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Un anno fa, intorno Maggio, io e Lina, con figli
accoccolati sul divano posteriore, decidemmo di fare una gita in montagna. I
nostri paesaggi, spesso, non godono di condizioni climatiche particolarmente
favorevoli. Non che piova, o faccia freddo, o ci sia vento. Il problema è
nel gradiente di umidità. Una leggera foschia, alla quale ormai nessuno fa
più caso (tranne i disturbi reumatici) ostacola l'orizzonte, sempre
offuscato, reso irriconoscibile nei contorni. Si pensi alla catena dei monti
appenninici. Si pensi al piacere di poter abbracciare in un sol sguardo le
due maggiori vette della mia zona. Ebbene, questo è reso possibile solo in
poche, fortunatissime giornate, quando il tasso di umidità è basso, l'aria
tersa, l'orizzonte netto e nitido. In quei giorni sembra di essere in un
altro luogo. Fu un caso che quella domenica era uno di quei giorni.
Un'altra casualità volle che si lasciasse la strada principale per seguire
un percorso meno conosciuto, ma che sembrava più coinvolgente sotto il
profilo paesaggistico. L'asfalto, per la verità, era di quelli - come si
legge talvolta nei cartelli - non più curati nella manutenzione.
Qualche buca fece svegliare la figlia che, come se non avesse mai dormito, ci
invitò a fermarci, per sgranchirsi e per cogliere una margherita da qualche
parte.
Fu così che, altra casualità, vedemmo una piccola chiesa, apparentemente in
fase d'abbandono, piccolissima, con un orticello al lato. La cosa
incuriosiva, perché in realtà la chiesina presentava elementi
architettonici, pur nella loro semplicità, che in quel luogo, lontano da
aree urbane, tra montagne e campi coltivati, colpivano l'immaginazione. Archi
alle finestre, decori minuziosi e, ancor più sorprendente, un giardino molto
curato, oltre al piccolo orto, costituivano un insieme dal fascino un po'
misterioso, quasi esotico e che influenzava il corso dei pensieri. L'innato
bisogno di appagare quel pozzo senza fine, che è definire la spiritualità,
mi spinse ad avvicinarmi ulteriormente. Il portoncino era chiuso. Mi
affacciai con lo sguardo oltre la vetrata. Fu così che notai sul vetro,
protetto da una inferriata per nulla disdicevole, un foglio con su scritto:
"Vado in pellegrinaggio da colui che abita in me".
Capita, credo a tutti, che quando non te lo
aspetti, vien fuori qualcosa che in qualche modo cambia un ordine interno,
sposta le priorità, definisce i valori ed abbozza un percorso del pensiero e
delle riflessioni. Non dirò cosa è cambiato, l'interiorità è più intima
della nudità. Riporto per intero invece il contenuto di una lettera,
fotocopiata e per questo a disposizione, che era sui banchi (dal giorno della
gita, a seguire, tornai ancora una volta, dopo essermi informato circa il
custode e la possibilità di visitare l'interno).
La lettera:
"La pace è ovunque, come l'odio, il rancore, la sofferenza. Come la quiete, la serenità,
la gioia. Sono ovunque. Non ci sono luoghi da raggiungere, progetti da realizzare. Essi sono
dentro ogni cosa, ogni azione, ogni gesto. L'osservatore, seduto su uno scoglio a guardare il riflesso
sull'acqua, o l'uomo che appoggia la schiena all'ulivo e guarda il crinale delle colline, trova un momento
di quiete, che però non è mai solo. Sopiti, coesistono il rancore e la frustrazione per i conflitti
non risolti, il dolore per la morte del padre, la tristezza per i desideri tramontati. Coesistono,
aspettando il loro turno. Coesistono, rubando spazio alla libertà, all'espressività, togliendo gusto
alla scoperta e all'esperienza. Coesistono, esigendo ognuno un ruolo principale, scavando nell'inconscio
le ragioni, tante, per esserci. La gioia per un abbraccio inaspettato, il sorriso per un'intesa magica,
non cancellano e non annullano lo spazio rubato. Coprono momentaneamente le forme del malessere. La
cura è il distacco dal passato. La cura è il "porgere" l'abbraccio inaspettato, il "dare" il sorriso.
In ogni luogo. In ogni condizione. Senza attese. La cura è il
comprendere il bisogno del successo, superandolo.
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