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di Don Sante Bartolai

 (Stralci dal diario Da Fossoli a Mauthausen di Don Sante Bartolai, Istituto Storico della Resistenza, Modena (1966) e da Ermanno Gorrieri "La Repubblica di Montefiorino" pag. 104/5 ) 

..... A Palagano, altra grossa frazione di Montefiorino, ora sede di un Comune autonomo, gli uomini, appartenenti anche alle borgate vicine, collegati in modo press'a poco analogo, erano una cinquantina e disponevano di tre fucili mitragliatori; anima del gruppo era il cappellano don Sante Bartolai, che troppo presto scomparirà dal teatro della guerriglia nel marzo successivo (44); ne facevano parte Nino e Domenico Meldi, Gisberto Piacentini, i fratelli Ranucci, il capitano Ferraresi di Modena e il tenente di Marina Zanni, sfollati a Palagano. Una parte dei giovani di Palagano facevano capo invece a Nello Pini, un alpino rientrato dalla Russia, appartenente a una famiglia di coltivatori diretti che abitava verso il crinale fra Montespino e Montemolino: Nello diventerà ben presto uno dei capi naturali della resistenza montanara, spaziando sull'una e sull'altra valle .... Ermanno Gorrieri "La Repubblica di Montefiorino"

Il pomeriggio dell'8 maggio 1945 i carri armati americani irrompevano nel campo di sterminio nazista di Ebensee, succursale del maggiore e più noto campo di Mauthausen. Li seguiva un'automobile statunitense da cui discesero un medico ed un cappellano militare i quali, dietro segnalazione di alcuni internati, si diressero prontamente verso una delle baracche in cui, steso sopra un "castello", sfinito ed impossibilitato a muoversi, giaceva in stato preagonico un sacerdote italo-americano, deportato politico: il cappellano di Palagano, don Sante Bartolai nato ad Highland Park, contea di Lake, stato dell'Illinois (U.S.A.) il primo aprile 1917, da Angelo e da Lucia Manfredini da S. Anna Pelago (Mo). ...


Primavera del ‘44… Prima di aver finito di mangiare, sono chiamato al capezzale di una donna quasi moribonda che dimora poco lontano. Accorro. Mi trattengo qualche tempo vicino all’inferma, anche dopo che le ho amministrato i conforti della Fede Cristiana. Quando esco per ritornarmene a casa, noto per le vie del paese (Palagano) un gran movimento. Un nervosismo insolito regna nell’atmosfera. I fascisti! ... Sono arrivati improvvisamente i fascisti! Un centinaio, circa, di camicie nere e di guardie nazionali repubblicane. Rimango allibito. Il paese passa per un covo di "ribelli" e penso subito che siano venuti per qualche rappresaglia. Tuttavia riesco a dominarmi e saluto con una certa espansione un vecchio compagno di studi, che noto fra quei soldati. Procedo indifferente. Quando giungo davanti all'ufficio postale, e, proprio mentre prego in cuor mio di essere liberato da brutti incontri, mi viene intimato l'alto là. È il capitano che guida la spedizione (saprò poi che si chiama Mori), il quale mi viene incontro, agitando un foglio e gridando: - Ecco il primo ribelle della montagna! Arrestatelo! - .. Nel sentirmi gettare in faccia quest'accusa spavalda, non posso frenare un sorriso. È vero che ho sempre caldeggiato la causa degli Alleati, insofferente come sono del giogo nazi-fascista, e che sentimenti del genere ho istillato nel cuore dei miei giovani, organizzati nell'Azione Cattolica; ma è altrettanto vero che, per un doveroso riguardo al mio carattere sacerdotale, non ho mai commesso imprudenze.

 

Don Sante Bartolai era stato ordinato sacerdote il 1º maggio 1942, e subito nominato curato di Palagano (Modena). Avverso al fascismo fin dalla promulgazione delle leggi razziali, organizza attivamente e sostiene le prime bande partigiane di autodifesa nella valle del dragone. Coinvolto negli scontri del 9/3/1944 nei pressi di Savoniero tra militi fascisti e la banda di Nello Pini, don Sante sceglie di rimanere ad assistere i militi gravemente feriti (moriranno subito dopo) evitandogli la fucilazione da parte dei partigiani vittoriosi.

