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La storia è racconto attraverso i libri

I testi che accompagnano la presentazione sono in genere quelli diffusi dall'editore, dalla libreria o da critici che vengono indicati

34

Prima parte                                    Seconda parte>>>>>

Trizzino, nato a Bivona nel 1899 fu pilota fino alla fine degli anni ’30. Nel 1938 Trizzino fu costretto ad abbandonare l’aviazione ed entrò nel campo del giornalismo, divenendo critico militare durante il II conflitto  in vari giornali tra cui “Il Tevere” ed “Il tempo”.

 

Navi e poltrone di Antonino Trizzino - Longanesi & C.
1a edizione gennaio 1953

  Prima di addentrarci in ulteriori spiegazioni sul caso Trizzino-ammiragli, (vedi terza parte), è bene chiarire il significato e la valenza di alcuni termini della vicenda e del libro che nelle pagine finali riporta il famoso attacco a Supermarina e S.I.S (servizio informazioni militari della Marina), definite quinte colonne all’interno della difesa italiana dell'epoca. Il libro parimenti contiene tantissime (la prevalenza) pagine dedicate al sacrificio degli equipaggi e alla professionalità, ma anche accuse alla inettitudine, al disonore e all'ambivalenza dei comandi che furono la vera causa della incriminazione e del rinvio a giudizio di Trizzino.
Mi colpì, scrive l’ammiraglio Andrew Cunningham, il fatto che mentre gli italiani nel complesso dimostravano poco spirito di iniziativa (comune) sul mare, riuscissero tanto bene in azioni individuali. Certamente essi avevano uomini capaci delle imprese più ardite.
Trizzino venne condannato e solo in appello parzialmente assolto dalla motivazione della sentenza. Il fatto che non scontasse la pena gli derivava dall'ennesima amnistia. Che in Italia esistessero dei traditori era comunque cosa nota e logica. Non esistevano solo da noi, c’erano in Germania, in Francia, in Inghilterra etc.. L’accordo armistiziale del settembre '43 e il successivo trattato di pace definiva queste posizioni. art. 16: « L'Italia non incriminerà né altrimenti perseguirà alcun cittadino italiano, specialmente gli appartenenti alle forze armate, per avere tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate o aver condotto un'azione a favore di detta causa».

From the Ashes of Disgrace, di Franco Maugeri (ammiraglio) e Victor Rosen - Reynal & Hitchcock, New York 1948:

 "L'inverno del '42-'43 trovò molti di noi, che speravano in un'Italia libera, di fronte a questa dura, amara, dolorosa verità: non ci saremmo mai potuti liberare delle nostre catene, se l'Asse fosse stato vittorioso". E poco più avanti esplicita in maniera definitiva tale concetto: "Più uno amava il suo Paese, più doveva pregare per la sua sconfitta nel campo di battaglia... Finire la guerra, non importa come, a qualsiasi costo".

  Supermarina era l’organo che allo scoppio della guerra sovrintendeva a tutte le operazioni navali, una specie di sala dei bottoni in cui si concentravano tutte le informazioni. Stava a Roma sul lungotevere Flaminio ed aveva a disposizione dei bunker sotterranei in caso di incursione aerea. Si trasferì alla stazione radiotelegrafica sotterranea della Marina, in località Santa Rosa sulla via Cassia (20 km fuori Roma) alla dichiarazione di Roma città aperta (e smilitarizzata). Rimase in funzione fino al 12 settembre 1943 e venne riattivata a Brindisi dove si era trasferito il capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio De Courten, con il governo Badoglio. Chi ne era a capo? Gerarchicamente, toccava al CSM della marina, nel 1940 l'ammiraglio Domenico Cavagnari. Ma poiché egli era anche sottosegretario (e in pratica il ministro della Marina, perché il titolare era Mussolini superimpegnato), capo di Supermarina era in effetti il sottocapo di SM. Negli ultimi due anni di guerra, allorché a capo della flotta in mare fu prima l'ammiraglio Angelo lachina e poi l'ammiraglio Carlo Bergamini, divenne sottocapo di S.M. l'ammiraglio Luigi Sansonetti.

Recensione ufficiale: Durante la seconda guerra mondiale, l'Italia aveva un esercito fiaccato dall'emorragia di mezzi causata dalle guerre di Etiopia e di Spagna, ma aveva ancora una marina militare in efficienza, che invece rimase quasi sempre ferma nei porti, magari a farsi bombardare passivamente come avvenne a Taranto. Poco dopo la fine della guerra, il libro di un ex ufficiale dell'aviazione, Antonino Trizzino, "Navi e poltrone", documentò la connivenza con la Gran Bretagna del Ministero della Marina Militare italiana dell'epoca (che allora si faceva chiamare pomposamente Supermarina). Antonino Trizzino fu anche assolto in un processo intentatogli per calunnia a causa delle sue accuse. Successivamente è venuta alla luce l'appartenenza di molti ammiragli alle logge massoniche anglofile.

