REPUBBLICA PARTIGIANA
Montefiorino 18 giugno - 31 luglio 1944
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Don Luigi
Braglia, parroco. «Sono le 7 del mattino quando comincia il saccheggio e l’orribile strage. Entrano nelle case, spezzano le stoviglie e mandano in frantumi i vetri con i grossi fucili; fanno uscire le donne e i bambini, fanno una scorreria nelle camere, rubano qua e là ciò che loro aggrada, ... gli uomini che avevano nel frattempo tenuti fermi sotto la minaccia delle armi li avviano alla piazzetta in prossimità del cimitero vecchio dove vengono passati per le armi». Quando se ne andarono lasciarono dietro di se 129 cadaveri: 71 a Monchio, 24 a Susano e 34 a Costrignano. Lo stesso copione si ripetè alcuni chilometri più in là verso occidente a Cervarolo di Villa Minozzo: 27 morti. |
Sono i primi giorni del '44 e il rombo della battaglia è ancora lontano da Montefiorino di Modena. Gli alleati sbarcati ad Anzio sono ancora accerchiati e lo saranno per altri 4 mesi, così come lo sono per contro i tedeschi asserragliati a Montecassino sotto Roma. La lotta partigiana al nord va organizzandosi e va in cerca di logistica, di zone franche difendibili e in primo luogo di armi. Per procurarsele non resta che assaltare piccoli presidi o convogli col rischio che ne consegue di rappresaglie. Il rischio è quindi la reazione dei tedeschi e delle Brigate nere (attive dopo l'1/7 a seguito militarizzazione del PNF) che si sfoga sulla popolazione accusata d’aiutare i partigiani. Dopo giorni di schermaglie a ridosso della rocca di Montefiorino, il commissario prefettizio Bocchi fece affluire sull’Appennino modenese un reparto di paracadutisti della Divisione corazzata Herman Goering, (capitano di cavalleria, Kurt Cristian von Loeben), accompagnato da reparti della G.N.R (la Guardia Nazionale Repubblicana era la versione Nord della Milizia e di fatto con l'inglobamento di Carabinieri e P.A.I. era la forza di Polizia principale, continuando a operare commissariati e questure), che circondò la valle del Torrente Dragone. Alle prime luci dell’alba del 18 marzo 1944 gli abitanti della valle furono svegliati dai colpi di cannone che, dalla Rocca di Montefiorino, sparavano su Susano, Costrignano e Monchio. Muovendo da Montefiorino, da Savoniero e probabilmente anche da Palagano i reparti germanici motorizzati si misero in marcia verso i paesi da distruggere. I diversi reparti si erano suddivisi le frazioni e le borgate dove dovevano effettuare le stragi. I paracadutisti della Goering ed elementi della gendarmeria (polizei) iniziarono la caccia all’uomo. Le povere vittime, tutte inermi cittadini, vennero passate per le armi dove sorprese. Una parte di essi fu incolonnata, caricata d'armi, munizioni e di beni razziati ed avviata verso Monchio dove, nel pomeriggio, venne “giustiziata”. A Susano, che allora contava circa 250 persone, avvennero le prime uccisioni. Anche gli abitanti di Monchio, convinti di non aver nulla da nascondere, non tentarono di fuggire e di nascondersi nei boschi. |
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La giustizia Alcuni processi furono inevitabilmente di tipo sommario, conclusi a volte con la fucilazione. Ermanno Gorrieri (Claudio) nel suo libro sulla storia della Repubblica di Montefiorino riferisce il caso di un partigiano giudicato con questa rapida procedura, un altro caso ha suscitato recentemente polemiche da parte del figlio di un condannato a morte. Tale Olimpio Corti, barbiere e fotografo di Montefiorino. I suoi spostamenti per lavoro destavano sospetti. Alla bisogna fotografava amici e nemici. Per questi rapporti e per gli spostamenti che faceva fu accusato di essere una spia e fu ucciso mediante fucilazione su ordine di Nello Pini, comandante partigiano noto per i suoi eccessi e le uccisioni non giustificate. Di lui si perdono le tracce quando il comando ne ordina l’arresto.
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In pianura, come in città non si può vivere alla macchia e le squadre partigiane sono diverse con diversi obiettivi e scopi. Il rischio d'essere catturati per renitenza alla leva è alto e quindi si preferisce la latitanza in montagna. Armi e viveri non sono mai abbastanza. Il raccolto dell’estate è a rischio perché ormai i conferimenti obbligatori del grano e delle bestie sono sorvegliati. A centinaia i giovani accorrono ad ingrossare le formazioni. Da brigata si passa a divisione poi coi limitrofi reggiani al corpo d’armata, ma non sono numeri da esercito, la brigata è poco meno di un battaglione e il C.d.A non passerà quasi mai gli 8.000 combattenti effettivi. Commissario politico partigiano (generale) è Davide (Osvaldo Poppi). Le armi, quando si può, vengono paracadutate dagli alleati coi generi alimentari. L’abbondanza di uomini e l’addestramento dei comandanti permette di attaccare i tedeschi con vere e proprie formazioni militari, anche motorizzate, a volte con indubbie possibilità di successo. Ai tedeschi interessa per ora tenere sgombra una strada verso il sud. Alla fine di maggio del '44 Roma è prossima alla caduta. I bombardamenti alleati stanno stremando le città del Nord, hanno colpito ogni metro di ferrovia e la liberazione di Roma (4 giugno), oltre lo sbarco in Normandia (6 giugno), alimentano le speranze in un'imminente fine del conflitto. Tutti sono pronti a predirne la fine entro l’autunno. C'è molta euforia in giro. La realtà qui come in Normandia sarà un po’ diversa. Anche l’impiego manovrato di tutti gli uomini non raggiungerebbe alcun risultato se non fosse raggiunto dalle divisioni regolari che risalgono lo stivale. Ma gli alleati sono ancora sotto Firenze: su questo fronte non investono più nulla. Da qui dicono non si arriva a Berlino. Con una tale forza accumulata, Armando il comandante supremo delle formazioni partigiane, progetta però la liberazione di una vasta zona alle spalle della nascente linea "Gotica", l'ultima Resistenza tedesca. Alla fine di maggio la prima parte del piano dei partigiani è attuata: tutti i ponti sono fatti saltare, tutte le strade sono interrotte, i presidi nazifascisti della montagna non possono più ricevere rinforzi, nè soccorrersi a vicenda: la maggior parte chiude escluso quello di Montefiorino. Nella prima decade di giugno i partigiani liberano i centri di Prignano, Castellarano, Frassinoro, Cerredolo, Palagano, Toano, Villa Minozzo, Ligonchio, Piandelagotti, Polinago. Al centro della zona operativa, è rimasto Montefiorino, dominato dalla rocca medioevale, trasformata in poderosa fortezza col suo distaccamento di 60 uomini della G.N.R. Alle brigate condotte da Mario Ricci “Armando” se ne affianca anche una di prigionieri sovietici fuggiti dai campi di internamento l’8 settembre ’43. La Brigata Italia fu una brigata partigiana di ispirazione cattolica operante a Modena dopo l'8 settembre 1943 comandata da Ermanno Gorrieri detto "Claudio". La Brigata Italia Montagna, comandata da Luigi Paganelli (nome di battaglia "Lino"), faceva parte della Divisione Modena Montagna. La Brigata Italia Pianura, comandata da Alfonso Bucciarelli, faceva parte della Divisione Modena Pianura. Tra gli appartenenti alla Brigata Italia, si ricordano Don Elio Monari (M.O.V.M.), Mario Allegretti (M.O.V.M.) e Don Gabriele Amorth. |