L'accusa del capitano mi pare, quindi, molto avventata. Ma il mio contegno lo manda sulle furie. Mi investe con una valanga di titoli ignominiosi, mi accusa' di tanti delitti, e, alla fine, mi dichiara in arresto. Per tutto questo tempo, due fascisti tengono i loro mitra puntati contro la mia schiena. lo rimango sempre calmo e tranquillo davanti al suo progressivo, infuriare. …Come me, molti altri sono stati fermati dai fascisti. Ci tengono allineati sulla via come un gruppo di prigionieri. Frattanto due partigiani vengono catturati con le armi in pugno. I due poveretti, sotto una tempesta di calci e di pugni, sono trascinati verso di noi, fra insulti e bestemmie. Quando cadono, vengono rialzati per la collottola e fatti cadere di nuovo, per il gusto bestiale di torturarli. Implorano aiuto, piangendo come anime disperate, e noi non possiamo muovere un dito per soccorrerli. Il Tenente Antonio Izzo comincia a interrogarmi, ma io non rispondo una parola alle sue domande. Il mio mutismo lo manda in bestia. Estrae dalla fondina il revolver e me lo punta in faccia. Ma anche questo gesto teatrale mi lascia indifferente. Allora egli cambia tattica, ripone l'arma, mi prende con le buone, mi parla gentilmente, da uomo ragionevole. Rispondo pacatamente e a puntino alle sue domande e non manco di denunciare i soprusi, le' violenze, le crudeltà, di cui il popolo italiano è reso vittima da parte dei nazi-fascisti. - Calunnie, calunnie -, ... grida, tutto scandalizzato, e, indignato per le mie accuse riprende il tono minaccioso: - Va a confessare quei tuoi due amici! -, mi intima, indicandomi i due partigiani catturati; e soggiunge, con lampo di crudeltà negli occhi: - Dopo, farai il terzetto con loro!. Sono passate le cinque del pomeriggio. Fa freddo, nonostante il vento sciroccale, che scioglie la neve caduta in grande abbondanza nei giorni precedenti. Mi fanno scrivere le loro ultime volontà, l'estremo addio ai genitori, agli amici, e vi appongono essi stessi la firma, bagnando la penna nel sangue fatto uscire, con un morso rabbioso, dal braccio. Sono le diciotto, l'ora fissata per l'esecuzione.  

Francesco Bocchi Commissario Prefettizio di Montefiorino che, alla fine di gennaio del 1944, sostituì il vecchio podestà: «La popolazione, in generale, continua ad essere estremamente ostile alle nuove istituzioni. Il clero è con la popolazione».e «Il sottoscritto, già minacciato dai ribelli di gravissime rappresaglie, non può muoversi dalla sede ed è costretto a pernottare con la famiglia nella Rocca Municipale, presidiata dalla GNR». Per rafforzare il controllo del vasto comune, l’8 marzo 1944, venne istituito a Palagano un presidio di 100 militi della GNR, comandato dal cap. Arturo Mori.

   

6 nota diario Ranucci

Poveri giovani, a vent'anni dover morire, uccisi come cani!. Il Tenente vorrebbe che gli stessi condannati si scavassero la fossa, ma io mi oppongo energicamente. Nessuno osa contraddirmi. Non manca, però, chi mi fa comprendere che avrei pagato molto caro questa mia presa di posizione. Rispondo con una scrollata di spalle. Che mi importa delle minacce di quegli sgherri!. Il plotone di esecuzione, composto di otto soldati, si mette in posizione di sparo. Il Tenente Izzo, con la sua voce stizzosa, avverte che l'ora è trascorsa e ordina che mi scosti; quindi, con l'importanza di un attore di teatro, legge il testo della sentenza: "Nel nome di Dio e dell'Italia repubblicana, secondo le vigenti disposizioni, condanno a morte, mediante fucilazione nella schiena, questi due ribelli. Odio a morte gl'Inglesi e i traditori della patria repubblicana fascista e questi come tali, mordano la pol vere! Fuoco! ... ". I due partigiani erano Dante Schiavone classe 1922 da Cerignola e Aurelio Aravecchia classe 1924 da Casola di Montefiorino. 

 

Don Bartolai ha l'occasione di salvarsi il giorno dopo ma la sua fede glielo impedisce (vedi sotto vicenda Pini e a seguire la narrazione di Gorrieri).