  Ora, nel 1953, quando si dette inizio alla causa, il titolo di spia era un punto di merito sancito dalle leggi  e sicura patente di antifascismo. A Trizzino al massimo poteva andare la medaglia del pamphlet da panegirico adulatorio. Diverso il caso di tutti gli altri tirati in ballo almeno (senza prove come del resto tutto il libro che all’epoca era un’opera indiziaria) con l’etichetta di incapaci e pusillanimi*. Questi naturalmente reagirono e reagirono male anche perché erano ancora in servizio attivo in uno dei pilastri della Nato, la diga anticomunista che si avvaleva ora di molte delle ex menti dei passati regimi. Cosa spingesse lo stato italiano a tenere comunque in servizio degli incapaci non è dato a  sapere, ma non era o sarà la prima volta. Chi non reagì, lo era per un motivo molto semplice: era inabissato (incoscio) con le navi tradite. Le accuse di Trizzino nel tempo vennero sì stemperate ma anche comprovate da nuovi autori. Aggiungiamo noi che all'epoca (1952) non si conosceva l'esistenza della macchina Ultra che decodificava la tedesca Enigma, ma anche delle intercettazioni tedesche che rovesciavano la situazione e non si considerava quella miriade di canali informativi o disinformativi tipici del costume italiano e le spie vere e proprie con tanto di patente che non assursero mai agli onori della cronaca.

da Angelo Martelli "Una sigaretta sotto il temporale" 1988:  Sospettato n°1:La massoneria di osservanza inglese

E' enorme, disse Mussolini, che funzionari di altissimo grado frequentino le logge, informino le logge, prendano ordini dalle logge. Non v'è dubbio che le istituzioni più gelose dello Stato, quelle che amministrano la Giustizia, quelle che educano le nuove generazioni e quelle che rappresentano le forze armate, che devono essere ad ogni momento pronte alla difesa della Patria, hanno subito e subiscono con alterna vicenda, l’influenza della massoneria. Ciò è inammissibile, ciò deve finire.

  ....... Un episodio riconduce,  se pur attraverso una ricostruzione congetturale,  all’intervento massonico nella vita pubblica e politica italiana.  Omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti: La Corte d’Appello di Roma stabilì che i mandanti furono Cesare Rossi, Giovanni Marinelli, Filippo Filippelli, e che gli esecutori furono Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo  Augusto Malacria e Giuseppe Viola. L’elemento dal quale non si può prescindere per restare in un minimo di chiarezza, è che il delitto Matteotti non fu premeditato; sono troppi e banali gli errori in cui gli autori sono incorsi per farsi scoprire e individuare. Si doveva trattare di un avvertimento odi una “lezione”, molto in voga a quei tempi con o senza olio di ricino, ma la reazione del deputato Matteotti ha portato, quelli che poi sono divenuti i sicari, ad un agire incontrollato che ha appesantito la mano sino ad ucciderlo.  L’aspetto massonico della vicenda è abbastanza pesante e vistoso posto che le due massonerie italiane, quella di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù, si accusarono a vicenda di partecipazione al delitto. Occorre, a questo punto, considerare che i mandanti del sequestro Matteotti, così come furono indicati dall’accusa durante il processo, erano Rossi, Marinelli e Filippelli, tre massoni di Piazza del Gesù; il capo della banda, Amerigo Dumini, che aveva assolto al collegamento tra mandanti e sicari, apparteneva anch’esso alla massoneria. Egli, dopo l’adesione alla loggia giustinianea di Firenze e dopo esser servito da gorilla, nelle elezioni del 1921, al Gran Maestro aggiunto di Palazzo Giustiniani, Giuseppe Meoni, candidatosi nel “Blocco Nazionale”, era passato alla massoneria di Piazza del Gesù.  La congettura o l’ipotesi della presenza massonica nel delitto Matteotti, oltre a validi moventi fra cui quello destabilizzante del nuovo regime politico fascista, venne riproposta da una lettera anonima spedita da Torino direttamente a Mussolini:
La morte, anzi la soppressione di Matteotti — scriveva l’ignoto estensore — fu decretata a Palazzo Giustiniani; vuoi le prove? Fa frugare sotto un falso piano di un tavolo e troverai i documenti relativi: il tavolo trovasi in una piccola camera trascurata a destra entrando. Bisognerebbe fare presto perché sabato sera di notte fu discusso della distruzione dei documenti o del loro invio al Grande Oriente di Francia per ottenere il rimborso del pattuito delitto. È la lettera di un maniaco? Non si sa; sta di fatto che anche su questo oscuro episodio vi è l’ombra della massoneria che avrebbe potuto trarre vantaggio dal malumore nazionale e dal momento di sbandamento della credibilità popolare in Mussolini.   La massoneria, è di origine anglosassone e non si può escludere a priori che gli amici sui quali l’ammiragliato inglese “poteva contare”, presso il nostro Supermarina e di cui parlò lo stesso Maugeri nel suo libro («From the ashes of disgrace» fu pubblicato solo in America
), fossero legati proprio dal “cordone” massonico. In realtà con il pluralismo confessionale delle logge, la massoneria prescindeva dalle singole religioni e dalle nazionalità per cui in certo qual modo si poneva al di sopra di esse per costruire la cosiddetta “Cattedrale laica della fraternità”. Non si tratta, tuttavia, di una fraternità disinteressata e pastorale posto che si impone dove esiste lo stato di necessità e dove il potere pubblico è controllato da affiliati. ….. Ma la legge di Mussolini del ’25 voleva si conoscessero nomi e indirizzi degli affiliati e un bel giorno l’elenco con 916 nomi, indirizzi e verbali di giuramenti, oltre a rubriche e altro, finì nel carteggio riservato della segreteria del Duce. Fra questi nomi vi erano anche quelli di Farinacci, l’on. Edoardo Torre di Alessandria, l’on. Alessandro Groppali di Cremona, il generale dei bersaglieri Sante Ceccherini, l’on. Arrivabene di Mantova, Terzaghi di Milano, l’on. Ernesto Tartusio, il gen. Ugo Clerici, il presidente Raimondi, il prefetto di Trapani, Giuseppe Gallicano, Giuseppe Lanza principe di Scalea già sottosegretario alla guerra nel V Ministero Giolitti, il conte Luigi Lusignani di Parma, il generale Emilio Giampietro, l’on. Umberto Gabbi e tanti altri. Di Roma facevano spicco nell’elenco i nomi di Edmondo Rossoni, Alessandro Melchiorri, Giuseppe Mosconi console della milizia, e di Tommaso Tittoni presidente del Senato.  Il 3 gennaio 1925 nell'assemblea dei gran capi massonici, il generale Luigi Capello (comandante della II armata diretto superiore di Badoglio al XXVII C.d.A. quello o quelli con la massima responsabilità a Caporetto ) condannava i “Fratelli” che avevano tradito i loro ideali di libertà, aderendo al Fascismo. Il generale era molto attivo nelle relazioni massoniche internazionali che abbinava ad una notevole attività antifascista, tanto da essere considerato come il capo ideale di eventuali iniziative militari contro il regime. Ebbe molti incontri con gli oppositori di Mussolini e, tra questi, come accertò la polizia, parecchi con l’ex capitano degli Alpini, Tito Zaniboni. Questi, il 4 novembre 1925, veniva arrestato mentre si apprestava a sparare a Mussolini. Il Tribunale Speciale fascista condannò a trent’anni Tito Zaniboni, il generale Capello e altri a pene minori. 