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Così rai 3 la Storia siamo noi: Una volta neutralizzati gli elementi più violenti e incontrollabili, veri e propri briganti che approfittano della situazione caotica, del vuoto istituzionale per commettere solo violenza e atrocità (è il caso della brigata di Nello Pini), le milizie partigiane possono proseguire negli attacchi con il sostegno dei civili. Ma i casi di esecuzioni sommarie dubbie e requisizioni selvagge continuarono. |
Le montagne dell’Appennino erano piene di partigiani russi. Si stima che gli ex prigionieri o manovali inquadrati dalle compagnie Hiwi, Todt e Wehrmacht di nazionalità russa (si stima che solo in Italia vi fossero aggregati alla Hiwi, Todt e Wehrmacht più di 150.000 russi.) passati ai partigiani italiani siano circa 5.500. Di questi più del 10% morì combattendo in Italia. (solo in Piemonte furono 62 caduti su 717 attivi). Altri erano in Emilia, Liguria, Toscana poi in quantità minori giù fino nel Lazio. Si sa che due, Tarasov e Pereladov aderirono al gruppo Cervi di Campegine e insieme fondarono, inglobando per mesi altri arrivi, il famoso 'battaglione sovietico d'assalto' che sarà protagonista in Emilia di tantissimi fatti d'armi dell'estate del '44. Il 'battaglione sovietico d'assalto' era composto da circa 200 uomini con tanto di bandiera rossa con scritte in cirillico, ufficiali e commissari politici. La maggioranza dei sovietici passati con i tedeschi erano dei 'prigionieri puri' che si erano arruolati per sfuggire a morte certa nei lager tedeschi (dove morirono, tra il '41 e il '45, circa 5 milioni di prigionieri sovietici). Molti altri che ne condividevano le idee od erano anticomunisti per nazionalità !! rimasero coi tedeschi, combattendo e arrendendosi agli americani il 28 aprile 1945. I partigiani russi, ma non solo, alla fine della guerra, al ritorno in URSS furono internati insieme ai 'vlasovici' i 'Bianchi', i filonazisti. Uno di loro riuscì ad avvisare qualcuno che era rimasto in Italia di non partire. Pereladov, medaglia inglese e italiana sul petto, al porto di Odessa verrà preso a sputi dalla gente per strada e poi internato. Pereladov in seguito scriverà due libri sull’argomento e verrà 'rieducato' fino a quando Krushëv li riabilitò tutti. Un certo numero di partigiani sovietici non tornò in URSS. Di quelli che restarono in Italia, molti si sposarono e non fecero più notizia fino a quando Togliatti non chiese di restituirli all'Urss.. | |
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Egregio Signore, …………. Per quello che a me risulta (dallo spoglio della stampa sovietica) il governo sovietico ha pubblicato la lista numerica dei sopravvissuti alla fine della guerra e le date esatte di consegna di tutti i sopravvissuti (con la eccezione credo di una ventina) ……….. è assurdo anche solo pensare alla più lontana possibilità di esistenza di «dispersi sopravvissuti» perché l'equipaggiamento di quei poveri ufficiali e soldati italiani non consentiva la sopravvivenza in quelle condizioni ………… i responsabili diretti del massacro di quei giovani (Messe e gli altri, non esclusi i vescovi e i dirigenti di Azione Cattolica che benedissero la spedizione criminale contro la Russia) si servono del male da essi commesso per seminare odio e discordie tra i popoli e nel nostro popolo….Nelle condizioni in cui erano (i russi), hanno fatto quanto dovevano (o potevano). Purtroppo noi italiani ci troveremmo molto imbarazzati se quelle autorità ci chiedessero conto dei prigionieri russi fatti dalle truppe italiane. Lo sa che non ne è tornato in Russia nemmeno uno? Messe e gli altri generali italiani li consegnavano ai tedeschi che li passavano ai forni crematori.... Cordialmente PALMIRO TOGLIATTI |
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La versione del partigiano Dartagnan parla di forze 5 volte maggiori con cannoni di medio e grosso calibro, carri armati, autoblindo e lanciafiamme. Estrapolo dal sito http://www.cotti.biz/partigiano_dartagnan.htm per i fatti... |
Le perdite per ripulire la zona sono alte da entrambe le parti. Alle due del mattino del 18 giugno 1944 i garibaldini espugnano gli ultimi capisaldi poi la Rocca e le campane passano la notizia: in una sola settimana viene liberata un'area di di quasi 1.000 ? km², abitata da circa 50.000 persone, la Repubblica di Montefiorino http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_di_Montefiorino . La giunta nominata si deve occupare delle leggi e di tutti gli interventi economici atti a sostentare la popolazione. I prezzi delle derrate alimentari vengono stabiliti da una commissione, di cui fanno parte sia rappresentanti dei produttori che dei consumatori. L'ordine pubblico viene assicurato dalla polizia partigiana e regolari tribunali, coadiuvati dalle giurie popolari, assicurano la continuità della giustizia. Anche la sanità ha il suo ospedale a Fontanaluccia prima nella scuola poi dove oggi c'è la casa della carità (allora ospizio) e infermerie distaccate*(vedi sotto a sinistra). Nelle zone pianeggainti di Piandelagotti - Frassinoro (dove ora si pratica sci di fondo), si attrezza una pista per aviolanci. A Montefiorino, sede del comando, si costituisce l'autoparco dotato di garage ed officina di riparazione. Non mancano generi di base ma tutto il resto si, dal carburante ai medicinali. Un ufficiale alleato di collegamento valuta anche l’impiego aviolanciato della rinata divisione Nembo. Gli alleati sono alle porte di Firenze e il nervosismo dei Tedeschi lo si percepisce nelle numerose stragi di Luglio in Toscana e nei paesi che bruciano sull'appennino. Da sud dall’alto della catena appenninica a scendere ora, fin che la stagione è bella, parte l’attacco per indebolire la zona libera. Il 19 luglio da Piandelagotti i tedeschi vibrano il colpo di maglio che deve scardinare la linea partigiana. Il 20 viene bruciato Castellarano. La IV divisione partigiana resiste per 10 ore, il tempo necessario per permettere ad Armando di organizzare il contrattacco, spostando verso la zona di combattimento il battaglione russo. I tedeschi debbono desistere e pensare un piano più in grande Così nel racconto del sito -Italia Rsi- la caduta della repubblica |