Don Bartolai passò la notte in canonica piantonato dai fascisti. «A mezzogiorno - prosegue il suo Diario - quattro militi, per ordine del Ten. Izzo, mi prelevano. Un camion sosta davanti alla canonica. Sono fatto montare in cabina accanto all'amico Zanni, un tenente della Marina italiana che si è rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò... Altri sette uomini di Palagano hanno preso posto sul cassone » 6 Oltre ai prigionieri, diversi militi presero posto sul cassone dell'autocarro, che parti verso Montefiorino .. Fu attaccato, dopo due chilometri, prima di Savoniero, dai partigiani che credevano fosse carico solo di fascisti. Il camion sbandò e si arrestò. Don Sante, ritto sul cassone, prese a gridare il proprio nome. Il fuoco cessò, ma Rioli (l'Ufficiale postale) era stato colpito a morte. Gli altri erano salvi. I militi si erano squagliati. Don Bartolai rimproverò i partigiani ( al comando di Nello) che avevano sparato. Sopraggiunsero, anch'essi armati, i giovani cattolici dei gruppi locali di Savoniero, Susano e Costrignano, e la discussione cessò. Poco dopo si senti arrivare un autocarro da Palagano: era carico di militi e di soldati richiamati dalla sparatoria. I partigiani lo attaccarono e lo scontro si protrasse a lungo nel pomeriggio. I partigiani non subirono perdite; i fascisti si ritirarono lasciando sei morti, sette feriti e cinque prigionieri. Nacque una discussione fra i cattolici (appoggiati anche da Aurelio Casini) e gli uomini di Nello, fra i quali c'era anche un russo, che volevano ammazzare i prigionieri. Alla fine questi furono lasciati liberi. L'autocarro dei fascisti fu incendiato. Sull'altro furono caricati due giovani soldati, gravemente feriti, che furono condotti a Montefiorino, assistiti da don Bartolai, il quale (in quel momento era libero) volle accompagnarli, benché scongiurato dagli amici a non esporsi a così grave rischio. Uno dei feriti mori lungo la strada, a Vitriola; l'altro fu ricoverato in casa Coriani a Montefiorino. Don Bartolai, mentre assisteva il giovane soldato ferito, fu arrestato dal sergente della GNR Levoni, che con pugni e calci lo fece rotolare giù dalla scala. Anche in caserma, fu percosso a sangue, finché il maresciallo dei carabinieri, Acerbi, lo sottrasse alla furia dei militi chiudendolo in cella. Il pomeriggio successivo, con altri trenta arrestati, fu tradotto in prigione a Modena. Vani furono i tentativi di salvarlo da parte dell'Arcivescovo, mons. Boccoleri, che lo visitò tre volte in carcere. Il 24 aprile fu trasferito a Bologna nelle carceri di S. Giovanni in Monte, il 16 maggio a Fossoli e il 21 giugno a Mauthausen. A don Bartolai non fu concessa nessuna decorazione, neppure il riconoscimento della qualifica di partigiano !!!.  E Gorrieri

 

...Fra questi era l'ufficiale postale, Giuseppe Rioli, padre di 4 figli, che di lì a pochi minuti sarebbe morto. II suo ultimo saluto alla figlia è così descritto nel diario di Suor Imelde Ranucci delle Francescane dell’Immacolata di Palagano : «Verso le 12 sento bussare: è la mamma dell'alunna Rioli Nella della 5a classe che, con un viso indicibilmente addolorato, mi prega di lasciare scendere la bimba a salutare il babbo arrestato ed in procinto di partire con due militi che lo seguono. Scendo io pure ad accompagnare la fanciulla che si getta al collo del babbo e scoppia in un pianto disperato .... Vivessi mille anni, mai dimenticherei l'eloquentissimo sguardo, tra il supplichevole e l'angosciato, che quel povero uomo mi dà mentre si toglie rispettosamente il cappello e mi saluta senza essere capace di articolare una parola ».
da "La Repubblica di Montefiorino" di E. Gorrieri pag 164/5

Bocchi  verrà ucciso dai partigiani in un agguato a Modena il 16 marzo 1945. Mori – fuggito dopo la Liberazione,  morirà il 1° maggio 1945 in uno scontro a fuoco con i partigiani sul lago di Como.

