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Da LA REPUBBLICA 21 febbraio 2002

Ci sono criteri democratici che la maggioranza non può calpestare senza finire nell'arbitrio

Il cavaliere nel groviglio
del conflitto di interessi

di Ezio Mauro

Finchè è ancora in tempo, Berlusconi si fermi davanti alla forzatura di ogni regola e di ogni principio che sta compiendo nella doppia partita sul conflitto di interessi e sulle nomine Rai. Non tutto è concesso a chi ha vinto le elezioni, siede legittimamente a palazzo Chigi e può contare su un ampio e solido sostegno parlamentare. Ci sono criteri democratici che non si possono calpestare a colpi di maggioranza, norme istituzionali che vanno rispettate anche dai vincitori, equilibri e contrappesi che non limitano il potere e la potestà di chi governa ma impediscono l'arbitrio: e proprio per questo indicano la qualità di una democrazia, il rispetto per uno spazio di convivenza civile in un comune spirito repubblicano, che è la base stessa di una società politica dell'alternanza. Tutto questo oggi è in discussione. Anzi, tutto questo oggi è già in pericolo, e il Paese deve esserne consapevole.

Da sole e in astratto, le nomine Rai non rappresentano un'anomalia e dunque non sarebbero ragione d'allarme. Si procede secondo la norma già seguita in passato, per cui i presidenti delle Camere nominano il Consiglio di amministrazione dell'azienda del servizio pubblico radiotelevisivo, nella speranza che due autorità super partes possano dar vita ad un collegio che non sia la pura proiezione meccanica degli equilibri di partito. In realtà in passato - nei tempi dell'Ulivo come nei tempi del Polo - dalle fatiche dei due presidenti è emersa una lottizzazione quasi scientifica, mascherata dal velo ipocrita delle "aree culturali". Ne sono emersi sempre consigli di amministrazione male assortiti e rissosi, per un'azienda debole e spesso paralizzata, soprattutto negli ultimi anni quando governava il centrosinistra.

Per la prima volta, siamo davanti ad un quadro completamente diverso. Le nomine avvengono infatti nel cuore di un conflitto di interessi patente, che cambia radicalmente il panorama politico e istituzionale in cui devono essere scelti gli amministratori della televisione pubblica. Il Capo del governo, infatti, è il padrone della televisione privata. Possiede cioè metà dell'etere, parla a un'antenna italiana su due, comanda e decide su tre canali televisivi di interesse generale e diffusione nazionale, entra ogni sera e ad ogni ora nelle case degli italiani non solo come protagonista del racconto televisivo, ma anche e soprattutto come imprenditore del video che quel racconto decide, programma e confeziona. In altre parole, il presidente del Consiglio è il proprietario dell'azienda direttamente concorrente della Rai.

Non c'è chi non veda come questa situazione - del tutto anomala in qualsiasi democrazia occidentale, e stravagante persino in qualche dittatura - trasformi il caso delle nomine Rai da questione aziendale a problema della democrazia. Se Silvio Berlusconi continua nel suo cieco rifiuto di cercare davvero una soluzione al proprio personale conflitto di interessi, noi ci troveremo di fronte al caso esemplare del padrone della tivù privata che sceglie il capo della tivù pubblica sua concorrente. E magari lo sceglie tra i suoi dipendenti, tra i suoi ministri, tra i suoi amici o tra i suoi fedeli, per governare in assoluta sicurezza l'intero universo televisivo italiano: realizzando così il sogno di ogni moderno populista, con la politica e la televisione che coincidono in una sola persona, in un corto circuito democratico senza precedenti al mondo.

I puri di cuore che non conoscono l'Apocalisse, i cinici per cui destra e sinistra sono uguali, i liberali eleganti per i quali la democrazia coincide ormai col galateo o poco più, in quale sistema pensano di vivere il giorno in cui scatterà questa confisca berlusconiana di ogni televisione, se non in un regime? A tutti loro, che ricamano sull'orlo del vulcano, vogliamo ricordare che la tivù è lo spazio principe in cui oggi passa la comunicazione politica, è la moderna agorà di ogni campagna elettorale, è uno strumento controverso ma comunque potente nell'organizzazione del consenso. L'Italia uscita dalle elezioni è un Paese con un chiaro vincitore, ma spaccato in due culturalmente e politicamente, addirittura troppo diviso. Se è giusto, secondo la prassi italiana abbondantemente e spesso beceramente seguita dall'Ulivo, che chi ha vinto orienti a sé la televisione pubblica (con spazi e contrappesi per la minoranza), non è in alcun modo accettabile che questa conquista si sommi alla potestà proprietaria sulla televisione privata. E' un problema di Berlusconi, lui per primo dovrebbe porselo, rassicurando ogni giorno gli italiani, spiegando a chiare lettere come intende risolverlo. Finché non lo fa, perché non vuole o non può, diventa un problema della democrazia.

Come dovrebbe essere ben chiaro a tutti, qui non sono in gioco né le prerogative né le legittime aspettative di chi governa e di chi guida una forte maggioranza in parlamento. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo, che la democrazia italiana in tutte le sue vicissitudini non aveva ancora conosciuto. Come un moderno alchimista Berlusconi ha trasformato una sua personale ossessione, come la giustizia, in politica corrente; e un suo business privato, come la televisione, in ideologia a tutto campo.

