Impariamo ad usare linguaggi rispettosi.
A proposito del neologismo "diversabile"
Credo sia molto importante denunciare come nell'anno europeo dedicato alla persona-cittadino disabile si stia creando un'ulteriore barriera.
Questa è in apparenza meno visibile, ma è più subdola, perché nella novità maschera una visione negativa e separante proprio della persona che, invece, si vorrebbe aiutare a essere parte integrante della complessità della vita sociale.
Nel corso degli anni dal termine minorato si è passati a quello di handicappato, poi di disabile ed ora si parla di persona con abilità diverse. Per quest'ultima definizione riduttiva e generica come tutte le definizioni relative alla persona, si è recentemente coniato il neologismo, quasi un barbarismo, diversabile. Ci chiediamo se questo termine avrà mai la dignità per essere inserito nel famoso Vocabolario della Crusca, ma procediamo oltre.
Se è vero che ogni questione è una questione linguistica, come affermava il filosofo con esperienza d' insegnamento Ludwig Wittgenstein, allora l'uso del nuovo termine si presta ad alcune considerazioni.
La prima è che esso si presenta come un 'economia di pensieri, definizione del fisico Ernst Mach, ossia si usa un termine riduttivo per risparmiare fatica nel dire della complessità, cioè persona-cittadino con abilità diverse.
La seconda è che la parola non tiene conto che ogni persona è un essere unico e irripetibile e che di conseguenza ciascuno ha abilità diverse. Ne segue che tutti, compresi i rappresentanti di stracca pedagogia burocratica e autoreferente, sono "diversabili". Temo che dietro a ciò si mascheri una visione separante, che finirà per proporre percorsi differenziati, rinunciando alla grande conquista solo italiana in Europa di un autentico tentativo d'integrazione scolastica e sociale, occhieggiando magari a modelli finlandesi, speriamo non a quelli della rupe Tarpea.
La terza è che il termine crea un'ulteriore barriera, è, se va bene, un linguaggio per soli addetti che in convegni e tavole rotonde dimenticano la realtà proprio di quelle persone verso le quali dicono di dirigere i loro sforzi per l'integrazione. Infine, sarebbe ora di evitare l'uso di termini separanti, che contribuiscono ad appesantire la vita di quelle persone per le quali la ragione e il cuore si deve adoperare per una migliore qualità di vita.
Forse smettendo di chiamarle con termini differenti, riusciremo a compiere il miglior servizio nell'anno dedicato a favorire l'integrazione, che inizia anche quando si usa un vocabolario adeguato e rispettoso della dignità delle persone!
Italo Francesco Baldo
(Docente di Filosofia presso il Liceo Classico Pigafetta di Vicenza)
L'articolo è stato pubblicato su:
"Il Giornale di Vicenza" in data 5/07/2003 e successivamnete sul
Notiziario "Genitori de La Nostra Famiglia", 10(2003) n.6, p.3 e su
"Realtà Vicentina", XIV(2003), n.10 p. 26.