Mauthausen

Monchio, il paese colpito dalla rappresaglia 10 giori dopo

Qquando leggiamo, sulla pensilina della stazione, quel nome patibolare, il sole affonda in un mare d'oro e di porpora, indifferente al nostro dolore. Sono le ore 9 del 23 Giugno. Bisogna affrettarsi a raccogliere i bagagli e ad incolonnarsi sulla strada, che sale alla fortezza. I ritardatari si buscano calci senza numero. Non tutti ce la fanno a tenere il passo. Il canonico Elli, già cappellano per 42 anni delle carceri di S. Giovanni in Monte a Bologna, sfinito dall'età e dagli strapazzi cade a terra. lo lo sollevo, prima che le SS lo coprano di percosse, e me lo carico, portandolo un po' sulle braccia e un po'sulle spalle. È piccolo e leggero. Somiglio a una mamma, che porti al collo il bambino sofferente. I compagni che mi vedono sono commossi. Ma i guardiani, ai quali è sfuggita l'occasione di inferocire su quel povero vecchio, se la prendono con me, coprendomi di beffe, d'insulti, di calci. Misuro con l'occhio la via, che resta da percorrere! Ormai la cima è raggiunta!. La baracca che mi viene assegnata è la 16a e, come, tutte le altre, è divisa in due cameroni, ognuno dei quali contiene da 600 a 700 persone. Invece di letti, tavolacci larghi un metro e lunghi due, coperti di paglia, sui quali debbono trovare posto ben sei individui. Dopo otto giorni, riceviamo l'abito zebrato, un paio di zoccoli e un berretto. .. segue sotto

La vicenda "Nello" Pini

IIl gruppo di Pini si era costituito a Montemolino di Palagano con l’ex caporale degli alpini, reduce della campagna di Russia. “Nello”, individuo violento e dotato di un coraggio che rasentava la temerarietà, costituì un gruppo formato dai suoi fratelli e dai suoi amici d’infanzia, fra i quali Narciso Rioli (Rioli con Giusepe Corghi un mese dopo si renderanno colpevoli della uccisione di un Seminarista di S. Valentino di Castellarano Rolando Rivi. Il Padre di Rolando "Lo portarono a Monchio e dopo averlo tenuto insieme a loro, torturandolo e seviziandolo, il 13 aprile 1945, un venerdì, alle 15 del pomeriggio, lo portarono in un boschetto che era poco distante dalla casa ove erano alloggiati. Il ragazzo quando ha visto la buca scavata, e questo particolare me lo ha raccontato dopo uno di loro, ha chiesto di poter fare una preghiera al suo papà e alla sua mamma. Si è inginocchiato sulla buca. In quell' istante lo hanno fulminato". A sparare il partigiano Giuseppe Corghi commissario politico del Battaglione Frittelli di cui Rioli era comandante che, nella sentenza di condanna, viene descritto come un "uomo politicamente fanatico e sostenitore ad oltranza dell'odio di classe". Nel dopoguerra verranno condannatia  22 anni di carcere ma ne sconteranno 1/3. Ancora oggi l'Anpi li porta ad esempio a tutti gli iscritti e non)

Egli non si fidava di nessuno e questa convinzione che tutti i forestieri fossero spie sarà poi causa della sua fine. I provvedimenti presi da Bocchi prima dell’inasprimento delle rappresaglie portarono alla cattura di molta gente alla fine di Febbraio e fra questi “Nello” che riuscì a fuggire rocambolescamente ....in località Fornace di Savoniero, alcuni partigiani, guidati da Zuilio Rossi attaccarono un convoglio fascista uccidendo l’agente di scorta e dando alle fiamme due automezzi. Nel frattempo un gruppo di partigiani, guidati da "Nello" (Nello Pini) avvistarono un pulmino su cui vi erano diversi fermati fra cui Don Sante Bartolai e Giuseppe Rioli, direttore dell’ufficio postale di Palagano. I partigiani, credendoli altri rinforzi inviati dai fascisti, spararono uccidendo Rioli, arrestato dai fascisti con l’accusa di essere un fiancheggiatore dei "Ribelli" . Don Bartolai ne uscì incolume con la tonaca sforacchiata. Un altro trasporto in arrivo provocò una ulteriore sparatoria protrattasi per ore che lasciò sul terreno sei morti e sette feriti in campo fascista, dei quali due molto gravi..... Don Bartolai "sfiorato" dai proiettili ne uscì incolume e fra lui e Nello si aprì una violenta discussione interrotta solo dall’arrivo dell’altro pulmino. Don Bartolai consigliato a mettersi in salvo, volle assistere i due militi feriti, uno dei quali morirà lungo il percorso. A Montefiorino, il religioso venne “arrestato” per la seconda volta e trasportato prima a Modena poi a Bologna ed infine nel campo di concentramento di Fossoli di Carpi che faceva da capolinea dei campi di concentramento in Germania e Austria.

