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Da LA STAMPA 2 marzo 2003

Qualsiasi politica che trascuri le aspirazioni degli oppositori a Saddam è condannata all'impotenza, e può essere accusata non solo di immoralità ma di totale impoliticità

Per elezioni libere in Iraq

di Barbara Spinelli

LIMITARE il potere assoluto esercitato dall’amministrazione americana, evitare iniziative belliche unilaterali che infrangerebbero non solo l’Onu, ma l’idea stessa di un diritto internazionale valevole per tutti: gli Stati Europei che preferiscono contenere la minaccia irachena piuttosto che combatterla preventivamente stanno compiendo non pochi sforzi, per scongiurare l’inizio d’una seconda Guerra del Golfo. Agiscono in questo senso anche i movimenti europei per la pace e le opinioni pubbliche chiedono cose simili ai governanti.

Non chiedono semplicemente che sia preservato lo status quo nel Golfo, ben sapendo che status quo vuol dire spesso stabilità dei tiranni. Non chiedono semplicemente che si faccia pace con chi disprezza le democrazie, e si è rallegrato quando le torri di Manhattan vennero distrutte. Chiedono che si torni a fare politica, in Europa come in America, e che lo scontro bellico torni ad essere davvero l’ultima risorsa. Chiedono che l’imperativo di Clausewitz sia fino in fondo rispettato: solo se la guerra è quel che diceva il teorico delle guerre ottocentesche - se non è fine a se stessa, se non diventa un’arma sostitutiva di tutte le altre, ma è invece la "continuazione della politica con altri mezzi" - allora c’è speranza autentica che il conflitto armato possa essere evitato.

Ma cosa significa: fare politica e operare perché la guerra sia rimessa al suo posto, e torni a rappresentare uno dei molteplici mezzi della politica? Fare politica non può essere solo contenere le spinte unilaterali statunitensi, né può esaurirsi in un sì o un no europeo all’America. Gli europei possono sperare di contare nel mondo, e di costruire una politica che sia convincente per la maggior parte dell’Unione, a una precisa condizione: che non si limitino alle dichiarazioni, ma che si diano una strategia intelligente e operativa della pace nel Medio Oriente.

Che non si accontentino di parlare con una voce sola - questo ormai lo sanno fare, l’ipocrisia europea è esperta in materia - ma che comincino a decidere comuni politiche e a darsi i mezzi perché esse diano frutti. Anche per questo è così importante, oggi, quel che succede nella Convenzione: la futura carta costituzionale europea dovrà trovare il metodo per decidere evitando lo scoglio immobilizzante dell’unanimità, e per darsi i mezzi affinché le comuni parole diventino comuni azioni.
Una strategia intelligente e operativa della pace non può prescindere da quello che sperano le opposizioni a Saddam: da quel che dicono, che soffrono, che fanno in previsione di un intervento Usa.

Qualsiasi politica che trascuri le loro aspirazioni è condannata all’impotenza, e può essere accusata non solo di immoralità ma di totale impoliticità. E’ impolitica un’Europa che lasciasse ai soli Stati Uniti la rappresentanza dell’Iraq profondo, desideroso di liberarsi infine della dittatura e del dominio sunnita su una popolazione essenzialmente sciita e curda. E’ impotente un’Europa che si aggrappasse all’ultima risoluzione Onu, e si preoccupasse di disarmare l’Iraq senza accorgersi che Washington ha superato, nel frattempo, la risoluzione 1441: non contento del disarmo promesso da Saddam e del buon lavoro degli ispettori, Bush promette ormai agli iracheni qualcosa di più: il rovesciamento di Saddam e la democrazia.

Gli iracheni sperano in questa democrazia, con un’intensità di cui non sappiamo molto ma che possiamo intuire. Molti resistenti sperano anche in una guerra, sia che si trovino in esilio sia che siano rientrati in patria. Nel loro animo non sono molto diversi da Thomas Mann, che soffriva per i terribili bombardamenti alleati, nel suo Dottor Faustus, ma che non esitò a invocarli ed approvarli, nel ’43-’44. Con queste opposizioni i governi europei e le sinistre potrebbero cominciare a prender contatto, se vogliono davvero competere con Washington e rimettere al centro la politica. I dirigenti sciiti e curdi che combattono Saddam dovrebbero poter prendere la parola al Parlamento europeo, dovrebbero poter parlare con il Papa e con Prodi, con Ciampi e Berlusconi.

Tanti mezzi potrebbero esser con loro discussi, tante politiche di cui la guerra sarebbe, appunto, l’ultima e forse non necessaria risorsa.
Un appoggio europeo a libere elezioni in Iraq sotto il controllo Onu e un esplicito sostegno alla Resistenza Irachena: questo potrebbe essere il nucleo di un’iniziativa politica dell’Unione. Sarebbe un segnale importante che l’Europa manderebbe agli Stati Uniti, e dell’esperienza europea gli americani avranno bisogno nel dopo-Saddam, per ricostruire l’Iraq. Segnalerebbe forza del nostro continente, capacità di iniziativa, preveggenza politica, conoscenza del terreno.

