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LETTERA N.6
Mia Eugenia, è dunque il momento dei tormenti?
Stiamo insieme da due anni. Non lunghi, ma brevissimi, perché
ogni istante vissuto con te passa troppo in fretta, non si ha il
tempo di assaporarlo, di goderlo appieno, di bearsene. Mai un
attimo di noia, mai una banalità, mai la routine. Ogni cosa,
anche la più ovvia, fatta da te assume un aspetto diverso, ai
miei occhi. Ogni tua cosa ha un valore che supera la norma. Ogni
desiderio, azione, pensiero esercitano su di me un fascino
particolare. Contemplo uno spettacolo che si rinnova, si
rinnovava, ogni giorno.
Quante volte, svegliandomi la notte, restavo a guardarti in
penombra. Osservavo quei tuoi lineamenti rilassati, quel morbido
respiro. Soprattutto in estate, con le lenzuola scomposte, quando
le tue gambe nude erano lì, distese tranquille, con la
muscolatura appanna accentuata,come piace a me. Non ti ho mai
svegliata. Semplicemente guardavo ed avevo poi una ragione in più,
per pensare al giorno che stava arrivando, al futuro da costruire
e soprattutto al presente da ringraziare. Ringraziavo che tu eri
in quel letto, in quella casa. Eri con me, un uomo che non aveva
fatto nulla di particolare per attrarti, per convincerti, per
sorprenderti. Semplicemente vivevo, e vivo, con l’amore che ho,
che ti do, sempre, senza interruzione alcuna.
Con molta premura, la nostra amica Fiorenza mi ha spiegato questo
tuo comportamento, questo tuo non volermi neanche vedere, ne
sentire.
Eugenia, donna mia (che grande questa parola - donna - quando è
abbinata al tuo nome), io potrei dirti un’infinità di cose su
quel viaggio. Potrei spiegare, raccontare, procurare prove su
quello che ho fatto dall’inizio alla fine. Ma non è questo che
mi preoccupa ora. C’è tempo, se vorrai. Mi preoccupa
immaginarti sola su quel letto, che ti giri tormentandoti con
mille domande, quando sarebbe molto semplice, invece, chiederle a
me. Mi preoccupa sospettare che piangi, che ti senti male,
depressa, delusa. Sola, comunque sei sola. E questo mi sembra
assurdo, inconcepibile. Come puoi sentirti sola quando io son qui,
che ti penso, ti scrivo, dopo che per giorni ti ho cercata invano.
Che faremo, separati? Ha senso, è logico?
Impazzisco al solo pensiero di non rivederti. Tutto è in funzione
tua. Il modo in cui ho pianificato il lavoro(ad esempio non dovrò
più andare a Francoforte), il modo in cui sto progettando una
casa (non te lo avevo ancora detto, per farti una vera sorpresa)
ed il modo in cui credo al futuro. C’è un solo futuro per noi:
uniti, per sempre. Per sempre Eugenia e nel modo che vuoi. Una
casa in campagna, la famiglia, i figli.
Quante volte mi hai parlato del desiderio di curare un giardino,
di seguire la crescita di piante, di livellare il prato. Tu
parlavi di sogni, ma io registravo mentalmente, aspettando il
momento di poter tradurre in fatti, in concretezza palpabile.
L’odore della terra! Ricordi? Si andava da parenti. Tu prendevi
una manciata di terra umida e l’accostavi al viso. Io sorridevo
e già ti vedevo sotto una veranda, la tua. Ti vedevo padrona di
un mondo botanico, agreste, ma nel contempo bella, bellissima,
elegante anche con una maglietta sporca. Questa è la verità,
Eugenia. Qualsiasi cosa indossi sei attraente. Sei sempre a posto,
sempre a tuo agio, perfetta. Sei desiderabile e quando,
nell’intimità di una stanza, togli una vestaglia, mi sembra di
non poter avere nulla di più importante, di più profondo e
significativo. Perché non è solo un corpo, quello che avrei
davanti, è ben altro. Il tuo sorriso, il tuo fascino sono li, così
aperti, visibili. Come potrei farne a meno?
Forse tutto questo è una prova da superare. Forse, ma è già
troppo. E’ già troppa sofferenza non necessaria.
Chiederò a Fiorenza di farti avere queste righe, con la preghiera
di leggerle attentamente. Se domani l’avrai, già a sera io ti
cercherò di nuovo, sperando che non ce ne sia bisogno, sperando
che nel frattempo, appena letta, tu mi chiamerai.
Ti stringo, forte. Sento con la mente il tuo
profumo, rivedo i tuoi occhi. Domani ceneremo insieme, lo sento.
Sento che nulla può dividerci.
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