Roma e non lo ebbe più. Tornando in Abruzzo, con la sua pazienza, dovette fare richiesta dell'apparecchio alla Regione Abruzzese e, dopo parecchio tempo, lo ebbe, però aveva perso l'esercizio e dovette riprendere daccapo.
Nel 1982 Sabina fu chiamata a far parte della Commissione Nazionale del Lavoro sempre per ciechi pluriminorati, alla quale diede il suo contributo, reso prezioso dalla sua esperienza insistendo su una fondamentale distinzione tra ciechi minorati solo nei sensi e quelli pluriminorati psico-sensoriali.
Sabina ebbe il compito dall'U.I.C. (Unione Italiana Ciechi) di formulare un questionario per il censimento in tutto il territorio italiano

Nel novembre del 1976 uscì il primo numero della rivista "Voce Nostra". Infatti Sabina chiese ed ottenne dall'U.LC. la pubblicazione di una rivista bimestrale per cieco-sordi in braile. Anche questa iniziativa tornò a grande vantaggio dei cieco-sordi, perché questi (se si considera che sono elementi che vivono in un mondo chiuso) vengono messi in comunione con i loro compagni di sventura a quindi a riconoscersi negli stessi problemi, a scambiarsi idee, a discutere a ad esprimere i loro pensieri. Ciò significa farli uscire dall'isolamento a dall'emarginazione. Come facesse Sabina a preparare il materiale necessario e a mandare avanti per lunghi anni la rivista, da sola, con precise scadenze, Dio solo llo sa. Si può dire con certezza che ricavava le sue energie dall'amore per gli altri.

Nel 1978 si presentò a Sabina una splendita occasione di arrivare nella mente a nel cuore dei cieco-sordi e fare loro tanto bene. L'U.I.C. Provinciale di Firenze, allora teneva la rappresentanza in Italia della Hadley Corrispondence School for che Blind di Vinnetka, ILINOIS (USA) operante in tutto il mondo, propose a Sabina di tenere un corso per corrispondenza intitolato "Vivere indipendente senza la vista e l'udito" per cieco-sordi italiani. Sabina accettò; le diedero ufficialmente l'incarico con la nomina d'insegnanteTradusse dall'inglese il libro di testo "Independent Li-ving Wuthout Sigth and Rearing" del dr. Richard Kinney, lui stesso cieco-sordo, educatore ed allora Presidente della Scuola Hadley
Ultima iniziativa, molto interessante che l' U.I.C. le consentì di fare, fu un concorso letterario a premi per soli cieco-sordi. Ai dieci correnti furono assegnati due dei temi a scelta.
Il risultato fu una vera rivelazione, perché nei racconti venne alla luce, chiaramente, che i cieco-sordi minorati solo nei sensi e non psichi-camente, sono, non solo persone recuperabili,ma, anche capaci se appena aiutati e inserirsi o reinserir-si nella società come elementi utili a attivi.
Nel 1 ° luglio del 1980, con la riforma saneitaria si sciolsero gli Enti a anche l'U.I.C. da Ente- parastatale, tornò ad essere privato e acioè Ente Morale. Allora Sabina, come tutti i dipen-denti degli Enti disciolti, fu trasferita prima ai Ruoli Unici a poi al Ministero della Pubblica Istruzione con distaccamento presso la Scuola Statale "A. Romagnoli", nella stessa scuola dove guarda caso, Sabina fu la prima alunna.
A Roma rimase fino al 1982 del giugno di tale anno perché messa a riposo d'Ufficio, secondo le disposizioni di legge, per raggiunti limiti di età.
Nel 1983 Sabina fa ritorno in Abruzzo, al suo paese natale: S. Benedetto dei Marsi (AQ).
Nel 1982 vi è stato un riavvicinamento del-la Lega del Filo d'Oro a Sabina, che fu felice di riprendere il lavoro nell'associazione che lei aveva promossa a fondata.
Nel 1986-87 Sabina propose alla Lega del Filo d'Oro un concorso a premi, per soli cieco- sordi, in occasione del 50° anniversario della morte di Eugenio Malossi sull'importanza del metodo digitale che lui stesso - divenuto cieco-sordo - inventò.
Un altro lavoro è stato quello della preparazione del materiale documentale della "Storia della Lega del Filo d'Oro".
Mons. Biagio Terrinoni incontra spesso Sabina, a si ingegna a parlarle sul palmo della mano con il metodo Malossi; è lieto di vederla negli incontri organizzativi, in prima fila ai Convegni diocesani. Recentemente il Vescovo ha fatto conoscere al Santo Padre Giovanni Paolo II la storia di questa esile marsicana settantenne; nella lettera gioiosa a confidenziale l'ha presentata al Papa come donna di fede a di carità, preziosa come Madre Teresa di Calcutta, la nostra Madre Teresa di Calcutta.
La risposta del Sommo Pontefice non si è fatta attendere. Il 22 luglio 1987 Sabina è stata insignita dalla Santa Sede dell'onorificenza "Pro Ecclesia et Pontifice".

