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Premessa
Questo scritto su Cartesio si divide in tre
parti (per ora). La prima riguarda quasi
esclusivamente una ricognizione del metodo
ed è quella che avete sotto gli occhi.
La seconda affronta una serie di problemi
posti dalle Meditationes. La terza è una
"meditazione sulle meditazioni"
e si misura anche con alcune tematiche risollevate
da Husserl, il filosofo che, a mio avviso,
è andato più a fondo nel delineare le peripezie
del "cogito".
Spero che anche il lettore completamente
a digiuno di filosofia e di Cartesio in particolare
possa usufruire di questo scritto ed anche
dei successivi, quando saranno pronti. Per
agevolarlo ho ritenuto opportuno mantenere
nei limiti del possibile un linguaggio non
specialistico ed inserire inserire ampi brani
tratti direttamente dal "Discorso".
1.Cenni sulla vita
Cartesio nacque a Le Haye in Touraine il
31 marzo del 1596. Rimase quasi subito orfano
di madre e, forse a nove anni, entrò nel
celebre collegio dei gesuiti a La Flèche.
Dopo avervi compiuto gli studi primari e
secondari ottenne la licenza in diritto all'Università
di Poitiers.
Da allora iniziò una vita avventurosa. Si
dedicò alla carriera militare e combattè
prima nell'esercito di Maurizio di Nassau,
protestante,che in Olanda affrontava gli
Spagnoli, poi al seguito del Duca cattolico
Massimiliano di Baviera.
Mentre si trovava acquartierato ad Ulma nel
novembre del 1619, scoprì quelli che egli
stesso definì "i fondamenti di una scienza
mirabile" e ricevette in sogno la conferma
che si trattava di un dono divino.
Tale scoperta consisteva nella convinzione
che esistano nella mente umana pochi principi
dai quali è possibile ricavare tutte le scienze
concatenate in modo da formare una "scienza
universale".
La sua irrequietezza lo spinse in vari luoghi.
Abbandonò la vita militare, viaggiò in Italia,
in Germania ed in Francia. A Parigi conobbe
e strinse amicizia con Padre Marino Mersenne,
religioso dell'Ordine dei Minimi e sembra
che fu incoraggiato dal cardinale Berulle
a dedicarsi alla riforma della filosofia.
Nel 1629 si stabilì in Olanda, che allora
era il paese economicamente più progredito
e culturalmente più aperto d'Europa anche
se le tensioni religiose e politiche non
mancavano nemmeno qui.
Da questo momento la sua esistenza si fece
più stabile ed ordinata perchè nello stesso
Descartes si verificò un significativo mutamento.
In altri tempi aveva letto con avidità libri
di "scienze curiose rare" quali
testi di magia ed astrologia, nonchè studiato
il "gran libro del mondo" curiosando
in ogni dove e frequentando la gente più
diversa e stravagante, dai rosacroce agli
appartenenti a sette segrete.
Ora pensava ad osservare soprattutto sè stesso
e si ritirò in una vita solitaria di studi
ed esperimenti scientifici.
Nella tranquillità olandese Descartes cominciò
a lavorare all'abbozzo della sua metafisica
scrivendo il "Traitè du monde"
che tuttavia rinunciò a pubblicare quando
venne a sapere che la chiesa cattolica aveva
condannato Galileo nel 1634.
Nel 1637 egli pubblicò invece il "Discorso
sul metodo", opera basilare, che comprendeva
altri 3 trattati (La diottrica, Le meteore,
e La geometria, opera che riveste grande
importanza in quanto sviluppa i principi
della geometria analitica)
Nel 1641 pubblicò "le Meditationes de
prima philosophia" che contengono sia
la sua metafisica, sia le obiezioni rivolte
ad essa da parte di alcuni filosofi ai quali
l'aveva sottoposta, (Hobbes, Gassendi, Arnauld,
Padre Mersenne) sia la replica di Cartesio.
Nel 1644 Cartesio pubblicò i " Principia
philosophiae" che contengono un'esposizione
della fisica e della metafisica secondo uno
stile scolastico.
Queste due opere ricevettero una fredda accoglienza
e suscitarono le critiche dei professori
protestanti delle università olandesi.
Per questo Cartesio, indubbiamente amareggiato,
decise di lasciare l'Olanda e riparare in
Svezia presso la regina Cristina che lo aveva
invitato a corte: qui insegnò filosofia ma
a causa del clima si prese una polmonite
e e di questa morì nel 1650.
2.Una personalità controversa
E' difficile ricostruire il carattere di
un personaggio di tale fama e carisma solo
a partire dalle sue opere o dalle testimonianze
spesso imprecise o interessate, comunque
episodiche della sua vita. Esiste un ampio
carteggio che allarga di molto lo spettro
delle ricerche possibili, tuttavia, come
si sa, un conto sono le cose che scriviamo
di noi stessi, un altro son le cose vere,
quelle che spesso taciamo di noi stessi.
Come dirò più avanti, Cartesio tacque su
troppe cose che invece avevano la loro importanza,
ed è per questo che nei suoi confronti è
davvero lecito nutrire qualche dubbio:-))
Però qualcosa si può osservare. Cartesio
è determinato. Vuole qualcosa e lo persegue
con ogni mezzo.
Quel che vuole non sempre è chiaro, ma egli
stesso precisa in più di un contesto, soprattutto
nella sesta parte del "Discorso",
che un uso più produttivo della ragione può
migliorare le condizioni materiali di vita
degli esseri umani.
Di questa battaglia, comunque si rigiri il
coltello nella piaga, si può solo dire che
aveva una sua necessità oggettiva dopo secoli
di non progresso e di un uso della ragione
limitato alle dispute teoriche. La filosofia
torna ad avere un fine pratico. Il soggetto
ritorna in scena, l'uomo è stimolato ad operare
per recuperare una dignità e conquistare
un'autonomia dalle prescrizioni teologiche
più arrugginite. La natura che sta di fronte
all'uomo, che ancora intimorisce l'uomo,
può essere razionalmente inquadrata, ed asservita
ai suoi fini. Anche questa sarebbe una prescrizione
teologica, la prima che si incontra nella Bibbia, ma tant'è:
se ne incontrano anche molte altre, specie
negli scritti neotestamentari, che dicono
il contrario.
"Il discorso sul metodo", l'opera
cartesiana più "popolare", è sia
un appello al pubblico che una sorta di manifesto
politico culturale dove non si chiedono riforme
e democrazia o nuove leggi, ma si chiama
la gente ad una operosità razionale, ad una
produttività finalizzata. Senza una radicale
riduzione della natura a materia manipolabile
la rivoluzione artigianale non è possibile,
e comunque non nelle forme e nei tempi accellerati
che vorrebbe Cartesio.
Ora tutti sanno che questa riduzione a meccanismo
della dinamica del mondo fu deleteria ed
ancora oggi ne scontiamo le colpe in quanto
molti approcci scientisti hanno fondamenti
cartesiani. Ma nel giudizio, che non dovrebbe
mai essere liquidatorio,spesso si dimenticano
gli infiniti vantaggi che l'approccio cartesiano
alla scienza fisica ci ha procurato. Più
che mai rimane valida l'aristotelica affermazione
che tutti gli uomini concorrono alla verità
ed anche Cartesio fece la sua parte meglio
di tanti noiosi aristotelici.
Tuttavia, al di là dei contenuti della sua
filosofia, tra i più discussi e più discutibili
da qui all'eternità, in più di un circostanza
si rivela in Cartesio una singolare fragilità:
si mostrano difetti, leggerezze e paure francamente
incomprensibili. Ad esempio sappiamo che
sviluppò una teoria degli strumenti ottici,
compreso l'occhio, e fornì una spiegazione
della propogazione della luce. Tra queste
due teorie c'è una contraddizione palese
perchè fu costretto a considerare, per dare
un fondamento alle sue tesi sull'ottica,
che la velocità della luce varia a seconda
della materia che attraversa, mentre altrove
parlò di propagazione istantanea. Propose
una legge sui seni di rifrazione secondo
la quale il seno dell'angolo di incidenza
ed il seno dell'angolo di rifrazione hanno
un rapporto costante per due mezzi di propagazione
dati ma, omise di ricordare che tale legge
era stata scoperta dallo scienziato olandese
Willebrod Snellius. Nel "Libro di Fisica"
Isaac Asimov sostiene che egli pervenne alla
definizione indipendentemente da Snellius
( o Snell) ma ciò non è ritenuto vero da
studiosi meno divulgativi, ad esempio il
Daumas.
Nei suoi studi scoprì che le immagini migliori
(esenti da deformazioni) si potevano avere
non con lenti a sezione circolare bensì a
sezione ellittica o iperbolica. Provò a realizzare
queste lenti aiutato da Ferrier, uno degli
ottici più abili del tempo. La teoria era
stata accolta ed alcuni scienziati proposero
di chiedere al cardinale Richelieu di patrocinare
la costruzione di un laboratorio per mettere
in pratica la teoria cartesiana nel taglio
dei vetri.
Ebbene: Cartesio si oppose per timore che
un insuccesso potesse mettere in dubbio l'esattezza
dei suoi calcoli. (fonte: Storia della scienza,
libro III "Le scienze del mondo fisico"
a cura di Maurice Daumas. Edizione italiana:
Laterza, Bari 1976 - Originale : Gallimard,
Parigi 1957)
Ecco che il gigante in qualche modo viene
ridimensionato. Prima dimentica i meriti
di un suo precursore appropriandosi indebitamente
di una scoperta scientifica, poi si ritrae
dalla sperimentazione per timore che la pratica
smentisca la teoria. Che dire?
Mi ha molto colpito un'autodescrizione dello
stesso Cartesio tratta dal "Discorso"
(opera per molti aspetti autobiografica).
