EDITORIALE

La pastorale sanitaria: un banco di prova della fedeltà della Chiesa

di SERGIO PINTOR
         

    Da sempre la Chiesa, lungo i secoli, ha accolto e praticato, anche se in forme diversificate, il mandato del suo Signore: «Andate, annunciate il regno di Dio, curate gli infermi». Nel Vangelo, infatti, appare esplicitamente collegato il compito di evangelizzazione affidato alla Chiesa con la missione di prendersi cura e di guarire i malati (cf Mt 10,1; Mc 6,3; Lc 9,1-6.10-9). Nel compiere questa sua missione la Chiesa si è sempre ispirata al modello di Gesù Cristo, divino samaritano, impegnandosi ad attualizzarne la prassi evangelizzatrice e risanatrice (A. Brusco – S. Pintor, Sulle orme di Cristo medico. Manuale di Teologia pastorale sanitaria, EDB 1999, p. 15 ss.). Gli Atti degli Apostoli testimoniano, come fin dagli inizi, la comunità cristiana si adoperi a favore dei malati (cf At 3,1-11; 9,32ss.; 14,8ss.; 19,11ss.), dei poveri e dei più bisognosi di cure. Un’attenzione particolare viene posta verso i malati e i sofferenti nella consapevolezza che in essi si è identificato lo stesso Gesù Cristo (cf Mt 25). Ad essi la comunità dei discepoli offre solidarietà, cura e consolazione (cf D. Casera, Chiesa e salute: l’azione della Chiesa a favore della salute, Ed. Ancora 1991), senza distinzione alcuna, anche al di fuori dei membri della comunità cristiana.

È evidente come la comunità cristiana delle origini continui la stessa prassi di Gesù, manifestando la forza liberatrice del Regno attraverso segni visibili della misericordia di Dio, quali la guarigione di persone malate. In questo contesto si comprende meglio l’istituzione e il ruolo dei diaconi, e perché l’apostolo Paolo annoveri il carisma della guarigione tra quelli della Chiesa primitiva (cf 1Cor 12,29-30).

Nella storia della comunità ecclesiale appare costante il riferimento alla persona e all’agire di Gesù Cristo, come manifestazione piena della carità e della tenerezza di Dio, con il richiamo al comandamento nuovo dell’amore nel contesto della lavanda dei piedi e al modello del "buon samaritano", con una conseguente azione educativa alla pratica della carità verso i malati e i sofferenti, a partire dai più poveri e deboli. Significativo al riguardo è lo sviluppo dato dai Padri della Chiesa al tema del "Cristo medico", salute dei corpi e salvezza delle anime. Al centro dell’assistenza e della cura del malato vi è la persona umana nella sua totalità-integralità.

«"Se qualcuno – scrive Cirillo d’Alessandria – ha l’anima malata per i peccati, ha il medico, e se c’è qui qualcuno di poca fede, gli dica: Aiuta la mia incredulità. Se qualcuno è anche affetto da infermità del corpo, non sia incredulo, ma si avvicini (egli infatti cura anche queste) e riconosca che Gesù è il Cristo". L’opera guaritrice del Salvatore deve tradursi, attraverso la mediazione dei credenti, in opere di solidarietà verso coloro che si trovano in situazione di necessità fisica e spirituale: "Quando vi riunite qua in chiesa – si legge in Cesario di Arles – ciascuno presenti quello che può da distribuire ai poveri; accogliete i pellegrini e gli ospiti nelle vostre case con grande umanità; offrite loro quanto potete, lavate loro i piedi. Prima di ogni altra cosa, visitate i malati". Ogni gesto di amore solidale verso chi soffre è sostenuto dalla consapevolezza che Cristo è presente non solo nel malato ma anche in chi lo serve. Così rimprovera Antonio abate un infermo che si ribella alle cure: "Non sai che è Cristo colui che ti serve?"» (A. Brusco – S. Pintor, o. c., p. 17).

Questa presenza e vicinanza della Chiesa come carità diffusa, nei confronti delle persone malate e sofferenti, con la pace costantiniana, avrà modo di esprimersi, sia in Oriente che in Occidente, attraverso svariate iniziative. Un decreto del concilio di Nicea (325) richiede che in ogni città vengano costruiti asili o ricoveri per pellegrini, infermi e poveri. Molti vescovi, vicino alle cattedrali e agli episcopi, fanno costruire case di accoglienza per poveri e infermi. Significativa è la costruzione, promossa da san Basilio Magno, di una cittadella della carità, chiamata "Basiliade", presso i sobborghi di Cesarea di Cappadocia a partire dal 373. La "Basiliade" è quasi l’anticipo di un vero e proprio complesso ospedaliero: con una chiesa, un monastero, un ospizio e un ospedale, e con personale sanitario preparato.