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... In queste operazioni (quelle di inizio estate) i tedeschi e i fascisti hanno perduto oltre 1.300 uomini, un numero considerevole di automezzi, di armi e di munizioni, inoltre i partigiani hanno distrutto quattro autoblindo e ventitre tra cannoni e mortai. Così, mentre gli alleati sono alle porte di Firenze (fine luglio), ad un centinaio di chilometri i tedeschi ritirano dalla linea gotica, dal fronte, più di 20.000 uomini. Altri 5.000 li fanno affluire dal piacentino, altri 5.000 li ricevono dai fascisti e possono così concentrare attorno alla Repubblica partigiana (di Montefiorino) più di 30.000 uomini con cannoni di medio e grosso calibro, carri armati, autoblindo e lanciafiamme. Le perdite partigiane sono di 250 fra caduti e dispersi, più 70 feriti; il nemico ha lasciato sul terreno 2.080 morti ed un numero imprecisato di feriti. |
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| La Repubblica di Montefiorino si estese dal Passo delle Forbici a Roteglia di Castellarano (ma anche Castellarano fu bruciata il 20 luglio 1944 dai nazisti per ritorsione) per 40 Km. di lunghezza e dalla S.S. n. 12 Abetone-Brennero (Mo), alla S.S. n. 63 del Cerreto (Re) per 30 Km. di larghezza) = 1200 Km. quadrati c.a. di superficie montagnosa e collinare per la maggior parte di cattiva percorribilità | Ndr: Apro una parentesi sui numeri. Dare i numeri è impresa oltremodo delicata e difficile. E' invalso nella classe militare che quando si attacca e si sconfigge il nemico questi sia forte e ben armato. Quando ci si ritira il nemico è sempre più forte e meglio armato. A nulla vale, secondo lo stile italiano, che i gareggianti siano in parità come in una partita di calcio. Mai che uno dica -ho perso da pistola-. Il virus militare è indubbio che abbia contagiato il partigiano "Dartagnan". Speriamo sia guarito negli anni. Diceva qualcuno: i volontari sono pessimi soldati, quando partono sono già tutti generali. Succedeva anche a me quando si giocava nei cortili, tutti volevano fare i generali. Cinque mesi dopo la caduta di Montefiorino le forze tedesche sferrano un'offensiva contro le truppe Usa, in Garfagnana, denominata Wintergewitter, che vorrebbe fare il pari con la mitica Bastogne degli stessi giorni. Ci dispiace deludervi dicendo che anziché 30.000 soldati ne schierarono solo 4.600 in un momento in cui potevano veramente mettere in difficoltà gli alleati. 3.400 morti in montagna avrebbero come minimo dato motivo di attrezzare un cimitero di guerra germanico stabile che non esiste. Ndr: riapro una parentesi vista la perseveranza di dare numeri senza averne verificato l'esattezza: cito fonti: | |
| Fallschirm-Panzer-Division "Hermann Göring": a sx altri danno i numeri | ||
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Ferrino Ferrini Premio Liber Età Argento Vivo mensile della SPI Cgil
Dicembre 2011. Quella di Montefiorino fu un' azione di guerra condotta dai partigiani contro reparti tedeschi e fascisti. Fu la più grossa battaglia campale combattuta dagli invasori in Italia. I tedeschi, oltre a lamentare circa duemila morti, stentarono a credere che su circa 5000 partigiani, ben 4.750 avessero potuto sottrarsi alla loro stretta mortale. Anche gli alleati rimasero stupefatti. A Montefiorino sarebbe bastato l'intervento dei bombardieri alleati all'inizio dell'offensiva per mettere in fuga tedeschi e fascisti fino al Po e, tra gli alleati che avanzavano dal sud e noi partigiani al nord, si sarebbero trovati stretti nella morsa senza scampo. 15.000 uomini, l'intera divisione Goring e alcune migliaia di fascisti, contro 5.000 uomini armati solo di armi leggere, mitragliatrici, bombe a mano. Ma gli alleati non vollero intervenire, rimandando la liberazione alla primavera del 1945 ... Ferrino Ferrini |
Nell'estate 1944 la divisione "Hermann Göring" si rese nuovamente responsabile di gravi crimini, questa volta nell'area tra la Val di Chiana e la valle dell'Ambra il 29 giugno e nel bacino minerario del Valdarno, tra il 4 e l'11 luglio, mentre una serie di eccidi di più piccole dimensioni costellarono il suo passaggio attraverso Chiusi, Sinalunga, Monte San Savino e Bucine. Le principali azioni furono le stragi di Civitella in Val di Chiana, San Pancrazio e Cornia del 29 giugno, quelle del 4 luglio presso Cavriglia, a Meleto, e Castelnuovo dei Sabbioni. Altre uccisioni di civili si ebbero a Badia a Ruoti, al Palazzaccio ed a Pancole di Arceno, dove furono massacrate donne e bambini, a Bucine e altre località del Valdarno (Toscana) .http://www.dalvolturnoacassino.it/asp/doc.asp?id=263b il 24 luglio 1944, la Göring venne ritirata dal Fronte Italiano e trasferita sul Fronte Orientale (era si responsabile per le stragi della primavera). Primo risultato la Goring non c'era. Truppe che c'erano... Nome:
Wallenstein III - Data: 1 - 7 agosto 1944 Area: Ligonchio, Villaminozzo,