Se ne stava tutto il pomeriggio in una stanza
davanti ad una stufa a meditare. Non scriveva
e non amava scrivere. Eppure scriveva benissimo,
tanto che si potrebbe esclamare: "ecco
una mente sottratta alla letteratura!"
Tuttavia proprio nel "Discorso"
(parte prima) veniamo a sapere che: "
Sono stato nutrito sin dall'infanzia di studi
letterari e poichè mi si faceva credere che
per mezzo di essi si potesse acquistare una
conoscenza chiara e salda di tutto ciò che
è utile alla vita, ero oltremodo desideroso
di apprendere. Ma appena compiuto l'intero
corso degli studi al termine del quale si
suole essere accolti nel rango dei dotti,
cambiai del tutto opinione. Perchè mi ritrovai
impacciato da tanti dubbi ed errori che mi
sembrava di non aver ricavato altro profitto,
cercando di istruirmi, se non di avere scoperto
sempre più la mia ignoranza. Eppure stavo
in una delle scuole più celebri d'Europa,
dove pensavo dovessero trovarsi dei dotti,
se mai ce n'erano in qualche parte della
terra. Lì avevo imparato tutto quello che
imparavano anche gli altri; in più, non contento
delle scienze che ci insegnavano, avevo scorso
tutti i libri di quelle più curiose e rare,
che mi erano capitati tra le mani."
E più avanti si legge ancora: "Avevo grande stima dell'eloquenza, ed ero
innamorato della poesia; ma pensavo che l'uno
e l'altra fossero doni dell'ingegno, piuttosto
che frutto dello studio. Chi ha il raziocinio
più robusto e sa mettere meglio in ordine
i propri pensieri per renderli più chiari
ed intellegibili, può sempre, meglio di tutti,
imporre le sue tesi, anche se parla solo
il basso bretone e non ha mai imparato la
retorica.
E quelli che sono capaci delle invenzioni
più piacevoli, e sanno esprimerle con maggiore
ornamento e dolcezza, continuano ad essere
i migliori poeti, anche se ignorano le arti
poetiche.
Mi piacevano soprattutto le matematiche,
per la certezza e l'evidenza delle loro ragioni,
ma non ne avevo ancora riconosciuto il loro
uso e, pensando che servissero soltanto alle
arti meccaniche, mi stupivo del fatto che,
pur essendo le loro fondamenta così sicure
e solide, su di esse non si fosse costruito
nulla di più alto. Come , al contrario, paragonavo
gli scritti di morale degli antichi pagani
a palazzi molto superbi e magnifici, ma costruiti
sul fango. Innalzano al cielo le virtù, e
le fanno apparire stimabili al di sopra di
ogni altra cosa, ma non ce le fanno conoscere
a sufficienza; spesso quello che chiamano
con un così bel nome non è altro che insensibilità,
oppure orgoglio, o disperazione, o parricidio.
Riverivo la nostra teologia e aspiravo come
chiunque altro a guadagnare il cielo; ma
avendo appreso come cosa assai certa che
questa strada è aperta ai più ignoranti come
ai più dotti, e che le verità rivelate che
ci conducono fino ad esso sono al di sopra
della nostra intelligenza, non avrei mai
osato sottoporle alla debolezza dei mie ragionamenti,
e pensavo che per intraprenderne e condurre
a termine l'esame era necessario ottenere
una qualche straordinaria assistenza dal
cielo ed essere più che uomo.
Non dirò nulla della filosofia, se non che,
vedendola coltivata per molti secoli dagli
ingegni più alti senza che tuttavia vi si
trovi qualcosa che non sia oggetto di dispute
e di cui perciò si dubiti, non avevo tanta
presunzione da sperare qui un successo migliore
di quello ottenuto da altri; considerando
poi quante diverse opinioni su uno stesso
oggetto possono essere sostenute dai dotti,
senza che ce ne possa essere mai più di una
soltanto che sia vera, ritenevo quasi falso
tutto ciò che era solo verosimile.
Per le altre scienze poi, dal momento che
traggono i loro principi dalla filosofia,
giudicavo che non era possibile che si fosse
costruito qualcosa di solido su fondamenti
così instabili. E né l'onore, né i guadagni
che promettono erano sufficienti ad impegnarmi
in esse; giacchè non ritenevo di essere,
grazie a Dio, nella condizione di dover fare
della scienza un mestiere, per migliorare
la mia fortuna; e benchè non professassi,
come fanno i cinici, il disprezzo della gloria,
pure stimavo assai poco quella che non speravo
di poter acquistare se non con falsi titoli.
Infine, per quel che riguarda le scienze
bugiarde, pensavo di conoscerne abbastanza
il valore per non correre il rischio di venire
ingannato nè dalle promesse di un alchimista,
nè dalle predizioni di un astrologo, né dalle
imposture di un mago, né dalle frodi e vanterie
di chi va dicendo di sapere più di quanto
non sappia."
Ciò che stupisce in questo passo è la frettolosità
di giudizio, del tutto sintetico (anche se
non a priori, perchè noi crediamo davvero
al fatto che Cartesio abbia studiato attentamente
tutte quelle materie) e del tutto gratuito.
Persino sulla valutazione delle "scienze
bugiarde" vi sarebbe qualcosa da dire,
perchè mettere nello stesso mazzo di maghi
e negromanti Keplero, gli alchimisti, e fior
di filosofi come Marsilio Ficino e Giordano
Bruno è una sciocchezza. Ma esaminando bene
il testo le fanfaluche sono molte e veramente
abissali, tutte genialmente concentrate in
poche righe. Dire ad esempio che nulla è
certo nella filosofia solo perchè c'è disputa
su tutto e nessuno ha veramente ragione,
significa abbassare il livello dell'osservazione
alle banalità di un bar sport.
E significa anche aver rinunciato a pensare
di trovare il bandolo della matassa andandolo
a cercare nella matassa anzichè in sè stessi,
come se in sè stessi si potesse trovare ciò
che non c'è mai stato (ad esempio il contrasto
tra scotisti e tommasiani e la definizione
dei limiti della filosofia da parte di Duns
Scoto, cosa che non è una barzelletta perchè
una delle cause della divisione tra cattolici
e protestanti comincia qui a manifestarsi
e Cartesio aveva sparato e sciabolato, rischiando
la pelle, per quella divisione). Possibile
non si sia mai chiesto:"Perchè tutto
questo, porco diavolo?" E perchè di
queste esperienze devastanti non c'è traccia
in un libro "autobiografico"? Forse
che questa sezione della sua vita non avrebbe
meritato nel "Discorso" una settima
parte?
Non che sia facile o che fosse facile (allora
era più facile, garantito), ma lo si doveva
e lo si deve fare sia che si voglia parlare
di filosofia, sia che si voglia parlare di
progresso dell'uomo. Perchè il vero progresso
dell'uomo sta nella pace universale. Altrimenti
si tace su questo specifico argomento, nel
senso che si evitano premesse filosofiche
alle teorie algebriche e, tanti saluti.
In queste poche righe Cartesio ci offre idee
e giudizi che sono chiari e distinti solo
perchè trasmessi in uno stile frizzante-champenoise.
Ma dal punto di vista di una vera analisi
si trova solo una gratuita confusione. Gli
oggetti del discorso sono assemblati all'ingrosso,
quasi si trattasse di patate e granturco
e non di opere letterarie o filosofiche.
Nel liquidare la letteratura e il "tragico"
Platone era stato mille volte più profondo
estraendone un nucleo di verità, affermando
a chiare lettere che induce alla passione
ed infiamma gli animi. La giudicò dannosa
e propose di proibirla, senza considerare
che proprio in quanto testimonianza di come
vanno le cose agli appassionati ed agli impulsivi,
essa porta i fruitori delle opere letterarie
ad essere più prudenti e riflessivi dei non
fruitori, a paragonarsi ai vari personaggi,
a immedesimarsi nelle situazioni, ad immaginare
i propri comportamenti e quindi a comprendere
gli errori.
Cartesio la giudica inutile al progresso.
Potremmo dire che sotto un certo aspetto
avrebbe persino ragione, se cioè il progresso
fosse solo accumulare conoscenza matematica;
ma non è così. Progresso è anche, finalmente,
aver tempo di poter rilassarsi con un buon
libro e "contemplare".
In sintesi non resterà che prender atto della
parzialità cartesiana. Fu un genio "parziale"
e forse tutti i geni lo sono. Ma, a differenza
di Spinoza che ti costringe a "prendere
tutto o lasciare", il frutto della meditazione
cartesiana offre più di uno spunto di grande
valore e propone persino qualche perla di
saggezza senza tempo. Come Platone si legge
facilmente perchè dispone di una fluidità
letteraria fuori del comune ed insolita in
un filosofo.
Vi si possono incontrare anche sciocchezze,
come ho cercato di mostrare, ma sono frequenti
proposizioni memorabili e degne di una citazione.
Cartesio non era, ad esempio, granchè come
storico della filosofia:-))) e lo si comprende
da queste prime righe, ma le considerazioni
su come ci è realmente pervenuto il pensiero
degli antichi che non hanno lasciato qualcosa
di scritto, o quelle su Aristotele, contenute
nella sesta parte del "Discorso",
valgono più di cento pagine di un qualsiasi
manuale ad uso scolastico su Talete e Anassimandro.
Forse negli ionici Cartesio rinvenne la freschezza
del gesto filosofico che era tipicamente
suo ed anche una sorprendente analogia che
Cartesio spiega pressapoco così: quando gli
altri riportano il nostro pensiero, ci fosse
una volta che lo riportano fedelmente:-!!!!))))