Il secolo IV vede uno sviluppo particolare di istituzioni di assistenza e di cura, che potrebbero essere considerate quasi pre-ospedaliere: sorgono alberghi per accogliere pellegrini, viaggiatori ed esiliati; "nosocomi" o case per malati; "orfanotrofi" per bambini privi di genitori; "gerontocomi" o case per anziani. Il primo ospedale costruito a Parigi nel secolo VII viene chiamato dal vescovo Landrio, in termini quanto mai significativi e interpellanti anche per noi oggi: Hotel Dieu (cf Celam, Pastoral de la salud, Santa Fe de Bogotà, 1999, pp. 147-148). Insieme ai vescovi, sono i monaci, sia in Oriente come in Occidente, a promuovere nella Chiesa un’azione di assistenza e di cura sanitaria. La tradizione ospedaliera dei monaci viene, in un certo senso, consacrata dalla regola di san Benedetto, quando ordina di costruire insieme a ogni monastero un ospedale ed esorta i suoi monaci a prendersi cura dei malati e dei pellegrini vedendo in essi la stessa persona di Cristo (San Benedetto, Regula monachorum, C. 31, 42-53).

A uno sviluppo di numerose istituzioni di assistenza sanitaria nel Medioevo – con il sorgere di ordini ospedalieri e confraternite – segue un periodo di crisi in epoca rinascimentale, con una forte caduta di motivazioni e di valori nell’assistenza dei malati. A tale crisi reagiscono molte forze cristiane, come le Compagnie del divino amore e i nuovi ordini ospedalieri, tra cui i Fatebenefratelli, fondati da san Giovanni di Dio (1537) e i Ministri degli infermi, fondati da san Camillo de Lellis (1548). I fondatori di questi due ordini possono essere considerati dei veri e propri riformatori dell’assistenza sanitaria del tempo. San Giovanni di Dio ha sottolineato e praticato il valore dell’accoglienza e della "ospitalità" offerta ai poveri e ai malati più poveri, come veicolo dell’amore redentivo di Cristo.

San Camillo de Lellis è stato definito da Benedetto XIV come il fondatore di una nuova scuola di carità. Egli nella cura verso i malati chiedeva al personale sanitario un atteggiamento materno: «Prima di tutto ognuno domandi grazia al Signore che gli dia un affetto materno verso il prossimo, affinché possa servirlo con ogni carità, così nell’anima come nel corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio assistere tutti gli infermi con quell’affetto che suole un’amorevole madre verso il suo unico figlio infermo» (M. Vanti, Gli scritti di san Camillo, Coletti 1952).

Così come non si può ignorare il contributo di san Vincenzo de’ Paoli con la fondazione delle Figlie della carità: esse hanno reso più visibile nella cura dei malati e dei poveri il volto femminile dell’amore. Su questa scia si andranno moltiplicando gli istituti religiosi impegnati nella cura della salute e della vita. Testimonianze tutte che continuano a interpellare la pastorale sanitaria oggi nelle nostre comunità e a denunciare tante carenze di umanità.

A partire dalla Rivoluzione francese e, soprattutto, con l’avvento dell’Illuminismo, in campo di assistenza sanitaria avvengono profondi mutamenti e un progressivo processo di laicizzazione degli ospedali, con la spinta a un’assunzione delle responsabilità sanitarie da parte dello Stato. Con gli innegabili progressi sociali e scientifici connessi a tali cambiamenti, non si possono ignorare anche i limiti e i rischi: una caduta di attenzione all’assistenza e alla cura dei più poveri; spesso la riduzione dei fenomeni umani e relazionali a fenomeni puramente tecnici; una diminuzione di motivazioni valoriali umanizzanti...

Nei nuovi scenari in cui la Chiesa è chiamata oggi a essere presente e agire, si deve affermare con chiarezza e forza che il suo non è stato e non sarà mai «un servizio sanitario di parte», di semplice supplenza allo Stato e, tanto meno, di concorrenza con altre istituzioni pubbliche o private. La sua è azione "pastorale", cioè attualizzazione dell’agire di Gesù Cristo "buon pastore" venuto a dare vita piena agli uomini, di Gesù Cristo "buon samaritano" venuto a sollevare, con la misericordia e la tenerezza di cui solo Dio è capace, ogni persona umana in condizione di sofferenza.