Il tema del libro viene trattato in 6 capitoli di indagine indiziaria di cui tre fuori dalla sezione ma raggiungibili da

Cap. 4 La notte di Taranto e la beffa di Genova  in Storia

http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/40/taranto.htm

Cap. 5  Franco Maugeri nei personaggi http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/personaggi/maugeri.htm

Cap. 6, nelle schede, la sentenza http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/trizzino.htm

I brani tratti dal libro sono in verde

  Al posto della massoneria nacquero i Rotary, a cui il re prestò la  presidenza onoraria.  Ciò che egli aveva cercato di cacciare dalla porta, gli rientrava dalla finestra. Gramsci, ..  una massoneria senza i piccoli borghesi e senza la mentalità piccolo  borghese, dove l’elemento arcaico e ritualistico è stato superato nel nome di un efficientismo di elite rivolto alla produzione. Di qui l’adesione di agrari, industriali e del potere pubblico. Molti dei 20.000 massoni italiani degli Anni Venti entrarono nei Rotary. Alla fine del fascismo, quando Mussolini si ritirò nella repubblichina di Salò e cercava una spiegazione sulla sua ingloriosa fine, dalle carte del controspionaggio repubblichino uscì fuori quella che fu considerata la prova schiacciante che dimostrava come la sua rovina venisse proprio da quelle forze (ebrei e massoni) che era convinto di aver distrutto.  Si trattava di una lettera firmata da Badoglio, anch’esso grande massone, in cui sbrigativamente era stato scritto: In ogni modo, nel caso che i tedeschi estendano in Italia la loro occupazione militare, resta fissata la realizzazione delle ultime direttive impartiteci dal Grande Oriente di Londra.  Provvederò  io stesso a stabilire i contatti con tutti i fratelli che verranno smistati nei rispettivi posti (25 luglio). Peccato,  scrive il Mola nella sua Storia della Massoneria Italiana,  che quella prova clamorosa, quel documento inequivocabile del tradimento di Badoglio, sia poi risultata clamorosamente falsa!. Non si può affermare che il tradimento degli alti comandi, ai danni di chi navigava e del Paese, fosse di matrice massonica perché non se ne conoscono prove concrete, ma nessuno può negare l’esistenza di un movente più che valido. L’altro movente, ispirato sempre alla sopravvivenza della massoneria, riconduce alla lotta contro la chiesa e in particolare contro la Curia Romana che ne era l’espressione, ma sul piano pratico fu tenuta in serbo perché il governo fascista, ormai unico difensore del Cattolicesimo, avrebbe colpito duramente qualsiasi espressione massonica; questa lotta si evidenziò in tutta la sua spregiudicatezza solo nel 1945 quando, dopo la morte di Mussolini, e la Chiesa fu sull’orlo della capitolazione. .. La massoneria non si attiene ad una dottrina sistematica e definita, né tanto meno ad una rigida regola filosofica, anche se dice di predicare la fratellanza, per cui la vita e l’opera di un massone non si inquadra in una norma predeterminata né essa può in alcun modo considerarsi l’immagine, l’identità della massoneria stessa. Non potrebbe essere diversamente posto che il massone si regola di volta in volta secondo interesse proprio o dell’organizzazione e in modo quasi aristotelico, nel senso che può trovare conveniente oggi quello che aveva giudicato sconveniente ieri. 
     