La fine di Nello


Il 15 giugno 1944, ormai in zona partigiana, 15 ausiliari (di polizia) che avevano disertato dietro istruzioni del CLN di Modena furono fermati da Nello che decise di fucilarli sotto la falsa accusa di essere spie. I quindici poliziotti vennero immediatamente giustiziati. Cosi dal racconto della Polizia: Dal sito
http://www.cadutipolizia.it/fonti/1943-1981/1944castellari.htm  I quindici agenti avevano disertato dalla Questura di Modena per unirsi ai partigiani che combattevano nella zona di Montefiorino sull’Appennino emiliano modenese, dove era stata creata una zona libera (la cosiddetta Repubblica di Montefiorino) dalla quale erano state cacciate le truppe tedesche e della Repubblica Sociale Italiana. Il Comitato di Liberazione Nazionale modenese, l’organo che guidava la Resistenza nella provincia, munì i poliziotti di una lettera con la quale veniva garantita la loro fede democratica ed il loro desiderio di unirsi ai partigiani, ma quando gli agenti raggiunsero la zona caddero nelle mani di una formazione guidata da uno spietato comandante, Nello Pini, il partigiano “Nello” , il quale decise di fucilarli sotto la falsa accusa di essere spie. La strage di Montemolino ed altre eliminazioni sistematiche ed ingiustificate di prigionieri effettuate da parte di Nello Pini costrinsero il comando della Resistenza di Montefiorino ad arrestare il comandante partigiano, considerato un combattente valoroso ma spietato ed ormai incontrollabile. Il 31 Luglio Nello Pini venne fucilato a Montefiorino dagli stessi partigiani, insieme ad alcuni esponenti dello Stato Maggiore della sua unità.

 

Fonte generale: “la Repubblica di Montefiorino” di Ermanno Gorrieri, edizioni il Mulino, Bologna 1966 e  http://www.poliziotti.it/public/polsmf/index.php?topic=14322.0 

La versione Anpi: 15 giugno 1944, giovedì A Montemolino, comune di Palagano, 15 militari, usciti dalla polizia ausiliaria, e accreditati da un documento di riconoscimento del C.L.N. di Modena, andarono in montagna per combattere con i partigiani: Emilio Campeggi, Giuseppe Casari, Alderigo Cassanelli, Alessandro Castellari, Raffaele Del Bue, Angiolina Germinasi, Angelo Giubbolini, Guerrino Gozzi, Nando Montorsi, Silvio Moscardini, Luigi Piana, Riccardo Quadrelli, Tullio Tripodi, Livio Varagnolo, Enrico Vissciano. Furono uccisi per ordine di un comandante partigiano che non ritenne valido il documento C.L.N. e per tale atto quel comandante venne successivamente processato e condannato a morte da un tribunale partigiano.

 

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E' l'alba di una mattina d'inizio estate: Un gruppo di 15 Poliziotti della Compagnia Ausiliaria di Modena sta marciando silenzioso tra i boschi dell'Appennino. Non sono in uniforme, però;  né hanno armi con loro: non devono eseguire alcuna missione o rastrellamento ma sono semplicemente dei ragazzini poco più che adolescenti che la guerra ha reso già uomini e  che hanno preso per il loro futuro una decisione irrevocabile: la diserzione. L'adunata è già suonata e di sicuro i loro superiori si sono già accorti della loro fuga. Se li riprendono, per loro è la fucilazione alla schiena. Hanno tutti in tasca quel pezzo di  carta firmato del CLN da presentare al capo dei partigiani locali. Basta con i rastrellamenti, basta col saluto romano, basta con il disprezzo  dei loro stessi connazionali .... i ragazzi cercano una nuova vita che li faccia davvero sentire Uomini e non burattini nelle mani di un pazzo. Non sanno però che si stanno consegnando nelle mani di un altro pazzo. L'umidità del sottobosco  intride i loro vestiti rendendo l'emozione del momento ancora più palpabile: raggiungono  il luogo designato per l'incontro con i partigiani e lì si fermano, in attesa.  Improvvisamente eccoli: sono i partigiani, sono tanti. Nessuno ci racconterà mai cosa sia successo davvero in quel bosco: vedo gli sguardi  incrociarsi tra chi credeva nella propria rinascita; vedo l'esibizione di quel salvacondotto nelle mani del loro nuovo capo, vedo il suo ghigno di scherno....E sento la sua frase, quella che deve essere suonata per tutti come una condanna a morte: “Questi sono spie, fucilateli!”