In questo contesto, si può affermare che «se l’evoluzione dell’assistenza sanitaria e delle sue strutture ha ridotto decisamente il protagonismo della comunità ecclesiale in questo settore, essa però non ne ha spento lo slancio. Viene meno l’opera di supplenza in determinate aree ma cresce in altre – malati cronici, tossicodipendenze, vittime dell’Aids, pazienti in fase terminale... –, dove lo Stato è meno attivo. Stuoli di religiose si inseriscono nell’assistenza dei malati negli ospedali pubblici. Pur cercando di evitare forme di competizione con le istituzioni governative, la Chiesa sottolinea il diritto ad averne di proprie che, modellate sui valori della carità evangelica, svolgano una funzione di esemplarità. Inoltre, il processo di espansione missionaria, reso più facile dai mezzi di comunicazione, apre alla Chiesa i vasti territori del terzo mondo, dove l’assistenza sanitaria diventa uno dei mezzi privilegiati di evangelizzazione. La gestione di opere sanitarie proprie non è l’unica modalità adottata dalla Chiesa per rispondere ai bisogni dei malati. La storia, infatti, registra tutta una fioritura d’iniziative assistenziali; molte di esse ben strutturate, altre più informali. L’attuale volontariato sanitario, un autentico segno dei tempi, pur avendo connotazioni originali, affonda le sue radici in una lunga tradizione. Infine, come dimenticare la quotidiana storia di gesti di carità verso gli infermi, cioè il feriale, il vissuto anonimo della carità, quello che i cristiani comuni hanno fatto per amore del proprio prossimo infermo?» (A. Brusco – S. Pintor, o. c., pp. 22-23).

In definitiva, penso si possa affermare che la Chiesa ha sempre manifestato la sua fedeltà all’insegnamento e al mandato di Gesù Cristo con la sua prossimità alle persone malate e sofferenti, con istituzioni dedicate a tale scopo, con opere di assistenza nelle aree più difficili e di frontiera della Sanità, con significativi contributi nella stessa promozione legislativa degli Stati, con una tenace attenzione e cura verso i più poveri ed emarginati. Anche perché la sua presenza e azione è costantemente motivata, sorretta e purificata dalla consapevolezza di essere sacramento, segno e strumento universale dell’amore gratuito, misericordioso e risanante di Dio verso ogni persona umana.

Quale pastorale sanitaria oggi? Anche se, come si è visto, l’azione pastorale della Chiesa nel mondo della salute è stata variamente intesa e interpretata lungo i secoli, essa è stata sempre caratterizzata da una motivazione fondamentale: dire l’amore di Dio "buon samaritano", in ogni direzione e senza confini, nella prossimità e nella reciprocità di dono con le persone malate e sofferenti. Alla luce di quanto fin qui esposto, la pastorale sanitaria può essere definita come «la presenza e l’azione della Chiesa per recare la luce e la grazia del Signore a coloro che soffrono e a quanti se ne prendono cura. Non viene rivolta solo ai malati, ma anche ai sani, ispirando una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute» (Consulta nazionale per la pastorale della sanità – Cei, La pastorale della salute nella Chiesa italiana). Da questa definizione descrittiva dell’azione della Chiesa nel mondo della salute, derivano anche i suoi obiettivi generali e i suoi principali compiti, che possono essere schematicamente richiamati nei termini seguenti:

a) L’evangelizzazione:
  • interpretare alla luce della fede cristiana i problemi inerenti al mondo della salute, a livello di ricerca scientifica, di tecniche di intervento, di relazione terapeutica, di utilizzazione di risorse;
  • promuovere una cultura della vita e una nuova cultura della salute;
  • aiutare la persona malata, portando la luce della Pasqua di Gesù Cristo e la forza della fede nella situazione di sofferenza che essa vive;
  • sostenere la persona malata con la grazia dei sacramenti, la forza della preghiera, la vicinanza della solidarietà e della carità;
  • aiutare la famiglia e i familiari del malato a vivere nella fede e nella speranza la prova della malattia;
  • aiutare le persone che vivono situazioni anche gravi di disabilità, a ritrovare il senso della vita e la superiore dignità dell’"essere";
  • illuminare e sostenere con la luce della fede il servizio dei diversi operatori sanitari, favorendo una loro formazione professionale ed etica, aperta ai valori fondamentali della persona, della vita, della solidarietà.

b) L’umanizzazione: contribuire a una effettiva umanizzazione del mondo sanitario a tutti i livelli:

  • promuovendo un discernimento cristiano delle situazioni e delle cause di disumanizzazione esistenti;
  • impegnandosi a rendere più umane le relazioni tra personale socio-sanitario e utenti o malati, le strutture ospedaliere o di cura, le istituzioni erogatrici di servizi sanitari, le relazioni tra operatori sanitari, i progetti gestionali-economici-politici...

c) La formazione:

  • formare le comunità, i responsabili e gli organismi di comunione pastorale, e tutti i battezzati al significato della pastorale sanitaria;
  • formare operatori di pastorale sanitaria ai vari livelli nel territorio e nelle strutture sanitarie; formare gli operatori sanitari;
  • formare il volontariato;
  • curare la formazione nelle diverse associazioni di operatori sanitari, di malati o per i malati;
  • promuovere una autentica e solida spiritualità pasquale, una spiritualità del servizio e della speranza;
  • formare cappellani e assistenti spirituali per le strutture sanitarie.

L'opzione preferenziale per i poveri: una sfida permanente e un criterio evangelico. Una delle priorità, nelle attuali situazioni di cambiamento nel mondo e nella cura della salute – sia a livello planetario che in ogni Paese – è data da un’effettiva opzione preferenziale per i poveri nel suo pieno significato evangelico. È una priorità che va affrontata e attuata con molta umiltà, senza parole retoriche o affermazioni astratte, in un cammino di costante conversione al Vangelo. Se la pastorale sanitaria, è l’attualizzazione della prassi evangelizzatrice di Gesù, essa non può non essere rivolta anzitutto ai poveri, destinatari privilegiati della "buona notizia" di salvezza-salute. Non si tratta di scelta ideologica, di parte o di classe sociale, ma di autentica sacramentalità della carità di Dio.

I vescovi italiani, richiamando un testo dell’enciclica Laborem exercens, affermavano: «L’amore preferenziale per i poveri costituisce un’esigenza intrinseca del Vangelo della carità e un criterio di discernimento pastorale nella prassi della Chiesa. Esso richiede alle nostre comunità di prendere puntualmente in considerazione le antiche e nuove povertà che sono presenti nel nostro Paese o che si profilano nel prossimo futuro... Il Vangelo della carità deve dare profondità e senso cristiano al doveroso servizio ai poveri delle nostre Chiese, risvegliando la consapevolezza che questo servizio è "verifica della fedeltà della Chiesa a Cristo, onde essere veramente la Chiesa dei poveri" (Laborem exercens, 8) che nella sua opera evangelizzatrice fa proprio lo stile di umiltà e abnegazione del Signore e riconosce nei poveri e nei sofferenti la sua immagine. Contemporaneamente, alla luce del mistero della redenzione, occorre sempre di nuovo riscoprire il valore attivo e "creativo" di ogni tipo di sofferenza umana e il contributo decisivo che ne scaturisce per la missione della Chiesa e il progresso stesso dell’umanità. Solo la croce di Cristo, senza distogliere dall’impegno a rimuovere le cause della povertà e ad alleviare le sofferenze dei fratelli, può dare risposta e speranza definitive alle povertà e alle sofferenze più radicali dell’uomo» (Cei, ETC 47: Ecei 4/2777 s.).

In un contesto in cui, anche nel mondo della salute, l’economia di mercato sembra dire l’ultima parola, e le persone più povere e fragili rischiano di essere lasciate sole nel territorio e nella loro condizione, è urgente assumere nella pastorale sanitaria della Chiesa, come criterio evangelico, l’opzione preferenziale per i poveri in una cultura di autentica e nuova solidarietà. Solo partendo dagli ultimi e dai più poveri, anche in ambito sanitario, si potrà dire di tendere realisticamente al bene comune e di prendersi cura della salute e della vita di tutti. È importante promuovere, oggi, un’assunzione comunitaria dell’opzione dei più poveri, con un respiro e orizzonte universale, in modo da sviluppare una nuova cultura della salute più solidale e ispirata da una civiltà dell’amore.

Afferma Giovanni Paolo II: «Oggi poi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, di mendicanti, di senza tetto, senza assistenza medica e, soprattutto, senza speranza di un futuro migliore: non si può non prendere atto di queste realtà» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, 42, EV 10/2673). Tutto questo richiede un profondo cambiamento di mentalità in termini di nuova solidarietà, come «determinazione ferma e permanente di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti» (Giovanni Paolo II, o. c., 38, EV 10/2650).

Sergio Pintor

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