Da Gran Loggia regolare d’Italia Unica Obbedienza Massonica Italiana  Riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra:

Leone XIII, 8 dicembre 1892 «la massoneria (...) nemica ad un tempo di Dio, della Chiesa e della nostra patria».
Antonio Gramsci alla Camera, maggio 1925 discussione del d.l. per la soppressione della massoneria «la
massoneria in Italia ha rappresentato l' ideologia e l' organizzazione reale della classe borghese capitalistica».

  Storicamente non si può certo dire che la Massoneria italiana abbia ostacolato la nascita del fenomeno fascista, anzi, non pochi storici asseriscono il suo ruolo determinante nella presa di potere da parte del fascismo. I rapporti tra il Fascismo e la Massoneria quindi, almeno inizialmente furono tutt’altro che conflittuali. Quando i vertici della Massoneria si riunirono a Palazzo Giustiniani per l’installazione del Gran Maestro Domizio Torrigiani, che succedeva ad Ernesto Nathan, la simpatia manifestata dai presenti nei confronti del movimento fascista fu evidentissima. Solo successivamente, nel percorso che porterà dal “Fascismo Movimento” al “Fascismo Regime”, si determinerà, oltre ad una interessante evoluzione nell’approccio al materiale mitologico, nell’utilizzazione dei simboli e nella realizzazione dei rituali fascisti, quella inevitabile degenerazione dei rapporti con la Massoneria, che ne determinò la successiva persecuzione….. I rapporti di Mussolini con la Massoneria furono contraddittori. Inizialmente, egli tenta di diventare massone e chiede l’iscrizione alla Loggia Romagnosi di Milano, che fu rifiutata. Erano gli anni della prima guerra mondiale: pareva che già nel 1905, a Lugo di Romagna, Mussolini avesse invano presentato domanda alla Loggia Rinancini, e poco dopo, Losanna, sempre con lo stesso risultato. L’ostilità di Mussolini nei confronti della Massoneria comincia a delinearsi già nel 1914 quando, ancora socialista, al Congresso di Ancona del partito si scagliò contro la Massoneria, facendo votare un ordine del giorno che diceva: “Può darsi che il massonismo tenda all’umanitarismo. Ma è tempo di reagire contro questa infiltrazione. Anzi è il solo e unico problema. Non possiamo confondere il nostro umanitarismo con l’altro umanitarismo, elastico, vacuo, illogico, propugnato dalla Massoneria.”… Dopo che la commissione dei Quindici, nominata per far luce sulle logge e presieduta da Giovanni Gentile, aveva emesso un giudizio perentoriamente sfavorevole nei confronti della Massoneria, con un voto a scrutinio segreto, il 19 Maggio 1925, veniva approvato dalla Camera il disegno di legge presentato il 12 Gennaio 1925, e successivamente, il 22 novembre 1925 esso divenne legge.

Conseguentemente divenne obbligatorio, per i dipendenti dello Stato, dichiarare non solo se appartenevano ma anche se avessero mai fatto parte di associazioni segrete. Di certo l’allontanamento di funzionari pubblici legati alle Logge costituiva un passaggio obbligato nell’instaurazione del regime fascista. Con questo atto, la Massoneria era virtualmente fuori legge. Il 22 novembre Torrigiani emise mestamente un comunicato dove si rendeva noto lo scioglimento di tutte le Logge.

 

Di Badoglio massone così parlava Cadorna.

Fu proprio il suo Corpo d'armata (27°) che fu sfondato di fronte a Tolmino, perdendo in un sol giorno tre fortissime linee di difesa e ciò sebbene il giorno prima (23 ottobre 1917) avesse espresso proprio a me la più completa fiducia nella resistenza, confermandomi ciò che già aveva annunciato il 19 ottobre al colonnello Calcagno, da me inviatogli per assumere informazioni sulle sue truppe e sui suoi bisogni. La rotta di questo Corpo fu quella che determinò la rottura del fronte dell'intero Esercito a Caporetto. E il Badoglio la passa liscia! Qui c'entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito. E mi pare che basti per ora!". (Le altre influenze erano della monarchia). (Ib. pag. 133).