(Come a dire che il mondo è pieno di teste
di cactus, ma la maggiore concentrazione
la si registra tra i divulgatori, i cronisti,
i pettegoli ed i biografi tipo Diogene Laerzio
e discendenti)
Mi corre l'obbligo di un'avvertenza: infastidisce
in Cartesio un atteggiamento da benefattore
respinto da quelli che vorrebbe beneficiare.
Si sente ugualmente obbligato ad offrire
con mille precauzioni e quasi scusandosi
quei tesori della ragione che gli uomini
dovrebbero implorare da lui. Tutto ciò irrita
perchè l'apparente modestia si capovolge
immediatamente in supponenza. E l'ironia
continua e sottile che pervade ogni pagina
utilizza l'autoironia come preambolo solo
per tirare frecciate contro "quegli
imbecilli" degli altri pensatori con
maggiore disinvoltura.
Ma il problema che vorrei evidenziare a questo
punto è un altro. Non è vero che Cartesio
non abbia alcun padre nella filosofia medioevale
o addirittura in tutta la filosofia precedente
e che la sua rivoluzione sia dovuta ad una
sorta di colpo di genio che azzera il passato
e liquida la tradizione..
A prescindere da Platone che rimane il suo
più lontano antenato, a prescindere dagli
scettici ai quali egli deve tutta la tematica
del dubbio, questo padre medioevale è Avicenna,
il filosofo arabo Ibn Sina. Come scrive Gilson:
"La logica di Avicenna poggia come quella
di Aristotele, sulla distinzione fondamentale
del primo oggetto dell'intelletto, che è
l'individuo concreto (intentio prima) e il
suo oggetto secondo che è la conoscenza stessa
del reale (intentio seconda). L'universale
è una seconda intenzione, ma Avicenna la
concepisce in modo diverso da Aristotele.
Per lui ogni nozione universale definisce
una specie di realtà mentale che si chiama
l'essenza; ciascuna essenza si distingue
dalle altre per delle proprietà definite.
Le essenze esprimono esattamente il reale
da cui il pensiero le astrae. La conoscenza
logica ha dunque una portata fisica e anche
metafisica, non nel senso che la realtà sarebbe
fatta di idee generali, ma perchè la generalità
logica degli universali e la loro stessa
predicabilità esprime questa proprietà fondamentale
che ha l'essenza di essere una e medesima,
qualunque sia l'individuo che la possiede.
Da ciò deriva che, nell'ordine delle essenze,
tutto ciò che si può pensare a parte e distintamente
è realmente distinto da ciò a parte del quale
lo si pensa. Questo principio trova nella
filosofia di Avicenna numerose ed importanti
applicazioni.
Per esempio, un'anima unita ad un corpo, ma che non ricevesse
alcuna sensazione esterna nè interna, sarebbe
ancora capace di conoscere sè stessa, di
pensare e di sapere che pensa. Un'anima può
dunque concepirsi distintamente senza riferimento
al corpo; di conseguenza l'essenza dell'anima
è diversa da quella del corpo, e l'anima
è realmente distinta dal corpo." (Etienne Gilson "La filosofia nel Medioevo"
5° ristampa, Firenze 1990)
Che Cartesio conoscesse Avicenna solo per
sentito dire o lo conoscesse profondamente
non fa una in fondo una grande differenza.
Da questi presupposti può nascere una riflessione
filosofica di tipo cartesiano e chiunque,
leggendo il testo avicenniano, potrebbe condurla
anche ignorando Cartesio.
3.Discorso sul metodo
Il "Discorso" venne composto quasi
ventanni dopo la rivelazione del 1619 ed
è indubbiamente l'opera fondamentale di Cartesio
in quanto costituisce una rottura con la
tutta la tradizione culturale precedente
e non solo. Non risparmia nemmeno i matematici
e li giudica improduttivi. Abbiamo osservato
che la rottura non ci pare sufficientemente
motivata ma, non abbiamo detto che non lo
fosse implicitamente. Potrebbe anche darsi,
dunque, che Cartesio avesse fatto davvero
i conti con la filosofia precedente. Ma quello
che ha scritto, per come lo ha scritto, ci
spinge ad avanzare qualche riserva. Il che
non significa non apprezzare il fatto che
per "rompere" e ripensare tutto
da capo ci voglia davvero una buona dose
di coraggio.
La versione originale era intitolata "Discorso sul metodo per ben condurre la propria
ragione e cercare la verità nelle scienze.
Più la Diottrica, le Meteore e la Geometria,
che sono saggi di questo metodo". Nel frontespizio non compariva il
nome dell'autore. Che oggi il "Discorso"
venga pubblicato mancante dei tre saggi originali
è prova che ai filosofi la parte scientifica
e pratica dell'opera cartesiana interessa
sempre meno, ma è anche sintomo del fatto
che queste opere hanno un interesse scientifico
e matematico sempre più relativo ed interessano
ormai solo più gli storici del pensiero matematico.
Il primo passaggio veramente notevole lo
si trova all'inizio. Qui dopo aver affermato
che "il buon senso è fra le cose al mondo quella
più equamente distribuita e che...il potere
di ben giudicare e di distinguere il vero
dal falso ...è per natura uguale in tutti
gli uomini...conclude: non conosco altre qualità che servano a rendere
perfetto l'ingegno; perchè quanto alla ragione
o al discernimento, che è la sola cosa che
ci rende uomini e ci distingue dai bruti,
credo che essa sia tutta intera in ciascuno
di noi, e intendo in questo seguire l'opinione
comune degli scolastici, i quali affermano
che il più e il meno è solo negli accidenti,
non mai nelle forme o nature degli individui
della medesima specie."
L'asserzione è molto importante in quanto
riconosce che è l'accidente e solo questo
a creare la differenza tra individui. Ma
l'accidente non è solo una distinzione del
tipo storpio anzichè camminatore eretto,
oppure cieco anzichè buon vedente. L'accidente
è il prodotto di una collocazione sociale
e dell'attività specifica. E' accidentale
essere operaio anzichè teologo o scienziato.
Purtroppo Cartesio non estrae alcuna conseguenza
da questa constatazione della quale, probabilmente,
nemmeno si ricorderà quando opererà una cesura
tra anima e corpo riducendo il corpo a pura
estensione meccanica.
A noi rimane tuttavia che anche Cartesio
ammette in un primo momento, proprio all'inizio
del suo dire, che l'anima di un individuo
umano intesa come essenza e come intelletto,
è indipendentemente dai suoi accidenti.
Subito dopo tale clamorosa ammissione egli
tuttavia insinua un giudizio del tutto sorprendente,
ovvero che: "...sebbene, guardando con l'occhio del filosofo
le diverse azioni ed imprese degli uomini,
non ne scorga quasi nessuna che non mi sembri
vana ed inutile, pure continuo a trarre il
massimo piacere dal progresso che penso di
aver già fatto nella ricerca della verità.
e a concepire per l'avvenire speranze tali
da osar credere che se tra le occupazioni
dell'uomo in quanto uomo ve ne è qualcuna
davvero buona e importante, è proprio quella
che ho scelto."
Qui il dubbio è superato ancor prima di essere
espresso!:-))) Ma colpisce quel giudizio
"da filosofo" sulla vanità e la
futilità delle azioni umane.
Donde viene? Perchè cade proprio qui? E soprattutto:
perchè non c'è distinzione tra diverse azioni
e tutte sono giudicate allo stesso modo?
Nessun dubbio in proposito?
Quest'uomo continua a pensare all'ingrosso
tutto il resto fuori di sè. Non apprezza
il lavoro (vizio borghese, che si manifesta
quando è ora di pagarlo) e giudica futile
la fatica, il gioco, le banali occupazioni
quotidiane. L'errore che abbiamo già rilevato
persiste ed anzi, proprio all'inizio si annuncia.
Tuttavia egli salva la futilità della sua
azione che in fondo è anche la nostra e questo
non è poco. Studiare di migliorarsi attraverso
un metodo ed una costante applicazione è
una lezione eterna.
Come s'è visto Cartesio riteneva possibile
costruire una scienza universale muovendo
da pochi principi esistenti nella mente umana
e concatenare tra loro tutte le proposizioni
allo stesso modo in cui risultano concatenate
le proposizioni matematiche.
Nella seconda parte del "Discorso"
Cartesio presenta questo procedimento come
una sintesi del meglio esistente nella logica,
nella geometria e nell'algebra., proponedosi
"di cercare un altro metodo che, raccogliendo
i pregi di queste tre, fosse immune dai loro
difetti."
Il metodo viene dunque compendiato in quattro
regole:
E' meglio seguire l'enunciazione che fornisce
lo stesso Cartesio.
"La prima regola era di non accettare
mai nulla per vero, senza conoscerlo evidentemente
come tale; cioè di evitare scrupolosamente
la precipitazione e la prevenzione; e di
non comprendere nei miei giudizi più di quanto
si fosse presentato alla ragione tanto chiaramente
e distintamente da non lasciarmi nessuna
occasione di dubitarne.
La seconda, di dividere ogni problema preso
in esame in tante parti quanto fosse possibile
e richiesto per risolverlo più agevolmente.
La terza, di condurre ordinatamente i miei
pensieri cominciando dalle cose più semplici
e più facili a conoscersi, per salire a poco
a poco, come per gradi, sino alla conoscenza
delle più complesse; supponendo altresì un
ordine tra quelle che non si precedono l'una
dall'altra.
E l'ultima, di fare in tutti i casi enumerazioni
tanto perfette e rassegne tanto complete,
da essere sicuro di non omettere nulla.
