Si fermò davanti al quadro di Renoir. I suoi colori vivi
e i fasci di luce che ne attraversavano il cielo di robusto turchese la
convinsero a soffermarsi, lungamente. Il corso d'acqua poi le portava il
ricordo di un tempo superato, quando tra amici, da bambini, correva lungo gli
argini del fiume che, abbandonato il paese, dava vivacità ad una campagna
larga e colorata, dolcemente collinare, impreziosita da piccoli boschi di
pino: per lei erano foreste.
Restò oltremodo stupita nel constatare, dopo tanta assorta contemplazione,
che quel quadro, incorniciato magnificamente ed illuminato con lampade
soffuse e molteplici, senza ombre, né riflessi, era l'unico presente. Quella
sala grande, voluminosa anche per l'altezza, soleggiata, tiepida e
dall'atmosfera distaccata, conteneva, o meglio racchiudeva in sé,
quell'unica e superba opera.
Fu inevitabile a quel punto controllare l'insieme, abbracciare con lo sguardo
l'intera sala, dalle pareti circolari, senza mobili, né oggetti. Non v'erano
specchi, poltroncine, didascalie. Nulla, se non una piccola telecamera
mobile, predisposta su alcuni obbligati binari.
Su tutto si imponeva un silenzio davvero totale, non c'erano passi da
ascoltare, non un brusio, un respiro, un'attesa, un battito d'ali. I suoi
stessi pensieri erano distanti, ovattati od assenti, persi tra le molecole
rarefatte di quell'aria invisibile. Credette per un istante di essere lei
stessa eterea, inesistente, a tal punto sospesa in quella magica irrealtà da
spaventarsi quando, a sorpresa ed inaspettatamente, sentì il chiudere di una
porta, quella stessa da dove era entrata.
Un signore in uniforme, appena giunto, sotto il proprio berretto da custode
guardò in giro, con l'apparente noncuranza dell' abituale mestiere. I suoi
occhi, tuttavia, si fermarono con forte interesse sulla ragazza, che ne
avvertiva la presenza condizionante.
Marta forzò il blocco mentale con atteggiamenti riflessi, mise la mano nella
sua borsa, come per cercare le chiavi, si tirò su i capelli, sospirò. Si
mosse verso la porta, sperando di risolvere quella strana tensione che si
sentiva addosso. Fu lieta nel notare che il custode le stava rivolgendo la
parola.
L'uomo le sorrise, mentre si spostava per lasciarla passare e le spiegò:
< Signorina, provi ad aprire. Vede, sono tanti anni che io lavoro qui,
proprio in questa sala, la più importante, quella che mi riempie di
orgoglio. Questo è un grande museo, il più grande, dove tutto può essere
visto, ma non sempre si riesce a trovare. Ora lei veda se è possibile
uscire. Non sempre è consentito farlo subito. A volte occorre aspettare un
segnale, un apposito segno del nostro Gran Consiglio, i cui Funzionari
sicuramente, in questo momento, la stanno osservando con molta circospezione.
>
Marta abbassò con vigore la maniglia: la porta rimase chiusa.
Il custode indicò con gli occhi la telecamera. Una piccola spia rossa
lasciava chiaramente intendere che stava funzionando. Aggiunse:
< Signorina, lei non deve essere preoccupata, tantomeno perplessa. Tutto
è molto semplice ed affatto temibile. Il Gran Consiglio ha bisogno di
ammirarla. Lei di certo sa di essere bella. Nei suoi giovani anni molti si
saranno complimentati, altri avranno sofferto l'invidia e la gelosia. Lei
stessa avrà consumato il tempo a riflettersi nello specchio. E' necessario
che i componenti del Consiglio diano la loro approvazione. Talvolta la
telecamera rimane spenta. Ci sono giorni che molte persone transitano qui,
dentro questa sala, e non accade assolutamente nulla. Esse entrano, escono,
fingono di interessarsi alle nostre opere, fingono di commentarle e di
restarne affascinate. Fingono di comprenderle. Noi sappiamo che non è così,
sappiamo che non ci interessano. In altri casi, come per fortuna in questo
momento, la telecamera va in funzione. Questo succede quando i nostri ospiti,
come lei, sono persone gradite, degne di essere apprezzate, nella loro
totalità. >
Il custode tacque e di nuovo il silenzio invase la stanza, che ora appariva
sfumata nei contorni. Un velo di penombra serpeggiava le pareti.