*Aver voluto preservare si legge ancora nelle motivazioni della sentenza d’Appello del processo Trizzino-Ammiragli le navi da battaglia per destinarle  a compiti più  nobili e decisivi fu una inutile cautela perché mai, ad eccezione del breve scontro di Punta Stilo, i nostri massimi calibri si misurano con quelli nemici e gli incontri furono evitati per eccessiva prudenza anche quando la netta superiorità  delle nostre forze avrebbe potuto assicurarci il successo. La flotta italiana non intervenne neppure quando la guerra investì il suolo della Patria e l’unica occasione che le si presentò fu di consegnarsi due mesi dopo, a Malta. Tanto valeva buttarsi nella mischia e usarle una ultima volta quelle navi che poi dovevano finire in parte pignorate per insolvenze ministeriali, in parte vendute come ferro vecchio e in parte cedute al nemico in conto riparazioni.

* 67 alti ufficiali erano sposati con donne straniere, quindi facilmente avvicinabili; due importanti ammiragli - Mario Farangola, alla guida dei sommergibili, e Vittorio Tur, titolare d'incarichi molto delicati - avevano mogli inglesi, mentre due capitani di vascello destinati a una folgorante carriera, Brivonesi e Alberto Lais, erano coniugati con un'inglese e un'americana.

  ... Sembrava che, con le incessanti perdite di navi mercantili, la sfortuna si accanisse contro la nostra bandiera; ma non si trattava di sfortuna. La colpa era del tradimento che si annidava nei massimi gradi della marina. Da sempre filomonarchica e filobritannica, questa forza armata aveva nei suoi quadri un gran numero di ufficiali ostili al regime. A molti di loro, poi, un regolamento cervellotico e una dirigenza politica troppo accomodante avevano consentito di restare in servizio pur avendo sposato donne straniere. Gli ufficiali in queste condizioni erano, tra esercito e marina, qualche centinaio. Sposato con un’americana, l’addetto navale italiano a Washington, capitano di vascello Alberto Lais, vende agli americani il cifrario della marina. Il generale Carboni, responsabile del servizio spionaggio dell’esercito, figlio di un’americana dell’Alabama, è un esperto nella disinformazione. Oltre a gonfiare sistematicamente le forze del nemico, ha l’opportunità di inserire elementi a lui graditi nelle varie strutture militari. Ed ecco che a Tolone, nella delegazione della Commissione Armistiziale con la Francia, troviamo l’ammiraglio Vittorio Tur, di padre francese e sposato a un’inglese, il quale, attraverso la resistenza francese, passa informazioni a Londra. In questo nido di traditori faceva da cerniera Enrico Paolo Tur, fratello dell’ammiraglio, già compagno di accademia a Livorno dell’ammiraglio De Feo che capeggia la Commissione di Armistizio. Non può essere un caso che, quando viene programmato l’attacco a Malta, il comando dell’operazione sia affidato proprio all’ammiraglio Tur. Alle sue dipendenze, alla guida di una delle divisioni che dovranno sbarcare, la Friuli, c’è di nuovo il generale Carboni, il quale semina pessimismo e si muove per sabotare l’azione. Dopo il rinvio sine die dello sbarco e l’occupazione della Francia "libera" seguita all’invasione alleata del Nord Africa – novembre ’42 – troviamo il Tur al comando della piazzaforte di Tolone. In questa stessa città, nel giugno ’43, il fratello dell’ammiraglio viene finalmente colto con le mani nel sacco dal nostro controspionaggio. Il responsabile dei servizi, generale Amè, si presenta con Senise, capo della polizia, al cospetto di Mussolini e gli mostra i documenti sequestrati al contatto francese di Enrico Paolo Tur. Visto che i traditori sono marinai, il Duce passa i documenti al controspionaggio della marina, senza sapere che lì c’è il capobanda delle spie, l’ammiraglio Maugeri. Quanto all’ammiraglio Tur, invece di essere prudenzialmente messo in fortezza, viene trasferito al comando marittimo del basso Tirreno, con giurisdizione sulla Sicilia, proprio dove gli alleati sbarcheranno il mese successivo. Hanno saputo, guarda caso, che la flotta italiana, per l’occasione, non si sarebbe mossa per ostacolarli. Per le benemerenze che abbiamo ora ricordato, la spia Enrico Paolo Tur fu riammesso in servizio e gli fu concessa, nel dopoguerra, la pensione della marina militare (Libretto n. 397016)... dal -il franco tiratore-
(sospetto è la negatività che propizia la sconfitta in questo caso il contrario). Navi e poltrone Trizzino pag.10:  Sospettato n° 2: Il siluro e la motobomba