La nozione di "evidenza" in Cartesio
non è la stessa dei filosofi precedenti per
diversi motivi. In primo luogo non si tratta
solo di una evidenza immediata, ma anche di una evidenza matematica, quindi ricavata
da calcoli e dimostrazioni. Questo tipo di
evidenza non dipende dai sensi (vorremmo
dire: se non inizialmente, ma Cartesio non
lo dice espressamente, anche se nel trattato
sull'ottica fornisce una spiegazione della
visione: le immagini che si formano sulla
retina hanno un'origine meccanica, risultano
da un movimento trasmesso all'occhio) ma
è un prodotto del pensiero il quale individua
i termini "costitutivi" di un problema
e li tratta come valori.
Quelli noti sono ovviamente "noti",
quelli "ignoti" sono oggetto di
dubbio, ma vengono considerati "incognite"
di un'equazione.
Va evidenziato che l'evidenza porta alla
certezza e questo differenzia in misura considerevole
Cartesio dal pensiero scettico, al quale
è stato spesso frettolosamente assimilato.
Analisi e sintesi dovrebbero consentire una
conoscenza universale della realtà concepita
come mathesis universalis, un'idea che era
già stata presentata nell'antichità dal neoplatonico
Proclo sulla scorta di Platone; ma entrambi
le avevano subordinate alla dialettica, mentre
per Cartesio l'approccio matematico rappresenta
l'essenza stessa della filosofia.
Non solo: la dialettica porta a ragionamenti
che non trovano la verità delle cose, ma
solo la loro "verosimiglianza".
Ciò in effetti non è del tutto sbagliato,
quanto meno rispetto ad Aristotele, perchè
in Platone la dialettica conduce all'idea
stabile, la quale è l'essenza stessa delle
cose intellegibili, rispetto alle quali la
conoscenza più alta è appunto quella dell'idea.
Ma ciò che sfugge a Cartesio è che di questa
dialettica che, secondo lui, ci disporrebbe
soltanto ad impadronirci dell'arte di parlare
di qualunque argomento senza davvero conoscerlo
(rischio reale), si può invece far uso soprattutto
per cercare i principi primi di ogni disciplina
particolare. Non dell'evidenza, ovviamente,
perchè non ci può essere una scienza dell'evidenza,
ma di biologia, astronomia, diritto, arte
di coltivare al meglio le patate, criteri
per collezionare figurine ed altro ancora.
Sotto questo profilo, ad esempio, fu esemplare
il modo in cui Aristotele introdusse il suo
scritto sull'anima.
Nel "Discorso sul metodo" questa
ricerca del principio o dei principi, da
intendersi anche semplicemente come inizio,
come capo di un filo da svolgere, non è che
non ci sia; c'è; ma anzichè essere posto
come oggetto di una ricerca è rappresentato
come racconto di una esperienza del soggetto
pensante. Questo è il principio. Ma è innegabile
che sia comunque un principio trovato attraverso
una dialettica della negazione (non credo
a questo, a quest'altro, a quest'altro ancora;
dubito ecc..) e dialetticamente esposto perchè
anche il racconto è dialettica.
Al termine dell'enunciazione delle quattro
regole Cartesio dice:"Quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppure
semplici e facili, di cui i geometri si servono
per pervenire alle loro più difficili dimostrazioni,
mi diedero motivo a supporre che nello stesso
modo si susseguissero tutte le cose di cui
l'uomo può avere conoscenza e che ove si
osservi sempre l'ordine necessario per dedurre
le une dalle altre, non ce ne fossero di
così lontane alle quali non si potesse arrivare,
né di così nascoste che non si potessero
scoprire; a patto semplicemente di astenersi dall'accettarne
per vera qualcuna che non la sia, e di mantenere
sempre l'ordine richiesto per dedurre le
une dalle altre.
Nè mi fu molto difficile la ricerca di quelle
dalle quali bisognava cominciare: sapevo
già infatti che dovevano essere le più belle
e le più semplici a conoscersi; e considerando
che di tutti coloro che hanno cercato verità
nelle scienze solo i matematici han potuto
trovare qualche dimostrazione, e cioè nelle
ragioni certe ed evidenti, non dubitavo che
avrei dovuto incominciare dalle stesse cose
prese in esame da loro; anche se non speravo
di ricavarne nessun'altra utilità se non
quella di abituare la mia mente a nutrirsi
di verità e a non contentarsi di false ragioni."
Questo è appunto il metodo cartesiano. Seguendolo
almeno un po' possiamo trarre il seguente
principio indiscutibile: la matematica addestra
la mente (insegnamento platonico) e la abitua
a cercare la verità seguendo vie rigorose.
Ed il miglior farmaco contro la distrazione
e la superficialità.
Continuando nella ricognizione del testo
ci imbattiamo in un'altra affermazione tanto
vera in un senso quanto o contraddittoria,
oppure limitante in un altro.
Cartesio, in chiusura della seconda parte
del "Discorso", dichiara di essere
pervenuto ad illuminazione sul metodo in
gioventù, e di averlo usato per progredire.
"Ma avendo considerato che i loro principi
( i principi dei problemi che Cartesio aveva
affrontato, n.d. cactus) dovevano derivare tutti dalla filosofia,
nella quale non ne trovavo ancora di certi,
pensai che fosse necessario per me prima
di tutto cercare di stabilirne qualcuno;
e che essendo questa la cosa al mondo più
importante in cui la precipitazione e l'anticipazione
sono più da temere, non dovevo tentare di
venirne a capo prima di aver raggiunto una
età ben più matura dei ventitré anni che
avevo allora. Avrei prima impiegato molto
tempo a prepararmi a questo compito, sia
sradicando dalla mia mente tutte le false
opinioni che avevo già ricevuto, sia accumulando
molte esperienze, destinate a diventare in
seguito materia dei miei ragionamenti; e
questo, continuando ad esercitarmi nel metodo
che mi ero prescritto, per acquisire in esso
una sempre maggiore sicurezza."
In questo passaggio si coglie l'importanza
che Cartesio assegna all'esperienza. Ma attenzione, perchè non è che il razionalista
sia diventato d'un tratto empirista. Se così
fosse, ci sarebbe contraddizione palese tra
questa affermazione e tutto il resto del
discorso che nega l'importanza della percezione
sensibile. Cartesio intende qui, probabilmente,
per esperienza solo una certa perizia nell'usare
il metodo. Allena la mente con il ripetuto
esercizio matematico. Si tratta quindi di
un'esperienza del tutto soggettiva, cioè
un'esperienza mentale che comunque rimane
fedele allo schema dato a priori: è dunque
un processo per il quale la res cogitans
coglie la meccanica della res extensa, ma
non le riconosce comunque un ruolo attivo
e una dinamica vitale. La matematica tratta
infatti oggetti stabili, come i numeri, i
quali non scappano di qui e di là come anguille
e neppure variano di dimensione e di forma,
come le figure geometriche.
Con questo metodo, ovviamente, si finisce
col trovare solo quello che si cerca, ad
esempio un ago nel pagliaio, ma è assai dubbio
che si veda che nel pagliaio ci sono filamenti
d'oro o persino bellissime fanciulle che
riposano, le quali possono essere "dedotte"
come presenti ed esistenti solo se si vedono.
Chiunque sappia realmente ragionare delle
proprie esperienze non potrà che convenire
sull'importanza delle scoperte casuali (casuali
nel senso di non volute da noi). Cerco l'ago,
ma sono attento al fatto che ci sono cose
molto più importanti dell'ago in questo pagliaio
e così mi imbatto in testi filosofici, teorie
scientifiche e rapporti del KGB.
Se proviamo ad insegnare a parlare ad un
cane, non avremo mai risposta. Questo ci
dice l'esperienza. Ma se insegnamo allo stesso
cane ad ascoltare, qualche risposta ai nostri
comandi l'avremo. Ciò significa che anche
un cane dispone di un'anima canina, determinata
dalla forma specifica. Essa è insieme il
suo limite ed il suo potenziale e quest'anima
è sensibile alle affezioni tanto quanto la
nostra. Gli manca la parola, tuttavia abbaia,
guaisce e comunica la qualità delle sue affezioni
e noi le comprendiamo. Tutto questo ci sfuggirebbe
se seguissimo solo il precetto della ragione
cartesiana: il cane non ha un'anima e tuttalpiù
mi dispongo a cercare argomenti a favore
di questa tesi deducendoli dal principio
che solo l'uomo ha un'anima.
Ora è singolare che, allargata a dismisura
l'area del "dubbio", cioè una situazione
nella quale, come vedremo, noi non abbiamo
certezze, ci si ritrovi ad un restringimento
dell'esperienza altrettanto smisurata:-)))
, senza alcuna chiara distinzione tra esperienza
voluta (l'esercizio costante delle nostre
facoltà per risolvere un problema applicando
un metodo) e l'esperienza oggettiva, spesso
non voluta e nemmeno gradita, come il cadere
da cavallo, l'andare a sbattere contro un
albero, o la newtoniana caduta della mela
sulla zucca che tanto bene fece all'umanità.
Eppure il significato della parola esperienza,
sostanzialmente diversa per significato dalla
parola "esperimento" (in quanto
questo è voluto per vedere se...) è anche
questo: l'occasionale denso di potenziali
insegnamenti, una realtà che parla anche
se non sempre e non solo un linguaggio matematico.
A meno che non si ravvisi nei "segni"
e nelle "forme", negli stessi simboli
un'altra forma della matematica divina.
La terza parte del "Discorso" è
invero altrettanto singolare in quanto Cartesio,
dopo aver affermato di volersi liberare di
tutto quanto il sapere precedente, avverte
però della necessità di dotarsi di una morale
provvisoria. Ciò lo porta a ricercare alcune
massime relative al comportamento pratico
in grado di orientare ogni scelta. E' interessante
la motivazione:"...così per non restare del tutto irresoluto
nelle mie azioni mentre la ragione mi avrebbe
obbligato ad esserlo nei miei giudizi, e
per non impedirmi di vivere da quel momento
il più felicemente possibile, mi formai una
morale provvisoria, fatta di tre o quattro
massime soltanto, che desidero qui enunciare."
