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Renè Descartes (Cartesio)

Parte prima: cenni sulla vita, profilo discutibile di un personalità controversa e "Discorso sul metodo"


Premessa

Questo scritto su Cartesio si divide in tre parti (per ora). La prima riguarda quasi esclusivamente una ricognizione del metodo ed è quella che avete sotto gli occhi.
La seconda affronta una serie di problemi posti dalle Meditationes. La terza è una "meditazione sulle meditazioni" e si misura anche con alcune tematiche risollevate da Husserl, il filosofo che, a mio avviso, è andato più a fondo nel delineare le peripezie del "cogito".
Spero che anche il lettore completamente a digiuno di filosofia e di Cartesio in particolare possa usufruire di questo scritto ed anche dei successivi, quando saranno pronti. Per agevolarlo ho ritenuto opportuno mantenere nei limiti del possibile un linguaggio non specialistico ed inserire inserire ampi brani tratti direttamente dal "Discorso".

1.Cenni sulla vita

Cartesio nacque a Le Haye in Touraine il 31 marzo del 1596. Rimase quasi subito orfano di madre e, forse a nove anni, entrò nel celebre collegio dei gesuiti a La Flèche. Dopo avervi compiuto gli studi primari e secondari ottenne la licenza in diritto all'Università di Poitiers.
Da allora iniziò una vita avventurosa. Si dedicò alla carriera militare e combattè prima nell'esercito di Maurizio di Nassau, protestante,che in Olanda affrontava gli Spagnoli, poi al seguito del Duca cattolico Massimiliano di Baviera.
Mentre si trovava acquartierato ad Ulma nel novembre del 1619, scoprì quelli che egli stesso definì "i fondamenti di una scienza mirabile" e ricevette in sogno la conferma che si trattava di un dono divino.
Tale scoperta consisteva nella convinzione che esistano nella mente umana pochi principi dai quali è possibile ricavare tutte le scienze concatenate in modo da formare una "scienza universale".

La sua irrequietezza lo spinse in vari luoghi. Abbandonò la vita militare, viaggiò in Italia, in Germania ed in Francia. A Parigi conobbe e strinse amicizia con Padre Marino Mersenne, religioso dell'Ordine dei Minimi e sembra che fu incoraggiato dal cardinale Berulle a dedicarsi alla riforma della filosofia. Nel 1629 si stabilì in Olanda, che allora era il paese economicamente più progredito e culturalmente più aperto d'Europa anche se le tensioni religiose e politiche non mancavano nemmeno qui.
Da questo momento la sua esistenza si fece più stabile ed ordinata perchè nello stesso Descartes si verificò un significativo mutamento.
In altri tempi aveva letto con avidità libri di "scienze curiose rare" quali testi di magia ed astrologia, nonchè studiato il "gran libro del mondo" curiosando in ogni dove e frequentando la gente più diversa e stravagante, dai rosacroce agli appartenenti a sette segrete.
Ora pensava ad osservare soprattutto sè stesso e si ritirò in una vita solitaria di studi ed esperimenti scientifici.
Nella tranquillità olandese Descartes cominciò a lavorare all'abbozzo della sua metafisica scrivendo il "Traitè du monde" che tuttavia rinunciò a pubblicare quando venne a sapere che la chiesa cattolica aveva condannato Galileo nel 1634.
Nel 1637 egli pubblicò invece il "Discorso sul metodo", opera basilare, che comprendeva altri 3 trattati (La diottrica, Le meteore, e La geometria, opera che riveste grande importanza in quanto sviluppa i principi della geometria analitica)
Nel 1641 pubblicò "le Meditationes de prima philosophia" che contengono sia la sua metafisica, sia le obiezioni rivolte ad essa da parte di alcuni filosofi ai quali l'aveva sottoposta, (Hobbes, Gassendi, Arnauld, Padre Mersenne) sia la replica di Cartesio.
Nel 1644 Cartesio pubblicò i " Principia philosophiae" che contengono un'esposizione della fisica e della metafisica secondo uno stile scolastico.
Queste due opere ricevettero una fredda accoglienza e suscitarono le critiche dei professori protestanti delle università olandesi.
Per questo Cartesio, indubbiamente amareggiato, decise di lasciare l'Olanda e riparare in Svezia presso la regina Cristina che lo aveva invitato a corte: qui insegnò filosofia ma a causa del clima si prese una polmonite e e di questa morì nel 1650.

2.Una personalità controversa

E' difficile ricostruire il carattere di un personaggio di tale fama e carisma solo a partire dalle sue opere o dalle testimonianze spesso imprecise o interessate, comunque episodiche della sua vita. Esiste un ampio carteggio che allarga di molto lo spettro delle ricerche possibili, tuttavia, come si sa, un conto sono le cose che scriviamo di noi stessi, un altro son le cose vere, quelle che spesso taciamo di noi stessi. Come dirò più avanti, Cartesio tacque su troppe cose che invece avevano la loro importanza, ed è per questo che nei suoi confronti è davvero lecito nutrire qualche dubbio:-))
Però qualcosa si può osservare. Cartesio è determinato. Vuole qualcosa e lo persegue con ogni mezzo.
Quel che vuole non sempre è chiaro, ma egli stesso precisa in più di un contesto, soprattutto nella sesta parte del "Discorso", che un uso più produttivo della ragione può migliorare le condizioni materiali di vita degli esseri umani.
Di questa battaglia, comunque si rigiri il coltello nella piaga, si può solo dire che aveva una sua necessità oggettiva dopo secoli di non progresso e di un uso della ragione limitato alle dispute teoriche. La filosofia torna ad avere un fine pratico. Il soggetto ritorna in scena, l'uomo è stimolato ad operare per recuperare una dignità e conquistare un'autonomia dalle prescrizioni teologiche più arrugginite. La natura che sta di fronte all'uomo, che ancora intimorisce l'uomo, può essere razionalmente inquadrata, ed asservita ai suoi fini. Anche questa sarebbe una prescrizione teologica, la prima che si incontra nella Bibbia, ma tant'è: se ne incontrano anche molte altre, specie negli scritti neotestamentari, che dicono il contrario.
"Il discorso sul metodo", l'opera cartesiana più "popolare", è sia un appello al pubblico che una sorta di manifesto politico culturale dove non si chiedono riforme e democrazia o nuove leggi, ma si chiama la gente ad una operosità razionale, ad una produttività finalizzata. Senza una radicale riduzione della natura a materia manipolabile la rivoluzione artigianale non è possibile, e comunque non nelle forme e nei tempi accellerati che vorrebbe Cartesio.
Ora tutti sanno che questa riduzione a meccanismo della dinamica del mondo fu deleteria ed ancora oggi ne scontiamo le colpe in quanto molti approcci scientisti hanno fondamenti cartesiani. Ma nel giudizio, che non dovrebbe mai essere liquidatorio,spesso si dimenticano gli infiniti vantaggi che l'approccio cartesiano alla scienza fisica ci ha procurato. Più che mai rimane valida l'aristotelica affermazione che tutti gli uomini concorrono alla verità ed anche Cartesio fece la sua parte meglio di tanti noiosi aristotelici.
Tuttavia, al di là dei contenuti della sua filosofia, tra i più discussi e più discutibili da qui all'eternità, in più di un circostanza si rivela in Cartesio una singolare fragilità: si mostrano difetti, leggerezze e paure francamente incomprensibili. Ad esempio sappiamo che sviluppò una teoria degli strumenti ottici, compreso l'occhio, e fornì una spiegazione della propogazione della luce. Tra queste due teorie c'è una contraddizione palese perchè fu costretto a considerare, per dare un fondamento alle sue tesi sull'ottica, che la velocità della luce varia a seconda della materia che attraversa, mentre altrove parlò di propagazione istantanea. Propose una legge sui seni di rifrazione secondo la quale il seno dell'angolo di incidenza ed il seno dell'angolo di rifrazione hanno un rapporto costante per due mezzi di propagazione dati ma, omise di ricordare che tale legge era stata scoperta dallo scienziato olandese Willebrod Snellius. Nel "Libro di Fisica" Isaac Asimov sostiene che egli pervenne alla definizione indipendentemente da Snellius ( o Snell) ma ciò non è ritenuto vero da studiosi meno divulgativi, ad esempio il Daumas.
Nei suoi studi scoprì che le immagini migliori (esenti da deformazioni) si potevano avere non con lenti a sezione circolare bensì a sezione ellittica o iperbolica. Provò a realizzare queste lenti aiutato da Ferrier, uno degli ottici più abili del tempo. La teoria era stata accolta ed alcuni scienziati proposero di chiedere al cardinale Richelieu di patrocinare la costruzione di un laboratorio per mettere in pratica la teoria cartesiana nel taglio dei vetri.
Ebbene: Cartesio si oppose per timore che un insuccesso potesse mettere in dubbio l'esattezza dei suoi calcoli. (fonte: Storia della scienza, libro III "Le scienze del mondo fisico" a cura di Maurice Daumas. Edizione italiana: Laterza, Bari 1976 - Originale : Gallimard, Parigi 1957)
Ecco che il gigante in qualche modo viene ridimensionato. Prima dimentica i meriti di un suo precursore appropriandosi indebitamente di una scoperta scientifica, poi si ritrae dalla sperimentazione per timore che la pratica smentisca la teoria. Che dire?