Toano, Montefiorino, Piandelagotti (Reggio Emilia - Modena) Tra il 30 luglio ed il 7 agosto 1944, Wallenstein III (così il nome dell'operazione), investì l’area conosciuta come la "Repubblica di Montefiorino“. Le forze messe a disposizione furono molto cospicue. Le fonti parlano 5-6000 uomini, effettivamente uno dei più ampi schieramenti messi in campo dalle forze tedesche in operazioni antipartigiane in Italia. Tuttavia, le truppe radunate per la riconquista delle vallate appenniniche erano state racimolate quà e là tra nelle retrovie, tra le forze non necessarie al fronte. Esse comprendevano un ampio numero di soldati dell’aviazione ed in particolare della contraerea, delle trasmissioni e dei servizi logistici aeroportuali e provenivano in gran parte dalle unità sgomberate dall’Italia centrale o trasferite dalla Liguria, dal Piemonte e dalla pianura padana. Facevano parte di questo gruppo, che agiva agli ordini del comando del Flak-Regiment 131, unità tratte dai gruppi „pesanti“ (cioè armati di cannoni da 88 mm) 163, 259, 575 e 603, dei gruppi „leggeri“, armati cioè di mitragliere, 843, 985 e 914, del reparto scuola dell’artiglieria contraerea, dei reparti riflettori 259 e 310 provenienti entrambi da Torino, del 2. reggimento trasmissioni (Bataillon Kober). Una delle unità di punta in queste operazioni fu il Luftwaffen-Jäger-Bataillon zbV 7, una unità disciplinare che aveva operato a Napoli durante la rivolta popolare, nel Piemonte occidentale a dicembre e gennaio del 1944 e, successivamente, al fronte di Anzio. Furono coinvolte nelle operazioni anche le unità della polizia che presidiavano i passi appenninici e quelle della Brigata da fortezza di stanza nell’area della Spezia, le quali sostennero con le formazioni partigiane lungo le strade del Passo di Cento Croci e del Passo della Cisa gli scontri più pesanti di tutto il ciclo operativo, come dimostrano gli elenchi delle perdite tedesche rinvenuti presso la Deutsche Dienststelle (WASt) di Berlino. Carlo Gentile "Guerra ai Civili" |
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LA BATTAGLIA |
Ermanno Gorrieri "Claudio" La Repubblica di Montefiorino pag 424 e segg.... | |
| L'Ordine del giorno, che porta il numero 11, fu stampato e diffuso a cura della Federazione del P.Comunista sotto il titolo «La verità sullo svolgimento della battaglia di cui al bollettino del Comando tedesco del giorno 3-8·1944 », Eccone il testo: «Garibaldini! L'occupazione di una vasta zona delle due province di Modena e Reggio dilungatasi per oltre un mese, ha obbligato il Comando tedesco a compiere un grande sforzo nell'intento di assicurare le sue vie di ritirata. La grande battaglia che ne è seguita tra i nostri Reparti e due divisioni tedesche, rinforzate da numerosi contingenti di traditori fascisti, ha messo in risalto lo strenuo valore, la inflessibile tenacia, la capacità guerriera dei Garibaldini anziani e anche nuovi. Noi abbiamo dovuto abbandonare le zone occupate, tanto care a chi vi abita e a chi vi è legato per fatti d'armi e per gratitudine, perché il nostro genere di lotta importa la mobilità. Rimanendo, i Reparti Garibaldini sarebbero stati gradualmente separati in tante sacche, circondati in un ristretto cerchio e annientati progressivamente. segue Odg. | L'esito della battaglia non poteva dunque essere diverso ed essa non poteva non concludersi con l'abbandono della zona libera: sarebbe quindi assurdo criticare l'ordine di sganciamento dato dal Comando; è il modo con cui furono condotte le operazioni e con cui fu attuata la ritirata che non costituì certo l'esecuzione di un piano prestabilito, ma assunse piuttosto il carattere dello sbandamento e del disastro. Alla prova dei fatti, si manifestò la debolezza dell'organizzazione partigiana in generale e particolarmente del Comando del Corpo d'Armata: non solo perché, come scriveva il CUMER, mancò alla battaglia una direzione d'insieme, ma anche perché, fin dal secondo giorno dei combattimenti, il Comando diede l'impressione di aver perso completamente il controllo della situazione, abbandonando, fra l'altro, a se stesse, senza ordini e notizie, le formazioni che stavano ancora combattendo. Un Ordine del giorno di Armando e Davide, emanato il 4 agosto successivo (n.11), affermava che «la dura battaglia deve essere considerata come la nostra più grande vittoria », perché « tutti gli uomini sono usciti con armi e bagagli da un cerchio che si restringeva sempre più». A parte l'evidente esagerazione (purtroppo molti uomini si sbandarono ed abbandonarono la lotta, e una parte cospicua di armi e materiali andò perduta), la battaglia di Montefiorino non fu una vittoria: perché - se è vero che « il nostro genere di lotta importa la mobilità », come giustamente afferma l'Ordine del giorno - è altrettanto vero che tale principio era stato abbandonato e che ci si era cullati nell'orgogliosa illusione di aver dato vita ad un caposaldo invincibile. Per questo, a prescindere dal valore e dal coraggio dimostrato da molti reparti, la battaglia di Montefiorino rappresentò una durissima lezione per il movimento partigiano emiliano. E.Gorrieri | |
| Le cifre a fianco riferite circa le perdite subite dalle due parti nella battaglia di Montefiorino sono inverosimili e prive di fondamento. E. Gorrieri "Claudio" | I Caduti | |
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Fra l'altro non si vede in che modo si potessero accertate con tanta precisione le perdite nemiche: nella confusione generale non si poté determinare con esattezza neppure il numero dei morti partigiani; tanto meno ciò fu possibile per quelli tedeschi, L'affermazione di qualcuno degli scritti citati che la Radio della RSI ammise la perdita di 1400 uomini non trova conferma in nessuna fonte: sembra inverosimile che una propaganda mendace come quella fascista (cfr. la versione data circa la strage di Monchio, Susano e Castrignano) fosse disposta ad ammettere perdite così rilevanti. Anche per quanto riguarda le perdite partigiane, esse furono senz'altro inferiori a quelle indicate. Una lettera di Secondo a Ivo, datata 23 agosto. 1944, parla di 100-150 fra morti e feriti» (Archivio ISR, 9/18); una «Relazione sullo stato attuale delle forze partigiane» del 20 agosto 1944, firmata da Davide, parla di « 150 uomini fuori combattimento fra morti e feriti » (Ibidem, 9). L'Elenco Caduti partigiani, fra le date del 30 luglio e del 15 agosto (compreso dunque il periodo della battaglia di Montefiorino, ma anche quello successivo dello sbandamento), comprende 64 nomi di morti nell' Appennino modenese e nelle vicine zone del Bolognese e del Reggiano.. segue elenco (precisazione necessaria non foss'altro per dire che uno di questi è mio parente) |