Qui si deve notare che senza morale non si
può agire. Ma perchè non si può agire e si
rimane irresoluti? Non conosciamo la risposta
di Cartesio e dobbiamo meditare molto per
capire se è vero in generale. Però, però...possiamo
osservare provvisoriamente che le azioni
umane che interessano veramente la sfera
morale sono in fondo davvero poche: non rubare,
non ammazzare, non rendere falsa testimonianza
contro qualcuno (che non significa non dire
bugie...), non insidiare la donna d'altri,
ovvero non fare ad altri quello che non vorresti
fosse fatto a te.
A queste potremmo aggiungere il senso del
dovere, anche se con un significato meno
assoluto rispetto alla formulazione kantiana.
Se abbiamo famiglia, abbiamo dei doveri verso
di essa. Se abbiamo un datore di lavoro,
nei limiti del possibile dobbiamo rispettare
il contratto. Se abbiamo una qualche responsabilità
sociale o istituzionale, visto che godiamo
della fiducia di molti, dobbiamo sforzarci
di far bene.
Si tratta sempre di limitazioni alla libertà
ed in una visione ampia ciò che non è proibito,
dovrebbe essere ammesso, mentre una visione
ristretta porta a credere che tutto sia proibito
e che occorra sempre un'autorità che conceda
permessi e dispense.
Per un uomo onesto, tuttavia, l'unica problematica
potrebbe risultare la quarta, perchè in fondo
è vero che "al cuore non si comanda".
Le altre sono talmente scontate che pare
inutile l'elencarle.
Non si comprende pertanto questa irresolutezza
di fronte alla mancanza di una morale provvisoria,
come se per studiare medicina bisognasse
consultare qualche prete confessore a farsi
rilasciare apposita autorizzazione per scrutare
uteri, scroti e vagine.
Ma tant'è. L'uomo che sembra libero da pregiudizio
deve ancora avere qualche tabu che lo tiene
inchiodato davanti ad una stufa.
La prima massima è per Cartesio "nel serbar fede alla religione nella quale
Dio mi ha fatto grazia di essere educato
nell'infanzia". La seconda è quella di mantenersi
costante e risoluto nelle proprie decisioni,
la terza quella di cercare il dominio di
sé piuttosto che quello degli eventi.
Ed anche qui potremmo condividere il discorso
se non fosse che la seconda massima proposta
da Cartesio ci pare invece di dubbia saggezza.
Egli scrive: "La mia seconda massima era di mantenermi
nelle mie azioni più fermo e più risoluto
che potessi, e di seguire le opinioni più
dubbie, una volta che a queste mi fossi determinato,
non meno costantemente di quelle del tutto
sicure. Intendevo imitare in questo i viaggiatori
che, trovandosi smarriti in una foresta,
non devono vagare, aggirandosi ora da una
parte ora dall'altra, nè tantomeno fermarsi
in un posto, ma camminare sempre diritto,
per quanto è possibile in una direzione,
e non cambiarla senza un buon motivo..."
Il paragone tra il seguire un'opinione e
il seguire una pista nella foresta non ha
un vero fondamento logico. Non si capisce
innanzitutto perchè si dovrebbero seguire
le opinioni più dubbie quando sarebbe molto
più semplice seguire quelle meno dubbie,
o anche astenersi. Del resto lo dice lui
stesso :"E fra le molte opinioni egualmente accolte
nell'uso, non sceglievo se non le più moderate;
sia perchè sono le più facili a mettersi
in pratica, e probabilmente le migliori,
giacchè ogni eccesso suol essere cattivo;
sia per allontanarmi dalla retta via, se
avessi sbagliato, meno di quanto mi sarebbe
accaduto se, avendo scelto uno degli estremi,
fosse stato l'altro che bisognava seguire."
Si può seguire un indizio, un'ipotesi, esplicitarla
come tesi, andare fino in fondo nella ricerca
di prove ed argomenti validi camminando diritti
e tutto fila rigorosamente. Ma quando si
segue una certa ipotesi è perchè abbiamo
già superato il dubbio ed abbiamo fatto una
scelta. In genere dunque seguiamo l'ipotesi
più probabile. Pertanto se applichiamo ad
un'opinione tra le più dubbie questo metodo,
rischiamo di sprecare solo il nostro tempo.
A meno che Cartesio non avesse voluto significare
"più dubbie per gli altri, per gli accademici,
per i teologi o qualsiasi altra autorità
del tipo "io sono l'autorità in questo
campo". Fosse così, bravo Cartesio!
Ma è così?
Il problema è dato dal fatto che tra noi
e Cartesio passa una differenza abissale:
i nostri dubbi sono fondati da qualcosaltro
che da un dubbio metodico a fondamento di
tutto. Le incertezze nascono perchè subodoriamo
qualche inganno o qualche insufficienza,
o qualche palese dimenticanza nelle opinioni
che ci sembrano dubbie. Nascono non perchè
siamo scettici dichiarati ma perchè qualcosa
ci rende accidentalmente scettici. Nascono
perchè chi ci fornisce informazioni ci sembra
troppo interessato e di parte. Ed allora
preferiamo seguire quelle meno dubbie, o
anche sospendere il giudizio, così evitiamo
di inoltrarci in una foresta senza una guida
o un riferimento sicuro:-))
La terza massima "era di cercare sempre di vincere me stesso
piuttosto che la fortuna, e di cambiare i
miei desideri piuttosto che l'ordine del
mondo; e in generale di credere che non c'è
nulla che sia interamente in nostro potere
se non i nostri pensieri, sicchè quando abbiamo
fatto del nostro meglio, rispetto alle cose
fuori di noi, tutto quello che non ci riesce
è per noi assolutamente impossibile."
Ecco una delle perle di saggezza cui accennavo,
anche se contiene, more solito, un'imperfezione
formale. Basta calcolare quante cose sono
in nostro potere oltre ai "nostri pensieri"
e, qualora non bastasse di quali responsabilità
siamo comunque investiti, che ci accorgiamo
della necessità di andare spesso oltre il
possibile, anche se non nell'impossibile.
L'intero capitoletto è per la verità una
fioritura di pensieri solidamente fondati
sul buon ragionare. Ad esempio si trova una
considerazione sullo scetticismo estremo
di grande importanza: "Non imitavo, per questo, gli scettici, che
dubitano solo per il dubitare ed ostentano
una perenne incertezza: al contrario, ogni
mio proposito tendeva soltanto a raggiungere
qualcosa di certo, e a scartare il terreno
mobile e la sabbia, per trovare la roccia
e l'argilla."
4. La quarta parte
La quarta parte del "Discorso"
è intitolata "Le prove dell'esistenza
di Dio e dell'anima umana" ma è sostanzialmente
l'esposizione del "dubbio metodico"
consistente, come egli stesso scrisse, nel
"rigettare, come assolutamente falso,
tutto ciò in cui potessi insinuare il minimo
dubbio, per vedere se, alla fine, restasse
qualcosa nella mia mente di assolutamente
indubitabile."
Il dubbio investe tutto: i sensi che possono
ingannare, i ragionamenti che possono essere
fallaci in quanto "tutti i pensieri che abbiamo quando siamo
svegli, possono venirci anche quando dormiamo
(cioè in sogno), senza che, allora, ve ne
sia alcuno di vero."
Non investe, al contrario, né la matematica,
nè la fede in Dio in quanto essa non è propriamente
un sapere ma solo un credere "che sia
così" per l'ovvio (per Cartesio) motivo
che l'oggetto di questo credere non sia verificabile,
quanto meno matematicamente:-)))
Se desta perplessità questa considerazione
è solo da osservare che in realtà a Cartesio
di Dio e di un'eventuale demistificazione
di qualche truffa religiosa importava assai
poco. Su questo terreno egli si muove inoltre
con estrema prudenza non esente da leggera
ironia.
L'interesse teoretico è tutto orientato alla
decifrazione della realtà intesa come libro
di formule matematiche ed è soprattutto un
interesse pratico, rivolto all'ottimizzazione
dello sfruttamento della natura a vantaggio
dell'uomo. Ciò è in linea con l'intero progetto
borghese della conquista del mondo nel senso
che di questa intenzione cartesiana costituiva,
quantomeno parzialmente, il vero retroterra
culturale e sociale, nonchè, se vogliamo,
una vera e propria estrinsecazione dello
spirito dominante in quel tempo. Nulla di
"santo" e nemmeno nulla di demoniaco:
solo una mentalità che presentava indubbi
elementi di fascinazione: era il pensare
"positivo" dell'epoca.
Sotto un profilo schiettamente filosofico
è ancora certamente curioso che l'enfasi
del discorso non sia rivolta all'oggetto
del dubbio, allo studio delle circostanze
che rendono dubbiosi, e nemmeno alla psicologia
del soggetto, a come conosce ecc...ma all'atto
del dubitare "assoluto".
E poi una cattiva letteratura filosofica
la viene a menare sulla cultura del sospetto
diffusa da quei tre birbanti di Marx, Nieztsche
e Freud:-))) !
Ma a prescindere da queste amenità è evidente
che per Cartesio l'unica certezza, oltre
a quella dell'esistenza di Dio,è matematica
in quanto 2+2 dovrebbe dar sempre 4 come
risultato, il resto non si sa.
Di questa assolutizzazione del dubbio si
potrebbero dare diverse interpretazioni ed
ho persino letto (ma non ricordo dove...)
di una carenza affettiva materna che provoca
insicurezze. Ipotesi da non rigettare completamente,
ovvio, considerando quanto sia dura un'infanzia
senza mamma, (surrogata da qualche gesuita
del tutto inadeguato sul piano affettivo
in quanto privo di organi da suzionare) ma
nemmeno da sopravvalutare. Io la riporto
per dovere di cronaca.