Mi ha molto colpito un'autodescrizione dello stesso Cartesio tratta dal "Discorso" (opera per molti aspetti autobiografica). Se ne stava tutto il pomeriggio in una stanza davanti ad una stufa a meditare. Non scriveva e non amava scrivere. Eppure scriveva benissimo, tanto che si potrebbe esclamare: "ecco una mente sottratta alla letteratura!"
Tuttavia proprio nel "Discorso" (parte prima) veniamo a sapere che: " Sono stato nutrito sin dall'infanzia di studi letterari e poichè mi si faceva credere che per mezzo di essi si potesse acquistare una conoscenza chiara e salda di tutto ciò che è utile alla vita, ero oltremodo desideroso di apprendere. Ma appena compiuto l'intero corso degli studi al termine del quale si suole essere accolti nel rango dei dotti, cambiai del tutto opinione. Perchè mi ritrovai impacciato da tanti dubbi ed errori che mi sembrava di non aver ricavato altro profitto, cercando di istruirmi, se non di avere scoperto sempre più la mia ignoranza. Eppure stavo in una delle scuole più celebri d'Europa, dove pensavo dovessero trovarsi dei dotti, se mai ce n'erano in qualche parte della terra. Lì avevo imparato tutto quello che imparavano anche gli altri; in più, non contento delle scienze che ci insegnavano, avevo scorso tutti i libri di quelle più curiose e rare, che mi erano capitati tra le mani."
E più avanti si legge ancora: "Avevo grande stima dell'eloquenza, ed ero innamorato della poesia; ma pensavo che l'uno e l'altra fossero doni dell'ingegno, piuttosto che frutto dello studio. Chi ha il raziocinio più robusto e sa mettere meglio in ordine i propri pensieri per renderli più chiari ed intellegibili, può sempre, meglio di tutti, imporre le sue tesi, anche se parla solo il basso bretone e non ha mai imparato la retorica.
E quelli che sono capaci delle invenzioni più piacevoli, e sanno esprimerle con maggiore ornamento e dolcezza, continuano ad essere i migliori poeti, anche se ignorano le arti poetiche.
Mi piacevano soprattutto le matematiche, per la certezza e l'evidenza delle loro ragioni, ma non ne avevo ancora riconosciuto il loro uso e, pensando che servissero soltanto alle arti meccaniche, mi stupivo del fatto che, pur essendo le loro fondamenta così sicure e solide, su di esse non si fosse costruito nulla di più alto. Come , al contrario, paragonavo gli scritti di morale degli antichi pagani a palazzi molto superbi e magnifici, ma costruiti sul fango. Innalzano al cielo le virtù, e le fanno apparire stimabili al di sopra di ogni altra cosa, ma non ce le fanno conoscere a sufficienza; spesso quello che chiamano con un così bel nome non è altro che insensibilità, oppure orgoglio, o disperazione, o parricidio.
Riverivo la nostra teologia e aspiravo come chiunque altro a guadagnare il cielo; ma avendo appreso come cosa assai certa che questa strada è aperta ai più ignoranti come ai più dotti, e che le verità rivelate che ci conducono fino ad esso sono al di sopra della nostra intelligenza, non avrei mai osato sottoporle alla debolezza dei mie ragionamenti, e pensavo che per intraprenderne e condurre a termine l'esame era necessario ottenere una qualche straordinaria assistenza dal cielo ed essere più che uomo.
Non dirò nulla della filosofia, se non che, vedendola coltivata per molti secoli dagli ingegni più alti senza che tuttavia vi si trovi qualcosa che non sia oggetto di dispute e di cui perciò si dubiti, non avevo tanta presunzione da sperare qui un successo migliore di quello ottenuto da altri; considerando poi quante diverse opinioni su uno stesso oggetto possono essere sostenute dai dotti, senza che ce ne possa essere mai più di una soltanto che sia vera, ritenevo quasi falso tutto ciò che era solo verosimile.
Per le altre scienze poi, dal momento che traggono i loro principi dalla filosofia, giudicavo che non era possibile che si fosse costruito qualcosa di solido su fondamenti così instabili. E né l'onore, né i guadagni che promettono erano sufficienti ad impegnarmi in esse; giacchè non ritenevo di essere, grazie a Dio, nella condizione di dover fare della scienza un mestiere, per migliorare la mia fortuna; e benchè non professassi, come fanno i cinici, il disprezzo della gloria, pure stimavo assai poco quella che non speravo di poter acquistare se non con falsi titoli. Infine, per quel che riguarda le scienze bugiarde, pensavo di conoscerne abbastanza il valore per non correre il rischio di venire ingannato nè dalle promesse di un alchimista, nè dalle predizioni di un astrologo, né dalle imposture di un mago, né dalle frodi e vanterie di chi va dicendo di sapere più di quanto non sappia."

Ciò che stupisce in questo passo è la frettolosità di giudizio, del tutto sintetico (anche se non a priori, perchè noi crediamo davvero al fatto che Cartesio abbia studiato attentamente tutte quelle materie) e del tutto gratuito.
Persino sulla valutazione delle "scienze bugiarde" vi sarebbe qualcosa da dire, perchè mettere nello stesso mazzo di maghi e negromanti Keplero, gli alchimisti, e fior di filosofi come Marsilio Ficino e Giordano Bruno è una sciocchezza. Ma esaminando bene il testo le fanfaluche sono molte e veramente abissali, tutte genialmente concentrate in poche righe. Dire ad esempio che nulla è certo nella filosofia solo perchè c'è disputa su tutto e nessuno ha veramente ragione, significa abbassare il livello dell'osservazione alle banalità di un bar sport.
E significa anche aver rinunciato a pensare di trovare il bandolo della matassa andandolo a cercare nella matassa anzichè in sè stessi, come se in sè stessi si potesse trovare ciò che non c'è mai stato (ad esempio il contrasto tra scotisti e tommasiani e la definizione dei limiti della filosofia da parte di Duns Scoto, cosa che non è una barzelletta perchè una delle cause della divisione tra cattolici e protestanti comincia qui a manifestarsi e Cartesio aveva sparato e sciabolato, rischiando la pelle, per quella divisione). Possibile non si sia mai chiesto:"Perchè tutto questo, porco diavolo?" E perchè di queste esperienze devastanti non c'è traccia in un libro "autobiografico"? Forse che questa sezione della sua vita non avrebbe meritato nel "Discorso" una settima parte?
Non che sia facile o che fosse facile (allora era più facile, garantito), ma lo si doveva e lo si deve fare sia che si voglia parlare di filosofia, sia che si voglia parlare di progresso dell'uomo. Perchè il vero progresso dell'uomo sta nella pace universale. Altrimenti si tace su questo specifico argomento, nel senso che si evitano premesse filosofiche alle teorie algebriche e, tanti saluti.
In queste poche righe Cartesio ci offre idee e giudizi che sono chiari e distinti solo perchè trasmessi in uno stile frizzante-champenoise. Ma dal punto di vista di una vera analisi si trova solo una gratuita confusione. Gli oggetti del discorso sono assemblati all'ingrosso, quasi si trattasse di patate e granturco e non di opere letterarie o filosofiche. Nel liquidare la letteratura e il "tragico" Platone era stato mille volte più profondo estraendone un nucleo di verità, affermando a chiare lettere che induce alla passione ed infiamma gli animi. La giudicò dannosa e propose di proibirla, senza considerare che proprio in quanto testimonianza di come vanno le cose agli appassionati ed agli impulsivi, essa porta i fruitori delle opere letterarie ad essere più prudenti e riflessivi dei non fruitori, a paragonarsi ai vari personaggi, a immedesimarsi nelle situazioni, ad immaginare i propri comportamenti e quindi a comprendere gli errori.
Cartesio la giudica inutile al progresso. Potremmo dire che sotto un certo aspetto avrebbe persino ragione, se cioè il progresso fosse solo accumulare conoscenza matematica; ma non è così. Progresso è anche, finalmente, aver tempo di poter rilassarsi con un buon libro e "contemplare".

