LA NAZIONE ITALIANA
Giovedì 6 maggio 1954.

Quarantadue i morti di Ribolla
Ventidue dissepolti e venti sotto le macerie

 

Nostra inchieasta sulle responsabilità
  Un elmetto e una lanterna  ...
  Le sedute del parlamento sospese ...

La tragica lista – Le dolorose drammatiche fasi della lotta impegnata dai soccorritori a duecento metri di profondità – Le prime provvidenze per le famiglie dei caduti del lavoro.

Grosseto, 5 maggio.
I morti sono quarantadue.
Questa l'agghiacciante notizia fornita stasera dai dirigenti della Montecatini.
Ventidue fino a questo momento, recuperati; gli altri venti ancora stretti dall'abbraccio della terra: di minuto in minuto può aumentare il numero di quelli, diminuire il numero di questi, perché il lavoro laggiù, nel ventre di “Camorra”, non conosce sosta.
Finisce così la tragica altalena di cifre alla quale aveva dato il via la mancanza di una comunicazione ufficiale.

L'implacabile nemico.
La lista degli operai che alle sette di ieri mattina erano scesi a “Camorra” nella bocca della morte, l'aveva in tasca il caposquadra Ferioli, il corpo del quale è stato recuperato fra i primi ma così orribilmente ridotto che era assurdo pensare di trovargli ancora in tasca il tragico elenco.
Copia di questo elenco avevano, ovviamente, anche i dirigenti della Società, ma soltanto il Ferioli, che aveva fatto l'appello, poteva sapere se quelli segnati erano davvero scesi tutti laggiù.
È stata necessaria una penosa ricognizione nei molti paesetti della zona che forniscono braccia alla miniera, per la “conta” dei superstiti, per l'inventario delle lacrime.
Ad ogni paese visitato – Ravi, Giuncarico, Tatti, Rocca Tederighi, Sassofortino – si ingigantivano le proporzioni della sciagura fino a diventare quelle che abbiamo detto.
Il disastro di Ribolla nella storia mineraria italiana, viene subito dopo quello del 1940 nelle miniere dell'Arsa: là morirono centonovantatre persone.
Quarantadue morti. Anche se le salme recuperate sono soltanto ventidue non c'è nessunissima speranza di poter fare ancora qualcosa per chi, fino a questo momento, risulta ufficialmente soltanto disperso.
Le troppe ore ormai passate, il gas che ancora infesta la miniera e costringe spesso le squadre di soccorso a fare precipitosi ritorni alla superficie, finché i banchi venefici siano fugati con un sistema di ventole, la tremenda forza dello scoppio che risulta sempre più evidente alle squadre che si avventurano nei meandri sotterranei e trovano per esempio blocchi di cemento di quaranta chili spostati anche di cinquanta metri dalla loro sede naturale, hanno annullato ogni ragionevole speranza, semmai speranza vera vi è stata, per questa gente che sa la forza dell'implacabile nemico di sempre, il grisù.
Quarantadue morti, dunque. Più quattro feriti ricoverati all'ospedale di Massa Marittima, più qualche altro ferito leggero che s'è fatto curare soltanto all'infermeria della miniera.
La squadra che scese giù ieri mattina alle sette era di sessantaquattro operai.
A Ribolla stanotte si è vegliato. Non c'era una finestra spenta: chi non li vegliava sull'orlo del pozzo di “Camorra”, i suoi morti, chi non li vegliava davanti alla saracinesca chiusa del capannone dove le salme, appena estratte, vengono esaminate dal giudice e dai medici, chi non piangeva il più tragico spettacolo del mondo disperatamente proteso sulle bare allineate nella platea del teatrino del paese, proprio sotto il palcoscenico, restava a piangere in casa.
Anche se non era legato a quei morti da vincoli di sangue.
Questi sono morti di tutti.
Le prime tre salme erano state estratte dalla miniera tre ore dopo lo scoppio. Altre otto nelle prime ore del pomeriggio. Poi due quando incominciava a imbrunire, ancora due verso le venti.
Successivamente, le squadre di soccorso avevano incontrato depositi di gas. Il lavoro si era dovuto sospendere per dare aria, liberare il cammino.