Altrove ho invece parzialmente giustificato
(si dia eventualmente un'occhiata a Sull'inganno dei sensi nella sezione appunti) il dubbio radicale
che problematizza e mette in causa ogni certezza
comune a partire dalla rivoluzione copernicana.
Per la mentalità del tempo la questione non
è data, come è stato scritto fino alla nausea,
dalla perdita del centro e dal trovarsi in
orbita invece che a terra :-))) ma molto
più sensatamente dal trovarsi dotati di un
apparato percettivo che non è in grado di
cogliere la vera struttura dell'universo.
I sensi ci possono dunque ingannare se tentiamo
di superare i limiti della percezione umana
ed allora porre in questione tutto alla maniera
di Cartesio è un gesto estremistico ma filosoficamente
e scientificamente accettabile.
Ciò che non è accettabile è la mancata messa
a fuoco della dimensione del problema. Su
quale piano siamo in difficoltà? Su quello
del rapporto tra universo, sole e terra,
e dunque su un piano molto specifico, un
piano che necessita di nuovi strumenti di
rappresentazione per essere compreso in modo
chiaro e distinto.
Per questo, contrariamente a quanto pensano
studiosi di filosofia più accreditati di
me, non credo che il dubbio inteso in modo
così radicale ed assoluto, non come naturale
diffidenza per ciò che non sappiamo e non
possiamo verificare, per le informazioni
quasi sempre inesatte che riceviamo ecc...,
ma per quello che noi stessi percepiamo sia
una prova di acutezza, di profondità ed intelligenza
straordinaria.
E' semmai la testimonianza di uno squilibrio
e di una soggettività esasperata per la quale
l'io non è nel mondo, emergente dal mondo,
ma <<contrapposto>> al mondo.
Io credo che l'uomo maturo non possa avere
dubbi di questa natura e nemmeno abbandonarsi
a queste contrapposizioni (se non per motivi
etici). Può e deve dubitare di questo o di
quello, persino del proprio medico e certamente
della propria moglie :-))), ma non può dubitare
del mondo come lo percepisce in realtà e
neppure di quelle rappresentazioni del mondo
(penso alla rivoluzione copernicana ed a
quella della relatività einsteiniana) che
a lungo andare sono più convincenti delle
nostre stesse percezioni, le quali, comunque,
ci consentono di percepire anche la rappresentazione
copernicana, confrontarla con la percezione
diretta e ricavarne un quadro nuovo: questo
ci dicono i sensi; questo ci dice la rappresentazione.
Se c'è conflitto o è perchè i nostri sensi
non arrivano fin lì, hanno bisogno di una
protesi, il telescopio; di un'osservazione
attenta e costante, di studi fisico-matematici
come quelli attuati da Newton.
Oppure è perchè la rappresentazione è inadeguata.
Dato che la rappresentazione non è la realtà,
manco ci passa per la testa di pensare che
è la realtà ad essere inadeguata. Però è
indubbio che se tutti presi dal nostro furore
matematico troviamo che i conti non tornano,
potremmo anche concludere che i conti son
giusti, mentre la realtà è sbagliata:-))))
Su questa strada incontreremo Leibniz e la
sua tensione tra verità di ragione e verità
di fatto.
Cartesio vince e si sbarazza del dubbio,
portato all'estremo, e cioè fino a sospettare
che Dio sia un ingannatore, affermando lapidariamente
"cogito ergo sum". Non si può dubitare
del proprio pensiero. Se penso esisto.
Ma dimentica che almeno il 90% del pensiero
è il frutto di una riflessione speculare
della realtà ed il resto viene da una interpretazione
della realtà stessa effettuata con criteri
che sono poi solo apparentemente soggettivi.
In realtà anche il soggettivo non è altro
che il prodotto di un giudizio su ciò che
mi è piaciuto, mi ha dato esperienze e sensazioni
positive e ciò che mi ha dato esperienze
negative e frustranti.
Potremmo dire anche "soffro di mal di
denti, dunque esisto" (Gassendi) e non cambierebbe nulla nella logica del
discorso sulla certezza del mio essere, anzi,
sarebbe più convincente in quanto qualsiasi
affezione del corpo è una prova di esistenza
e se abbiamo qualche dubbio circa il nostro
essere in vita ciò dipende probabilmente
dal fatto che siamo in una fase di apatia
e non-senso o di radicale distacco dalla
realtà.
Conviene tuttavia seguire il testo cartesiano
per qualche tratto onde meglio comprendere.
" Infine, considerando che tutti gli
stessi pensieri che abbiamo da svegli possono
venirci anche quando dormiamo senza che ce
ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi
la decisione di fingere che tutte le cose
che da sempre si erano introdotte nel mio
animo non fossero più vere delle illusioni
dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi
che mentre volevo pensare, così, che tutto
è falso, bisognava necessariamente che, io
che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando
che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni
più stravaganti degli scettici non avrebbero
potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla
senza timore come il primo principio della
filosofia che cercavo.
Poi, esaminando attentamente quel che ero,
e vedendo che potevo fingere di non avere
nessun corpo, e che non ci fosse mondo nè
luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non
potevo fingere, perciò, di non esserci; e
che al contrario, dal fatto stesso che pensavo
di dubitare della verità delle altre cose,
seguiva con assoluta evidenza e certezza
che esistevo; mentre, appena avessi cessato
di pensare, ancorchè fosse stato vero tutto
il resto di quel che avevo sempre immaginato,
non avrei avuto alcuna ragione di credere
che io esistessi: da tutto ciò conobbi che
ero una sostanza la cui intera essenza o
natura sta solo nel pensare e che per esistere
non ha bisogno di alcun luogo nè dipende
da qualcosa di materiale. Di modo che questo
io, e cioè la mente per cui sono quello che
sono, è interamente distinta dal corpo, del
quale è anche più facile a conoscersi; e
non cesserebbe di essere tutto quello che
è anche se il corpo non esistesse.
Dopo di ciò, considerai in generale quel
che si richiede da una proposizione perchè
sia vera e certa; infatti, poichè ne avevo
appena trovata una che sapevo essere tale,
pensai che dovevo anche sapere in che cosa
consiste questa certezza. E avendo notato
che non c'è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire la verità, se non
il fatto di vedere molto chiaramente che,
per pensare, bisogna essere, giudicai che
potevo prendere come regola generale che
le cose che concepiamo molto chiaramente
e distintamente sono tutte vere; e che c'è
solo qualche difficoltà a vedere bene quali
sono quelle che concepiamo distintamente."
Giunti qui ci fermiamo un istante a considerare l'enormità di quel "...giudicai che potevo prendere
come regola generale che le cose che concepiamo
molto chiaramente e distintamente sono tutte
vere"
Siamo così di fronte ad una situazione nella
quale 1) il pensiero produce idee, e questo
mi da la certezza di esistere.
2) tutto ciò che concepisco in modo chiaro
e distinto (Cartesio le chiama cose, ma sono
idee, o immagini) è vero.
Oibò! E che ne è del dubbio? Non quello metodico,
ma quello che viene spontaneo di fronte a
certi comportamenti untuosi o anche a certe
idee nu poco stravaganti?
3) E che questa è una regola generale che
possiamo darci in tutta tranquillità!!
Ora chiedo solo un attimo di attenzione perchè
persino Platone si sta rivoltando nella tomba
e lo stesso Avicenna (credo) avrebbe molto
da dire. Per Platone le idee esistono e non
sono prodotte dal pensiero umano, dunque
hanno un che di oggettivo, infatti sono l'unica
realtà stabile ed immutabile. Studiando da
filosofi prima o poi arriviamo a comprenderle:
coraggio figlioli, armatevi di chiodi, corde
e picozza e scaliamo la montagna da cui si
vedono le idee!
Per Cartesio esse sono invece una produzione
della sostanza pensante. Questa differenza
non è da poco e spiego il perchè. Volenti
o nolenti Platone salva l'oggettività e quindi
la realtà del mondo. Le idee sono la parte
stabile di un mondo in movimento. Con Cartesio
invece qualunque sia la realtà del mondo,
ciò che è vero è solo quello che abbiamo
pensato (cioè prodotto) in modo distinto.
Per di più le stesse idee platoniche sono
superate in quanto non servono ad andare
avanti e quindi ne occorrono di nuove. Ma
queste idee nuove sono in definitiva deducibili
dai pochi principi chiari e distinti che
abbiamo nella zucca fin dalla nascita.
Bene. Detto questo continuiamo la ricognizione
perchè il bello deve ancora arrivare.
" In seguito a ciò, riflettendo sul
fatto che dubitavo, e che di conseguenza
il mio essere non era del tutto perfetto,
giacchè vedevo chiaramente che conoscere
è una perfezione maggiore che dubitare, mi
misi a cercare donde avessi appreso a pensare
qualcosa di più perfetto di quel che ero;
e conobbi in maniera evidente che doveva
essere da una natura che fosse di fatto più
perfetta. Per quel che riguarda i pensieri
che avevo di molte altre cose fuori di me
, come il cielo, la terra, la luce, il calore,
e mille altre, non mi davo la pena di cercare
donde mi venissero, giacchè non notavo in
essi nulla che li rendesse superiori a me (e questo sarebbe uno scienziato? n.d.cactus) e perciò potevo credere che, se erano veri,
dipendevano dalla mia natura in quanto dotata
di qualche perfezione; e se non lo erano,
mi venivano dal nulla, cioè erano in me per
una mia imperfezione."