 

 

Nessuna donna della Marsica ha avuto mai tale onorificenza.
Stringendo sempre più i rapporti con la Caritas Diocesana di Avezzano per i ciecosordi, Sabina ebbe l'incarico da Mons. Vittorio Biagio Terrinoni di responsabile diocesana di tale settore. E lei, approfittando di ciò, ha voluto formare un gruppo di volontari parrocchiali, sotto la responsabilità di un nostro sacerdoto compaesano, Don Francesco, per prestare aiuto a assistenza a chi nel paese, ne avesse avuto bisogno. Nel giro di un anno, infatti, con la sovraintendenza del Presidente della Caritas diocesana Don Antonio Sciarra, sono state realizzate già concrete iniziative molto bene riuscite.
È di questi giorni la notizia che dall'Unione Italiana Ciechi Sabina è stata invitata a panecipare ed ha partecipato ad un Congresso Europeo dei cieco-sordi che si è tenuto a Londra dal 21 ottobre 1988.! Sabina ha 71 anni, non risparmia se stessa,
la Forza di Dio è in lei perché l'ha designata per i suoi compagni cieco-sordi a lei va senza mai fermarsi: ...."nella vecchiaia daranno ancora frutti a saranno vegeti a rigogliosi" (Salmo 91).

Oggi possiamo dire che hanno vinto, la loro presenza è accettata ovunque, nelle farmglie e sul campo del lavoro.
Hanno vinto silenziosamente, guadagnato giorno dopo giorno, il loro posto nella società e il loro diritto a vivere con gli altri, come gli altri.
Privi della vista e dell'udito, spesso anche della parola, camminano per i sentieri bui e silenziosi dell'universo, senza cielo, non vedono i colori e i suoni della natura, ma hanno e sviluppano un mondo interiore immenso con i suoi cieli e i colori e le note e le musiche e le sinfonie che si incrociano a si fondono nel profondo dell'animo. Perché i veri cieli infiniti l'uomo li ha dentro di sé e li contempla ogni volta che intorno a sé si fa buio e silenzio.
Già, proprio nel buio e nel silenzio si sprigiona la potenzialità creatrice dell'uomo. E ogni volta che l'uomo crea si apre per lui un nuovo giorno.
Anche Dio creatore si mosse, all'inizio, nelle tenebre: la terra era disadorna e deserta,c'erano tenebre sulla superficie dell'abisso e lo ''spirito di Dio aleggiava sulle onde delle acque. E Dio disse: "Vi sia la luce! ". E la luce vi fu.

Tratto da " Una italiana cieca e sorda" di Loda Santilli ed Casa Gastaldi di Milano-1968

 

Sabina è morta a San Benedetto dei Marsi il 12 ottobre 1999

 


 

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