...Nei tre giorni di combattimento (e in alcuni attacchi di sorpresa subiti nei giorni successivi) i partigiani perdettero un centinaio di uomini fra morti e feriti. Senz'altro superiori furono le perdite tedesche, anche se esse non arrivarono certamente alla cifra di 2080 morti indicata dagli scritti sulla battaglia di Montefiorino. In conclusione si può affermare che sarebbe stato comunque impossibile difendere la zona libera e respingere tutti gli attacchi tedeschi: troppo forte era la superiorità di armi pesanti e di mezzi. Tuttavia le vicende del settore nord (o meglio della parte di esso intorno a Santa Giulia) dimostrarono che l'avanzata tedesca avrebbe potuto essere ritardata di qualche giorno e fatta pagare a ben più caro prezzo; e ciò senza perdite eccessive in campo partigiano. Il fatto è che le illusioni dei 45 giorni di Montefiorino avevano impedito la predisposizione di un piano vero e proprio per fronteggiare l'eventualità di un rastrellamento in grande stile. Quando ci si rese conto che il nemico attaccava con uno spiegamento di forze eccezionale, il panico si impadronì di molti uomini e di non pochi reparti, la cui ritirata si trasformò in fuga caotica e disordinata. Basandosi sui dati forniti da un documento di cui abbiamo ripetutamente segnalato le incredibili esagerazioni, la Relazione militare della Divisione Modena, tutti gli scritti sulla battaglia parlano di 2080 morti tedeschi e di 250 partigiani caduti, oltre a 70 feriti (R. Battaglia, òp. cit., pago 326; M. Cesarini, op. cit., pago 253; opuscolo di Fausto Vighi, cit.; e perfino la Guida d'Italia del TGI, Emilia-Romagna, Milano, 1957, pago 246) (vedi scritto di Ferrini sopra a sx). Duemila morti tedeschi e «circa 400 morti e 100 feriti» fra i partigiani sono indicati anche in pubblicazioni ufficiali, come la Cronologia della seconda guerra mondiale, pubblicata a cura dell'USSME Roma, 1949, pag. 386 (ma anche altri dati relativi alla Resistenza, contenuti in quest'opera, sono inesatti; ad esempio, questo, a pag. 378: ,,13 marzo 1944. Nella regione di Montefiorino (sud-ovest di Modena), circa 3000 nazifascisti effettuano un rastrellamento subendo circa 300 perdite !!!. Per rappresaglia l'avversario incendia oltre cento abitazioni civili»). |
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http://www.appenninoreggiano.it/Database/iat/iat.nsf/0/F4C89F40D979FAACC1256B300058D5B2?OpenDocument&com=Appennino Reggiano& il cippo di Passo delle Forbici |
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Il 29 luglio 1944 i progressi nazisti sono ancora pochi ma il 30 cede la parte reggiana della Repubblica di Montefiorino. I reggiani debbono ripiegare, ma pur ritirandosi impegnano pesantemente il nemico, il quale sfoga la propria ira bruciando tutto ciò che trova ed il 30 sera, provatissimo sospende l'attacco, per portare in linea nuove forze. Il 31, superata Villa Minozzo, i tedeschi minacciano di aggiramento la V divisione che, dietro ordine del comando, si spingerà in avanti, passando fra le maglie naziste e si attesterà fuori dall'accerchiamento. A questo punto il capo della missione alleata sospende il lancio della "Nembo" (Batepiste) e fa saltare i depositi di armi e munizioni pesanti e leggere già lanciati. Armando passerà in Toscana in settembre dove si schiera fra i regolari della V armata Usa. http://www.comune.modena.it/istorico/page/storia/armando.html | |
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Nella zona franca funzionava un autoparco ricco di una ventina d’automezzi, in gran parte catturati ai nazifascisti, ripartiti fra le varie brigate, per le cui necessità fu anche impiantata una autofficina. Per buona sorte, nel territorio della Repubblica partigiana, in località Sassatella (Frassinoro) vi era una sorgente di gas metano che, se pur modesta,assicurava agli automezzi una certa autonomia. All'interno profilo biografico di "Claudio" Gorrieri Ermanno |
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Dal diario del bersagliere partigiano Adamo Salati |
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D- Come vi procuravate armi e munizioni (in pianura)? |
Doc. n. 6 -
COMUNE DI MONTEFIORINO |
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| Dal diario di don Prandi | ||
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. * Alla fine si optò per le scuole elementari di Fontanaluccia, edificio confortevole, di recente costruzione, dotato di acqua corrente e servizi igienici. Fontanaluccia, con il suo parroco Don Prandi ed i suoi abitanti, non aveva mai aderito sostanzialmente al fascismo, era stata generosa con gli sbandati di ogni tipo; c'era infine l'Ospizio, che poteva sempre essere un sostegno ed un punto di riferimento. Le scuole furono dotate di letti prelevati da alberghi e colonie. Le medicine provenivano da un paio di farmacie e da lanci alleati, che incominciarono a fine maggio '44. Arrivarono anche derrate varie ed una ventina di quintali di grano, che fu stivato nel sottotetto. Si costituì un gruppo sanitario, coordinato dal Dott. Luigi De Toffoli, responsabile dell'organizzazione del servizio sanitario di tutta la zona. Suo un piano che fu approvato dal comando d'Armata.
L'Ospizio diventa ospedale L'altra grande novità riguardò proprio l'Ospizio, che diventò l'Ospedale partigiano quasi naturalmente, per una logica ovvia delle cose. Quello che era stato salvato in viveri e in materiale sanitario soprattutto per opera di don Mario era stato accatastato nell'Ospizio. Il corpo sanitario, che si era formato nella struttura scolastica bruciata nel rastrellamento, si era diviso. Il direttore Dott. De Toffoli aveva aperto una nuova piccola struttura a Case Cattalini sopra Civago. Un medico, il Dott. Comini, aveva passato il fronte. I dottori Andreoli e Aloisi rimasero all'Ospizio unitamente al Dott. Pasquale Marconi, sempre pronto a recarsi ovunque. I feriti più gravi erano rimasti dove erano stati nascosti durante il rastrellamento, cioè alle Perdelle, a circa mezzo chilometro dalla Chiesa, in locali però senz'acqua, servizi, vetri, in una struttura fatiscente. Anche se le voci che giungevano non erano sempre tranquillizzanti (l'eccidio di Marzabotto fu consumato proprio il 15 settembre) |
Dal diario di don Mario....
In quei giorni (siamo a fine luglio) cominciò a regnare una grande confusione. Arrivavano notizie
di una grande azione tedesca di rastrellamento e scontri con partigiani sia
nel Reggiano che nel Modenese. Il panico sta prendendo soprattutto gli
ammalati e feriti, (ma anche la formazione partigiana di Montalbano), quando
arriva il Comandante Supremo Armando in visita all'Ospedale. Tranquillizza
tutti. La Norma (Barbolini) è molto preoccupata e anche altri.