Come avevo anticipato il bello doveva ancora
venire e ci siamo quasi. Io non so cosa intenda
Cartesio per superiore ed inferiore ma certo
ha del concetto di "superiore"
una percezione ( o meglio: una produzione)
piuttosto indistinta e confusa.
Noi dipendiamo dall'esistenza del sole e
non il sole dipende da noi. Tuttalpiù potremmo
concedere un ardito paragone del tipo l'uomo
fisico dipende dal sole tanto quanto l'uomo
metafisico ( che aspira a trascendere) dipende
da Dio. Su questa corrispondenza si potrebbe
in effetti procedere per più di una speculazione,
ma la cosa è molto più chiara nei salmi di
David che in tutta la filosofia occidentale,
Aristotele compreso. In David infatti non
c'è distinzione tra anima e corpo, e questo
senso di dipendenza è ultrarealistico oltre
che stupendamente materialistico e finemente
poetico.
Proseguendo troviamo che: "Ma non potevo dire lo stesso dell'idea
di un essere più perfetto del mio: perchè,
che mi venisse dal nulla, era chiaramente
impossibile; e poichè far seguire o dipendere
il più perfetto dal meno perfetto è altrettanto
contraddittorio quanto far procedere qualcosa
dal nulla, non poteva venire nemmeno da me
stesso. Di modo che restava che fosse stata
messa in me da una natura realmente più perfetta
della mia, e che avesse in sè tutte le perfezioni
di cui potevo avere qualche idea. e cioè,
per spiegarmi con una sola parola che fosse
Dio.
A questo aggiunsi che , poichè conoscevo
qualche perfezione di cui mancavo del tutto,
non ero il solo essere esistente (userò qui
liberamente, se, non vi spiace, alcuni termini
della Scuola), ma occorreva necessariamente
che ce ne fosse qualche altro di più perfetto,
dal quale dipendevo e dal quale avevo ottenuto
tutto quello che avevo. Giacchè se fossi
stato solo e indipendente da ogni altro e
avessi così avuto da me stesso tutto quel
poco che partecipavo dell'essere perfetto,
avrei potuto avere da me, per la stessa ragione,
tutto il di più che sapevo mancarmi, ed essere
pertanto io stesso infinito, eterno, immutabile,
onnisciente, onnipotente, avere insomma tutte
le perfezioni che potevo vedere in Dio."
Questi argomenti non sono di Cartesio, anche
se Cartesio li cucina in modo diverso, ma
derivano dal genere di prove per l'esistenza
di Dio prodotte dalla scolastica nelle sue
varie correnti. Nel "Discorso"
egli si limita a considerare che in Dio non
vi può essere composizione di anima e corpo,
giacchè "...ogni composizione attesta una dipendenza,
e che la dipendenza è manifestatamente un
difetto...".
Qui occore una breve riflessione:l'idea di
un essere più perfetto non è, e non può essere
qualcosa di innato, che Dio ha posto all'inizio
in ogni uomo.
L'idea di un ente infinitamente superiore
è il frutto di una lenta evoluzione umana
che giunge relativamente tardi rispetto ad
una possibile storia del formarsi di una
coscienza. Ed essa è in qualche modo all'altezza
di Dio solo se essa proietta su Dio i caratteri
della vera nobiltà, cioè tutto il meglio
degli uomini realmente migliori. Nell'antichità
un pensiero su Dio realmente all'altezza
di Dio è quello ebraico e trova un compimento
in Mosè e nei profeti, in particolare Amos,
Isaia e Geremia, cioè una stirpe di uomini
formidabili. Filosoficamente, tuttavia, esso
trova un corrispettivo importante nel filosofo
greco Senofane, il quale nega che il divino sia la burla
olimpica di dei che nutrono le stesse passioni
umane. L'idea, pur con qualche ambiguità,
sarà ripresa da Platone, ma sarà solo con
Aristotele che al divino verrà riconosciuto
uno stato di perfezione, essendo "pensiero
di pensiero".
Ma una volta infilata questa strettoia di
una perfezione astratta, Cartesio, negando
a Dio qualità umane, le stesse che Dio pose
nell'uomo <<fatto a sua immagine>>
finisce di fatto con l'allontanarlo dall'uomo;
ecco che: "Così vedevo che il dubbio, l'incostanza,
la tristezza e le altre cose simili a queste
non potevano essere in lui dal momento che
sarei stato anch'io ben felice di esserne
privo."
Singolare dimenticanza per uno che si dichiara
fedele alla religione alla quale era stato
educato fin dall'infanzia. Ma non è Gesù
Cristo Dio che si è fatto uomo? E Gesù Cristo,
cioè Dio che si è fatto uomo, non ha conosciuto
dubbio, tristezza e altre cose simili?
Che ne sa Cartesio dei drammi di Dio e di
quello che c'è in Dio?
Essere impertubabile non significa non provare
dolore per la sofferenza dei propri figli.
Dio, posto che esista, è probabilmente l'essere
più infelice in assoluto perchè non solo
intende le nostre traversie come pensiero
di pensiero, ma anche come vissuto esistenziale,
visto che non c'è una sola nostra esperienza
che non sia già stata anche esperienza di
Dio.
Il succo amarognolo del "Discorso"
su Dio è tutto qui.
Anche Cartesio, non bastasse la Chiesa coi
suoi dogmi assurdi, contribuisce ad allontanare
Dio dall'uomo.
E ciò lo si vede anche nel modo con cui Cartesio
crede di liquidare quel pizzico di empirismo
e di buon senso che avevano gli scolastici..
Scrive infatti:" Ciò appare abbastanza chiaro dal fatto che
anche i filosofi delle Scuole considerano
come massima che nulla vi sia nell'intelletto
che prima non sia stato nel senso: dov'è
certo tuttavia che le idee di Dio e dell'anima
non sono mai state. E mi sembra che quelli
che vogliono far uso della loro immaginazione
per comprenderle, fanno proprio come se volessero
servirsi degli occhi per udire i suoni o
sentire gli odori: con in più questa differenza,
che la vista non ci rende meno sicuri della
verità dei suoi oggetti, di quanto facciano
l'odorato e l'udito; mentre né l'immaginazione
né i sensi potrebbero mai renderci certi
di qualcosa senza l'intervento del nostro
intelletto."
Anche qui Cartesio mostra di avere qualità
introspettive assai limitate e dimentica
con disinvoltura degna di miglior causa che
le idee di Dio e dell'anima vengono dall'esterno
della coscienza. Ci sono state trasmesse
da una voce e noi le abbiamo udite; le abbiamo
lette su un libro e quindi le abbiamo viste.
Quindi nei sensi ci sono state, eccome! L'intelletto
interviene in una seconda fase per organizzare
ed esprimere meglio, o peggio, a seconda
dei casi, quella stessa idea. Non solo: se
fa quest'operazione la comprende meglio,
persino quando la esprime peggio:-))). Quanto
alla vista che ci dovrebbe rendere insicuri
è assai dubbio che essa non veda quello che
c'è scritto sul libro firmato da Cartesio.
Ne sono assolutamente certo: Cartesio ha
scritto tutto quello che è evidenziato qui
sopra.
Con ciò non vorrei creare fraintendimenti:
qui non si vuole negare valore al "cogito"
ed a qualsiasi ricerca della ricerca della
verità interiore.
L'idea di un essere perfetto, cioè Dio, è
ormai realmente in noi, vista la martellante
campagna pubblicitaria, ma ciò non può costituire
in alcun modo una prova della sua esistenza,
giacchè tra questa immagine prodotta filosoficamente
e la realtà della storia di Dio che troviamo
nella Bibbia, c'è uno scarto, oserei dire
una frattura, irriducibile. Il Dio biblico
è un sovrano giusto deposto da uomini ingiusti,
che preferiscono adorare baal, statue e vitelli
d'oro anzichè cercare il proprio principio
vero. E quindi giustamente è considerato
un Dio geloso, che non significa vanitoso
o lunatico. Ma è anche un Dio che ha cura
del fatto che la luce della verità permanga
almeno in alcuni uomini e quindi li guida,
li segue, li indirizza. Ed ad un certo punto
della storia interviene più che direttamente,
cioè interviene in carne ed ossa, versando
persino il suo sangue per realizzare questa
volontà.
Tutto ciò purtroppo, o per fortuna, non sta
in una sola idea chiara e distinta, ma in
un discorso, in una successione di idee,
le quali ci possono portare a credere oppure
no. Io ad esempio credo solo che, se Dio
esiste, è questo e non può essere nientaltro
di superiore, perchè se fosse superiore,
sarebbe nientaltro che un sovrano altezzoso
ed irraggiungibile, assolutamente inutile.
Come lo è il brahman delle religioni indù.
Quanto al fatto che Dio ci abbia dotato di
qualcosa, posto che si creda all'esistenza
di Dio, è indubbio che questo qualcosa sia
l'intelletto in quanto tale, il mitico nous,
cioè uno strumento per afferrare i concetti
oltre che la struttura fisica della realtà,
disporli nella nostra mente e rielaborarli
secondo una reale corrispondenza con la realtà
stessa. In sostanza l'aedequatio intellectus et rei di San Tommaso è ancora oggi il punto irrinunciabile
della definizione della verità e quindi della
certezza che noi abbiamo delle cose del mondo.
Ma esso fu solo un altro modo di dire quello
che aveva già anticipato Aristotele: la difficoltà
di capire la realtà è in noi, ovvero nella
nostra mancanza di elasticità.
La quinta parte del "Discorso",
intitolata "Questioni di fisica"contiene
un breve riassunto dell'opera non pubblicata,
"Il Trattato sul mondo" ed una
trattazione del sistema sanguigno del tutto
sbagliata e che salteremo pari pari. Tuttavia
vale la pena di esaminare in che consistono
esattamente le "questioni di fisica"
secondo Cartesio.