Marta era immobile, in assoluta rigidità. A tal punto avvertibile da
spingere l'uomo a parlarle ancora, consapevole della difficoltà.
< La prego, Signorina, lei deve capire: deve assolutamente spogliarsi !
Non ci sono alternative. La prego: non esiti, non abbia incertezze o timori.
La prego. >
Un cigolio leggero, impercettibile, venne dalla telecamera. Si muoveva,
mentre intorno la grande sala diventava buia. Un fascio di luce, unico,
diretto eppure soffice, inondò Marta, che lasciò cadere sul marmo la
propria borsa.
Certamente presa: credeva di non essere lì, che il museo fosse ormai chiuso,
che forse... Ma sapeva di esserci, sapeva di non capire.
Con gli occhi chiusi dischiuse il primo bottone della sua camicia, dal tenero
colore lilla. Le sue dita rimasero aggrappate a quel bottone, mentre il
respiro presente del custode sembrava più lontano, distanziato, riverente.
Solo la telecamera mostrava l'invadenza del proprio ruolo, con i suoi
fruscii, il led rosso, lo svolgere di nastro, l'incidere.
Ma che museo era mai quello !?
< Signorina, ascolti: ora la scena è tutta sua e lei è la nostra
attenzione, lei è per noi il nostro tempo, i nostri pensieri, le nostre
emozioni. Il palco vive con lei e per lei. Il palco è lei. >
Marta, la sconosciuta Marta, non sentiva il peso del proprio corpo. La calda
luce che la copriva, la sospendeva nell'impalpabile. I suoi pensieri, fermi,
non la disturbavano. Tutto era assente, finalmente: tutto era a riposo. Tutto
era li.
Le dita, autonome e flessibili, si articolarono tra le asole, schiusero i
legami e con rapidità aprirono i lembi sui fianchi. I seni, lievemente
abbronzati, palpitavano sopra un cuore emozionato. L'addome rivelava il suo
lento movimento. La telecamera registrava, lo zoom esaminava. Il custode,
testimone attento, proferì ancora, nel buio che lo nascondeva, sussurri
lontani:
< Sembra un quadro di Manet, Signorina. Lei ci ricorda colori per noi
importanti, davvero irrinunciabili. Continui, il Gran Consiglio ne sarà
felice ed io con esso. Come potremmo non esserlo! >
Vero: "la Bionda col seno nudo"di Edoard Manet. Marta ricordò il
quadro, visto in una precedente sala. Una casta e nuda signora, timida e
dignitosa col suo bel seno robusto e dritto come uno sguardo intenso e forte.
La camicia scivolò dalle spalle, coprì la borsa poggiata
a terra. Una bella cinta di cuoio, lavorata da artigiani lontani, souvenir di
un mercatino rionale, compagna fedele di tante gonne, raggiunse la camicia.
Un gesto di consumata abitudine slacciò l'apertura di quanto le restava. La
gonna, cadendo, restò a cornice dei piedi inguainati nelle morbide scarpe di
tela.
La telecamera, flessibile oltremodo, seguì con ostinata criticità la
lunghezza delle gambe, soffermandosi sui fasci muscolari delle cosce, che,
grazie alla luce proiettata, mostravano una plasticità atletica.
L'occhio meccanico si spostò. Marta avvertiva i mutamenti di posizione, gli
spostamenti apparentemente irrequieti dello zoom. Fu istintivo per lei
flettere leggermente le ginocchia, contraendo i glutei, mentre sfilava gli
slip, che restarono tesi alle caviglie.
Chiuse ancora gli occhi ed incrociò le braccia. Sentiva ora la propria nuda
presenza, avvertiva un senso di freddo sulla pelle, che si corazzava.
Nell'ambiente non c'erano più il respiro e le parole del custode. Solo lei e
la telecamera, lei e gli occhi oscuri e misteriosi di chi stava spiandola in
altri siti, su qualche monitor, fedele al proprio ruolo tecnico. Lei e la
scena: il palco.
