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Marco giocava con la sabbia. Provava a costruire il castello.
Un secchiello era sempre pieno
d'acqua: Laura, la sorellina, ne ripristinava prontamente il livello. Marco era un tecnico, prima
di andare al mare pensava ai dettagli. Nella sua mente - e qualche volta annotava su un foglio - rifletteva
sulle forme da dare. Ipotizzava i vari momenti del gioco. Pensava alla base, alla struttura portante,
alle colonne. Immaginava le stanze, i corridoi; fantasticava sulle scale, le torri, le guglie, i passaggi
segreti. Con l'entusiasmo del bimbo, vedeva cortigiani e corte reale. Vedeva la vita di palazzo. I cavalieri
ed i loro allenamenti. Vedeva l'allegria, l'impeto ed il coraggio. Gli sembrava un mondo fantastico,
dove nessuno era mai solo, mai abbandonato, mai isolato. Tutti erano utili, tutti speciali. Il fischio
della mamma era il segnale: tutti al mare. Via! Ogni cosa era già pronta. Tutte le palette di varie
misure, i rastrellini, le formine (gli stemmi blasonati), i secchielli e qualche altro oggetto per dare
forma alla sabbia bagnata e pressata. Laura per un po' lo aiutava. Era sempre incuriosita di come
la sabbia, fatta da infiniti e piccolissimi granellini, che non stanno insieme, se non sparsi a caso,
uno sull'altro a milioni, potesse essere trasformata in un qualcosa di compatto, unito in una forma,
con un aspetto ogni volta diverso - quello che Marco riusciva ad imprimere. La mamma le diceva: "Lauretta,
quando cammini in spiaggia, rimangono le impronte dei tuoi piedi. E questo accade per il fatto che
la sabbia, essendo finissima, si adatta ad altro. Se fosse una roccia, non potresti usarla. Dovresti
prima romperla, fare dei pezzi piccoli. Guarda la nostra casa: tu vedi muri che però sono formati da
tanti mattoni, uno sull'altro. C'è un solo problema. Trovare il modo di far star fermi i mattoni, così
come occorre un modo per far star ferma la sabbia, nelle forme che Marco e tu volete realizzare". Laura
guardava. Quando buttava l'acqua, la massa informe e sfuggente si trasformava in pastosa e modellabile.
Restava tra le dita, diventava scura. Diventava un'altra cosa. Un'altra cosa. Quando era buio
ed era a letto, quando non aveva ancora sonno, ripensava al castello che Marco, con giubilo, anche quel
giorno aveva portato a termine, con le varianti che aveva progettato rispetto al giorno precedente. Ripensando
al castello, le tornava in mente anche quel pensiero, quel "un'altra cosa". Le sembrava fosse un concetto,
quasi una teoria, una magia. Una qualche verità. Si diceva: "Chissà se ogni cosa, può esserne un'altra,
se le persone possono diventare altre persone". Le storie: altre storie. L'intuito non riusciva
a formulare bene il pensiero. L'idea non prendeva una forma definita, restava abbozzo. Restava il fascino.
Erano i granelli di sabbia ancora da bagnare, era il castello ancora da costruire. Ma era! Laura sapeva,
sentiva, che quelle riflessioni avrebbero avuto una struttura ed un seguito, che l'avrebbero accompagnata
lungo gli anni e le esperienze. "Altre esperienze", perché dove finisce qualcosa, c'è necessariamente
dell'altro che forse non si vede ancora, o non si vede bene, o c'è bisogno di imparare a vedere. Laura
si addormentava facendo l'occhietto a se stessa, all'altra Laura. Si svegliava con una gran voglia di
vedere un altro castello.
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