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Non
riesco più a misurare il tempo. Non guardo gli orologi, nascondo i
calendari. Credo siano passate molte settimane dall'ultima lettera: lo
sento, lo vedo su di me. Lo vedo su coloro che non sono più presenti.
Ogni volta si fa l'appello, ogni volta si vorrebbe che ci fossero. Essi
sono la mia speranza. Ogni volta ci si guarda gli occhi, le rughe e le
macchie della pelle. Guardiamo il colore del viso, i capelli. Ogni volta
si sorride, celando qualcosa, desiderando altro.
<Ciao, e Giulio? Quanto tempo che non lo vedo!> Chiedo a chi sta
passando, altro compagno a tempo determinato.
<Giulio l'ho visto. Era qui dieci giorni fa. Invece Francesca ...>
Francesca non c'è più. Con lei parlavo, con lei pregavo (io, proprio
io). Con lei, tenendoci le mani, credevo che fosse ancora possibile.
Guardavo la luce oltre i vetri, vedevo gli alberi ricchi di rami, vedevo
la gente, giù in strada, che parlava. Intanto controllavo quella
borraccia appesa a rovescio, osservavo quel liquido alchemico scendere
di livello, immaginando come entrasse in me, ingannandomi sulle mie
aspettative.
E' terribile rendersi conto che le cose da sempre trascurate, ignorate,
eppure palpabili, presenti intorno a noi, restano lì a ricordarti il
respiro, la voglia di essere, di fare.
Il nulla diventa paura, la solitudine il segno della condizione, il
pianto è quell'ultima spiaggia dell'umanità che resta. I ricordi sono
la necessità, ma sono anche dolore.
Io trattengo questa penna. Essa vorrebbe liberare lo sfogo, vorrebbe
dirti, vorrebbe portarti. Ma non posso permetterlo. E guardo fuori, mio
buono e caro Alberto dei miei vent'anni, cestinati troppo in fretta.
Piero gioca, è un ragazzino di dodici anni. E' sul giardino di questo
piccolo condominio. Di tanto in tanto, attraverso il vetro, lancia il
suo timido saluto, fa un cenno con la mano ed io ricambio, forzando un
sorriso. Ma credo di non farcela più. Allora scappo, mi chiudo in
bagno, dove non mi raggiungeranno più le attenzioni un po' pietose di
altri. Fumerò una sigaretta nascosta, altri cm di tabacco pressato ed
incartato, altra nicotina che dovrà farsi spazio tra alveoli non più
confortevoli. Altro veleno.
Chiudo gli occhi Alberto, cerco di immaginarti con qualche ricciolo
brizzolato, con un berretto in testa, tutto preso nell'imbarazzante
scelta di un tono di lilla o dal dilemma se il giallo cadmio può
significare più di un giallo cromo. Poi deciderai che una lacca rosa
esprime il sentimento da svelare e tu sentirai in te un appagamento
intenso e che sarà inspiegabile al tuo fornaio o al commercialista.
E' così Alberto? E' questo che accade?
Chiudo gli occhi, ma non serve. Ci sono troppe lacrime. Le trovo tra le
mani, tra i pensieri, tra i rimpianti, le immagino sui visi di alcuni,
le vedo sul tuo, dalla pelle liscia e l'espressione stupita.
Riuscirò a stracciare questa lettera, a non spedirla? Riuscirò ad
aprire la finestra ed a scherzare con Piero? Non sempre si riesce ad
ergere lo scudo, esso si frantuma facilmente, diventa vulnerabile. Mi
espone ed è una nudità terribile, indifendibile, ingovernabile. E' la
nudità di cui mi vergogno.
Perdonami, amico ritrovato, perdona le parole, i lamenti, le offese.
Perdona la mia invadenza, la mia esistenza.
Perdonami per averti turbato e distratto.
Perdonami per averti cercato e coinvolto, in un delirio di fine
stagione.
Perdona
la Laura che non è più.
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