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Da LA REPUBBLICA del 30 dicembre 2003

Mentre all'estero le grandi crisi hanno prodotto leggi più severe il governo Berlusconi ha allentato la presa sul falso in bilancio

I mercati processano il sistema-Italia

di Federico Rampini

MENTRE i magistrati italiani interrogano Tanzi a San Vittore, sui mercati internazionali è già in corso un "processo parallelo" al sistema-Italia. Questo processo ha scadenze rapide, la sua sentenza può infliggere pene pesanti che saranno pagate dall'economia italiana: meno fiducia internazionale, minori investimenti esteri, un ulteriore freno allo sviluppo e all'occupazione. Il tono dei commenti stranieri sull'affare Parmalat è rivelatore. Il capo degli analisti di M&G Asset Management, uno dei più grandi fondi di investimento internazionali, dichiara alla Reuters che "è fuorviante definire il caso Parmalat come la Enron europea perché il problema non è europeo, è italiano". Un titolo di The Guardian evoca quella "malattia chiamata rischio-Italia". Il Financial Times avverte che un buco di dieci miliardi di euro vale lo 0,8% del Pil italiano. E commenta: "Le dimensioni del crack Enron per l'economia americana al confronto erano peanuts, noccioline".

Nessuno deve sottovalutare l'effetto che queste analisi esercitano sull'immagine dell'Italia. In questi giorni sta cambiando il giudizio di quegli investitori globali che con un "clic" su un computer possono dirottare altrove capitali preziosi per la nostra crescita. La diffidenza può far salire i tassi d'interesse che tutte le imprese italiane devono pagare per finanziarsi e creare lavoro. Fin dall'inizio si era capito che il disastro Parmalat è un colpo all'intero settore agroalimentare e una pugnalata alle spalle dei risparmiatori italiani; ora emerge una dimensione nuova che riguarda il rischio-paese e può comportare costi ancora più elevati.

I dieci miliardi svaniti nel nulla sono perfino poca cosa, rispetto a quello che rischia di sparire in questo dicembre 2003: la "illusione da euro" che ha ipnotizzato i mercati internazionali dal 1999 a oggi, facendo credere che un investimento in Germania, in Francia o in Italia siano sostanzialmente la stessa cosa.

Questa illusione non è certo il frutto di ingenuità; ha un fondamento reale: con la morte della lira è scomparso il pericolo di una svalutazione che ogni investitore straniero doveva calcolare quando comprava azioni italiane o prestava capitali a un'impresa italiana. La fine del rischio-svalutazione ha quindi regalato al nostro ministero del Tesoro - uno dei più grandi debitori del pianeta - e a tutta l'industria nazionale una generosa rendita, sotto forma di liquidità e bassi tassi d'interesse. Da quattro anni ci siamo abituati a quella rendita, che ci appare scontata, e all'euro addebitiamo soprattutto delle colpe, vere o presunte: dal carovita alla crisi delle esportazioni.

Ma quella apertura di credito dei mercati, quella equiparazione dell'Italia al resto d'Europa, non è scontata. L'affare Parmalat sta ricordando agli investitori del mondo intero che all'interno di Eurolandia esistono altri rischi oltre alla svalutazione: rischi legati alle differenze nazionali tra le leggi, i controlli, la trasparenza delle aziende, l'etica degli affari, i conflitti d'interessi.

I motivi per cui l'Italia non è eguale alla Francia o alla Germania hanno radici antiche. Il caso-Parmalat ce lo ricorda. In attesa che i magistrati ricostruiscano la dinamica del disastro, sembra che la falsificazione dei bilanci duri da una quindicina d'anni. La vicenda Tanzi dunque affonderebbe le sue radici nell'Italia della Prima repubblica e di Tangentopoli, anche se risulta che nell'ultimo anno e negli ultimi mesi la crescita del "buco" abbia avuto forti accelerazioni.

Poiché le malefatte di Tanzi sono così antiche, collegarle direttamente alle modifiche legislative introdotte da Silvio Berlusconi sul falso in bilancio è apparso a molti come una strumentalizzazione politica, forzata e ingiustificata. Senza dubbio il rischio-Italia, che i mercati riscoprono all'improvviso, ci perseguitò negli anni Ottanta e metà degli anni Novanta: tra malgoverno della cosa pubblica e capitalismo opaco nella sfera privata, chi investiva in Italia lo faceva con legittima suspicione. I capitali esteri arrivavano col contagocce, e bisognava ricompensarli caramente. Quel "male italiano" non lo ha inventato Berlusconi.

Ma se oggi i mercati scoprono che l'Italia è cambiata poco, e che l'appartenenza a Eurolandia non ci rende eguali agli altri, il clima creato nel mondo degli affari da questo governo ha qualche peso. Perfino The Wall Street Journal, il grande quotidiano economico americano politicamente vicino alla Casa Bianca e di solito assai tenero con Berlusconi, ieri ha dedicato una lunga analisi alle differenze di reazioni politiche tra il crack Enron e la Parmalat. Va ricordato che la bancarotta della società texana colpì un top manager - Kenneth Lay - che era il primo benefattore individuale di George Bush in termini di finanziamenti elettorali.

Pur "amica" del grande capitalismo Usa, l'Amministrazione Bush capì che con la Enron era in gioco un bene troppo grande: la fiducia dei mercati. Bush non mosse un dito per aiutare il suo finanziatore, e firmò la legge Sarbanes-Oxley che dal luglio 2002 ha inasprito le pene sul falso in bilancio: oggi negli Stati Uniti un buco da un milione di dollari basta per far scattare dodici anni di carcere.

L'Italia di Berlusconi si è mossa nella direzione opposta: con leggi più lassiste, oltre che con l'esempio personale del magnate-presidente del Consiglio. Il risultato, come ricorda il Financial Times, è che nell'indice internazionale sulla "percezione della corruzione" stilato annualmente da Transparency International, il nostro paese è al penultimo posto tra i paesi dell'Unione europea. Questo indice della corruzione include tra i suoi criteri l'efficacia delle leggi e l'affidabilità delle imprese. Il risultato, conclude lo stesso Financial Times, lo pagherà il contribuente italiano: se il premio di rischio per investire in BoT torna a salire, la pressione fiscale dovrà compensare il maggior costo del debito pubblico. C'è da augurarsi che abbia torto. Ma scommettere sull'indulgenza, l'ingenuità o la dabbenaggine dei mercati sarebbe azzardato, in queste ore in cui San Vittore è tornato ad essere un simbolo del capitalismo italiano.




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