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a cura di Vincenzo de Simone

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18 novembre 2012. Aggiornamento. Attualmente, Sant'Andrea de Lavina

è parte di una rettoria dipendente dalla Cattedrale che comprende

anche la Santissima Annunziata Minore e Sant'Antonio di Vienne (comunemente nota come Santa

Rita). Da quest'ultima proviene un simulacro della stessa Santa che è stato recentemente restaurato con

la confezione di nuovi abiti e posto

in Sant'Andrea (essendo già presente in Santa Rita una statua della Santa)

in una teca in plexiglas.

 

Sant'Andrea de Lavina

 

La chiesa, anticamente detta Sant’Andrea de Lama, compare in documentazione di attribuzione certa nell’agosto 1084, quando nel suo atrio si redige un atto notarile; ma certamente è più antica, forse di circa un secolo, essendo ascrivibile, probabilmente, all’epoca in cui la sesta dinastia dei principi longobardi di Salerno, iniziata con l’avvento al trono, nel 983, di Giovanni II di Lamberto, promosse la costruzione in città di una serie di chiese, fra le quali la famosa Santa Maria de Domno. Nell’ottobre 1091 Guaimario conte di Giffoni, figlio del duca Guidone, a sua volta figlio terzogenito del principe Guaimario III che fu figlio di Giovanni II, dona alla badia di Cava le porzioni di patronato appartenenti ai suoi genitori di alcuni luoghi di culto, fra cui Sant’Andrea de Lama. Nel maggio 1092 Gregorio, figlio di Pandolfo conte di Capaccio, a sua volta figlio quartogenito del principe Guaimario III, quindi cugino di Guaimario conte di Giffoni, dona la sua porzione del patronato della nostra chiesa a quella di San Nicola de Casa Vetere a Capaccio; in effetti, tale porzione di patronato, appunto tramite la dipendente San Nicola, perverrà alla stessa badia di Cava.

Nella storiografia salernitana, questa chiesa è tradizionalmente confusa, per un equivoco in cui incorse lo studioso Michele de Angelis nell’ormai lontano 1923 a causa di una non corretta interpretazione dell’atto di donazione dell’ottobre 1091, con un luogo di culto omonimo, Sant’Andrea de Plaio Montis, documentata fino all’ultimo quarto del XV secolo. Questo equivoco, poiché quest'altra Sant’Andrea risulta dalla documentazione giunta fino a noi posta a settentrione della porta comunemente detta Rateprandi, più correttamente di Rateprando, portò lo stesso studioso ad immaginare tale porta posta a occidente dell’attuale largo Sedile del Campo, al piede di quella strada che, su proposta di una commissione di cui faceva parte lo stesso Michele de Angelis, si decise di denominare via porta Rateprandi; studi recenti, invece, ne hanno individuato il sito a settentrione del largo Abate Conforti. A questo equivoco, nel 1962, Crisci e Campagna, nella prima edizione di Salerno Sacra, ne aggiunsero un ulteriore identificando la nostra chiesa con una terza Sant’Andrea, dipendenza dell’episcopio di Paestum, sita in Orto Magno e documentata fra il 970 e il 1317.

Caratteristica dell’attività pastorale svolta nella parrocchiale di Sant’Andrea de Lavina era la contemporanea presenza di quattro cappellani curati che alternativamente si assumevano l’onere della cura spirituale dei figliani. Nel 1625 le cappellanie sono ridotte a due.

Il 17 novembre 1812 a Sant’Andrea de Lavina viene annessa la parrocchia soppressa di San Matteo Piccolo; la stessa cosa avviene il 30 settembre 1854 per Santa Maria de Lama; il 21 ottobre 1935 e la volta di Santa Maria dei Barbuti, alla quale era stata sottratta parte del territorio a favore della parrocchia di San Gregorio Magno trasferita nella Cattedrale e unito quello già di Santa Maria de Capite Platearum.

Nel 1946 la sede parrocchiale, resosi insufficiente per l’accresciuta popolazione l’antico luogo di culto, è trasferita nella chiesa del conservatorio della Santissima Annunziata Minore.

 

Alla destra della facciata barocca il campanile del XII secolo presenta quattro ordini, di cui tre con monofore; lo completa un tamburo cilindro coperto da calotta. Il prospetto è scandito da due lesene e concluso da un timpano con oculo sormontato da un fastigio reggicroce. Il portale, a sua volta incorniciato da lesene e concluso da un frontone curvilineo su mensole, è sormontato da un finestrone semicircolare con cornice a stucco. L’accesso avviene tramite un’ampia gradinata delimitata da inferriata e cancello. L’interno, coperto da volta a botte con stucchi romboidali, è concluso dall’abside semicircolare innaturalmente, per una chiesa di origine longobarda, posta verso occidente, fatto che narra di un antico mutamento dell’orientamento; l’unica navata della ricostruzione barocca è affiancata da due ambienti, il sinistro non più che un corridoio, forse residui di un’antica tripartizione. Un arco a sesto ribassato sorregge il coro con la balaustra in muratura decorata da stucchi.

Scavi archeologici hanno permesso il ritrovamento, sotto l'aula attuale, dei resti della chiesa altomedievale.  

 

Per saperne di più. G. Crisci, Salerno Sacra, 2a edizione postuma a cura di V. de Simone, G. Rescigno, F. Manzione, D. De Mattia, edizioni Gutenberg 2001. Su Sant’Andrea de Lavina: I, pp. 75-79. Su Sant’Andrea sopra la porta di Rateprando: III, p. 64. Su Sant’Andrea de Orto Magno: I, pp. 57-58.

Inoltre. Sul sito della porta di Rateprando: V. de Simone, La “forma urbis” prelongobarda e altre questioni di topografia salernitana, in «Rassegna Storica Salernitana», 19, 1993, pp. 191-207; La topografia antica e medievale di Salerno, in «Storia di Salerno», I, 2000, p. 82.

 

 

Ambiente ipogeo, abside con orientamento canonico a oriente.
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