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Argentina: da 30 anni con la Madri di piazza di maggio

Quando arrivo nel centro di Buenos Aires sono circa le nove di sera ed è già calata l'oscurità. Nel tragitto che devo percorrere a piedi per raggiungere l'albergo dove alloggio mi si presenta una scena abbastanza scioccante: a tutti gli angoli delle strade ci sono uomini e donne, per lo più molto giovani, che frugano tra l'immondizia. Il primo pensiero è di incredulità: che fa questa gente? Poi penso tra me e me che tutto questo è più o meno normale in una metropoli, per di più sudamericana: i poveri ci sono dappertutto. Arrivato in albergo dimentico tutto e mi preparo per l'incontro del giorno seguente con Hebe de Bonafini.

Bebe


La sede dell'associazione "Las madres de Plaza de Mayo" è in pieno centro di Buenos Aires, proprio di fronte al palazzo del congresso. La sede vera e propria dell'associazione si trova all'interno di un "Caffè letterario" che ha anche una biblioteca annessa con testi di vario genere, dalla letteratura argentina fino ai saggi sulla situazione politica attuale. All'ora prevista per l'incontro vengo accolto da una signora molto gentile che fa da segretaria a Hebe: anche questa signora è sicuramente una madre che ha perso il proprio figlio al tempo della dittatura militare. L'ufficio di Hebe è piccolo, stracolmo di libri, fotografie e manifesti. Hebe mi accoglie con cortesia, seduta dietro un'ampia scrivania . Quando mi chiede di presentarmi, io le dico che sono un membro di Amnesty International e che le porto i saluti e la solidarietà di tutti gli amici e i compagni della sezione italiana di Amnesty. Non faccio in tempo a rivolgerle la prima domanda sul tempo trascorso da quel primo giovedì del 1977 che Hebe comincia a parlare con una carica e una passione che mi lasciano esterrefatto. Ecco: quello che più mi colpisce di Hebe è la sua incredibile combattività che percepisco dal tono della sua voce e da ciò che mi racconta. La prima cosa che mi dice è che i responsabili della scomparsa dei suoi figli, e dei figli delle altre madri, sono ancora in circolazione. Però le madri non vogliono dimenticare né perdonare: perciò oggi chiedono giudizio e castigo per i colpevoli e carcere per gli assassini. Le madri dell'associazione non vogliono avere a che fare con simboli di morte. Loro si battono per la vita: i loro figli sono morti però tornano in vita con la lotta delle madri. Non a caso i fazzoletti che le madri portano sul capo hanno ricamata una scritta molto significativa: "Aparicion en vida de los desaparecidos" (apparizione in vita degli scomparsi). A ribadire che la lotta delle madri è per idee che "parlano" di vita e non di morte, Hebe mi racconta che in questi anni l'Associazione è riuscita a creare questo Caffè letterario, una libreria, una biblioteca e anche una università con tre corsi e più di duemila iscritti. Al termine dell'incontro Hebe mi da appuntamento al pomeriggio per marciare assieme alle madri in "Plaza de Mayo": oggi infatti è giovedì.( testo e foto di M.Gaibazzi)

Madres di Plaza de Maio

 

 

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L'orgoglio di lottare per ciò in cui credevano i nostri figli desaparecidos

Hebe de Bonafini*

 