Atmosfera ossessionante.
Stamani alle quattro, sono tornati alla superficie altri due corpi. Il lavoro, là sotto, diventa sempre più difficoltoso.
Frane continue di materiale sulla strada dei soccorritori.
In qualche punto, danneggiata dalla esplosione tremenda, anche la galleria principale, quella di carreggio dove scorrono i vagoncini “decauville”, tutta armata in cemento.
All'alba , le speciali lampade dei minatori rivelavano ancora presenza di gas.
Una pattuglia, in quel momento, aveva già scorto il corpo di un'altra vittima.
Ma non poteva andare a prenderla.
Nuova sosta di un'ora.
Poi si riprendeva. Faceva giorno. Il sola abbacina gli uomini che neri, affranti, disperati, lasciano il buio labirinto sotterraneo e vengono a galla.
Il verricello non fa che portare giù legname e legname. Ogni passo avanti le squadre di soccorso debbono contenderlo alla lignite che è rovinata dalle pareti e ha invaso tutto.
A ogni passo, la galleria deve essere riarmata.
La diciottesima vittima sta per essere portata su. L'atmosfera intorno al pozzo si fa ossessionante. Di tanto in tanto, l'urlo di chi ha qualcuno laggiù squarcia il silenzio cupo, riverente: “Maledetta miniera” ruggisce una vecchina consumata dagli anni e dal dolore, che laggiù ha il figlio di trent'anni.
Risponde un altro grido disperato: “Meglio morire di fame”: una povera donna di Sassofortino che laggiù ha il marito; non aveva che lui, la lignite era il loro pane.
Il verricello continua il suo viaggio. Porta giù legname, porta su vagoncini pieni di acqua nera.
Ora squilla il telefono dell'arganista.
Di sotto dicono che stanno portando su la salma. Scende giù una coperta. Stride il cavo di acciaio sulla carrucola, sbuca la piattaforma.
Quattro uomini sporchi disposti a cerchio sostengono verticale un fagotto alto quanto loro. È il diciottesimo morto: Amleto Luschi, di 40 anni, da Giuncarico.
Il medico accorre, accorrono gli inservienti col lettuccio, un telo di balla viene disteso sulla coperta.
L'ambulanza parte, va in paese.

