- I francesi
hanno scoperto l'acqua calda
- Lo
sportivo d'élite è un malato cronico
- Ancora
resiste l'assurdo concetto che vuole i campioni tutti santi e
figli di Maria
In un seminario
organizzato a Parigi dal ministero della gioventù e dello sport e dalla
missione interministeriale di lotta contro la droga e la tossicomania
- intitolato "Pratica sportiva dei giovani e condotte a rischio"
- sono stati presentati i risultati di tre ricerche. Due di queste - una
condotta da dottor William Lowenstein, dell’Ospedale Laennec di Parigi,
e l’altra da Marie Choquet, dell’Inserm (Istituto nazionale
della sanità e della ricerca medica) - hanno concordemente stabilito che
lo sport agonistico fa male.
Molto più modestamente, e senza il supporto del governo di Francia, questa
banalità era già stata enunciata sedici anni or sono, dal sottoscritto,
in una serie di servizi apparsi sull’allora quotidiano "Il Giorno".
Già dal titolo d’uno di quegli articoli - "Il campione, questo
grande malato" - si poteva facilmente evincere il contenuto: e, cioè,
essere l’atleta di alta performance un soggetto a rischio di gravi
alterazioni sia sotto l’aspetto bio-fisiologico che sotto quello
psicologico. A descrivere alcune delle patologie più comuni del campione
era stato il professor Francesco Conconi, oggi Rettore dell’Università
di Ferrara che, a dispetto di recenti indagini poliziesche, rimane tra
i più seri e onesti studiosi italiani di questa materia.
L’onestà di Conconi consisteva proprio nel non nascondere agli atleti
i rischi impliciti della professione, appetto a quanti andavano invece
esaltando la fiera bellezza del competere, l’ardimento individuale,
la fatica che fortifica lo spirito, la lotta che esalta il senso di lealtà
e prepara alle difficoltà della vita.
Oggi, anche gli scienziati francesi hanno finalmente scoperto che quegli
aedi - scopiazzatori peraltro maldestri di Pierre De Coubertin - erano,
e rimangono, degli impostori. E che una pratica intensa dello sport può
portare all’alcoolismo, al fumo,. alla droga - usata per sfuggire
allo stress - e a comportamenti violenti in una percentuale maggiore di
quella registrata tra la gioventù sedentaria. Stupisce, tuttavia, che
a queste conclusioni, frutto di indagine statistica e di osservazioni
presso centri di recupero dalle tossicodipendenze (come quello di Chalet
du Thianty, ad Alex sopra il lago d’Annecy), i ricercatori di Francia
siano arrivati così tardi. Infatti sarebbe bastato leggere qualcosa della
vasta letteratura medico-sportiva della deprecata Germania Est per conoscere,
ad esempio, la "sindrome da mancato allenamento", e di come
si dovesse curare e accudire un campione nel momento del ritorno alla
vita "normale".
Ad ogni modo, ripetere aiuta.
E ancor più aiuterebbe se la si smettesse con l’ipocrisia. L’ipocrisia
è quella che vorrebbe gli eroi dello sport tutti santi e figli di Maria:
non è, invece, proprio così.
Gli eroi dello sport son gente che hanno una genetica d’eccezione,
una volontà d’emergere fuori dal comune, una capacità di soffrire
unica e, talvolta, un’intelligenza uguale o, seppur di rado, superiore
alla media. La moralità, quella, è legata all’istruzione, all’ambiente
sociale in cui son cresciuti, alla famiglia e, infine, alle circostanze
della vita.
Gli eroi dello sport son gente che rischiano molto, per passione ma, anche,
per denaro come in tutte le attività umane. Il rischio è, in effetti,
il loro mestiere e scoprire oggi che lo sport agonistico si accompagni
a vere e proprie malattie professionali appare ingenuo, se non ridicolo.
Ma lo sport è, e rimane, bello. Esso è uno spazio di conquista del corpo,
ed è diritto di ogni individuo scegliere se avventurarsi su questo rischioso
terreno o rimanerne, invece, spettatore. Gli Stati devono soltanto garantire
questa libertà, senza usarla a propri fini o proibirla per altre pruderie
moralistiche.
Gli Stati, e i loro governanti pro-tempore, dovrebbero occuparsi non degli
atleti d’élite ma dell’educazione sportiva dei cittadini sedentari.
Invece, ondeggiano tra gli uni e gli altri e sempre più spesso in contraddizione
con se stessi.
Come il ministro dello sport e della gioventù francese, signora Marie-George
Buffet che, nel mentre finanziava ed esaltava la ricerca sui guai del
campionismo, sospendeva gli allenatori della nazionale francese d’atletica,
rei d’esser tornati a Parigi, da Sydney, senza una medaglia.
(8 DICEMBRE
2000) |