IL BRIGAND DI CAMPER & NICHOLSON

 

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Un'Intervista a Pasquale de Gregorio

 

 

 

http://www.barcaavela.it/libri/intervista%20a%20pasquale%20de%20gregorio.htm

Pasquale de Gregorio incarna uno dei sogni che molti di noi hanno riposto nel cassetto: mollare tutto e diventare velista a tempo pieno. Qualcuno per dedicarsi ad un giro del mondo in barca, qualcun'altro come Pasquale per cimentarsi nelle più accanite e difficili regate in solitario intorno al mondo. Quello che più mi ha colpito di Pasquale de Gregorio durante l'intervista è la sensazione di come un uomo "normale" abbia fatto delle cose eccezionali e quindi di come certe scelte e risultati siano alla nostra portata se solo ci impegnamo a fondo. L'altra cosa che mi ha colpito di Pasquale è che secondo me rappresenta l'essenza del vero marinaio: semplice, diretto, anche quando ti racconta delle onde che gli sommergevano la barca nell'Oceano Pacifico a settanta nodi di vento.

Pasquale, come e quando è iniziata la tua passione per la vela?

Al contrario di molti velisti, la mia passione è iniziata relativamente tardi, dopo i trent'anni. Ho frequentato i corsi di vela di Caprera, prima con i classici Vaurien e Caravelle e poi con barche più grandi per le crociere nell'arcipelago. A questo punto mi sono comprato la mia prima barca a vela, un Brigand 7,50, di 7 metri e mezzo. Era una barca molto marina, disegnata dallo studio  Camper & Nicholson, uno degli studi inglesi più antichi e competenti. Ricordo che avevo comprato la versione "regata" del Brigand, con la quale iniziai a navigare in solitario ed a fare le prime vere crociere.  Con le prime crociere ho iniziato ad assaporare cosa fosse veramente la vela, sai i corsi servono ad apprendere la tecnica, ma solo quando inizi ad andare per mare per conto tuo inizi a capire cosa significhi andarsene per mare con una casetta come un guscio di lumaca, tracciare tu la tua rotta e andare dove più ti fa comodo.

Quando hai deciso che era ora di cambiare vita?

Lavoravo in Banca d'Italia, ero un avvocato apprezzato e conducevo la vita normale e tranquilla di ogni impiegato, con il vantaggio nel mio caso di un posto sicuro e di una buona posizione. Mano a mano che con la barca acquistavo più esperienza e mi divertivo di più, mi rendevo conto che quella vita non era proprio quello che volevo. Riservare alle cose che i piacevano di più uno spazio limitato per inseguire dei miti, la carriera, i soldi, la posizione, che non sentivo miei mi lasciava sempre più un senso di vuoto. A quel punto ho preso la fatidica decisione, appena possibile avrei mollato tutto e mi sarei dedicato a tempo pieno a quello che veramente mi piaceva fare. Il piano era quello di mettermi in pensione il prima possibile e, con la prospettiva di non avere problemi economici, potermi dedicare alla vela. Ne informai i colleghi in Banca d'Italia che sulle prime rimasero molto scettici "Non si lascia un posto come quello in Banca d'Italia per andarsene in giro in barca" era la risposta più frequente. A quel punto la mia vita è cambiata, la meta era chiara e tutto il tempo libero a disposizione era finalizzato ad accumulare maggiori esperienze sul mondo delle regate, sulle barche, sulla navigazione d'altura.

Oltre al Brigand quali altre barche hai avuto?