In sintesi non resterà che prender atto della parzialità cartesiana. Fu un genio "parziale" e forse tutti i geni lo sono. Ma, a differenza di Spinoza che ti costringe a "prendere tutto o lasciare", il frutto della meditazione cartesiana offre più di uno spunto di grande valore e propone persino qualche perla di saggezza senza tempo. Come Platone si legge facilmente perchè dispone di una fluidità letteraria fuori del comune ed insolita in un filosofo.
Vi si possono incontrare anche sciocchezze, come ho cercato di mostrare, ma sono frequenti proposizioni memorabili e degne di una citazione.
Cartesio non era, ad esempio, granchè come storico della filosofia:-))) e lo si comprende da queste prime righe, ma le considerazioni su come ci è realmente pervenuto il pensiero degli antichi che non hanno lasciato qualcosa di scritto, o quelle su Aristotele, contenute nella sesta parte del "Discorso", valgono più di cento pagine di un qualsiasi manuale ad uso scolastico su Talete e Anassimandro. Forse negli ionici Cartesio rinvenne la freschezza del gesto filosofico che era tipicamente suo ed anche una sorprendente analogia che Cartesio spiega pressapoco così: quando gli altri riportano il nostro pensiero, ci fosse una volta che lo riportano fedelmente:-!!!!)))) (Come a dire che il mondo è pieno di teste di cactus, ma la maggiore concentrazione la si registra tra i divulgatori, i cronisti, i pettegoli ed i biografi tipo Diogene Laerzio e discendenti)

Mi corre l'obbligo di un'avvertenza: infastidisce in Cartesio un atteggiamento da benefattore respinto da quelli che vorrebbe beneficiare.
Si sente ugualmente obbligato ad offrire con mille precauzioni e quasi scusandosi quei tesori della ragione che gli uomini dovrebbero implorare da lui. Tutto ciò irrita perchè l'apparente modestia si capovolge immediatamente in supponenza. E l'ironia continua e sottile che pervade ogni pagina utilizza l'autoironia come preambolo solo per tirare frecciate contro "quegli imbecilli" degli altri pensatori con maggiore disinvoltura.
Ma il problema che vorrei evidenziare a questo punto è un altro. Non è vero che Cartesio non abbia alcun padre nella filosofia medioevale o addirittura in tutta la filosofia precedente e che la sua rivoluzione sia dovuta ad una sorta di colpo di genio che azzera il passato e liquida la tradizione..
A prescindere da Platone che rimane il suo più lontano antenato, a prescindere dagli scettici ai quali egli deve tutta la tematica del dubbio, questo padre medioevale è Avicenna, il filosofo arabo Ibn Sina. Come scrive Gilson: "La logica di Avicenna poggia come quella di Aristotele, sulla distinzione fondamentale del primo oggetto dell'intelletto, che è l'individuo concreto (intentio prima) e il suo oggetto secondo che è la conoscenza stessa del reale (intentio seconda). L'universale è una seconda intenzione, ma Avicenna la concepisce in modo diverso da Aristotele. Per lui ogni nozione universale definisce una specie di realtà mentale che si chiama l'essenza; ciascuna essenza si distingue dalle altre per delle proprietà definite. Le essenze esprimono esattamente il reale da cui il pensiero le astrae. La conoscenza logica ha dunque una portata fisica e anche metafisica, non nel senso che la realtà sarebbe fatta di idee generali, ma perchè la generalità logica degli universali e la loro stessa predicabilità esprime questa proprietà fondamentale che ha l'essenza di essere una e medesima, qualunque sia l'individuo che la possiede. Da ciò deriva che, nell'ordine delle essenze, tutto ciò che si può pensare a parte e distintamente è realmente distinto da ciò a parte del quale lo si pensa. Questo principio trova nella filosofia di Avicenna numerose ed importanti applicazioni.
Per esempio, un'anima unita ad un corpo, ma che non ricevesse alcuna sensazione esterna nè interna, sarebbe ancora capace di conoscere sè stessa, di pensare e di sapere che pensa. Un'anima può dunque concepirsi distintamente senza riferimento al corpo; di conseguenza l'essenza dell'anima è diversa da quella del corpo, e l'anima è realmente distinta dal corpo." (Etienne Gilson "La filosofia nel Medioevo" 5° ristampa, Firenze 1990)

Che Cartesio conoscesse Avicenna solo per sentito dire o lo conoscesse profondamente non fa una in fondo una grande differenza. Da questi presupposti può nascere una riflessione filosofica di tipo cartesiano e chiunque, leggendo il testo avicenniano, potrebbe condurla anche ignorando Cartesio.


3.Discorso sul metodo

Il "Discorso" venne composto quasi ventanni dopo la rivelazione del 1619 ed è indubbiamente l'opera fondamentale di Cartesio in quanto costituisce una rottura con la tutta la tradizione culturale precedente e non solo. Non risparmia nemmeno i matematici e li giudica improduttivi. Abbiamo osservato che la rottura non ci pare sufficientemente motivata ma, non abbiamo detto che non lo fosse implicitamente. Potrebbe anche darsi, dunque, che Cartesio avesse fatto davvero i conti con la filosofia precedente. Ma quello che ha scritto, per come lo ha scritto, ci spinge ad avanzare qualche riserva. Il che non significa non apprezzare il fatto che per "rompere" e ripensare tutto da capo ci voglia davvero una buona dose di coraggio.
La versione originale era intitolata "Discorso sul metodo per ben condurre la propria ragione e cercare la verità nelle scienze. Più la Diottrica, le Meteore e la Geometria, che sono saggi di questo metodo". Nel frontespizio non compariva il nome dell'autore. Che oggi il "Discorso" venga pubblicato mancante dei tre saggi originali è prova che ai filosofi la parte scientifica e pratica dell'opera cartesiana interessa sempre meno, ma è anche sintomo del fatto che queste opere hanno un interesse scientifico e matematico sempre più relativo ed interessano ormai solo più gli storici del pensiero matematico.

Il primo passaggio veramente notevole lo si trova all'inizio. Qui dopo aver affermato che "il buon senso è fra le cose al mondo quella più equamente distribuita e che...il potere di ben giudicare e di distinguere il vero dal falso ...è per natura uguale in tutti gli uomini...conclude: non conosco altre qualità che servano a rendere perfetto l'ingegno; perchè quanto alla ragione o al discernimento, che è la sola cosa che ci rende uomini e ci distingue dai bruti, credo che essa sia tutta intera in ciascuno di noi, e intendo in questo seguire l'opinione comune degli scolastici, i quali affermano che il più e il meno è solo negli accidenti, non mai nelle forme o nature degli individui della medesima specie."
L'asserzione è molto importante in quanto riconosce che è l'accidente e solo questo a creare la differenza tra individui. Ma l'accidente non è solo una distinzione del tipo storpio anzichè camminatore eretto, oppure cieco anzichè buon vedente. L'accidente è il prodotto di una collocazione sociale e dell'attività specifica. E' accidentale essere operaio anzichè teologo o scienziato.
Purtroppo Cartesio non estrae alcuna conseguenza da questa constatazione della quale, probabilmente, nemmeno si ricorderà quando opererà una cesura tra anima e corpo riducendo il corpo a pura estensione meccanica.
A noi rimane tuttavia che anche Cartesio ammette in un primo momento, proprio all'inizio del suo dire, che l'anima di un individuo umano intesa come essenza e come intelletto, è indipendentemente dai suoi accidenti.
Subito dopo tale clamorosa ammissione egli tuttavia insinua un giudizio del tutto sorprendente, ovvero che: "...sebbene, guardando con l'occhio del filosofo le diverse azioni ed imprese degli uomini, non ne scorga quasi nessuna che non mi sembri vana ed inutile, pure continuo a trarre il massimo piacere dal progresso che penso di aver già fatto nella ricerca della verità. e a concepire per l'avvenire speranze tali da osar credere che se tra le occupazioni dell'uomo in quanto uomo ve ne è qualcuna davvero buona e importante, è proprio quella che ho scelto."
Qui il dubbio è superato ancor prima di essere espresso!:-))) Ma colpisce quel giudizio "da filosofo" sulla vanità e la futilità delle azioni umane.
Donde viene? Perchè cade proprio qui? E soprattutto: perchè non c'è distinzione tra diverse azioni e tutte sono giudicate allo stesso modo?
Nessun dubbio in proposito?
Quest'uomo continua a pensare all'ingrosso tutto il resto fuori di sè. Non apprezza il lavoro (vizio borghese, che si manifesta quando è ora di pagarlo) e giudica futile la fatica, il gioco, le banali occupazioni quotidiane. L'errore che abbiamo già rilevato persiste ed anzi, proprio all'inizio si annuncia. Tuttavia egli salva la futilità della sua azione che in fondo è anche la nostra e questo non è poco. Studiare di migliorarsi attraverso un metodo ed una costante applicazione è una lezione eterna.

Come s'è visto Cartesio riteneva possibile costruire una scienza universale muovendo da pochi principi esistenti nella mente umana e concatenare tra loro tutte le proposizioni allo stesso modo in cui risultano concatenate le proposizioni matematiche.
Nella seconda parte del "Discorso" Cartesio presenta questo procedimento come una sintesi del meglio esistente nella logica, nella geometria e nell'algebra., proponedosi "di cercare un altro metodo che, raccogliendo i pregi di queste tre, fosse immune dai loro difetti."

Il metodo viene dunque compendiato in quattro regole:

  1. Evidenza che porta alla certezza
  2. Analisi, ovvero divisione di ogni problema in parti
  3. Sintesi, cioè il procedere dagli oggetti più semplici ai più complessi
  4. Enumerazione, cioè il ripercorrere in entrambi i sensi il cammino e vedere così con un solo sguardo premesse, svolgimento e conclusioni.