Nel partire
l'aiutante di Armando sussurra ai più vicini: “Evacuate! Non ce la facciamo
più.”. Verso sera del 31 luglio fu deciso di sfollare i feriti e vuotare
l'ospedale. La notizia trapelò in Parrocchia. Tutti cominciarono a fuggire
alla macchia. Si ricordavano di Cervarolo! Gli ammalati che potevano
camminare furono incamminati verso Rovolo. Rimanevano una quindicina di feriti
barellati e altri molto gravi. Non c'era più alcun aiuto. Il Prof. Marconi, il
parroco, alcune suore e pochi paesani e la Vida, (infermiera slava ed ebrea
che non volle abbandonare i feriti) dovettero portare di peso con barelle
improvvisate i poveri feriti: alcuni fra i più gravi furono nascosti nei fossi
attorno al 'Campanile' una quindicina a Ca' Bernardi. Era intanto
venuta notte fonda. Ma non dormì nessuno. Tutta notte fu un passaggio di
gruppi, reparti, formazioni di partigiani che andavano chi verso il Reggiano,
chi verso il Dragone. Arrivò anche una colonna di prigionieri da Frassinoro. Si fermarono a Casa Bernardi. Mancando capi, la scorta chiese ai comandanti
feriti il da farsi. Decisero di liberarli tutti meno tre: un sergente
dell'aviazione tedesca, una donna ritenuta spia e un ragazzo in uniforme
repubblichina. All'alba furono fucilati a pochi metri dai feriti. Il parroco
fu avvertito a cose fatte e, portandosi sul luogo, non poté fare altro che
scavare una fossa profonda per seppellirvi i tre disgraziati. |
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| Da DON MARIO: IL FATTORINO DI DIO | Congregazione Mariana delle Case della Carità | |
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. Dalla testimonianza di don Orlandini, di cui don Mario è stato “prefetto di camerata” in seminario: “Il prefetto aveva un compito soprattutto disciplinare: garantire la disciplina - allora particolarmente rigida - del gruppo; ma direttamente o indirettamente influiva sulla formazione umana e spirituale del gruppo e dei singoli alunni. In fatto di disciplina don Mario era esigente, a parole, in pratica lasciava correre molte cose, perché lui per primo faceva fatica a stare entro le rigide norme della disciplina. Ma l’ideale del sacerdote santo, del sacerdote tutto di Dio e tutto per gli altri, specialmente per i più poveri, lo aveva chiaro e lo inculcava “in ogni occasione opportuna e non opportuna”. Questa provocazione di S. Paolo (II Tm. 4, 2) don Mario l’ha presa alla lettera fin dal Seminario: sempre pronto e disposto ad aprire un discorso, non altrettanto disposto a terminarlo in breve. I modelli a cui si ispirava e che presentava “in ogni occasione opportuna e non opportuna” erano soprattutto due: S. Giovanni Maria Vianney, chiamato comunemente “il santo Curato d’Ars”, e il venerabile Chevrier (beatificato poi dal Papa Giovanni Paolo II nel 1986), luminosa figura di sacerdote vissuto in Francia (1826 - 1879) che aveva sintetizzato ed espresso la spiritualità sacerdotale in un celebre quadro, detto “Il quadro di Saint Fons” (dal nome della località in cui è nato); Don Mario ce ne parlava spesso. I tre anni passati sotto “la prefettura” di don Mario hanno lasciato un segno nella mia vita sacerdotale. Confesso però che solo dopo, quando quegli anni erano ormai lontani nel tempo, me ne sono reso conto.” Scrive Sandro Chesi : |
...Don Mario è nato a Reggio Emilia il 6 febbraio 1910, quinto
di 7 fratelli. Il padre, Giovanni Prandi fa il sarto ed è di tendenza socialista, la madre Adalgisa Fantuzzi, casalinga, è una donna semplice e di molta fede. ..Vive i suoi primi anni d’infanzia a Porta Castello, zona periferica della città di Reggio. Gli anni del primo Novecento, l’ambiente con le mura della città, i canali, le bande dei ragazzini nei campi fuori porta, sono segno della profonda incidenza di quelle prime esperienze giovanili nella formazione della sua personalità. Di lui scrive Don Angelo Cocconcelli: “I ragazzi di Porta Castello in quel turbolento dopoguerra che va dal 1919 al 1924, erano famosi come “I Ragazzi della Via Pal” per le loro imprese e battaglie, specialmente contro quelli dei Borghi di Porta Castello, alias S. Pellegrino. E a tirar sassi in queste guerre di borgata, Mario Prandi non era certamente degli ultimi, con quel carisma di capobanda che ha sempre avuto fin da ragazzo. Don Costi, il suo parroco, un po’ ammalato, ma molto energico, burbero ed esigente e con un cuore molto grande, lo introduce non solo nella vita parrocchiale, ma anche in quella della diocesi reggiana. Un altro compito, per il suo chierichetto di fiducia, è quello di accompagnarlo, portando la valigetta contenente il cambio della mozzetta, alle feste della diocesi nelle varie chiese di Reggio: il Duomo, S. Prospero, S. Agostino, S. Pietro, ecc., dove Mario ha la possibilità di conoscere altre realtà di chiesa, altri sacerdoti e ascoltare parecchie omelie. Mario veste l’abito talare la domenica fra l’ottava di Natale del 1925 ed entra in seminario il 1° gennaio 1926. ... Conosce in quegli anni di seminario l’allora studente, poi giovane medico, Pasquale Marconi, probabilmente agli incontri diocesani di Azione Cattolica. Inizia una profonda amicizia spirituale che li spingerà ad entrare sempre più nel discorso dei poveri, della povertà e della carità. È proprio in quegli anni che insieme elaborano un progetto per la diffusione del Regno di Dio = Carità. Non si conosce bene la data di quando don Mario ha messo per iscritto quel progetto. Pur non essendo certo, pensava di averlo fatto qualche mese prima di diventare diacono… forse prima ancora che il dottor Marconi aprisse l’Ospedale a Castelnovo Monti. C’è l’intuizione che i due elaboreranno e svilupperanno durante tutta la loro vita: il laico come medico, il sacerdote come pastore. Comincia così a prendere consistenza l’intuizione della Casa della Carità. Don Mario viene ordinato sacerdote il 15/07/1934 nel Duomo di Reggio da S. E. Mons. Eduardo Brettoni, allora Vescovo di Reggio Emilia. Celebra la sua prima Messa solenne in S. Teresa il 26 luglio. I suoi primi incarichi, come cappellano, sono a Calerno (6 mesi), a Castelnovo ne’ Monti (18 mesi), a Villa Cadé (26 mesi). Don Mario suggerisce al dott. Marconi di provocare la provvidenza, di