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3° lettera  di LAURA
 

Non riesco più a misurare il tempo. Non guardo gli orologi, nascondo i calendari. Credo siano passate molte settimane dall'ultima lettera: lo sento, lo vedo su di me. Lo vedo su coloro che non sono più presenti.
Ogni volta si fa l'appello, ogni volta si vorrebbe che ci fossero. Essi sono la mia speranza. Ogni volta ci si guarda gli occhi, le rughe e le macchie della pelle. Guardiamo il colore del viso, i capelli. Ogni volta si sorride, celando qualcosa, desiderando altro.
<Ciao, e Giulio? Quanto tempo che non lo vedo!> Chiedo a chi sta passando, altro compagno a tempo determinato.
<Giulio l'ho visto. Era qui dieci giorni fa. Invece Francesca ...>
Francesca non c'è più. Con lei parlavo, con lei pregavo (io, proprio io). Con lei, tenendoci le mani, credevo che fosse ancora possibile. Guardavo la luce oltre i vetri, vedevo gli alberi ricchi di rami, vedevo la gente, giù in strada, che parlava. Intanto controllavo quella borraccia appesa a rovescio, osservavo quel liquido alchemico scendere di livello, immaginando come entrasse in me, ingannandomi sulle mie aspettative.
E' terribile rendersi conto che le cose da sempre trascurate, ignorate, eppure palpabili, presenti intorno a noi, restano lì a ricordarti il respiro, la voglia di essere, di fare.
Il nulla diventa paura, la solitudine il segno della condizione, il pianto è quell'ultima spiaggia dell'umanità che resta. I ricordi sono la necessità, ma sono anche dolore.
Io trattengo questa penna. Essa vorrebbe liberare lo sfogo, vorrebbe dirti, vorrebbe portarti. Ma non posso permetterlo. E guardo fuori, mio buono e caro Alberto dei miei vent'anni, cestinati troppo in fretta. Piero gioca, è un ragazzino di dodici anni. E' sul giardino di questo piccolo condominio. Di tanto in tanto, attraverso il vetro, lancia il suo timido saluto, fa un cenno con la mano ed io ricambio, forzando un sorriso. Ma credo di non farcela più. Allora scappo, mi chiudo in bagno, dove non mi raggiungeranno più le attenzioni un po' pietose di altri. Fumerò una sigaretta nascosta, altri cm di tabacco pressato ed incartato, altra nicotina che dovrà farsi spazio tra alveoli non più confortevoli. Altro veleno.
Chiudo gli occhi Alberto, cerco di immaginarti con qualche ricciolo brizzolato, con un berretto in testa, tutto preso nell'imbarazzante scelta di un tono di lilla o dal dilemma se il giallo cadmio può significare più di un giallo cromo. Poi deciderai che una lacca rosa esprime il sentimento da svelare e tu sentirai in te un appagamento intenso e che sarà inspiegabile al tuo fornaio o al commercialista.
E' così Alberto? E' questo che accade?
Chiudo gli occhi, ma non serve. Ci sono troppe lacrime. Le trovo tra le mani, tra i pensieri, tra i rimpianti, le immagino sui visi di alcuni, le vedo sul tuo, dalla pelle liscia e l'espressione stupita.
Riuscirò a stracciare questa lettera, a non spedirla? Riuscirò ad aprire la finestra ed a scherzare con Piero? Non sempre si riesce ad ergere lo scudo, esso si frantuma facilmente, diventa vulnerabile. Mi espone ed è una nudità terribile, indifendibile, ingovernabile. E' la nudità di cui mi vergogno.
Perdonami, amico ritrovato, perdona le parole, i lamenti, le offese. Perdona la mia invadenza, la mia esistenza.
Perdonami per averti turbato e distratto.
Perdonami per averti cercato e coinvolto, in un delirio di fine stagione.

Perdona la Laura che non è più.

 

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