Corriere della Sera - Sergio Romano -  lettere al Corriere

... Trizzino ha uno stile secco e incisivo, ha lavorato sulle fonti disponibili (ndr: all'epoca) e, soprattutto, non ha peli sulla lingua. Non sopravvaluta la potenza della flotta italiana e conosce i grandi meriti di quella britannica. Ma crede che il rapporto di forze rendesse possibile un migliore equilibrio e punta il dito contro il vertice della Marina. Alcuni ammiragli sono esplicitamente accusati di codardia. Ma il capo d'accusa più grave è spionaggio e tradimento. L'autore non può fornire documenti e individuare precise responsabilità, ma è appassionatamente convinto che soltanto informazioni provenienti da Supermarina abbiano consentito agli inglesi di mettere a segno alcune delle loro operazioni più brillanti. E crede che soltanto l'ipotesi del tradimento possa spiegare la passività e la lentezza della nostra flotta in circostanze in cui un rapido intervento avrebbe potuto contrastare efficacemente i piani del nemico. La prova indiretta, sempre secondo Trizzino, è in un libro dell'ammiraglio Franco Maugeri, capo del Sis (Ufficio informazioni della Marina), apparso dopo la guerra. Nel libro si legge tra l'altro la frase riportata in testa a questa colonna

  Dopo la sconfitta, nel luglio del 1947, durante un processo militare a carico del generale Valle, venne alla luce un rapporto segreto presentato a Mussolini, nell’aprile del ‘41, dal sottosegretario di stato all’aeronautica del tempo, generale Pricolo. Questi spiegava che la mancanza di aerosiluranti era dovuta alla « scarsa fiducia nella specialità, considerata meno efficace e di minor rendimento delle bombe ». A questi argomenti se ne aggiungevano altri ancora. E il primo era che non c’era convenienza ad acquistare siluri, perché con la stessa spesa si poteva avere un numero di bombe di gran lunga maggiore. « Un siluro per aerei non potrà costare certo meno di 150.000 lire, senza il costo dell’esplosivo. La bomba da 500 kg, compreso l’esplosivo, non costa che 4.000 lire. E mentre con 150.000 lire si portano 150 kg di esplosivo, con 4.000 lire se ne portano 240; ben 90 in più. Quindi, invece di 100 siluri, che costerebbero 18.000.000, è più conveniente acquistare 30 velivoli da 500.000 lire l’uno, 1.000 bombe da 250 kg (2.500 lire l’una) più 123 bombe da 500 kg (a lire 4.000 l’una). » Quest’ultima fu la tesi-base esposta nel numero di marzo 1934 della Rivista Aeronautica da uno dei più alti rappresentanti dell’aviazione, che si celava sotto lo pseudonimo di Vultur. A questa tesi se ne aggiungevano altre che consideravano avvilente l’uso dell’aereo in marina. Era una vecchia ruggine ancor buona della incomunicabilità e cooperazione interforze. Non cambierà quasi nulla fino alla fine della guerra. L’Italia già dal '34 aveva dei siluri perfezionati che altri anche a conflitto iniziato non ebbero. Le spie fecero di tutto per avere notizie e il nostro alleato tedesco ne ordinò 300. Sempre Valle: « Avevo, dopo lunghi anni di esperienze, condotte a Guidonia e a Fiume (siluruficio aeronavale Whitehead) dal ‘35 al ‘38, creato un siluro aereo, che era riuscito a funzionare anche lanciato da ottanta metri (gli inglesi dovevano scendere a toccare l’acqua e lanciavano da più lontano) » . Un lancio da ottanta metri, è un fatto che basta da solo a convincere dell’efficacia della nuova arma qualsiasi persona competente. Le autorità aeronautiche avevano « la costante preoccupazione che Io sviluppo dei reparti aerosiluranti, tanto appoggiato dalla marina, portasse, dato il mezzo in cui essi dovevano agire, alla dipendenza dalle forze navali ». In parole povere, poiché gli aerosiluranti erano destinati a compiere lavori similari a quelli dei mezzi navali, si temeva che passassero agli ordini degli ammiragli. Nel suo rapporto del 1940, Pricolo lamenta che gli studi e le esperienze dell’aerosilurante siano stati da tempo abbandonati; ma non dice che nessun capo dell’aviazione, a cominciare da lui, spese una sola parola contro quell’abbandono. Le bombe pesanti presupponevano di avere squadriglie di bombardieri e obiettivi da bombardare. Noi a Londra non saremmo mai arrivati e il bombardamento in mare da certe altezze a confronto era più impreciso e improbabile di una vincita al Superenalotto.

LA MOTOBOMBA

top secret

1) Tutti gli oggetti lanciati con paracadute sono da prendere sotto il fuoco delle mitragliere delle navi .
2) Sulle navi debbono essere approntati gruppi di fucilieri
3) Approntare reti per il recupero dei siluri che, a causa del cattivo funzionamento, rimangono in superficie...
4) Ancorare barconi ed imbarcazioni intorno alle navi per protezione [...].