Subito dopo il Brigand ho comprato un Comet 9,10 in versione guscio semi finito che poi completai con gli interni e le rifiniture che mi sembravano migliori. Quella esperienza mi aiutò molto a familiarizzare con i materiali, la resina, ad apprendere meglio i metodi costruttivi e come adattare una barca alle proprie esigenze. Quando nacquero i miei due figli il Comet divenne troppo stretto e quindi feci il gran salto: mi comprai il guscio di un Gran Scia 50, completamente vuoto. Era una barca disegnata da Sciarrelli, di 15 metri, che in due anni e mezzo dovetti allestire completamente per poter essere in grado di prendere il mare. Con lo Scia 50 feci le mie prime regate d'altura, la 500X2 ad esempio. Visti i successi avuti nelle regate decisi di cambiarmi barca e mi comprai Gilma Express, un ULBD sempre di 50 piedi, anche in questo caso nella versione guscio semifinito. Era una barca dal baglio stretto, non molto potente, ma con la possibilità di raggiungere velocità molto elevate grazie al bordo libero basso ed alla grande leggerezza. Con Gilma Express partecipai ad una serie di regate open, alla 500X2, all'Adria's Cup, e poi nell'88, l'anno nel quale andai in pensione, all'Around the World Rally, il giro intorno al mondo in flottiglia organizzato da Jimmy Cornell. Il giro era organizzato come una regata ed io con Gilma Express vinsi 9 tappe su 10 in tempo reale, arrivando terzo in tempo compensato.Al ritorno da questa regata prende in me l'idea di cimentarmi in prove più impegnative come ad esempio la Vendee Globe. Il resto poi è storia corrente ed è descritto nel libro "Oceani ad ogni costo": la partecipazione alla regata, l'avventura, le tempeste, il ritorno ad casa. 

Che consiglio potresti dare ad un crocerista come me con il sogno di affrontare l'Oceano?

Anzitutto di navigare. Un barca come la tua (una vecchia Alpa 9) può andare dappertutto, perlomeno in Mediterraneo. Navigando ed acquistando confidenza con la barca ci si diverte sempre più e si fa una esperienza. Per l'oceano secondo me una formula interessante sono questi giri organizzati in flottiglia: ci sono molte barche, è divertente, è più sicuro che navigare da soli.

Quali sono state le condizioni peggiori che hai incontrato in mare?

Le condizioni più difficili le ho trovate negli Oceani del sud, vicino al Capo di Buona Speranza, quando ero già nei quaranta ruggenti. Planavo a 20-25 nodi di velocità con soltanto una minuscola trinchetta fuori.  ll vento era arrivato a 55-60 nodi e quando arriva l'onda ti ritrovi inclinato a 70-80 gradi, praticamente con l'albero in acqua. La barca in queste condizioni sembrava diventata un sommergibile: era completamente avvolta dall'acqua fintanto che l'onda non avesse esaurito la sua spinta.

Qual'era l'assetto di vele in queste condizioni?

A partire da 35-40 nodi viaggiavo con la trinchetta e la randa con 3 mani. Se le previsioni erano stabili continuavo così, anche se a con questa combinazione spesso mettevo il boma in acqua. Se invece le previsioni tendevano al peggioramento allora ammainavo la randa. Tieni presente che il problema non era tanto il vento quanto piuttosto lo stato del mare. Ad ogni onda la barca si inclinava, il boma andava in acqua ed i 70 metri quadri della randa si riempivano d'acqua, creando delle sollecitazioni enormi. L'altro motivo buono per ammainare la randa era che fino a 40 nodi si ammaina con difficoltà, oltre diventa veramente difficile: con le crocette acquartierate bisogna andare all'orza di molto, aspettare che si scosti dalle crocette, farla venire giù metro per metro, insomma un inferno. Nelle condizioni più estreme lasciavo fuori soltanto la bugna di rinforzo del fiocco, circa 2,5 -3 mq. di vela e con quella planavo riuscivo ad andare a 9-10, velocità sufficiente a far lavorare gli autopiloti.

Nonostante le rotture a cui sei stato soggetto come giudichi Wind?

Ho costruito Wind da solo, su disegni di Umberto Felci e secondo me nonostante le avarie, il sovrappeso dell'albero, le trasformazioni cui è stata soggetta, si è rivelata assolutamente splendida e solidissima. Un barca veramente indovinata.

 

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