Contribuirebbe anche a una convergenza tra gli europei che stanno riunificandosi. Gli ex dissidenti dell’Est, dall’ungherese György Konrad al polacco Bronislaw Geremek, sanno forse meglio di noi, quel che vuol dire vedersi negare la libertà: in questo Condoleezza Rice non ha torto. Ma la loro esperienza e la loro memoria devono poter diventare lievito durevole per la nostra Unione in Europa, e non essere usate da Washington per occasionali, passeggere politiche di imperio e divisione.

Contrariamente a quel che credono molti governanti europei, infatti, l’amministrazione Usa non monopolizza per intero gli oppositori iracheni, e questi non sono mere marionette americane. Non pochi dubbi si stanno facendo strada fra i resistenti, di fronte alla precipitazione e alle noncuranze statunitensi. Cominciano a dubitare seriamente anche grandi figure del dissenso, come il capo del Congresso Nazionale Iracheno Ahmed Chalabi o Kanan Makiya, autore del più prestigioso libro sul regime di Saddam (Republic of fear La repubblica della paura, scritto nell’89). Quel che molti oppositori temono è l’approssimazione e il cinismo, la straordinaria imperizia politica e l’incoerenza degli Stati Uniti.

L’accordo americano con la Turchia, in particolare, li allarma: un’alleanza che è stata acquistata in cambio di prebende, e dell’accettazione da parte Usa della strategia anti-curda di Ankara. Le opposizioni sia sciite che curde fanno affidamento sulla Repubblica Autonoma del Kurdistan, dove molti esiliati stanno ultimamente rientrando: in questa zona protetta dall’Onu si è creata una prima forma di democrazia pluralista, con liberi giornali e libera opposizione, presidiata da quarantamila soldati locali. Gli oppositori di Saddam non vogliono sacrificare questa roccaforte, e diventare vittime d’un patto scellerato americano-turco che li sgominerà. Makiya, inoltre, teme che l’amministrazione militare americana insedierà a Baghdad un governo fantoccio, con uomini legati al vecchio regime e al Baath sunnita. L’opposizione in altre parole paventa quel che gli americani rimproverano agli europei: la non fedeltà a quel che è stato fatto nel dopoguerra tedesco e giapponese, la rinuncia alla denazificazione dell’Iraq. E’ un peccato che simili timori non possan esser discussi con gli europei.

Questa cooperazione euro-irachena potrebbe partire dalle memorie dell’Iraq resistente, e uscire dalle strettoie della memoria euro-americana. Si vedrà, allora, che la memoria irachena è piena di dubbi sull’America. Gli iracheni democratici non hanno dimenticato l’appoggio che Stati Uniti ed europei hanno garantito a Saddam, negli anni in cui il nemico era l’Iran di Khomeini. Americani ed europei tacquero sull’impiego di gas contro i soldati iraniani e contro gli insorti curdi. Ma fu l’America soprattutto, all’indomani della brusca interruzione della prima Guerra del Golfo, ad abbandonare le opposizioni irachene dopo averle ufficialmente incitate a rovesciare Saddam. Erano esattamente dodici anni fa, l’1 marzo 1991, un giorno dopo la tregua, quando Bush senior pronunciò il suo famoso appello all’insurrezione in Iraq: Washington l’avrebbe spalleggiata. E subito le opposizioni si mobilitarono.

Gli sciiti, che rappresentano il 60 per cento della popolazione (i sunniti rappresentano il 17) furono i primi a sollevarsi, conquistando varie città a Sud dell’Iraq. Seguì l’insurrezione dei curdi, il 14 marzo (20 per cento della popolazione). Gli insorti vennero consegnati al massacro, con l’America che stette a guardare e che investì Saddam di nuovo potere legittimo. Anche su queste insurrezioni esiste un testo indispensabile di Makiya (Cruelty and Silence: War, Tyranny, Uprising and the Arab World - Crudeltà e silenzio: guerra, tirannide, insurrezione e il mondo arabo, 1994). Inspiegabilmente, nessuno dei suoi libri è stato tradotto in Italia o Francia.

C’è dunque qualcosa di malsano, quando i governanti americani montano in cattedra e in nome della memoria accusano gli europei di non essere coerenti, di aver dimenticato il patto di Monaco che consegnò l’Europa a Hitler nel ‘38, di non ricordare i benefici liberatori dell’occupazione in Germania e in Giappone. Gli oppositori iracheni sperano molto nella Casa Bianca, ma hanno brutti ricordi dell’incoerenza americana e forse sperano di non dipendere solo da Washington, e da guerre-lampo che così di rado, ormai, contemplano Piani Marshall e dopoguerre veramente preparate.

I Piani Marshall e le ricostruzioni sono ormai uno strumento in mano degli europei, come dimostra l’esperienza postbellica in Kosovo. Ma per poter essere protagonisti di questa politica gli europei dovranno divenire un punto di riferimento stabile, per chi in Iraq vuol combattere il tiranno, e non trasformare il Paese in una pompa di benzina degli Stati Uniti: per chi vuol tentare una democrazia araba che eviti il dominio di un’etnia sull’altra, e l’uso sconsiderato della triplice arma del petrolio, della religione e del terrorismo.




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