Anzi, se in questi primi mesi il tema della giustizia ha dominato la sua politica, la televisione è per Berlusconi una moderna teoria del potere, lo scettro del principe. Ecco perché, pur essendo convinto che la sua fortunata avventura imprenditoriale rappresenti il passato, e la politica il suo unico futuro, il Cavaliere non riesce a liberarsi dell'identità imprenditoriale, e la porta con sé impropriamente nelle stanze del governo: perché è un'identità televisiva, e dunque coincide con la semplificazione della politica in cui Berlusconi crede, fino ad incarnarla. In buona sostanza, il presidente del Consiglio può tranquillamente vendere un'azienda, cederla ai figli, consegnarla ad un autentico blind trust: ma non potrà mai separarsi dalla proprietà televisiva, che rappresenta la sua vera natura, di cui la politica è soltanto il prolungamento.

Questo nodo chiamato conflitto d'interessi ha pesato sulla campagna elettorale, rendendo anomalo il confronto tra centrodestra e centrosinistra, come rapporto di forza. Ma oggi che Berlusconi è al governo soffoca direttamente lo spazio e le regole della democrazia, come nota ogni giorno la libera stampa straniera. Gli atti di governo, gli adempimenti e i passaggi che si ripetono ad ogni legislatura - siano essi virtuosi o mediocri nel merito - vengono oggi stravolti in partenza, deformati e imbastarditi dal conflitto. Le nomine Rai sono l'ultimo e clamoroso esempio. In presenza del conflitto di interessi, con il Capo del governo padrone della tivù privata, è naturale che si debba scegliere un presidente della Rai di garanzia.

Ma Berlusconi si è fino ad oggi opposto pervicacemente ad ogni scelta di questo genere, bocciando figure autorevoli, anche se chiaramente non orientate a sinistra, ma capaci di autonomia. E' questa autonomia che non è contemplata nell'universo berlusconiano, come dimostra il caso Ruggiero. Nemmeno l'autonomia istituzionale, come confermano gli attacchi a Casini richiamato come un servitore sotto padrone, solo perché si è preoccupato di salvaguardare un minimo di funzione di garanzia per il presidente Rai, salvando così anche la dignità del suo stesso ruolo, e dunque delle Camere.

A questo punto, il nodo è ormai diventato un groviglio. Berlusconi si è rinchiuso in una sorta di tautologia autistica autoreferenziale. Come se dicesse: il conflitto d'interessi è talmente enorme che non può essere risolto. Gli italiani ne prendano atto. Anzi, dopo la piena conquista della Rai, quando gli interessi coincideranno con l'intero sistema televisivo e la televisione unica coinciderà con la politica, quale conflitto potrà mai esserci in questo universo compatto, coerente e concluso, come un mondo nuovo e perfetto? E' vero, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che tanta radicalità estrema può non convenire a Berlusconi, perché può turbare gli elettori moderati. Ma a parte il fatto che la "forza" è uno degli elementi costitutivi della destra berlusconiana, e può attrarre consensi nell'Italia di oggi, il problema è un altro: queste scelte convengono al Paese? La risposta è chiaramente no, perché la democrazia è fatta di regole e di poteri bilanciati, non di abusi e di arbitrio. A partire da temi delicati e cruciali come la libertà d'informazione, il pluralismo, la formazione del consenso.

Se dunque Berlusconi non è capace di dare a se stesso, al suo potere e al suo legittimo comando una regola e una disciplina, tocca alle altre tre massime cariche dello Stato. Il presidente della Repubblica ha richiamato il valore del pluralismo, sottolineando il ruolo del servizio pubblico televisivo. Può oggi assistere in silenzio all'ossequio formale verso le sue parole, e al dileggio che ne viene fatto in concreto? E i presidenti delle due Camere, credono nell'elementare richiamo del Capo dello Stato e sono pronti a tradurlo in pratica con le nomine, o vogliono contribuire con il loro nome e la loro opera all'edificazione del regime?

Non sono in gioco né la lealtà nei confronti della legittima maggioranza di governo, né il coraggio, che in democrazia non è necessario. Basta avere la chiara convinzione che il conflitto di interessi è una lesione permanente e gravissima alla regola democratica di un Paese civile: bisogna risolverlo sul serio, in modo chiaro e a testa alta, perché ogni sotterfugio perpetuerebbe l'anomalia, rendendola ingestibile. Da questa semplice e ovvia constatazione discende non l'opportunità ma l'obbligo di dare alla Rai un Consiglio di garanzia finché dura il conflitto di interessi. Ogni altra strada è inaccettabile.

L'opposizione, se ha qualche residua coscienza di sé, sospenda le polemiche interne, e si concentri su questa sfida di democrazia. La sinistra spontanea, fai-da-te, la porti fuori dal palazzo, tra i cittadini, cercando di costruire un senso comune democratico, repubblicano, civico, a sostegno non di un interesse di parte, ma di una regola per tutti. Ci sono ancora battaglie politiche che vale la pena combattere, anche in anni come questi.




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