Gas nei cunicoli
Gli uomini della squadra si concedono un attimo di sosta.
Raccontano. Amleto Luschi, l'hanno trovato ritto, appoggiato al terrapieno di lignite. In una mano aveva ancora stretto un paio di pinzette, nell'altra un rotolo di nastro isolante.
Era elettricista. Lo scoppio lo sorprese e lo incenerì mentre stava scavando il terrapieno per raggiungere una ventola da accomodare.
Era in piedi, su una gamba sola: l'altra strappata dallo scoppio. Non l'anno trovata.
Cerchio intorno a un medico dell'INAIL. Dice che moltissimi degli estratti da quell'inferno erano mutilati. A chi mancava la testa, a chi un braccio.
Spiega poi che sono tutti morti nella stessa maniera: nessuno soffocato da una frana. Tutti fulminati dall'esplosione che li ha schiantati dentro e carbonizzati dalla vampata. Morti all'istante: di quelli estratti finora nessuno ha potuto soffrire.
Sono le undici. Arriva da Roma a “Camorra” l'ex presidente del consiglio onorevole Amintore Fanfani.
La sciagura l'ha atterrito.
Si trattiene un momento col dottore, parla con l'ingegnere Rostand, direttore generale delle miniere della Montecatini che sbuca all'aperto in questo momento.
Poi l'onorevole Fanfani va a Ribolla, nel teatrino, a rendere omaggio alle vittime, a porgere una parola di conforto ai loro familiari.
Sul mezzogiorno, i cunicoli sotterranei sono di nuovo proibiti dal gas.
Entrano in funzione le pompe. Il cielo si fa scuro. Nel pomeriggio si scatena un violento temporale che rende l'atmosfera ancora più drammatica.
I lampi solcano il cielo nero. Chi esce dall'inferno del pozzo trova un altro inferno sopra. Tutti gli uomini sono sfiniti dalla stanchezza; le squadre si alternano spesso ma la fatica è troppo grande. C'è gente che non dorme da due giorni.
Sono venuti qui, al lavoro di recupero, i compagni di lavoro, operai e tecnici di tutte le altre miniere della zona nelle quali l'attività è stata fermata in segno di lutto.
Oltre ai tecnici della Montecatini, sono accorsi anche ingegneri del Corpo Minerario i quali dovranno provvedere agli accertamenti. Pel momento, non è stato scoperto nemmeno l'epicentro dello scoppio.
Fa un caldo infernale a quasi trecento metri di profondità e questo accelera il disfacimento dei corpi. Tutti sentono l'urgenza di fare presto. Ma quanto tempo ci vorrà a recuperare le altre vittime?
Nessuno può dirlo perché gli operai non erano tutti insieme, ma a gruppi di due o tre, secondo le esigenze del loro lavoro.
Vengono ispezionati chilometri e chilometri di galleria.
Passa tutto il pomeriggio e la miniera non restituisce niente. Verso le 19, il telefono porta all'arganista la notizia che le squadre hanno individuato altri quattro corpi: due al primo piano della miniera (250 metri di profondità), gli altri due al piano inferiore, quello dove presumibilmente si è verificata l'esplosione (256 metri).
Alle 19,20 viene portato su il primo dei quattro: è tutto gonfio, irriconoscibile. Impossibile per il momento dargli un nome.
Più difficile recuperare gli altri tre: non a poca distanza dal punto in cui si trovano, i soccorritori debbono usare le maschere.
La notizia dei nuovi recuperi, previsti per non molto più tardi, da “Camorra” rimbalza a Ribolla paese ed è un accorrere di gente davanti al garage.
Nell'attesa, lacrime, commenti, ricordi di episodi. Si parla di Ferruccio Petri, uno dei primissimi recuperati. Il primo maggio per la festa del lavoro, era andato a Viareggio con la gita organizzata dalla “Montecatini” insieme ad altri circa quattromila minatori della zona.
Proprio in quell'occasione, ebbe una medaglia d'oro per i suoi quarant'anni di appartenenza alla società.
Scese a “Camorra” martedì mattina portando ancora vivissimo il ricordo della bella cerimonia.
Una vitaccia, ma non ne aveva ancora molto: coi suoi cinquantanove anni, ancora uno e poi la pensione, il riposo, ventiquattro ore su ventiquattro d'aria aperta.
Si parlò del manovale ventitreenne Ildo Turacchi, di Sassofortino. Fra quindici giorni doveva sposarsi con una bella ragazza del paese: era andato domenica a Roccastrada a fare i fogli per le pubblicazioni. Sassofortino – un paese montano di un migliaio di persone che ha avuto sette morti – piange poi Dino Anselmi, un giovanottone di trentasette anni, Alfredo Conti di cinquantacinque, Primo Sebastiani di trentasei che non sono ancora tornati a galla.
E piange per Marcello Testini di trent'anni che domenica scorsa andò a Grosseto a passare la festa, l'ultima festa del suo periodo di ferie che scadeva lunedì; piange per Inerio Gambarelli che aveva appena finito il servizio militare; e pure lui domenica era a spasso per Grosseto a braccetto con la fidanzata. Piange per Enzo Benvenuti. Nemmeno le loro salme sono tornate alla superficie.
Si parla della fatalità che ha colpito tutti i componenti della squadra anti – incendi.
Per le strade di Ribolla non si cammina. È arrivata gente dappertutto e ognuno cerca di darsi da fare per sfuggire all'atmosfera di ossessione.
Chi trasporta le bare di zinco, chi grandi fasci di fiori, chi va a frugare in casa fra le robe della festa cercando qualcosa per vestire i morti.
Frequentissime le scene pietose. Una povera donna è arrivata col torpedone delle cinque e pareva non rendersi conto di tutta quella confusione. È una calabrese. Era andata a Terni a trovare la mamma lasciando i cinque figlioli presso alcuni conoscenti di qui.
Suo marito era fra quelli di “Camorra”. Nell'Umbria, la povera donna era stata raggiunta da un telegramma che la invitava a tornare subito a Ribolla. Non era chiaro quel telegramma, ma quando è entrata nel teatrino e su una cassa di castagno ha letto, su un cartellino, il nome del suo uomo, è crollata.
Nel teatrino, esaurite la platea e la galleria stasera.
Tutto il paese è in veglia funebre. Ci sono diciotto bare allineate. Anche quella di Antonio Scapigliati. Estratto gravissimo dalla miniera, era stato trasportato martedì mattina all'ospedale di Massa Marittima: i medici si erano accorti subito che non c'era niente da fare e avevano avvertito i familiari. Quelli se lo erano riportato via, in casa, a morire nel suo letto. Oggi hanno fatto portare nel teatrino anche lui, a dormire l'ultimo sonno coi compagni.
Stamattina, poco dopo le undici, è arrivato a Ribolla, inviato espressamente dal Papa, monsignor Baldeli direttore dell'ufficio assistenza pontificia.
Egli ha visitato la camera ardente, poi ha sostato a lungo presso il pozzo “Camorra”.
Monsignor Baldelli ha dichiarato che il Vaticano si prenderà cura, nel senso più lato, di tutti gli orfani delle vittime e assisterà materialmente le loro famiglie.
Nel fiorire di iniziative a favore dei parenti dei morti, va segnalata la decisione della “Montecatini” di offrire un milione ai superstiti di ogni capo famiglia e mezzo milione alle famiglie degli scapoli.
Anche l'I.N.A.I.L ha offerto centomila lire per famiglia e cinquantamila lire sono state offerte dall'Istituto della Previdenza Sociale.
Ultim'ora: i quattro corpi scoperti alle 19 sono adesso tutti sistemati nella camera mortuaria. Alle 19,20 come abbiamo detto è stato portato il primo, il secondo alle 22, il terzo alle 23, l'ultimo poco prima dell'una.
Ecco i nomi degli ultimi tre: Emilio Rossi di 44 anni, Sante Ferrara di 34 anni e Primo Sebastiani.

PAOLO BUGIALLI

- Per gentile concessione di Roberto Calabrò.-