E' meglio seguire l'enunciazione che fornisce lo stesso Cartesio.
"La prima regola era di non accettare mai nulla per vero, senza conoscerlo evidentemente come tale; cioè di evitare scrupolosamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi più di quanto si fosse presentato alla ragione tanto chiaramente e distintamente da non lasciarmi nessuna occasione di dubitarne.
La seconda, di dividere ogni problema preso in esame in tante parti quanto fosse possibile e richiesto per risolverlo più agevolmente.
La terza, di condurre ordinatamente i miei pensieri cominciando dalle cose più semplici e più facili a conoscersi, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza delle più complesse; supponendo altresì un ordine tra quelle che non si precedono l'una dall'altra.
E l'ultima, di fare in tutti i casi enumerazioni tanto perfette e rassegne tanto complete, da essere sicuro di non omettere nulla.

La nozione di "evidenza" in Cartesio non è la stessa dei filosofi precedenti per diversi motivi. In primo luogo non si tratta solo di una evidenza immediata, ma anche di una evidenza matematica, quindi ricavata da calcoli e dimostrazioni. Questo tipo di evidenza non dipende dai sensi (vorremmo dire: se non inizialmente, ma Cartesio non lo dice espressamente, anche se nel trattato sull'ottica fornisce una spiegazione della visione: le immagini che si formano sulla retina hanno un'origine meccanica, risultano da un movimento trasmesso all'occhio) ma è un prodotto del pensiero il quale individua i termini "costitutivi" di un problema e li tratta come valori.
Quelli noti sono ovviamente "noti", quelli "ignoti" sono oggetto di dubbio, ma vengono considerati "incognite" di un'equazione.
Va evidenziato che l'evidenza porta alla certezza e questo differenzia in misura considerevole Cartesio dal pensiero scettico, al quale è stato spesso frettolosamente assimilato.
Analisi e sintesi dovrebbero consentire una conoscenza universale della realtà concepita come mathesis universalis, un'idea che era già stata presentata nell'antichità dal neoplatonico Proclo sulla scorta di Platone; ma entrambi le avevano subordinate alla dialettica, mentre per Cartesio l'approccio matematico rappresenta l'essenza stessa della filosofia.
Non solo: la dialettica porta a ragionamenti che non trovano la verità delle cose, ma solo la loro "verosimiglianza". Ciò in effetti non è del tutto sbagliato, quanto meno rispetto ad Aristotele, perchè in Platone la dialettica conduce all'idea stabile, la quale è l'essenza stessa delle cose intellegibili, rispetto alle quali la conoscenza più alta è appunto quella dell'idea.
Ma ciò che sfugge a Cartesio è che di questa dialettica che, secondo lui, ci disporrebbe soltanto ad impadronirci dell'arte di parlare di qualunque argomento senza davvero conoscerlo (rischio reale), si può invece far uso soprattutto per cercare i principi primi di ogni disciplina particolare. Non dell'evidenza, ovviamente, perchè non ci può essere una scienza dell'evidenza, ma di biologia, astronomia, diritto, arte di coltivare al meglio le patate, criteri per collezionare figurine ed altro ancora. Sotto questo profilo, ad esempio, fu esemplare il modo in cui Aristotele introdusse il suo scritto sull'anima.
Nel "Discorso sul metodo" questa ricerca del principio o dei principi, da intendersi anche semplicemente come inizio, come capo di un filo da svolgere, non è che non ci sia; c'è; ma anzichè essere posto come oggetto di una ricerca è rappresentato come racconto di una esperienza del soggetto pensante. Questo è il principio. Ma è innegabile che sia comunque un principio trovato attraverso una dialettica della negazione (non credo a questo, a quest'altro, a quest'altro ancora; dubito ecc..) e dialetticamente esposto perchè anche il racconto è dialettica.
Al termine dell'enunciazione delle quattro regole Cartesio dice:"Quelle catene di ragionamenti, lunghe, eppure semplici e facili, di cui i geometri si servono per pervenire alle loro più difficili dimostrazioni, mi diedero motivo a supporre che nello stesso modo si susseguissero tutte le cose di cui l'uomo può avere conoscenza e che ove si osservi sempre l'ordine necessario per dedurre le une dalle altre, non ce ne fossero di così lontane alle quali non si potesse arrivare, né di così nascoste che non si potessero scoprire; a patto semplicemente di astenersi dall'accettarne per vera qualcuna che non la sia, e di mantenere sempre l'ordine richiesto per dedurre le une dalle altre.
Nè mi fu molto difficile la ricerca di quelle dalle quali bisognava cominciare: sapevo già infatti che dovevano essere le più belle e le più semplici a conoscersi; e considerando che di tutti coloro che hanno cercato verità nelle scienze solo i matematici han potuto trovare qualche dimostrazione, e cioè nelle ragioni certe ed evidenti, non dubitavo che avrei dovuto incominciare dalle stesse cose prese in esame da loro; anche se non speravo di ricavarne nessun'altra utilità se non quella di abituare la mia mente a nutrirsi di verità e a non contentarsi di false ragioni."
Questo è appunto il metodo cartesiano. Seguendolo almeno un po' possiamo trarre il seguente principio indiscutibile: la matematica addestra la mente (insegnamento platonico) e la abitua a cercare la verità seguendo vie rigorose. Ed il miglior farmaco contro la distrazione e la superficialità.

Continuando nella ricognizione del testo ci imbattiamo in un'altra affermazione tanto vera in un senso quanto o contraddittoria, oppure limitante in un altro.
Cartesio, in chiusura della seconda parte del "Discorso", dichiara di essere pervenuto ad illuminazione sul metodo in gioventù, e di averlo usato per progredire. "Ma avendo considerato che i loro principi ( i principi dei problemi che Cartesio aveva affrontato, n.d. cactus) dovevano derivare tutti dalla filosofia, nella quale non ne trovavo ancora di certi, pensai che fosse necessario per me prima di tutto cercare di stabilirne qualcuno; e che essendo questa la cosa al mondo più importante in cui la precipitazione e l'anticipazione sono più da temere, non dovevo tentare di venirne a capo prima di aver raggiunto una età ben più matura dei ventitré anni che avevo allora. Avrei prima impiegato molto tempo a prepararmi a questo compito, sia sradicando dalla mia mente tutte le false opinioni che avevo già ricevuto, sia accumulando molte esperienze, destinate a diventare in seguito materia dei miei ragionamenti; e questo, continuando ad esercitarmi nel metodo che mi ero prescritto, per acquisire in esso una sempre maggiore sicurezza."

In questo passaggio si coglie l'importanza che Cartesio assegna all'esperienza. Ma attenzione, perchè non è che il razionalista sia diventato d'un tratto empirista. Se così fosse, ci sarebbe contraddizione palese tra questa affermazione e tutto il resto del discorso che nega l'importanza della percezione sensibile. Cartesio intende qui, probabilmente, per esperienza solo una certa perizia nell'usare il metodo. Allena la mente con il ripetuto esercizio matematico. Si tratta quindi di un'esperienza del tutto soggettiva, cioè un'esperienza mentale che comunque rimane fedele allo schema dato a priori: è dunque un processo per il quale la res cogitans coglie la meccanica della res extensa, ma non le riconosce comunque un ruolo attivo e una dinamica vitale. La matematica tratta infatti oggetti stabili, come i numeri, i quali non scappano di qui e di là come anguille e neppure variano di dimensione e di forma, come le figure geometriche.
Con questo metodo, ovviamente, si finisce col trovare solo quello che si cerca, ad esempio un ago nel pagliaio, ma è assai dubbio che si veda che nel pagliaio ci sono filamenti d'oro o persino bellissime fanciulle che riposano, le quali possono essere "dedotte" come presenti ed esistenti solo se si vedono.
Chiunque sappia realmente ragionare delle proprie esperienze non potrà che convenire sull'importanza delle scoperte casuali (casuali nel senso di non volute da noi). Cerco l'ago, ma sono attento al fatto che ci sono cose molto più importanti dell'ago in questo pagliaio e così mi imbatto in testi filosofici, teorie scientifiche e rapporti del KGB.
Se proviamo ad insegnare a parlare ad un cane, non avremo mai risposta. Questo ci dice l'esperienza. Ma se insegnamo allo stesso cane ad ascoltare, qualche risposta ai nostri comandi l'avremo. Ciò significa che anche un cane dispone di un'anima canina, determinata dalla forma specifica. Essa è insieme il suo limite ed il suo potenziale e quest'anima è sensibile alle affezioni tanto quanto la nostra. Gli manca la parola, tuttavia abbaia, guaisce e comunica la qualità delle sue affezioni e noi le comprendiamo. Tutto questo ci sfuggirebbe se seguissimo solo il precetto della ragione cartesiana: il cane non ha un'anima e tuttalpiù mi dispongo a cercare argomenti a favore di questa tesi deducendoli dal principio che solo l'uomo ha un'anima.
Ora è singolare che, allargata a dismisura l'area del "dubbio", cioè una situazione nella quale, come vedremo, noi non abbiamo certezze, ci si ritrovi ad un restringimento dell'esperienza altrettanto smisurata:-))) , senza alcuna chiara distinzione tra esperienza voluta (l'esercizio costante delle nostre facoltà per risolvere un problema applicando un metodo) e l'esperienza oggettiva, spesso non voluta e nemmeno gradita, come il cadere da cavallo, l'andare a sbattere contro un albero, o la newtoniana caduta della mela sulla zucca che tanto bene fece all'umanità.
Eppure il significato della parola esperienza, sostanzialmente diversa per significato dalla parola "esperimento" (in quanto questo è voluto per vedere se...) è anche questo: l'occasionale denso di potenziali insegnamenti, una realtà che parla anche se non sempre e non solo un linguaggio matematico. A meno che non si ravvisi nei "segni" e nelle "forme", negli stessi simboli un'altra forma della matematica divina.