Mauthausen, vedi sotto a sx la distruzione

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segue ..Non tardiamo ad imparare a nostre spese ciò che comporta il farsi trovare con il vestiario in disordine nelle tre revisioni settimanali: dieci nerbate a chi manca di un bottone; venticinque a chi ha gli zoccoli rotti. Conviene certamente camminare senza zoccoli. E c051 facciamo. Ci consoliamo al pensiero che la quarantena non dura più di quindici giorni. Dopo, si muterà vita, si muterà campo. Forse i primi giorni sono i peggiori.  La speranza di un alleggerimento della nostra pena ci dà la forza di sopportare meglio i maltrattamenti. Poveri illusi! Ci accorgeremo, in seguito, che la quarantena di Mauthausen è stata appena l'anticamera del vero inferno e rimpiangeremo quel tempo come uno dei più tollerabili della nostra prigionia. Dopo la quarantena, la condanna ai lavori forzati.  Il canonico Elli, per la sua età e per la sua malferma salute, ha la fortuna di essere destinato ai lavori sedentari.  Saprò poi che, dopo visite su visite, riuscirà a farsi ricoverare nel reparto invalidi e che, a liberazione avvenuta, rivedrà la sua Bologna, dove chiuderà i suoi giorni nell'ottobre 1948. Presento domanda di essere accettato come infermiere, ma, naturalmente, ricevo un netto rifiuto. Come può essere altrimenti? Una spia americana, un membro dell'Intelligence Service, un capo partigiano, un protettore di ebrei, un salvatore di non meno di venti prigionieri inglesi e americani, ha già segnata la sua condanna: i lavori forzati! 
La mia nuova destinazione è Gross-Raming, a 30 chilometri da Mauthausen, una succursale di questo centro di barbarie.  Le stesse direttive, le stesse crudeltà, gli stessi soprusi, talvolta compiuti con duplicata raffinatezza dai soliti arrivati, che vogliono ad ogni costo segnalarsi agli occhi dei superiori per zelo particolare e cieca obbedienza.  Si lavora dodici ore di giorno e dodici ore di notte, a turni quindicinali. I primi quindici giorni trasportiamo terra con le carriole. È un lavoro pesante. Alla sera (o al mattino), abbiamo le braccia indolenzite e trasciniamo le gambe come pesi morti. Lavoriamo senza zoccoli, per non sciuparli, e le piante dei piedi molte volte sanguinano. I nostri aguzzini ci sono continuamente alle costole. lo, che ho ancora la faccia tumefatta dai pugni e dalle nerbate, che ho prese a Mauthausen pochi giorni prima della partenza, sto bene in guardia, per non buscarne una seconda dose. Ma ogni precauzione è inutile. Basta il più piccolo involontario mancamento, per scatenare l' insensata bestialità dei nostri guardiani.

 
Della descrizione della vita nel lager si omettono i passi più crudi per rendere fruibile la pagina anche ai più giovani

….. Ora strappa un orecchio, poi l'altro, poi altre dita delle due mani e dei piedi, mentre il paziente grida con voce lamentosa: "O Jesu! O jesu!" Infine la belva (cane) fa strazio di quel povero torso sanguinante, sventrandolo e divorandolo con famelica avidità. Si ripete davanti ai nostri occhi la scena del circo di Nerone. E noi dobbiamo assistere allo spettacolo fermi, attenti, senza dare alcun segno di disgusto o di disapprovazione. Al malcapitato, che si azzardasse di farlo, toccherebbe la stessa fine del polacco. La scena del polacco ci ha impressionato tutti e l'idea di finire in quel modo è diventata un'ossessione per molti, già indeboliti dai disagi e dalle paure continue.
Oggi, 12 Agosto (1943), due giorni dopo quello spettacolo orribile, un giovane si è lanciato contro i reticolati, attraversati dalla corrente ad alta tensione, ed è rimasto fulminato sul colpo. Temo che il suo gesto non resterà isolato. Ormai la vita è diventata insopportabile qua dentro! Anch'io temo di non farcela più a resistere. È il 15 Agosto. La grande festa della Madonna Assunta. Oggi mi hanno tempestato di calci e di pugni per un quarto d'ora consecutivo. Un guardiano mi dava un ordine e un calcio. Subito dopo, un altro guardiano mi ripeteva un ordine contrario e mi assestava un altro calcio. Così per un pezzo, finché tutt'e due mi hanno investito brutalmente, caricandomi di percosse fin che hanno voluto. Oh, molto meglio morire, piuttosto che continuare così! Con quanta invidia ho veduto passare, proprio stamattina, la corriera blu, che portava al crematorio la tua piccola salma, o caro Don Turci! Avevi 65 anni e ti vedevo spesso piangere e pregare. Forse non riuscivi a spiegarti come mai, per aver dato alloggio a partigiani e ad inglesi fuggiaschi, anch'essi, poveretti! creature di Dio, bisognose di aiuto e di conforto, tu dovessi essere sottoposto a così disumano castigo! Sei morto con quest'enigma nel cuore. Trascorro altri due o tre giorni discretamente, tanto che io stesso mi meravigliavo di quell'improvvisa bonaccia e mi tenevo pronto alle ulteriori prove, che non sarebbero di certo mancate. E, difatti, non mi ingannavo....