Mi hanno chiesto di scrivere che cosa sento, oggi, quando penso che sono Madre di Plaza de Mayo.
Prima di tutto, e in ogni caso, sento che sono madre. E cosa significa essere madre?
Per me è un amore immenso per la vita, è la passione che ho vissuto insieme al mio unico compagno, il padre dei miei figli. È la tenerezza di allattare per tanti mesi i miei tre figli e, insieme a loro - visto che avevo sempre tanto latte - altri bambini del mio quartiere, El Dique.
Per quarant´anni sono stata madre e moglie. Quando i miei figli maggiori cominciarono la loro militanza rivoluzionaria, il mio cuore cominciò a battere in modo diverso e cominciai a capire tante cose e ad abbandonare l'egoismo che è proprio di ogni madre.
Quando i miei figli cominiciarono a non tornare a casa la domenica all'ora di pranzo, quando nel patio si facevano lunghe riunioni che finivano con canti che non conoscevo, ho dovuto passare dal tango Uno al Gallo Negro, Gallo Rojo e alle canzoni di Víctor Jara.
Per me, essere madre ha significato accogliere nel mio grembo i miei bambini e farli nascere, e poi accoglierli di nuovo - nel mio grembo e nel mio cuore - quali militanti rivoluzionari. Loro, che si nutrivano dei libri di Mao, di Marx, del Che, della chiesa del Terzo mondo.
Così, lentamente, cominciai ad avvicinarmi alla nuova vita che era entrata nella mia casa, portando con sé tanti giovani. Ma un giorno terribile, fatale - avevo da poco compiuto 49 anni - sequestrarono il mio figlio maggiore.
Tutti mi conoscevano come Kika Pastor - il mio nome da nubile -; finché una telefonata non mi annunciò che mio figlio Jorge era scomparso. In quell'istante diventai Hebe de Bonafini.
Fu nel febbraio 1977 che - molto scossa - misi per la prima volta piede nella Plaza de Mayo e conobbi Azucena e María Adela. Entrambe produssero un forte impatto su di me. La piazza diventò per me l'alimento indispensabile per sopportare il dolore, la rabbia, l'amarezza. Comunicare con le compagne ci dava serenità; quando ci incontravamo, ci abbracciavamo a lungo l'un l'altra, finché - parlando - non cominciavamo a marciare. Com'è successo? Quando? Sai qualcosa? Sempre le stesse domande.
Essere «Madri di Plaza de Mayo» è oggi il nostro orgoglio più grande, è fare quello che i nostri figli volevano fare.
È nella Plaza de Mayo, nella «nostra» piazza, che si produce l'incredibile miracolo della resurrezione. È sempre lì che, ogni giovedì, da trent'anni, alle 15.30, ci troviamo con loro.
Essere «Madre di Plaza de Mayo» è sentire che i miei figli mi hanno «partorito» alla lotta, che tutti coloro che lottano sono i miei figli.
Ogni sera sento le loro voci, i loro canti, i loro passi all'alba, i loro andirivieni, le prove teatrali che facevano al Nacional, e vedo la pila dei loro libri, la loro università... sempre vita e ancora vita!
I miei primi viaggi all'estero, gli incontri con le donne e con gli uomini del mondo intero per raccontare urlando quello che accadeva in Argentina. Cercare la forza e il coraggio per pubblicare, in piena dittatura, un bollettino che dopo diventò un periodico. Organizzare il caffé letterario, l'università popolare, la libreria, la biblioteca, la casa editrice, la radio e, da sei mesi a questa parte, costruire case nelle villas miserias, prima nella Ciudad Oculta, dopo a Los Piletones, adesso a Lugano. È anche così che facciamo la rivoluzione: insieme a donne e uomini che ricostruiscono la loro vita lavorando e lottando per un'abitazione dignitosa. Le mense, la scuola materna, presto le scuole, le nostre prime scuole elementari. La missione «Sueños compartidos» ha a che vedere con loro, con i nostri figli rivoluzionari.
Essere «Madre di Plaza de Mayo» è una lotta di amore condiviso; il nostro fazzoletto bianco è il loro abbraccio e quello della piazza; marciare ogni giovedì è per noi partorire vita ogni settimana.
Ogni giovedì è diverso, unico. Ad ogni marcia, continuiamo a dare vita ai nostri figli, con il latte tiepido e nutriente che non finisce mai: quello della lotta per la vita che sconfigge la morte. Una passione disperata è sempre nel mio cuore, quella che culla trentamila fantastici, unici e meravigliosi giovani che hanno dato la vita per il loro popolo, per un paese migliore, più giusto e solidale.

*Presidente dell'Associazione delle Madres de Plaza de Mayo


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ultimo aggiornamento 06 Dic. 2010