La terza parte del "Discorso" è invero altrettanto singolare in quanto Cartesio, dopo aver affermato di volersi liberare di tutto quanto il sapere precedente, avverte però della necessità di dotarsi di una morale provvisoria. Ciò lo porta a ricercare alcune massime relative al comportamento pratico in grado di orientare ogni scelta. E' interessante la motivazione:"...così per non restare del tutto irresoluto nelle mie azioni mentre la ragione mi avrebbe obbligato ad esserlo nei miei giudizi, e per non impedirmi di vivere da quel momento il più felicemente possibile, mi formai una morale provvisoria, fatta di tre o quattro massime soltanto, che desidero qui enunciare."
Qui si deve notare che senza morale non si può agire. Ma perchè non si può agire e si rimane irresoluti? Non conosciamo la risposta di Cartesio e dobbiamo meditare molto per capire se è vero in generale. Però, però...possiamo osservare provvisoriamente che le azioni umane che interessano veramente la sfera morale sono in fondo davvero poche: non rubare, non ammazzare, non rendere falsa testimonianza contro qualcuno (che non significa non dire bugie...), non insidiare la donna d'altri, ovvero non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
A queste potremmo aggiungere il senso del dovere, anche se con un significato meno assoluto rispetto alla formulazione kantiana. Se abbiamo famiglia, abbiamo dei doveri verso di essa. Se abbiamo un datore di lavoro, nei limiti del possibile dobbiamo rispettare il contratto. Se abbiamo una qualche responsabilità sociale o istituzionale, visto che godiamo della fiducia di molti, dobbiamo sforzarci di far bene.
Si tratta sempre di limitazioni alla libertà ed in una visione ampia ciò che non è proibito, dovrebbe essere ammesso, mentre una visione ristretta porta a credere che tutto sia proibito e che occorra sempre un'autorità che conceda permessi e dispense.
Per un uomo onesto, tuttavia, l'unica problematica potrebbe risultare la quarta, perchè in fondo è vero che "al cuore non si comanda". Le altre sono talmente scontate che pare inutile l'elencarle.
Non si comprende pertanto questa irresolutezza di fronte alla mancanza di una morale provvisoria, come se per studiare medicina bisognasse consultare qualche prete confessore a farsi rilasciare apposita autorizzazione per scrutare uteri, scroti e vagine.
Ma tant'è. L'uomo che sembra libero da pregiudizio deve ancora avere qualche tabu che lo tiene inchiodato davanti ad una stufa.


La prima massima è per Cartesio "nel serbar fede alla religione nella quale Dio mi ha fatto grazia di essere educato nell'infanzia". La seconda è quella di mantenersi costante e risoluto nelle proprie decisioni, la terza quella di cercare il dominio di sé piuttosto che quello degli eventi.
Ed anche qui potremmo condividere il discorso se non fosse che la seconda massima proposta da Cartesio ci pare invece di dubbia saggezza.
Egli scrive: "La mia seconda massima era di mantenermi nelle mie azioni più fermo e più risoluto che potessi, e di seguire le opinioni più dubbie, una volta che a queste mi fossi determinato, non meno costantemente di quelle del tutto sicure. Intendevo imitare in questo i viaggiatori che, trovandosi smarriti in una foresta, non devono vagare, aggirandosi ora da una parte ora dall'altra, nè tantomeno fermarsi in un posto, ma camminare sempre diritto, per quanto è possibile in una direzione, e non cambiarla senza un buon motivo..."
Il paragone tra il seguire un'opinione e il seguire una pista nella foresta non ha un vero fondamento logico. Non si capisce innanzitutto perchè si dovrebbero seguire le opinioni più dubbie quando sarebbe molto più semplice seguire quelle meno dubbie, o anche astenersi. Del resto lo dice lui stesso :"E fra le molte opinioni egualmente accolte nell'uso, non sceglievo se non le più moderate; sia perchè sono le più facili a mettersi in pratica, e probabilmente le migliori, giacchè ogni eccesso suol essere cattivo; sia per allontanarmi dalla retta via, se avessi sbagliato, meno di quanto mi sarebbe accaduto se, avendo scelto uno degli estremi, fosse stato l'altro che bisognava seguire."
Si può seguire un indizio, un'ipotesi, esplicitarla come tesi, andare fino in fondo nella ricerca di prove ed argomenti validi camminando diritti e tutto fila rigorosamente. Ma quando si segue una certa ipotesi è perchè abbiamo già superato il dubbio ed abbiamo fatto una scelta. In genere dunque seguiamo l'ipotesi più probabile. Pertanto se applichiamo ad un'opinione tra le più dubbie questo metodo, rischiamo di sprecare solo il nostro tempo. A meno che Cartesio non avesse voluto significare "più dubbie per gli altri, per gli accademici, per i teologi o qualsiasi altra autorità del tipo "io sono l'autorità in questo campo". Fosse così, bravo Cartesio! Ma è così?
Il problema è dato dal fatto che tra noi e Cartesio passa una differenza abissale: i nostri dubbi sono fondati da qualcosaltro che da un dubbio metodico a fondamento di tutto. Le incertezze nascono perchè subodoriamo qualche inganno o qualche insufficienza, o qualche palese dimenticanza nelle opinioni che ci sembrano dubbie. Nascono non perchè siamo scettici dichiarati ma perchè qualcosa ci rende accidentalmente scettici. Nascono perchè chi ci fornisce informazioni ci sembra troppo interessato e di parte. Ed allora preferiamo seguire quelle meno dubbie, o anche sospendere il giudizio, così evitiamo di inoltrarci in una foresta senza una guida o un riferimento sicuro:-))

La terza massima "era di cercare sempre di vincere me stesso piuttosto che la fortuna, e di cambiare i miei desideri piuttosto che l'ordine del mondo; e in generale di credere che non c'è nulla che sia interamente in nostro potere se non i nostri pensieri, sicchè quando abbiamo fatto del nostro meglio, rispetto alle cose fuori di noi, tutto quello che non ci riesce è per noi assolutamente impossibile."
Ecco una delle perle di saggezza cui accennavo, anche se contiene, more solito, un'imperfezione formale. Basta calcolare quante cose sono in nostro potere oltre ai "nostri pensieri" e, qualora non bastasse di quali responsabilità siamo comunque investiti, che ci accorgiamo della necessità di andare spesso oltre il possibile, anche se non nell'impossibile.
L'intero capitoletto è per la verità una fioritura di pensieri solidamente fondati sul buon ragionare. Ad esempio si trova una considerazione sullo scetticismo estremo di grande importanza: "Non imitavo, per questo, gli scettici, che dubitano solo per il dubitare ed ostentano una perenne incertezza: al contrario, ogni mio proposito tendeva soltanto a raggiungere qualcosa di certo, e a scartare il terreno mobile e la sabbia, per trovare la roccia e l'argilla."