Verso la metà degli «anni trenta» sia la Società Whitehead di Fiume che il Silurificio Italiano erano riusciti a mettere a punto siluri navali da 533 mm (tipo nuovo) capaci di sviluppare 50 nodi per la corsa da 4,000 metri e siluri da 450 con velocità di 42 nodi sulla corsa di 3,000 metri. Gli acciarini di cui erano dotati tutti i siluri italiani erano del tipo «universale a pendolo», ovvero ad urto diretto dell'arma contro la carena nemica (con un limite operativo di 15 gradi e 5 nodi). Tale tipo di acciarino rimase quello «standard» per quasi tutta la durata del conflitto; solo nel 1942 cominciarono ad essere introdotte in servizio armi, soprattutto da 450 mm., dotate di acciarino magnetico. Nella stessa epoca cominciarono ad essere impiegati dai sommergibili italiani anche siluri elettrici tipo «G.7e» da 533 mm. con acciarino magnetico ceduti dai tedeschi; si trattava di armi «senza scia» articolarmente efficienti disponibili però in quantitativi molto limitati.

SM82

  Così gli inglesi la descrivevano dopo i primi impieghi (considerati deludenti dagli italiani che non avevano quasi ricognizione per controllarne gli effetti) del giugno 1941 e l’ultimo dell’agosto del 42 (Spartivento) in una direttiva top secret ai comandi marittimi della Cirenaica, dell’Egitto e del Mar Rosso:
Descrizione delle bombe - Il nemico impiega piccoli siluri con moto rotatorio contro navi nei porti. Essi vengono lanciati con paracadute da una altezza di circa 180 metri [...] Il siluro si muove o sulla superficie o al di sotto di questa … con spostamento automatico del timone di direzione ogni 4 minuti …. due spolette e dispositivo per l’autoaffondamento al termine della corsa. Misure precauzionali: vedi a fianco<<<<<<
La motobomba FFF, dal nome dei suoi creatori (Freri ex bersagliere già inventore del paracadute Salvador, Filpa Fiore) derivava dal siluro elettrico  navale
(dopo un breve percorso rettilineo in acqua eseguiva una rotta a spirale che andava sempre più espandendosi;
un’arma particolarmente adatta contro formazioni navali serrate e grossi convogli o rade portuali), del conte Elia. Il “siluro Elia”, trasformato in bomba d’aereo, giungeva in acqua rallentato nella discesa da un paracadute agganciato al corpo centrale dell’arma. Una volta in acqua, entrava in funzione un sistema di propulsione costituito da un motore elettrico alimentato da batteria a secco che poneva in rotazione un’elica spingente poppiera. Il motore da 3,5 hp imprimeva all’arma una velocità di 6 m/s (circa 12 nodi) per una durata variabile fra i 15 e i 30 minuti. Disponeva di una carica di 120 kg di esplosivo; il diametro del corpo della bomba era di 500 millimetri ed il suo peso totale di 360 kg.; per questo motivo la designazione completa dell’arma fu Mb.FF (120-500-360). Già prima dello scoppio della guerra la funzionalità di questa bomba era stata messa in forse, da esperimenti malriusciti e dalla impossibilità di avere bombardieri a largo raggio, per arrivare ad Alessandria e Gibilterra (dall’Italia). Un solo tipo di velivolo aveva un raggio di azione sufficiente, l’SM82 (marsupiale), ma di questo aereo erano stati approntati solo pochi esemplari per le necessità del trasporto. In tutta la durata del conflitto furono prodotte per la Regia Aeronautica circa 500 bombe, ma ne furono impiegate meno.

I tedeschi chiesero di poter avere una presentazione dell’arma in Germania e l’allora T.Col. Freri si recò a Travemùnde, sul Baltico, sede del centro sperimentale della Luftwaffe, per gli opportuni accordi. La presentazione fu poi effettuata nel golfo di Lubecca ed ottenne pieno successo, tanto che le autorità germaniche chiesero di poter acquistare un certo numero di bombe prodotte a Roma dalla Ditta Contin. Fu in breve stipulato un accordo in base al quale i tedeschi potevano acquisire 2.000 bombe Mb.FF a condizione che fornissero alla ditta le necessarie quantità di materiali definiti strategici e rari. I tedeschi, per parte loro, acquistarono 2.000 motobombe ed insignirono il colonnello Freri della onorificienza dell’Aquila Imperiale. La ditta Contin già dall'inizio del 43 riforniva quindi i tedeschi che usavano le bombe italiane per colpire Tripoli in mano inglese, dopo il 24 gennaio, poi Algeri e Bona (Algeria) per colpire il naviglio alleato sbarcato sulle coste del Nordafrica. Quando gli americani sbarcarono in Sicilia anche Siracusa venne colpita con queste bombe. A Bari i tedeschi, nel dicembre 43, colpirono navi cariche di agenti chimici e fu un disastro.

