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Festeggiamo gli eroi (articolo del 13/09/2001)

Chissà quando passerà questa paura. La sentiamo dentro le vene che scorre, come una strana insicurezza. L'unica certezza è che è stata infranta la sensazione di essere in un paese "civile" e quindi al sicuro da "certe" cose. Le immagini rimbalzano su tutte le emittenti e si cerca di capire, di calcolare, di fare previsioni. Intanto, la paura si fa largo e un po' ci scuote, un terremoto lontano forse, ma lo avvertiamo e qualcosa trema anche dentro di noi. 
Un'immagine in particolare, mi resta impressa nel cervello e non se ne vuole andare: gente in festa in varie parti del mondo, segni di vittoria su una tragedia che ha coinvolto migliaia di persone.

Non voglio generalizzare, non devo generalizzare. E' un impegno che devo sforzarmi di mantenere visto che a Gerusalemme c'è stato un sit-in di appoggio davanti al (credo) consolato americano. Non importa poi se davanti al consolato, o in un altro luogo, ma il sit-in c'è stato, ed era una manifestazione di vicinanza per il lutto. Non devo intestardirmi in un discorso noi contro loro, non avrebbe senso. Eppure la rabbia diventa così grande guardando caramelle lanciate al cielo da una parte, migliaia di morti dall'altra. Dalle informazioni che circolano ora, sembra che in tutte le capitali arabe ci siano stati festeggiamenti. Una base ampia di consenso, che potrebbe dare coraggio a chi ha organizzato l'attacco. O peggio potrebbe far crescere ancora questa idea del nemico occidente, da combattere con i martiri. Forse, ma non ho fonti certe, si sarebbe festeggiato anche in Nigeria. 
C'è odio verso l'economia del mondo occidentale che schiaccia i poveri. Fin qui è comprensibile. Ma gioire per la morte di migliaia di persone, è possibile? E non importa se con loro è crollato un simbolo (per altro bellissimo) del capitalismo. Anche un solo morto, supera in valore un simbolo d'acciaio. L'unico segno positivo è la condanna (ma potevano ragionevolmente fare altro?) venuta da tutti i capi politici, anche dai talebani. Mi viene da pensare che sono troppe le divisioni interne in quei paesi per venirne a capo. Persone che cercano la pace e persone che cercano la guerra, persone che piangono per i morti di un paese capitalista e persone che invece festeggiano i propri eroi, sacrificatisi per colpire il grande nemico.

Evitiamo un altro errore: confondere i poveri con i mandanti. Abbiamo vissuto tantissime strumentalizzazioni e ancora non siamo abituati a riconoscerle: ci vuole poi molto a far credere ad un abitante del terzo mondo che il male sia l'America e l'occidente? Chissà quanti interessi ci sono dietro. E guarda caso il primo indiziato che mi viene in mente non è Bin Laden, lo sceicco nemico degli Stati Uniti, il primo indiziato che mi viene in mente è il danaro. Forse qualcuno guadagnerà da tutto ciò. Chi? I produttori di armi? Sicuro. Chi desidera le trivellazioni petrolifere in Alaska e ora non incontrerà più grosse difficoltà a procedere? Forse.
Mi sembra difficile da credere, ma il danaro potrebbe aver colpito il denaro per generarne altro. Magari per farlo finire in determinate tasche. Spero non sia così, ma l'organizzazione dietro quest'immensa operazione di guerra è stata così imponente da far temere una partecipazione di più interessi.

Ultimo pensiero. Pearl Harbour, che ci ha così sconvolto, era comunque un obiettivo militare. Lì c'era la flotta americana. Qui il nemico non ha un nome (terrorista è un po' troppo generico per i miei gusti) e ha colpito simboli di una cultura, non eserciti. L'unica speranza è che il mondo, non più diviso in blocchi, si unisca per contrastare quelle parti pericolose che vengono dal proprio interno.
Deve essere finito qualcosa l'11 settembre 2001. Ci siamo ritrovati un mondo unito e abbiamo gettato alle spalle le grandi contrapposizioni come Russia contro America. Certo è, che ce le siamo lasciati alle spalle in un modo terribile.