4. La quarta parte

La quarta parte del "Discorso" è intitolata "Le prove dell'esistenza di Dio e dell'anima umana" ma è sostanzialmente l'esposizione del "dubbio metodico" consistente, come egli stesso scrisse, nel "rigettare, come assolutamente falso, tutto ciò in cui potessi insinuare il minimo dubbio, per vedere se, alla fine, restasse qualcosa nella mia mente di assolutamente indubitabile."
Il dubbio investe tutto: i sensi che possono ingannare, i ragionamenti che possono essere fallaci in quanto "tutti i pensieri che abbiamo quando siamo svegli, possono venirci anche quando dormiamo (cioè in sogno), senza che, allora, ve ne sia alcuno di vero."
Non investe, al contrario, né la matematica, nè la fede in Dio in quanto essa non è propriamente un sapere ma solo un credere "che sia così" per l'ovvio (per Cartesio) motivo che l'oggetto di questo credere non sia verificabile, quanto meno matematicamente:-)))
Se desta perplessità questa considerazione è solo da osservare che in realtà a Cartesio di Dio e di un'eventuale demistificazione di qualche truffa religiosa importava assai poco. Su questo terreno egli si muove inoltre con estrema prudenza non esente da leggera ironia.
L'interesse teoretico è tutto orientato alla decifrazione della realtà intesa come libro di formule matematiche ed è soprattutto un interesse pratico, rivolto all'ottimizzazione dello sfruttamento della natura a vantaggio dell'uomo. Ciò è in linea con l'intero progetto borghese della conquista del mondo nel senso che di questa intenzione cartesiana costituiva, quantomeno parzialmente, il vero retroterra culturale e sociale, nonchè, se vogliamo, una vera e propria estrinsecazione dello spirito dominante in quel tempo. Nulla di "santo" e nemmeno nulla di demoniaco: solo una mentalità che presentava indubbi elementi di fascinazione: era il pensare "positivo" dell'epoca.
Sotto un profilo schiettamente filosofico è ancora certamente curioso che l'enfasi del discorso non sia rivolta all'oggetto del dubbio, allo studio delle circostanze che rendono dubbiosi, e nemmeno alla psicologia del soggetto, a come conosce ecc...ma all'atto del dubitare "assoluto".
E poi una cattiva letteratura filosofica la viene a menare sulla cultura del sospetto diffusa da quei tre birbanti di Marx, Nieztsche e Freud:-))) !
Ma a prescindere da queste amenità è evidente che per Cartesio l'unica certezza, oltre a quella dell'esistenza di Dio,è matematica in quanto 2+2 dovrebbe dar sempre 4 come risultato, il resto non si sa.
Di questa assolutizzazione del dubbio si potrebbero dare diverse interpretazioni ed ho persino letto (ma non ricordo dove...) di una carenza affettiva materna che provoca insicurezze. Ipotesi da non rigettare completamente, ovvio, considerando quanto sia dura un'infanzia senza mamma, (surrogata da qualche gesuita del tutto inadeguato sul piano affettivo in quanto privo di organi da suzionare) ma nemmeno da sopravvalutare. Io la riporto per dovere di cronaca.
Altrove ho invece parzialmente giustificato (si dia eventualmente un'occhiata a Sull'inganno dei sensi nella sezione appunti) il dubbio radicale che problematizza e mette in causa ogni certezza comune a partire dalla rivoluzione copernicana. Per la mentalità del tempo la questione non è data, come è stato scritto fino alla nausea, dalla perdita del centro e dal trovarsi in orbita invece che a terra :-))) ma molto più sensatamente dal trovarsi dotati di un apparato percettivo che non è in grado di cogliere la vera struttura dell'universo. I sensi ci possono dunque ingannare se tentiamo di superare i limiti della percezione umana ed allora porre in questione tutto alla maniera di Cartesio è un gesto estremistico ma filosoficamente e scientificamente accettabile.
Ciò che non è accettabile è la mancata messa a fuoco della dimensione del problema. Su quale piano siamo in difficoltà? Su quello del rapporto tra universo, sole e terra, e dunque su un piano molto specifico, un piano che necessita di nuovi strumenti di rappresentazione per essere compreso in modo chiaro e distinto.
Per questo, contrariamente a quanto pensano studiosi di filosofia più accreditati di me, non credo che il dubbio inteso in modo così radicale ed assoluto, non come naturale diffidenza per ciò che non sappiamo e non possiamo verificare, per le informazioni quasi sempre inesatte che riceviamo ecc..., ma per quello che noi stessi percepiamo sia una prova di acutezza, di profondità ed intelligenza straordinaria.
E' semmai la testimonianza di uno squilibrio e di una soggettività esasperata per la quale l'io non è nel mondo, emergente dal mondo, ma <<contrapposto>> al mondo.
Io credo che l'uomo maturo non possa avere dubbi di questa natura e nemmeno abbandonarsi a queste contrapposizioni (se non per motivi etici). Può e deve dubitare di questo o di quello, persino del proprio medico e certamente della propria moglie :-))), ma non può dubitare del mondo come lo percepisce in realtà e neppure di quelle rappresentazioni del mondo (penso alla rivoluzione copernicana ed a quella della relatività einsteiniana) che a lungo andare sono più convincenti delle nostre stesse percezioni, le quali, comunque, ci consentono di percepire anche la rappresentazione copernicana, confrontarla con la percezione diretta e ricavarne un quadro nuovo: questo ci dicono i sensi; questo ci dice la rappresentazione. Se c'è conflitto o è perchè i nostri sensi non arrivano fin lì, hanno bisogno di una protesi, il telescopio; di un'osservazione attenta e costante, di studi fisico-matematici come quelli attuati da Newton.
Oppure è perchè la rappresentazione è inadeguata. Dato che la rappresentazione non è la realtà, manco ci passa per la testa di pensare che è la realtà ad essere inadeguata. Però è indubbio che se tutti presi dal nostro furore matematico troviamo che i conti non tornano, potremmo anche concludere che i conti son giusti, mentre la realtà è sbagliata:-))))
Su questa strada incontreremo Leibniz e la sua tensione tra verità di ragione e verità di fatto.

Cartesio vince e si sbarazza del dubbio, portato all'estremo, e cioè fino a sospettare che Dio sia un ingannatore, affermando lapidariamente "cogito ergo sum". Non si può dubitare del proprio pensiero. Se penso esisto.
Ma dimentica che almeno il 90% del pensiero è il frutto di una riflessione speculare della realtà ed il resto viene da una interpretazione della realtà stessa effettuata con criteri che sono poi solo apparentemente soggettivi. In realtà anche il soggettivo non è altro che il prodotto di un giudizio su ciò che mi è piaciuto, mi ha dato esperienze e sensazioni positive e ciò che mi ha dato esperienze negative e frustranti.
Potremmo dire anche "soffro di mal di denti, dunque esisto" (Gassendi) e non cambierebbe nulla nella logica del discorso sulla certezza del mio essere, anzi, sarebbe più convincente in quanto qualsiasi affezione del corpo è una prova di esistenza e se abbiamo qualche dubbio circa il nostro essere in vita ciò dipende probabilmente dal fatto che siamo in una fase di apatia e non-senso o di radicale distacco dalla realtà.
Conviene tuttavia seguire il testo cartesiano per qualche tratto onde meglio comprendere.
" Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che, io che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.
Poi, esaminando attentamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo nè luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, ancorchè fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere che io esistessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui intera essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo nè dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quello che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche più facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse.
Dopo di ciò, considerai in generale quel che si richiede da una proposizione perchè sia vera e certa; infatti, poichè ne avevo appena trovata una che sapevo essere tale, pensai che dovevo anche sapere in che cosa consiste questa certezza. E avendo notato che non c'è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente che, per pensare, bisogna essere, giudicai che potevo prendere come regola generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e distintamente sono tutte vere; e che c'è solo qualche difficoltà a vedere bene quali sono quelle che concepiamo distintamente."

Giunti qui ci fermiamo un istante a considerare l'enormità di quel "...giudicai che potevo prendere come regola generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e distintamente sono tutte vere"
Siamo così di fronte ad una situazione nella quale 1) il pensiero produce idee, e questo mi da la certezza di esistere.
2) tutto ciò che concepisco in modo chiaro e distinto (Cartesio le chiama cose, ma sono idee, o immagini) è vero.
Oibò! E che ne è del dubbio? Non quello metodico, ma quello che viene spontaneo di fronte a certi comportamenti untuosi o anche a certe idee nu poco stravaganti?
3) E che questa è una regola generale che possiamo darci in tutta tranquillità!!
Ora chiedo solo un attimo di attenzione perchè persino Platone si sta rivoltando nella tomba e lo stesso Avicenna (credo) avrebbe molto da dire. Per Platone le idee esistono e non sono prodotte dal pensiero umano, dunque hanno un che di oggettivo, infatti sono l'unica realtà stabile ed immutabile. Studiando da filosofi prima o poi arriviamo a comprenderle: coraggio figlioli, armatevi di chiodi, corde e picozza e scaliamo la montagna da cui si vedono le idee!
Per Cartesio esse sono invece una produzione della sostanza pensante. Questa differenza non è da poco e spiego il perchè. Volenti o nolenti Platone salva l'oggettività e quindi la realtà del mondo. Le idee sono la parte stabile di un mondo in movimento. Con Cartesio invece qualunque sia la realtà del mondo, ciò che è vero è solo quello che abbiamo pensato (cioè prodotto) in modo distinto. Per di più le stesse idee platoniche sono superate in quanto non servono ad andare avanti e quindi ne occorrono di nuove. Ma queste idee nuove sono in definitiva deducibili dai pochi principi chiari e distinti che abbiamo nella zucca fin dalla nascita.