I silurifici operanti in Italia nel 1940 erano tre: Silurificio Whitehead di Fiume dal 1860
Silurificio Italiano di Baia-Na in attività dal 1915
Silurificio Motofides a Livorno dipendenza di Fiume dal 1937. Complessivamente, dal 10.6.1940 all'1.9.1943, furono impiegati 546 siluri nel 1940, 1,185 ne1 1941, 1,600 nel l942, 350 nel 1943

L'utilizzo di siluri su idrovolanti (Cant. Z 506) visse il lasso di tempo di notorietà che questi ebbero dopo le trasvolate. 

Seconda parte>>>>>

 

  Da navi e poltrone di Trizzino: Era stato sempre un problema insolubile apprestare la quantità di siluri che sarebbe stata necessaria a volta a volta. Si andava avanti in aeronautica con quelli che prestava la marina, la quale, d’altra parte, non nuotava tanto nell’abbondanza da indursi alla prodigalità. Il maresciallo Cavallero, volenteroso intermediario tra marina e aviazione, accenna sovente nel suo diario alle fatiche che gli toccava compiere per armare un minimo numero di aerosiluranti. Ai primi di agosto del ‘41, egli fece appello alla marina per una maggiore considerazione dei bisogni dell’aviazione, ma si sentì rispondere che nei magazzini non c’erano siluri in soprannumero e che 40 in corso di allestimento sarebbero stati pronti soltanto tra il dicembre e il gennaio, « mentre il problema è agosto (di quest’anno) », annota sfiduciato Cavallero. Poi probabilmente qualcuno si commosse alle sue insistenze ed egli, infatti, può annotare in data 12 agosto 1941: « Riccardi comunica che di 28 siluri di cui dispone ne darà dodici all’aeronautica). Francescamente si divideva il poco che c’era. Spesso i siluri della Sicilia erano mandati con aerei da trasporto agli aeroporti dell’ Egeo e da qui magari rispediti in Sicilia e poi in Sardegna, seguendo gli spostamenti delle navi nemiche, perché erano i soli disponibili e con essi si doveva far fronte a tutte le necessità. I pochi siluri che si riusciva a racimolare bastavano appena all’attività di un giorno o poco più, e spesso l’indomani non ce n’erano altri. Così si spiega come azioni in pieno sviluppo, di cui già si delineava il successo, non potessero essere né intensificate né continuate. « Se continuasse l’azione - scriveva Cavallero mentre gli aerosiluranti erano impegnati a mezzo giugno 1942 - saranno presto esauriti i siluri della Sicilia e della Sardegna. Sono in corso lavori per apprestare cinque siluri che sono a Roma, mentre la ditta conta fornirne altri 5 entro due giorni. » Entro due giorni, mentre il problema richiedeva una soluzione immediata. A piccole dosi, dunque, arrabattandosi alla meglio, dal principio della loro attività fino all’agosto del ‘42, gli aerosiluranti della Sicilia riuscirono a lanciare complessivamente 83 siluri !!!!, quelli della Libia 80, quelli del1’ Egeo 134 e quelli della Sardegna 195: in tutto 492 siluri in due anni!
Le operazioni navali che si svolsero nel Mediterraneo dimostrarono abbastanza presto che gli scontri tra unità di superficie, sebbene spettacolari, raramente avevano effetti decisivi e che il controllo del mare veniva assunto da chi era in grado di imporre la propria supremazia aerea. Tutto ciò fece si che il peso della lotta gravasse sempre più sulla Regia Aeronautica. Il 27 Agosto 1940 il Ten. Buscaglia eseguì la prima azione aerea con il siluro contro unità nemiche in navigazione e da quel momento i reparti aerosiluranti (stranieri e italiani) divennero il più temibile mezzo di offesa. Intanto il Reparto Sperimentale Aerosiluranti, costituito a Gorizia all’inizio del 40, venne equipaggiato con il Savoia Marchetti SM.79, il "Gobbo Maledetto", che pur non essendo espressamente studiato per l’impiego aerosilurante, era un aereo robusto, veloce e maneggevole, un vero gioiello della tecnica. L’anno dopo andò un po’ meglio (9 centri pieni) ma 14 perdite. Alla fine della guerra le statistiche diranno che ogni equipaggio compiva in media tre missioni prima di essere abbattuto dalla contraerea. Il lancio avveniva, di norma, ad una velocità di 300 km/h alla quota di 30-40 m, in queste condizioni il siluro entrava in acqua con una inclinazione di 30° e dopo essere sceso 10 m sotto la profondità di regolazione si stabilizzava in 160 m sul percorso subacqueo stabilito. da regiamarina: Adattato da "Le Armi delle Navi Italiane Nella Seconda Guerra Mondiale" di Erminio Bagnasco Edizioni Ermanno Albertelli -