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E' notte
fonda, in un mercoledì di sempre, con pensieri che vanno
e desideri che tornano, quasi
seguendo l’onda del dondolo,
dove siedo e che sembra portarmi fuori. Fuori dagli schemi, dal
quotidiano,
dal solito. Dalle abitudini.
Tornano le
vele. Le vele di Giancarlo.
Bianche, tese, ariose, importanti. Eppure inutili, assurde, insensate.
Tornano
i suoi monoliti nel mare. Le sue signore in rosso, pronte ad accorrere, nel
paradosso di situazioni improbabili.
Tornano i ricordi, quel bisogno di andare, di trovare, di essere, di
risolvere.
Il bisogno di credere, almeno nella speranza.
Il bisogno di vivere.
E
tornano i confronti. Donne-approdo, donne che sono albero, isola, roccia,
rifugio.
Ma anche femmine, nell’immaginario di sempre,
tra forza e fragilità.
Tornano
i silenzi, i miei, dei suoi paesaggi,
degli urli nascosti.
E’ nel silenzio che penso anche alla necessità di raccontare, di esprimere,
di tracciare il segno:
la nostra presenza sul pianeta.
Di essere parte della polvere del mondo,
forse mossa dal vento,
e quindi trasportata, mescolata, rimossa
e ricomposta mille volte.
Dune.
Panorami irreali, sogni.
Quadri, tele della mente e nei telai.
Colori
del cielo, del mare, colori nei tubetti spremuti su una
tavolozza.
Il
mondo è lì, in pochi centimetri quadrati.
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