aprire un piccolo Cottolengo: in un reparto dell’Ospedale avrebbe potuto accogliere i più deficienti, i più handicappati da assistere gratuitamente. Mettendo al centro dell’Ospedale questi “poverini”, il Signore non avrebbe potuto rimanere indifferente, avrebbe sicuramente provveduto. Il dott. Marconi si ritira sei giorni a pregare e a riflettere nella canonica di Monchio delle Olle e alla fine prende una decisione incrollabile. Ritornando all’Ospedale, depone sul ciglio della strada scarponi e calze e indossa i sandali che non smetterà più; entrato in Ospedale dà un ordine secco a tutto il personale: “tra due ore tutti in divisa di bucato per essere degni di accogliere un nuovo ospite, come se fosse Gesù Cristo!” Così, all’orario fissato, davanti agli occhi stupiti di tutti, Marconi prende fuori dalla sua Ford, con delicatezza, un essere deforme, impressionante, che chiama il “suo Re”. Don Mario arriva a Fontanaluccia il 31 ottobre 1938 assieme alle sorelle Maria e Ida, cominciando la sua missione di pastore proprio il giorno dei Santi. Mandato prima come economo spirituale, Il 5 febbraio 1939 prende possesso della Parrocchia. Così scrive don Paolo Ghini: “Fontanaluccia era un paese povero, come tutta la zona montana di allora; erano accentuati i fenomeni dell’emigrazione, specie quella stagionale verso la Toscana. LA GUERRA IN MONTAGNA Dopo 5 mesi di ricovero in ospedale a Castelnovo Monti, don Mario torna a Fontanaluccia. È il 1° settembre 1943. Mons. Brettoni lo rimanda come parroco, scrivendogli una lettera nella quale gli dà le linee di comportamento alle quali dovrà attenersi e gli comunica l’arrivo di un cappellano per aiutarlo..... Maggio e Giugno 1944: Grandi movimenti di Partigiani. Molti salgono dalla pianura e si danno alla macchia. Si formano gruppi o “formazioni” di vario colore e tendenza. Avvengono scontri con militi e tedeschi. Ci sono feriti e alcuni passano anche dall’Ospizio. Cresce la gente e c’è poco da mangiare! Si rilevano qua e là fatti di prepotenza di alcuni partigiani ai danni di privati. Ci sono anche requisizioni di animali e generi con rilasci di “buoni” come ricevuta. Ci sono anche, in alcune località dei lanci di materiali (viveri, medicinali, armi) fatti con paracaduti. In un certo senso si respira un’aria di “quasi fine guerra” Molti si prestano anche per questa ragione ad aiutare partigiani o sbandati. Dopo il 16 luglio BV. Carmine, si costituisce a Casa Cerbiani nel locale delle Scuole elementari l’Ospedaletto partigiano. Prima c’era stata una infermeria alla Magolese di Febbio; poi erano stati trasportati alcuni feriti a Gazzano provvisori; poi si era attrezzato un vero ospedaletto a Casa Cerbiani con numerosi letti e materassi e relativa biancheria requisiti da alberghi o ville della “zona franca” – poi dal materiale di due farmacie svaligiate e depositato in casa di Tazzioli Gigetto, assieme ad altre suppellettili e derrate. Arrivò anche qualche camion di frumento che fu scaricato nel solaio delle Scuole. Aveva preso la direzione dell’Ospedale il Dr. Gerolamo Andreoli di Sassuolo che da tempo era qui sfollato. Era coadiuvato dal Dr. Comini e da un laureando in chimica. Anche il Prof. Marconi di Castelnuovo Monti e a volte il Dr. Poncemi e altri facevano capo a questo ospedale " Numerosi feriti e malati vi vennero trasportati e si arrivò presto ad una trentina di ricoverati. Verso la fine mese per scontri in vari luoghi affluirono altri 30/40 feriti. ... |
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Sottotenente Carrista cpl. Mario Allegretti
Allegretti, originario di Vignola, poco più che ventenne, laureato in giurisprudenza, già militante nel P. d’Azione da poco costituito (8/9) si impegnò subito nella organizzazione delle prime formazioni partigiane “Giustizia e Libertà”. Nel giugno 1944 raggiunse i partigiani operanti nella zona di Montefiorino, Ospitaletto, Pianorso e delle Are Vecchie. Distintosi in queste azioni per il suo coraggio, gli venne affidato prima il comando della formazione “Italia Libera” e poi, nel novembre dello stesso anno, il comando della 34a Brigata “Monte Santa Giulia” della divisione Modena Montagna di Armando, destinata a presidiare la zona più esposta e difficile di tutto lo schieramento partigiano. Il 1° aprile 1945, giorno di Pasqua, riprende un’altra serie ininterrotta di pesanti combattimenti in cui le formazioni partigiane riescono a contenere e a ributtare a valle le formazioni tedesche superiori in numero e in armamenti. La brigata Monte Santa Giulia è ininterrottamente impegnata nei combattimenti e il suo comandante Mario Allegretti rimane sempre in testa al suo reparto, finché in un duello impari di uomini e di armi egli viene mortalmente colpito il 10 aprile a Saltino sul Secchia (Mo). ** Poco dopo il ritiro dei Tedeschi, le suore di Fontanaluccia con alcune donne del paese cominciarono a sfornare pane in continuazione per due o tre notti, utilizzando alcuni sacchi di farina salvati dall'incendio dell'Ospedale. Poi, chi poteva veniva a prenderlo e sr Maria s'incaricava di portarlo ai partigiani “alla macchia”. Nel restante mese di agosto e settembre si ebbero alcuni importanti mutamenti. Le forze partigiane pensarono a riorganizzarsi e si ebbe anche un'importante novità. Siccome si faceva sempre più intensa l'attività dei commissari per politicizzare le formazioni e dare una pressoché esclusiva impronta comunista alla resistenza e, per di più, il commissario generale Eros aveva opposto un netto rifiuto a chi chiedeva un mutamento di rotta, per dare cioè un carattere apolitico e soltanto militare all'azione, e di cambiare il nome di Brigata Garibaldi dato a tutti i reparti, la DC con Carlo, che era diventato nel frattempo uomo di assoluta fiducia degli alleati e della missione inglese rappresentata dal Magg. Johnson e successivamente, in dicembre, dal Cap. Lees, diedero vita ai primi di settembre '44 alla Brigata della montagna “Fiamme Verdi”. Vi confluirono pochi uomini provenienti dalle Brigate Garibaldi, un buon numero di elementi organizzati da Carlo e Montanari ed un gruppo di alpini che avevano abbandonato la divisione Monterosa, dislocata in Garfagnana.