Il 25 Marzo, giorno delle Palme, mi chiamò di nascosto il sacerdote polacco, per regalarmi un litro di minestra calda di ceci e un pezzo di pane. Mangiai alla svelta, per non essere scoperto dai guardiani, ma, subito dopo, mi colse un attacco terribile di dissenteria. Corsi al gabinetto, lasciando la porta semiaperta. Ciò bastò perché il sorvegliante dei gabinetti - un russo indiavolato - mi si precipitasse addosso, investendomi con pugni ed insulti. - Tu essere ebreo? - mi domandò, quando si fu calmato. - No! - Tu essere italiano? - S1. - Ah, tu essere pope! ... Tu essere italiano un americano!. .. Oh, sapere, sapere! ... E con una mano fingeva di accarezzarmi, mentre con l'altra mi diede sulla faccia un pugno così violento, da ribaltarmi. Quando fui in piedi, riprese con voce ironica: - Ah! bravo ... bravo maccaronì.,; Pardon! ... Niente volere fare Kaputt. - Tese di nuovo la mano per accarezzarmi e, nel frattempo, mi colpì con il pugno all'imboccatura dello stomaco. Poi corse a chiamare il capo-baracca - un altro russo non meno indiavolato - il quale arrivò, urlando e bestemmiando, e, dopo avermi coperto di percosse, tentò di infilarmi nel buco del gabinetto, insudiciandomi di sterco da capo a piedi ...

 

... Don Sante, dopo l'episodio a  fianco narrato,  viene messo nel settore dei contagiosi anticamera della morte. Gli vengono spezzate le gambe, ma la sua condizione di non malato e un provvido dottore Cecoslovacco lo rimetteranno presto "in sesto".  Ogni giorno in questo settore alle 7 del mattino vengono rastrellati i cadaveri della notte, 30/40 al giorno che in breve nella seconda quindicina di aprile (1945) raggiungeranno la cifra di 700 per giorno. Per l'assistenza ad un ebreo ormai morente  subirà  le ultime angherie prima che il Terzo Reich vada in fumo.

