LA TRISTE STORIA DEL TENENTE MANFRINI

 

 

Il 20 di Aprile del 1944 la guerra si stava ormai allontanando dalla Garfagnana. Il giorno 4, infatti, le truppe americane avevano lanciato l’offensiva sul tratto versiliese della linea gotica occidentale.

 Furono gli efficientissimi “nisei” (americani di origine giapponese) che attaccarono decisamente sul Monte Folgorito, sopra Strettoia, evitando la zona piana vicina al mare, memori delle terribili cannonate tedesche di Punta Bianca, che avevano bloccato l’offensiva del febbraio distruggendo oltre venti carri armati americani. Gli scontri furono durissimi ma, alla fine, i tedeschi furono sopraffatti e i “nisei” avanzarono decisamente lungo la collina. Ciò costrinse i tedeschi a ritirarsi anche lungo il litorale e, così, il 10 cadde Massa e l’11 cadde Carrara.

 In Garfagnana il fronte era fermo e le truppe italiane che reggevano il fronte (Divisione Italia e Battaglione “Intra” della Divisione Monterosa) si limitarono a controllare i valichi delle Apuane.

 Gli americani, per la verità, proseguirono la loro avanzata lungo il litorale, ignorando la Garfagnana ma, malgrado ciò, il 16 fu inevitabile ordinare la ritirata anche da questo fronte per non correre il rischio di vedersi tagliata la strada.

 La ritirata avvenne ordinatamente perché gli americani della divisione “Buffalo” non mostravano nessuna fretta e, salvo qualche rara cannonata, non fecero nessuna pressione sulle truppe in ritirata.

 I bersaglieri della divisione “Italia” percorsero la allora strada provinciale che, attraverso Piazza al Serchio e il Passo dei Carpinelli, conduce ad Aulla. Solo gli Alpini del Battaglione “Intra” percorsero l’itinerario Arni – Passo Sella – Vagli Sopra – Gorfigliano – Minucciano – Pieve San Lorenzo – Casola per rientrare qui nella provinciale sopra detta.

 Il giorno 20, dunque, la guerra si stava allontanando verso nord. A Castelnuovo avevano fatto il loro ingresso gli americani che cominciarono a risalire lentamente l’alta valle del Serchio.

 Lo stesso giorno 20 accadde un fatto le circostanze del quale non sono mai state completamente chiarite. Si sa che Sottotenente Manfrini Carlo Ferruccio in prossimità di Varliano deviò dalla provinciale per Aulla che stava percorrendo con il suo reparto per dirigersi verso Magliano. Si è detto che stesse inseguendo dei disertori che si erano allontanati dopo aver rubato la cassa del Reggimento, ma la conferma certa di questo fatto non si è mai avuta. E’ da ritenere del tutto improbabile che abbia fatto tutto questo da solo, per cui è lecito pensare che avesse con se almeno due o tre bersaglieri. Fatto sta che a Magliano furono catturati dai partigiani emiliani e degli eventuali accompagnatori del Manfrini non si sono avute altre notizie. Il Manfrini, invece, fu portato a Sillano dove una banda di partigiani emiliani comandati da un certo Brenno, scesa dal passo di Pradarena stazionava pressochè stabilmente.

 E qui ebbero inizio le sevizie. Il Sottotenente Manfrini aveva 24 anni (era nato l’8 marzo 1921 a Ferrara) ed era, quindi, nel pieno della sua giovinezza e della sua forza. Ma contro di lui si accanì la furia selvaggia di quegli uomini. Colpito con pugni, calci, nonché col calcio dei fucili e con bastoni, fu presto ridotto pesto e sanguinante, col viso gonfio e reso irriconoscibile dal sangue che gli colava sul volto rendendolo cieco. Non è improbabile che al massacro abbia partecipato anche qualche abitante del luogo. Certo è che in paese c’era odio verso i militari della R.S.I. per il fatto che ai primi di febbraio fra i sei fucilati a Cogna per rappresaglia a causa dell’uccisione dell’alpino Grigoli, c’erano due di Sillano (Samassa e Talani).

  A un certo punto intervenne il parroco, Don Tommaso Baisi, il quale tentò di fermare la furia omicida dei partigiani, dicendo che non aveva senso continuare ad uccidere ora che la guerra poteva ormai considerarsi finita. E parve che i massacratori rimanessero colpiti da quell’intervento e volessero accogliere quelle raccomandazioni.

 Ma fu solo una sospensione temporanea. Poco dopo  questi "aguzzini assetati di sangue e di vendetta" (così li definisce Don Mario Baisi, successivo prete di Sillano e, allora, giovane seminarista nipote di Don Tommaso. Vedi sua relazione in LA GUERRA IN GARFAGNANA DALLE RELAZIONI DEI PARROCI Ediz. Corriere di Garfagnana- 1995, pag.164) lo seviziarono ancora e lo uccisero.

 Ora la tomba del Sottotenente Manfrini non c’è più nel cimitero di Sillano dove era stato sepolto. Ma – dice ancora Don Mario Baisi – sulla sua tomba per 30 anni non mancarono mai i fiori.

 Forse la triste e terribile sorte di quel giovane aveva lasciato un segno nella coscienza della gente.

 E, forse, anche qualche rimorso.

 

 
                                                                                                

                                                                                                        

                                                                                                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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