BIBLIOGRAFIA RICERCA PROF. CORTESI. |
Norma Barbolini,operaia comunista, staffetta poi partigiana combattente. Il fratello Giuseppe Barbolini (1914-1968), medaglia d'oro al valor militare, http://www.anpi.it/uomini/barbolini_giuseppe.htm iscritto al Pci partì il 7 novembre 1943 con il primo nucleo partigiani della pianura. Partecipò alla costituzione e alla difesa della Repubblica di Montefiorino. Successivamente divenne comandante della Divisione Modena Montagna sino alla Liberazione. Quando fu ferito, Norma lo sostituì nel comando: nel dopoguerra le fu riconosciuto il grado di capitano e a Giuseppe quello di Colonnello. |
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Prof. Giacomo Cortesi preside di scuola superiore, pievarolo: 1964 …. Anche l’Amministrazione democratica venne sbandata, ma ormai il seme era stato gettato e dopo un breve periodo trascorso alla macchia, il Consiglio comunale cercò di riprendere il suo lavoro in mezzo a difficoltà di ogni genere. La sede del Consiglio si spostò continuamente: abbiamo riunioni a Vitriola, Gusciola e in casolari sparsi. (Vedi documenti n. 5-6). Grande era la preoccupazione di provvedere il cibo per tutti: a prezzo di molti sforzi e con un colpo di mano si riuscì a reperire il combustibile indispensabile per la trebbiatura del grano: infatti fu trebbiato il raccolto non solo della zona ma anche dei comuni limitrofi di Frassinoro, Toano e Villaminozzo, riuscendo così a costituire una discreta riserva del prezioso cereale: occorrevano però altri generi indispensabili, come l’olio, lo zucchero e specialmente il sale. Anche le casse del comune erano completamente asciutte, nel mese di luglio erano stati spesi gli ultimi soldi, in tutto lire 117.054, per sussidi erogati ai bisognosi dal ricostituito Ente Comunale di Assistenza (ECA). Urgeva perciò rifornire la zona di generi alimentari di prima necessità eludendo il disposto prefettizio, ritirare i fondi dal distretto militare per i sussidi alle famiglie dei prigionieri di guerra, risolvere il problema dei trasporti che per la distruzione dei ponti, le piene dei fiumi e l’impossibilità di fare uso di automezzi e di cavalli, rendeva la zona isolata e quasi inaccessibile. In queste condizioni era indispensabile riallacciare i rapporti con le autorità di Modena: l’amministrazione democratica escogitò una soluzione che ha tutto il sapore di un’antica beffa: provocò la nomina di un Commissario Prefettizio da lei designato. I fascisti abboccarono e non si resero mai conto che i loro fondi venivano amministrati da una Giunta Partigiana Democratica. A questo proposito ritengo opportuno riportare la testimonianza del Cavaliere Giuseppe Bortolotti. segretario in quel periodo del Comune di Montefiorino e protagonista di molte vicende: « ... Poiché da molti mesi i rapporti fra Comune e Prefettura erano stati interrotti e le autorità provinciali dell’epoca, dietro disposizione dei tedeschi e del comando brigate nere, avevano sospesa l’assegnazione dei generi razionati e l’invio dei fondi per il pagamento dei sussidi ai rimpatriati dall’estero. determinando uno stato di gravissimo disagio, si avvertì la necessità di promuovere la nomina di un Commissario Prefettizio al Comune. Per tale carica, d’intesa con il Comitato di liberazione Montagna e col Comando generale partigiano, io e il Sindaco Fontana suggerimmo il signor Domenico Bartolai, che finì con l’accettare dopo molte pressioni ed assicurazioni per la sua incolumità personale. Con la collaborazione dei Parroci e della tipografia Paolo Toschi di Modena che ci fornì tutto il materiale cartografico a mezzo di staffette segrete, riuscimmo in breve tempo a fare il censimento della popolazione presente e quindi ad impiantare l’anagrafe demografica, sia pure in termini approssimativi, e l’ufficio annonario. Malgrado difficoltà di ogni genere, finalmente si ebbero i primi buoni di assegnazione viveri prelevabili su grossisti di Sassuolo, nonchè i primi fondi dalla Prefettura per il pagamento dei sussidi. Non minori ostacoli si frapposero alle operazioni di ritiro e trasporto della merce che poteva essere fatto unicamente a mezzo di birocci in quanto più facilmente essi riuscivano, rispetto agli altri mezzi, ad eludere la vigilanza dei tedeschi “. Così Montefiorino ebbe contemporaneamente due amministrazioni; una ufficiale e fasulla, l’altra reale e democratica. Intanto nella zona si erano ricostituiti alcuni gruppi di partigiani: verso la metà di novembre i capi delle formazioni si riunirono a Civago in un « Congresso » per decidere sul numero degli effettivi delle brigate partigiane da mantenere nella zona e per discutere il problema della separazione del potere militare da quello civile: non ho notizie sull’esistenza di documenti intorno ai deliberati di questo « Congresso »: risulta però la costituzione di un Comitato di Liberazione Nazionale per la Montagna, che divenne il depositano dei poteri civili di tutta la zona, con giurisdizione e funzioni tutorie proprie delle Prefetture, nei confronti dei Comuni già appartenenti alla Repubblica di Montefiorino. Soltanto il 20 novembre 1944 l’amministrazione democratica di Montefiorino potè tenere la sua prima riunione ufficiale, dopo lo sganciamento partigiano, in un caseificio nei pressi di Vitriola. In quella seduta fu deciso di mutare la denominazione di « Giunta Amministrativa » in quella di « Consiglio Comunale » e di nominare una Giunta ristretta a cinque assessori perchè potesse più facilmente essere convocata. Esiste un verbale di tale riunione che presenta un fatto interessante: l’ingerenza del comando di divisione nella scelta di un nuovo Vice-Sindaco estraneo al Consiglio; questo contrariamente allo spirito delle deliberazioni del Congresso di Civago: in una riunione successiva però il Comitato di Liberazione per la Montagna intervenne decisamente e ripristinò il rispetto per le libere scelte del popolo (vedi documenti Gorrieri). Il documento dà la misura della volontà democratica di allora che si oppone alle decisioni del comando militare, sia pur dettate da esigenze particolari, per affermare che gli amministratori debbono essere quelli eletti dal popolo e non imposti. Il documento è datato 28 gennaio 1945, firmato Fontana e vistato dal Presidente del C.L.N.M. « Tomaso »: « ... Il Sindaco riferisce che il Comitato di Liberazione per la Montagna non ha potuto approvare la nomina del Vice-Sindaco perchè tale carica dev’essere affidata ad un componente del Consiglio, dovendo sempre prevalere il concetto democratico che gli amministratori comunali debbano essere eletti dalla popolazione e non imposti dall’alto. Su questo argomento prende la parola anche il rappresentante del Comitato il quale ribadisce il concetto che il popolo deve amministrarsi da sé attraverso i propri rappresentanti liberamente eletti. La carica del Vice-Sindaco deve quindi ricadere su uno dei consiglieri ritenuti più idonei per capacità ed esperienza. Coglie altresì l’occasione per informare che il Comitato di Liberazione per la Montagna è un organo rappresentativo del governo dell’Italia liberata e come tale deve essere riconosciuto come organo di tutela, di coordinamento e di unione fra il comune e il comando partigiano. Dopodichè il Sindaco dichiara di aver preso atto di quanto esposto dal rappresentante del Comitato ed invita il Consiglio ad eleggere, a mezzo di schede segrete, il Vice-Sindaco... ». Giacomo Cortesi |
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