I sopravvissuti sovietici

Cade l'aquila di MauthausenSoltanto la mattina del giovedì santo mi domandano se è morto. Prima di portarlo via, mi regalano due ceffoni e alcuni sputi, gridandomi: - Anche tu krematorium - Ma la loro speranza va in fumo. Per la polvere di carbone, datami dal dottore cecoslovacco, per il sego che non mangio, per l'acqua che non bevo, la diarrea diminuisce e, proprio il venerdì santo, cessa del tutto. Il dottore, venutomi a visitare con un altro medico, mi trova guarito e propone che io sia ricondotto all'infermeria comune. Il capo-baracca non vuole assolutamente e continua a trattarmi da cane, ma non si verifica nessuna ricaduta nel male e, il giorno di Pasqua, il dottore viene a prelevarmi con il cartellino regolare e mi fa condurre alla baracca-ospedale. Iddio mi ha salvato dal crematorio! Quel giorno ci distribuiscono un pezzo di pane, che contiene circa il 20 per cento di grano. Sembra che questo trattamento speciale debba durare almeno per tre giorni; invece, il lunedì stesso, si ritorna al razionamento ordinario. Il mese di Aprile ci fa presentire imminente la disfatta germanica. Ogni giorno, ogni notte, provengono laceri, sfiniti, gruppi numerosi di prigionieri, sfollati dai campi, già occupati dai russi e dagli americani. Essi ci raccontano lo scompiglio, che regna fra i tedeschi. Molte SS tengono pronto l'abito borghese. Massacri in massa. Verso la metà di Aprile, i forni crematori non riescono più a smaltire le cataste di cadaveri. Bisognerà ricorrere ai sotterranei. Là ce ne stanno a sufficienza. Un po' di terra, un po' di calce viva: non occorre altro!!! All'avvicinarsi della catastrofe, i nazisti perdono ogni senso morale. …La notizia che gli americani sono arrivati, mette nel campo un fermento indescrivibile. I prigionieri corrono all'impazzata verso il carro armato da ogni settore del lager. Sono poveri cadaveri ambulanti, la maggior parte nudi, alcuni coperti di luridi stracci, che destano una compassione infinita, con quel loro gesticolare festoso. Vorrei correre anch'io, ma l'estrema debolezza me l'impedisce. Debbo restare sul pagliericcio, in preda a una crisi di pianto, mentre il cuore, con i suoi battiti furiosi, sembra che misi spezzi da un momento all'altro. Sarebbe il colmo della beffa, morire nell'atto stesso, che sopraggiunge la tanto sospirata liberazione. Una volta ancora, la mia fibra d'acciaio sventa l'insidia della morte. Dalla mia cuccia posso osservare quello che avviene all'esterno.
Da una macchina statunitense, giunta in questo momento, discendono il medico e il cappellano militare. Questi apprende dal monsignore polacco la mia presenza nel campo. Un sacerdote italo-americano, in condizioni quasi disperate! Si precipita nella mia baracca; mi trova sulla terza branda dell'alto letto a. castello. Quando sente che sono nativo dell'Illinois e precisamente della cittadina di Higland Park, non nasconde un gesto di sorpresa. Chiama subito il dottore; tutt'e due mi tolgono amorevolmente dalla branda. mi fanno sedere sopra una seggiola di legno.  Ma non riesco a tenermi su. Allora mi sostengono, mentre comandano a un tedesco di servizio, che ha evitato il linciaggio per essersi dimostrato meno disumano con noi, di portarmi una camicia e un paio di mutande. Egli si affretta a recare i primi indumenti che trova, ma sono sporchi e stracciati, e il medico glieli getta in faccia. Corre a cercare di meglio. Questa volta la camicia va bene, ma le mutande mancano di una gamba e non tanto pulite. Le indosso ugualmente. Così, in condizioni più presentabili, sono condotto fuori della baracca-ospedale, fra il colleghi osannanti. I francesi intonano la Marsigliese. Mi mettono sulla bilancia, davanti alla porta dell'infermeria. Peso 38 chilogrammi! Prima della prigionia superavo gli 80! Sempre davanti a quella porta, fanno scattare l'obiettivo di una macchina fotografica. Prorompo in lacrime, ma il cappellano mi fa coraggio. - Sarà una documentazione inoppugnabile! - mi dice. Servirà anche questo per la buona causa. Subito dopo, sono fatto adagiare soavemente nella bella macchina, mentre il cappellano mi dà zolle di zucchero, per ristorarmi. Si esce a grande velocità da quel campo maledetto. Accanto al convento, vi è una chiesetta. Esprimo il desiderio di entravi. Il medico e il cappellano vogliono parlare con le suore, per indurle ad accogliermi nel monastero, fintanto che io non sia rimesso in salute. Mi affidano perciò all'autista il quale, sorreggendomi col braccio attraverso la vita, mi introduce nella bella chiesetta. Bagno la mano tremante nell'acqua santa e voglio provare a camminare da solo, ma, nel piegarmi per la genuflessione, cado bocconi a terra. Il soldato corre a sollevarmi. Appoggiato a lui, mi avvicino lentamente all'altare. Salgo con estrema fatica i due gradini e bacio la mensa. Per un istante, come in una pellicola cinematografica, mi passa davanti la. breve scena della mia vita: gli anni precedenti la prigionia, quasi ignari della sventura e del pianto; la prigionia nelle sue fasi più drammatiche; l'improvvisa liberazione ... Tutto mi pare un sogno. Mi guardo le mani, le braccia, le gambe; vedo il mio viso macilento riflesso nella dorata porticina del tabernacolo, e scoppio in un pianto dirotto, mentre ringrazio Gesù, la Vergine, le Anime Purganti, per l'assistenza, che mi hanno prestata. Il soldato accorre, vuole ricondurmi fuori, ma le mie mani sembrano incollate all'altare. Non riesco a staccarmene. Ho ritrovato la vita!!! - DON SANTE BARTOLAI

 

Il pomeriggio dell'8 maggio 1945 i carri armati americani irrompevano nel campo di sterminio nazista di Ebensee, succursale del maggiore e più noto campo di Mauthausen. Li seguiva un'automobile statunitense da cui discesero un medico ed un cappellano militare i quali, dietro segnalazione di alcuni internati, si diressero prontamente verso una delle baracche in cui, steso sopra un "castello", sfinito ed impossibilitato a muoversi, giaceva in stato preagonico un sacerdote italo-americano, deportato politico: il cappellano di Palagano, don Sante Bartolai nato ad Highland Park, contea di Lake, Illinois (U.S.A.) il 1° aprile 1917, da Angelo e da Lucia Manfredini da S. Anna Pelago (Mo).

Ebensee gli ultimi morti

Dopo la guerra Don Sante è nominato parroco di Savoniero e lì rimane fino alla morte avvenuta nel 1979.

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