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Gli Stati Uniti mirano al petrolio e... a diventare i padroni del mondo

Manca solo un pretesto,
poi tuonerà il cannone


Manca solo un pretesto, un appiglio, un cavillo legale. Poi sarà guerra e sarà vittoria Usa. Vincere la guerra infatti non è un problema. Lo è riuscire a farla! Con almeno una parvenza di legalità, per salvare la forma, se non la faccia. Per arrivare a tanto, è stata rispolverata, nei confronti di Saddam, la tecnica dell’Inquisizione nei processi alle streghe: la presunzione di colpevolezza e l’imposizione dell’onere della prova. Il che significa che o confessi che sei colpevole (e allora scatta la punizione!) o non confessi e allora scatta ugualmente, perché sei bugiardo e per giunta così abile da nascondere le armi che provano la tua colpevolezza!

Ormai è chiaro a tutti che l’obiettivo di Bush va ben oltre la guerra al terrorismo (anche perché azioni di questo genere lo alimentano!) e che la "colpa" peggiore di Saddam non è quella di essere un dittatore, ma è di governare il Paese che possiede le seconde riserve petrolifere della terra. E l’America ha un disperato bisogno di controllare il prezzo del greggio, perché economicamente è sull’orlo del baratro. Per risollevarsi ha bisogno di petrolio in quantità illimitata, a circa 12 dollari al barile, e di eliminare la concorrenza, cioè di diventare il padrone assoluto del mondo. È questo l’indirizzo che emerge chiaramente dal Documento sulla sicurezza nazionale americana, reso noto il 17 settembre 2002, che ribadisce quanto affermato nel 1992 da Colin Powell: "Siamo l’ultima speranza di bene per la Terra. Siamo l’unica superpotenza rimasta. Siamo una nazione destinata ad essere leader. Dunque dobbiamo condurre le vicende del mondo".

Una guerra contro l’Iraq sarebbe la fine dell’Onu, come centro di potere e soprattutto di diritto internazionale. Per l’Italia, la partecipazione alla guerra sarebbe una violazione dell’art. 11 della Costituzione, che giustifica la guerra solo in quanto difensiva. Chiamare difensiva una guerra preventiva è, secondo l’ex presidente Scalfaro, "un disturbo mentale, non un concetto giuridico".

I margini di speranza sono pochi. Vengono dalle istituzioni internazionali, dalle chiese e da tanti uomini di buona volontà. C’è la mediazione quasi disperata di Kofi Annan, c’è il ruolo dell’Europa e della Cina, all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. C’è la voce del Papa che persegue infaticabile la sua campagna contro la guerra, dei vescovi statunitensi che hanno messo in guardia i loro fedeli, delle autorità religiose islamiche, delle riviste missionarie che si sono schierate tutte contro il conflitto, e di tanti credenti che animano associazioni e gruppi di solidarietà, che guardano preoccupati alla situazione del mondo e che si apprestano a scendere in piazza per far sentire la propria voce. Ma soprattutto c’è la pressione di quella parte dell’opinione pubblica mondiale (il mondo della solidarietà, della nonviolenza, degli ecologisti, di quanti non si riconoscono nel pensiero unico americano) che conserva un minimo di senso critico nonostante il martellamento dei media. Far leva su questi elementi è l’estrema risorsa della speranza.

(di Battista Galvagno da Gazzetta d'Alba del 22 gennaio 2003)



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