Egli immagina che Dio crei un mondo nuovo
"...(creando) ora da qualche parte, negli
spazi immaginari, abbastanza materia per
comporlo, e ne agitasse in vario modo, e
senza un ordine le diverse parti, così da
formarne un caos tanto confuso quanto possono
immaginarlo i poeti; e in seguito non facesse
altro che prestare il suo concorso ordinario
alla natura, lasciandola agire secondo le
leggi da lui stabilite.
Descrissi così, in primo luogo, questa materia,
e cercai di rappresentarla in modo tale che
nulla al mondo, mi sembra, vi è di più chiaro
ed intellegibile, salvo quanto è stato detto
di Dio e dell'anima: infatti supposi anche
espressamente che non ci fosse in essa nessuna
di quelle forme e qualità di cui si disputa
nelle Scuole, nè alcuna cosa in generale
la cui conoscenza non sia per noi così naturale
che non possiamo fingere di ignorarla. In
secondo luogo, mostrai quali sono le leggi
della natura; e senza sostenere i miei ragionamenti
con nessun altro principio, ma solo con le
perfezioni infinite di Dio, mi sforzai di
dare la dimostrazione di tutte le leggi di
cui si poteva avere qualche dubbio, e di
far vedere che sono tali, che se anche Dio
avesse creato molti mondi, non ce ne sarebbe
nessuno in cui non verrebbero osservate."
Da queste poche righe in realtà non emerge
alcuna reale rivelazione con un contenuto
degno della "fisica". Cartesio
parla di poche leggi di natura, poste da
Dio, dice di averle scoperte, ma poi non
le cita con nome e cognome. Il che equivale
a dir niente.
Ma la cosa interessante alla fine di questa
simulazione della creazione è che Cartesio
scrive: " Da questo tuttavia non volevo concludere
che il nostro mondo sia stato creato nel
modo da me descritto; perché è molto più
probabile che Dio l'abbia fatto fin dal principio
come doveva essere, ma è certo, ed è un'opinione
comunemente accolta dai teologi, che l'azione
con cui lo conserva è proprio la stessa di
quella con cui l'ha creato; onde è pensabile,
senza far torto al miracolo della creazione,
che quand'anche non gli avesse dato all'inizio
altra forma che quella del caos, bastava
che una volta stabilte le leggi di natura,
gli prestasse il suo concorso per farla agire
come suole, e già per questo tutte le cose
che sono semplicemente materiali avrebbero
potuto, col tempo, diventare quali ora le
vediamo. E la loro natura è ben più facile
da concepire quando si osservano a poco a
poco in questo modo, che non quando si vedono
belle e fatte."
Da questo punto Cartesio immagina che la
creazione dell'uomo sia stata inizialmente
fatta solo costruendo un corpo senz'anima
e "solo vi accendesse nel cuore uno di quei
fuochi senza luce che avevo già spiegato
e la cui natura mi pareva la stessa di quello
che riscalda il fieno, quando lo si rinchiude
prima che sia secco, o che fa bollire il
vino nuovo quando lo si lascia fermentare
insieme ai raspi. Perchè esaminando le funzioni
possibili in questo corpo secondo la mia
ipotesi, vi ritrovai prprio tutte quelle
che possono essere in noi senza che vi pensiamo,
e dunque senza che ad esse contribuisca la
nostra mente, cioè quella parte distinta
dal corpo della quale ho detto sopra che
la sua natura è soltanto di pensare."
Ecco in sostanza dove Cartesio comincia a
separare anima e corpo onde mostrare l'autosufficienza
della mente e dell'anima dal corpo.
Sorprendono negativamente due cose: una:
che non vi sia alcuna attenzione alla vita
organica vegetale, animale ed umana come
qualcosa di qualitativamente differente dalla
materia in quanto tale. Due: che Dio abbia
all'inizio potuto concepire esseri umani
solo corporei e votati alla semplice nutrizione
e riproduzione e che, solo in un secondo
tempo vi abbia aggiunto un'anima-mente, creandola
dal nulla.
Tutte queste considerazioni sono in chiave
antiaristotelica e sono quindi volte esplicitamente
a contestare le tesi della scolastica.
Ma dette in questo modo lasciano il tempo
che trovano sia perchè le cose possono stare
in modo molto diverso da come le racconta
Cartesio senza esibire uno straccio di argomento
accettabile, sia perchè, in definitiva, ciò
che rende comunque diverso l'uomo dagli altri
animali è l'evoluzione della forma, dettata
da uno slancio al miglioramento di sè che
non si riscontra nelle altre speci animali.
La forma uomo evolve di pari passo al suo
contenuto ed il suo contenuto è propriamente
la coscienza.
Esiste una teoria dell'anima e noi crediamo
di avere un'anima perchè la coscienza ad
un certo punto ha cominciato a dirsi: io
ho un'anima. Dunque questa è la causa e questo
l'effetto. Ma Cartesio scambia la causa con
l'effetto affermando che è l'anima-mente
a produrre una coscienza, mentre in realtà
è la coscienza, o se si vuole, una memoria
coscienziosa, a produrre una teoria dell'anima
presentando all'intelletto tutta una serie
di indizi circa la sua esistenza... Il che
sta a significare che la memoria coscienza
è nell'uomo fin dall'inizio e non può essere
altrimenti.
Riportiamo un ampio estratto della sesta
parte intitolata "Le cose richieste
per andare più avanti nello studio della
natura" in quanto vi fanno capolino
osservazioni filosofiche generali di indubbio
interesse.
" Non ho mai tenuto in gran conto i
parti del mio ingegno, e finchè non ho raccolto
dal metodo di cui mi servo altri frutti che
qualche soddisfazione a proposito di alcune
difficoltà delle scienze speculative, oppure
l'aver tentato di regolare i miei costumi
secondo le norme che mi prescriveva, non
ho mai considerato un obbligo di scriverne.
Giacchè, riguardo ai costumi, ognuno abbonda
a tal punto di senno che ci sarebbero tanti
riformatori quante sono le teste se non fosse
consentito soltanto a quelli che Dio ha fatto
sovrani dei suoi popoli, o ha riempito di
grazia e di zelo profetico, di intraprendervi
qualche mutamento; e sebbene le mie speculazioni
mi piacessero molto, credevo che pure gli
altri ne avessero che a loro forse piacevano
anche di più. Ma non appena ebbi acquistato
alcune nozioni generali di fisica, e cominciando
a saggiarle in qualche problema particolare,
compresi fino a qual punto potevano condurre
e quanto differivano dai principi di cui
ci si è serviti finora, ritenni che non potevo
tenerle nascoste senza peccare gravemente
contro la norma che ci obbliga a favorire
per quanto possiamo il bene generale di tutti
gli uomini. Giacchè esse mi hanno fatto vedere
che è possibile arrivare a conoscenze molto
utili alla vita, e che in luogo della filosofia
speculativa che si insegna nelle Scuole,
se ne può trovare una pratica, in virtù della
quale, conoscendo la forza e le dimensioni
del fuoco, dell'acqua, dell'aria, degli astri
e dei cieli e di tutti gli altri corpi che
ci circondano così distintamente come riconosciamo
le diverse tecniche degli artigiani, potremmo
parimenti impiegarle in tutti gli usi a cui
sono adatte, e renderci quasi signori e padroni
della natura. Il che non soltanto è desiderabile
per inventare una infinità di macchine che
ci consentirebbero di godere senza alcuna
fatica dei frutti della terra e di tutti
gli altri beni che vi si trovano, ma anche
e in primo luogo di conservare la salute,
che è senza dubbio il primo di questi beni
e il fondamento di tutti gli altri in questa
vita; perchè anche lo spirito dipende a tal
punto dal temperamento e dalla disposizione
degli organi corporei, che se è possibile
trovare qualche mezzo che renda in generale
gli uomini più saggi e più abili di quanto
sia stati fin qui, è proprio nella medicina,
credo, che si deve cercarlo."
Più avanti Cartesio conduce una filippica
contro gli aristotelici che è nettamente
in contraddizione con le affermazioni contenute
nell'introduzione alla parte quinta. Lì si
diceva che egli non voleva entrare in disputa
con i dotti; qui l'attacco è frontale e dobbiamo
riconoscere che sarebbe anche persuasivo,
se non fosse che ancora una volta egli non
distingue, nel senso che non tutti i "dotti"
erano come egli li dipinge, anche se molti
lo erano.
Per Cartesio, dunque, costoro, cioè tutti
gli ultimi scolastici (ma temo anche i primi)
"sono come l'edera, che non cerca mai di salire
più su degli alberi che la sostengono, e
spesso anzi ricade, quando è arrivata fino
alla loro cima; come mi sembra che ricadano,
e cioè si rendano in qualche modo meno sapienti
che se smettessero di studiare , quelli che,
non contenti di sapere tutto quello che è
spiegato nel loro autore in maniera comprensibile,
vogliono oltre a ciò trovarci la soluzione
di molte difficoltà di cui non fa cenno e
alle quali forse non ha mai pensato. Eppure
il loro modo di filosofare è molto comodo
per quelli che hanno l'ingegno assai mediocre;
giacchè l'oscurità delle distinzioni e dei
principi di cui si servono li rende capaci
di parlare di ogni cosa con tanto ardire,
come se la conoscessero."
Questa in effetti è il difetto principale
(e direi insopprimibile) di ogni dialettica.
Ma i pregi sono infinitamente superiori.
Quanto al parlare di "ciò che non si
conosce" nel "Discorso" se
ne trova ovunque una copiosa e generosa esemplificazione:-)))
Guido Marenco
guernica, stesura definitiva 8 luglio 2000 guernica@playful.com