Bene. Detto questo continuiamo la ricognizione perchè il bello deve ancora arrivare.
" In seguito a ciò, riflettendo sul fatto che dubitavo, e che di conseguenza il mio essere non era del tutto perfetto, giacchè vedevo chiaramente che conoscere è una perfezione maggiore che dubitare, mi misi a cercare donde avessi appreso a pensare qualcosa di più perfetto di quel che ero; e conobbi in maniera evidente che doveva essere da una natura che fosse di fatto più perfetta. Per quel che riguarda i pensieri che avevo di molte altre cose fuori di me , come il cielo, la terra, la luce, il calore, e mille altre, non mi davo la pena di cercare donde mi venissero, giacchè non notavo in essi nulla che li rendesse superiori a me (e questo sarebbe uno scienziato? n.d.cactus) e perciò potevo credere che, se erano veri, dipendevano dalla mia natura in quanto dotata di qualche perfezione; e se non lo erano, mi venivano dal nulla, cioè erano in me per una mia imperfezione."
Come avevo anticipato il bello doveva ancora venire e ci siamo quasi. Io non so cosa intenda Cartesio per superiore ed inferiore ma certo ha del concetto di "superiore" una percezione ( o meglio: una produzione) piuttosto indistinta e confusa.
Noi dipendiamo dall'esistenza del sole e non il sole dipende da noi. Tuttalpiù potremmo concedere un ardito paragone del tipo l'uomo fisico dipende dal sole tanto quanto l'uomo metafisico ( che aspira a trascendere) dipende da Dio. Su questa corrispondenza si potrebbe in effetti procedere per più di una speculazione, ma la cosa è molto più chiara nei salmi di David che in tutta la filosofia occidentale, Aristotele compreso. In David infatti non c'è distinzione tra anima e corpo, e questo senso di dipendenza è ultrarealistico oltre che stupendamente materialistico e finemente poetico.
Proseguendo troviamo che: "Ma non potevo dire lo stesso dell'idea di un essere più perfetto del mio: perchè, che mi venisse dal nulla, era chiaramente impossibile; e poichè far seguire o dipendere il più perfetto dal meno perfetto è altrettanto contraddittorio quanto far procedere qualcosa dal nulla, non poteva venire nemmeno da me stesso. Di modo che restava che fosse stata messa in me da una natura realmente più perfetta della mia, e che avesse in sè tutte le perfezioni di cui potevo avere qualche idea. e cioè, per spiegarmi con una sola parola che fosse Dio.
A questo aggiunsi che , poichè conoscevo qualche perfezione di cui mancavo del tutto, non ero il solo essere esistente (userò qui liberamente, se, non vi spiace, alcuni termini della Scuola), ma occorreva necessariamente che ce ne fosse qualche altro di più perfetto, dal quale dipendevo e dal quale avevo ottenuto tutto quello che avevo. Giacchè se fossi stato solo e indipendente da ogni altro e avessi così avuto da me stesso tutto quel poco che partecipavo dell'essere perfetto, avrei potuto avere da me, per la stessa ragione, tutto il di più che sapevo mancarmi, ed essere pertanto io stesso infinito, eterno, immutabile, onnisciente, onnipotente, avere insomma tutte le perfezioni che potevo vedere in Dio."
Questi argomenti non sono di Cartesio, anche se Cartesio li cucina in modo diverso, ma derivano dal genere di prove per l'esistenza di Dio prodotte dalla scolastica nelle sue varie correnti. Nel "Discorso" egli si limita a considerare che in Dio non vi può essere composizione di anima e corpo, giacchè "...ogni composizione attesta una dipendenza, e che la dipendenza è manifestatamente un difetto...".

Qui occore una breve riflessione:l'idea di un essere più perfetto non è, e non può essere qualcosa di innato, che Dio ha posto all'inizio in ogni uomo.
L'idea di un ente infinitamente superiore è il frutto di una lenta evoluzione umana che giunge relativamente tardi rispetto ad una possibile storia del formarsi di una coscienza. Ed essa è in qualche modo all'altezza di Dio solo se essa proietta su Dio i caratteri della vera nobiltà, cioè tutto il meglio degli uomini realmente migliori. Nell'antichità un pensiero su Dio realmente all'altezza di Dio è quello ebraico e trova un compimento in Mosè e nei profeti, in particolare Amos, Isaia e Geremia, cioè una stirpe di uomini formidabili. Filosoficamente, tuttavia, esso trova un corrispettivo importante nel filosofo greco Senofane, il quale nega che il divino sia la burla olimpica di dei che nutrono le stesse passioni umane. L'idea, pur con qualche ambiguità, sarà ripresa da Platone, ma sarà solo con Aristotele che al divino verrà riconosciuto uno stato di perfezione, essendo "pensiero di pensiero".
Ma una volta infilata questa strettoia di una perfezione astratta, Cartesio, negando a Dio qualità umane, le stesse che Dio pose nell'uomo <<fatto a sua immagine>> finisce di fatto con l'allontanarlo dall'uomo; ecco che: "Così vedevo che il dubbio, l'incostanza, la tristezza e le altre cose simili a queste non potevano essere in lui dal momento che sarei stato anch'io ben felice di esserne privo."
Singolare dimenticanza per uno che si dichiara fedele alla religione alla quale era stato educato fin dall'infanzia. Ma non è Gesù Cristo Dio che si è fatto uomo? E Gesù Cristo, cioè Dio che si è fatto uomo, non ha conosciuto dubbio, tristezza e altre cose simili?
Che ne sa Cartesio dei drammi di Dio e di quello che c'è in Dio?
Essere impertubabile non significa non provare dolore per la sofferenza dei propri figli. Dio, posto che esista, è probabilmente l'essere più infelice in assoluto perchè non solo intende le nostre traversie come pensiero di pensiero, ma anche come vissuto esistenziale, visto che non c'è una sola nostra esperienza che non sia già stata anche esperienza di Dio.
Il succo amarognolo del "Discorso" su Dio è tutto qui.
Anche Cartesio, non bastasse la Chiesa coi suoi dogmi assurdi, contribuisce ad allontanare Dio dall'uomo.
E ciò lo si vede anche nel modo con cui Cartesio crede di liquidare quel pizzico di empirismo e di buon senso che avevano gli scolastici..
Scrive infatti:" Ciò appare abbastanza chiaro dal fatto che anche i filosofi delle Scuole considerano come massima che nulla vi sia nell'intelletto che prima non sia stato nel senso: dov'è certo tuttavia che le idee di Dio e dell'anima non sono mai state. E mi sembra che quelli che vogliono far uso della loro immaginazione per comprenderle, fanno proprio come se volessero servirsi degli occhi per udire i suoni o sentire gli odori: con in più questa differenza, che la vista non ci rende meno sicuri della verità dei suoi oggetti, di quanto facciano l'odorato e l'udito; mentre né l'immaginazione né i sensi potrebbero mai renderci certi di qualcosa senza l'intervento del nostro intelletto."
Anche qui Cartesio mostra di avere qualità introspettive assai limitate e dimentica con disinvoltura degna di miglior causa che le idee di Dio e dell'anima vengono dall'esterno della coscienza. Ci sono state trasmesse da una voce e noi le abbiamo udite; le abbiamo lette su un libro e quindi le abbiamo viste. Quindi nei sensi ci sono state, eccome! L'intelletto interviene in una seconda fase per organizzare ed esprimere meglio, o peggio, a seconda dei casi, quella stessa idea. Non solo: se fa quest'operazione la comprende meglio, persino quando la esprime peggio:-))). Quanto alla vista che ci dovrebbe rendere insicuri è assai dubbio che essa non veda quello che c'è scritto sul libro firmato da Cartesio. Ne sono assolutamente certo: Cartesio ha scritto tutto quello che è evidenziato qui sopra.

Con ciò non vorrei creare fraintendimenti: qui non si vuole negare valore al "cogito" ed a qualsiasi ricerca della ricerca della verità interiore.
L'idea di un essere perfetto, cioè Dio, è ormai realmente in noi, vista la martellante campagna pubblicitaria, ma ciò non può costituire in alcun modo una prova della sua esistenza, giacchè tra questa immagine prodotta filosoficamente e la realtà della storia di Dio che troviamo nella Bibbia, c'è uno scarto, oserei dire una frattura, irriducibile. Il Dio biblico è un sovrano giusto deposto da uomini ingiusti, che preferiscono adorare baal, statue e vitelli d'oro anzichè cercare il proprio principio vero. E quindi giustamente è considerato un Dio geloso, che non significa vanitoso o lunatico. Ma è anche un Dio che ha cura del fatto che la luce della verità permanga almeno in alcuni uomini e quindi li guida, li segue, li indirizza. Ed ad un certo punto della storia interviene più che direttamente, cioè interviene in carne ed ossa, versando persino il suo sangue per realizzare questa volontà.
Tutto ciò purtroppo, o per fortuna, non sta in una sola idea chiara e distinta, ma in un discorso, in una successione di idee, le quali ci possono portare a credere oppure no. Io ad esempio credo solo che, se Dio esiste, è questo e non può essere nientaltro di superiore, perchè se fosse superiore, sarebbe nientaltro che un sovrano altezzoso ed irraggiungibile, assolutamente inutile. Come lo è il brahman delle religioni indù.
Quanto al fatto che Dio ci abbia dotato di qualcosa, posto che si creda all'esistenza di Dio, è indubbio che questo qualcosa sia l'intelletto in quanto tale, il mitico nous, cioè uno strumento per afferrare i concetti oltre che la struttura fisica della realtà, disporli nella nostra mente e rielaborarli secondo una reale corrispondenza con la realtà stessa. In sostanza l'aedequatio intellectus et rei di San Tommaso è ancora oggi il punto irrinunciabile della definizione della verità e quindi della certezza che noi abbiamo delle cose del mondo. Ma esso fu solo un altro modo di dire quello che aveva già anticipato Aristotele: la difficoltà di capire la realtà è in noi, ovvero nella nostra mancanza di elasticità.