Drizzò la schiena, forse fiera, sfilando i piedi dagli indumenti a terra.
Divaricò le gambe, irrigidì il busto. Trattenne il respiro, mentre
incrociava le mani dietro la nuca: ora non aveva più niente da fare, poteva
solo aspettare.
Riprese il cigolio dell' occhio elettronico che, imparziale, andava
componendo un dettagliato archivio. Dal pube, ai glutei, dalle ginocchia agli
occhi, nulla veniva trascurato. Ogni parte del corpo veniva esaminata a sé,
scollegata dal mosaico di cui faceva parte.
Difficile stabilire quanti minuti passarono. Marta rilasciò i muscoli quando
l'orizzonte del locale si schiarì. La telecamera si ritrasse. Il fascio di
luce si spense ed un ovattato applauso le giunse da stanze di indefinita
posizione.
< Complimenti Signorina. - comunicò il custode ricomparso - lei è
davvero "consistente". Il Gran Consiglio ha dato la sua
approvazione senza riserve. Lei stessa avrà sentito l'applauso. Mi creda,
non sempre accade, a volte...
Ora lei può continuare, in assoluta padronanza, la visita al museo,
augurandole di trovare in esso la soddisfazione che cerca e che merita.
Aggiungo, a titolo personale, che sono stato felice di essere di turno,
avendo avuto così la possibilità di poterla godere da vicino. Infine voglia
accettare gli auguri miei e di tutti i componenti del Gran Consiglio per
tutto ciò che vorrà accadere. Addio Signorina, l'accompagneranno i nostri
ricordi ed i pensieri. Grazie. >
Uscì, l'uomo, il custode e l'amico. Di nuovo fu silenzio
e luce. La luce del giorno, del sole. Il quadro di Renoir, più solenne che
mai, era al suo posto. Il soffitto, ricco di intarsi e di affreschi - se ne
accorgeva solo ora - dominava sulla veridicità del luogo.
Una porta (un'altra!) si schiuse davanti a lei mostrando un nuovo percorso,
forse l'unico percorribile. Non c'erano più gli abiti, né ogni sua cosa.
Sul freddo pavimento in marmo mosse qualche passo.
Pensò un solo istante alla realtà del proprio corpo nudo ed
all'impossibilità di coprirlo, ma questo le parve allora la cosa più
normale in quei vasti spazi austeri ed assoluti, coi loro percorsi
indecifrabili.
Infine, dopo qualche ora di visita in solitudine, le si
presentò
un corridoio luminoso. In fondo ad esso, un gran portone troneggiava,
ricordando, con i suoi importanti rilievi in legno, l'importanza artistica
del luogo. Uno sgabello, posto vicino, depositava gli indumenti di Marta,
perfettamente ordinati.
Il portone, già con una piccola pressione, cedeva aprendosi all'esterno. Il
sole inondò l'atrio, scaldò la pelle della ragazza. Un soffio di vento le
mosse i capelli.
Un via vai di biciclette, tra le automobili, scorrevano veloci sulla strada.
Clacson sonanti e frenate irriverenti le ricordarono che da lì era arrivata.
Marta mosse un passo all'esterno. L'azzurro del cielo era solcato da un aereo
lontano. Vedeva alcuni fumi provenire dalla nota zona industriale, poco più
in là della città. Vicino, di fronte a lei, i negozi accoglievano il
traffico pedonale, facevano da schermo ai chiacchiericci, catalizzavano gli
argomenti, ne riflettevano l'ovvietà. Passi, molti passi vicinissimi al suo
corpo, scorrevano in tutte le direzioni. Passi pesanti, frettolosi, passi
spenti.
Marta indietreggiò e chiuse il portone, davanti a sé. Guardò lo sgabello
con la sua gonna, la camicia e tutte le altre sue cose. Forse ne avrebbe
avuto bisogno, ma più tardi, non ora, non subito. Al momento si sentiva
vestita dal proprio stupore.
< E' così grande questo museo! - si disse - Probabilmente c'è ancora
qualcosa da conoscere. >
Tornò indietro, con passi nuovi.