La quinta parte del "Discorso", intitolata "Questioni di fisica"contiene un breve riassunto dell'opera non pubblicata, "Il Trattato sul mondo" ed una trattazione del sistema sanguigno del tutto sbagliata e che salteremo pari pari. Tuttavia vale la pena di esaminare in che consistono esattamente le "questioni di fisica" secondo Cartesio.
Egli immagina che Dio crei un mondo nuovo "...(creando) ora da qualche parte, negli spazi immaginari, abbastanza materia per comporlo, e ne agitasse in vario modo, e senza un ordine le diverse parti, così da formarne un caos tanto confuso quanto possono immaginarlo i poeti; e in seguito non facesse altro che prestare il suo concorso ordinario alla natura, lasciandola agire secondo le leggi da lui stabilite.
Descrissi così, in primo luogo, questa materia, e cercai di rappresentarla in modo tale che nulla al mondo, mi sembra, vi è di più chiaro ed intellegibile, salvo quanto è stato detto di Dio e dell'anima: infatti supposi anche espressamente che non ci fosse in essa nessuna di quelle forme e qualità di cui si disputa nelle Scuole, nè alcuna cosa in generale la cui conoscenza non sia per noi così naturale che non possiamo fingere di ignorarla. In secondo luogo, mostrai quali sono le leggi della natura; e senza sostenere i miei ragionamenti con nessun altro principio, ma solo con le perfezioni infinite di Dio, mi sforzai di dare la dimostrazione di tutte le leggi di cui si poteva avere qualche dubbio, e di far vedere che sono tali, che se anche Dio avesse creato molti mondi, non ce ne sarebbe nessuno in cui non verrebbero osservate."
Da queste poche righe in realtà non emerge alcuna reale rivelazione con un contenuto degno della "fisica". Cartesio parla di poche leggi di natura, poste da Dio, dice di averle scoperte, ma poi non le cita con nome e cognome. Il che equivale a dir niente.
Ma la cosa interessante alla fine di questa simulazione della creazione è che Cartesio scrive: " Da questo tuttavia non volevo concludere che il nostro mondo sia stato creato nel modo da me descritto; perché è molto più probabile che Dio l'abbia fatto fin dal principio come doveva essere, ma è certo, ed è un'opinione comunemente accolta dai teologi, che l'azione con cui lo conserva è proprio la stessa di quella con cui l'ha creato; onde è pensabile, senza far torto al miracolo della creazione, che quand'anche non gli avesse dato all'inizio altra forma che quella del caos, bastava che una volta stabilte le leggi di natura, gli prestasse il suo concorso per farla agire come suole, e già per questo tutte le cose che sono semplicemente materiali avrebbero potuto, col tempo, diventare quali ora le vediamo. E la loro natura è ben più facile da concepire quando si osservano a poco a poco in questo modo, che non quando si vedono belle e fatte."
Da questo punto Cartesio immagina che la creazione dell'uomo sia stata inizialmente fatta solo costruendo un corpo senz'anima e "solo vi accendesse nel cuore uno di quei fuochi senza luce che avevo già spiegato e la cui natura mi pareva la stessa di quello che riscalda il fieno, quando lo si rinchiude prima che sia secco, o che fa bollire il vino nuovo quando lo si lascia fermentare insieme ai raspi. Perchè esaminando le funzioni possibili in questo corpo secondo la mia ipotesi, vi ritrovai prprio tutte quelle che possono essere in noi senza che vi pensiamo, e dunque senza che ad esse contribuisca la nostra mente, cioè quella parte distinta dal corpo della quale ho detto sopra che la sua natura è soltanto di pensare."
Ecco in sostanza dove Cartesio comincia a separare anima e corpo onde mostrare l'autosufficienza della mente e dell'anima dal corpo.
Sorprendono negativamente due cose: una: che non vi sia alcuna attenzione alla vita organica vegetale, animale ed umana come qualcosa di qualitativamente differente dalla materia in quanto tale. Due: che Dio abbia all'inizio potuto concepire esseri umani solo corporei e votati alla semplice nutrizione e riproduzione e che, solo in un secondo tempo vi abbia aggiunto un'anima-mente, creandola dal nulla.
Tutte queste considerazioni sono in chiave antiaristotelica e sono quindi volte esplicitamente a contestare le tesi della scolastica.
Ma dette in questo modo lasciano il tempo che trovano sia perchè le cose possono stare in modo molto diverso da come le racconta Cartesio senza esibire uno straccio di argomento accettabile, sia perchè, in definitiva, ciò che rende comunque diverso l'uomo dagli altri animali è l'evoluzione della forma, dettata da uno slancio al miglioramento di sè che non si riscontra nelle altre speci animali. La forma uomo evolve di pari passo al suo contenuto ed il suo contenuto è propriamente la coscienza.
Esiste una teoria dell'anima e noi crediamo di avere un'anima perchè la coscienza ad un certo punto ha cominciato a dirsi: io ho un'anima. Dunque questa è la causa e questo l'effetto. Ma Cartesio scambia la causa con l'effetto affermando che è l'anima-mente a produrre una coscienza, mentre in realtà è la coscienza, o se si vuole, una memoria coscienziosa, a produrre una teoria dell'anima presentando all'intelletto tutta una serie di indizi circa la sua esistenza... Il che sta a significare che la memoria coscienza è nell'uomo fin dall'inizio e non può essere altrimenti.

Riportiamo un ampio estratto della sesta parte intitolata "Le cose richieste per andare più avanti nello studio della natura" in quanto vi fanno capolino osservazioni filosofiche generali di indubbio interesse.
" Non ho mai tenuto in gran conto i parti del mio ingegno, e finchè non ho raccolto dal metodo di cui mi servo altri frutti che qualche soddisfazione a proposito di alcune difficoltà delle scienze speculative, oppure l'aver tentato di regolare i miei costumi secondo le norme che mi prescriveva, non ho mai considerato un obbligo di scriverne. Giacchè, riguardo ai costumi, ognuno abbonda a tal punto di senno che ci sarebbero tanti riformatori quante sono le teste se non fosse consentito soltanto a quelli che Dio ha fatto sovrani dei suoi popoli, o ha riempito di grazia e di zelo profetico, di intraprendervi qualche mutamento; e sebbene le mie speculazioni mi piacessero molto, credevo che pure gli altri ne avessero che a loro forse piacevano anche di più. Ma non appena ebbi acquistato alcune nozioni generali di fisica, e cominciando a saggiarle in qualche problema particolare, compresi fino a qual punto potevano condurre e quanto differivano dai principi di cui ci si è serviti finora, ritenni che non potevo tenerle nascoste senza peccare gravemente contro la norma che ci obbliga a favorire per quanto possiamo il bene generale di tutti gli uomini. Giacchè esse mi hanno fatto vedere che è possibile arrivare a conoscenze molto utili alla vita, e che in luogo della filosofia speculativa che si insegna nelle Scuole, se ne può trovare una pratica, in virtù della quale, conoscendo la forza e le dimensioni del fuoco, dell'acqua, dell'aria, degli astri e dei cieli e di tutti gli altri corpi che ci circondano così distintamente come riconosciamo le diverse tecniche degli artigiani, potremmo parimenti impiegarle in tutti gli usi a cui sono adatte, e renderci quasi signori e padroni della natura. Il che non soltanto è desiderabile per inventare una infinità di macchine che ci consentirebbero di godere senza alcuna fatica dei frutti della terra e di tutti gli altri beni che vi si trovano, ma anche e in primo luogo di conservare la salute, che è senza dubbio il primo di questi beni e il fondamento di tutti gli altri in questa vita; perchè anche lo spirito dipende a tal punto dal temperamento e dalla disposizione degli organi corporei, che se è possibile trovare qualche mezzo che renda in generale gli uomini più saggi e più abili di quanto sia stati fin qui, è proprio nella medicina, credo, che si deve cercarlo."

Più avanti Cartesio conduce una filippica contro gli aristotelici che è nettamente in contraddizione con le affermazioni contenute nell'introduzione alla parte quinta. Lì si diceva che egli non voleva entrare in disputa con i dotti; qui l'attacco è frontale e dobbiamo riconoscere che sarebbe anche persuasivo, se non fosse che ancora una volta egli non distingue, nel senso che non tutti i "dotti" erano come egli li dipinge, anche se molti lo erano.
Per Cartesio, dunque, costoro, cioè tutti gli ultimi scolastici (ma temo anche i primi) "sono come l'edera, che non cerca mai di salire più su degli alberi che la sostengono, e spesso anzi ricade, quando è arrivata fino alla loro cima; come mi sembra che ricadano, e cioè si rendano in qualche modo meno sapienti che se smettessero di studiare , quelli che, non contenti di sapere tutto quello che è spiegato nel loro autore in maniera comprensibile, vogliono oltre a ciò trovarci la soluzione di molte difficoltà di cui non fa cenno e alle quali forse non ha mai pensato. Eppure il loro modo di filosofare è molto comodo per quelli che hanno l'ingegno assai mediocre; giacchè l'oscurità delle distinzioni e dei principi di cui si servono li rende capaci di parlare di ogni cosa con tanto ardire, come se la conoscessero."

Questa in effetti è il difetto principale (e direi insopprimibile) di ogni dialettica. Ma i pregi sono infinitamente superiori. Quanto al parlare di "ciò che non si conosce" nel "Discorso" se ne trova ovunque una copiosa e generosa esemplificazione:-)))

Guido Marenco


guernica, stesura definitiva 8 luglio 2000 guernica@playful.com