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Scena ottava

La donna cammina sulla spiaggia. Indossa una tunica bianca ed è come giunta al termine di un lungo cammino iniziatico.

Accanto a lei l'oceano immenso, una tartaruga e un granchio di notevoli dimensioni: animali marini giganteschi e longevi in questo luogo da milioni di anni.

Le frasi del monologo della donna (che siede adesso ad un tavolino, vicino alla riva del mare) si alternano con quelle del monologo di un giovane uomo che presto la raggiunge (anch'egli è vestito di bianco).

Lei

"Il tuo sorriso è troppo dolce.

Cercami nel dolore di questa distanza incolmabile,

prendimi con lo sguardo del ladro e dell'assassino

e quando affondi nella speranza del piacere, dimenticami".

Lui

"Corto il respiro, mozza la parola, breve il mio dire".

Cerco risposte al tormento dell'informe

dentro il vuoto che annulla e che sostituisce, all'assente, anelata verità,

teneri virgulti, fragili, incerti susseguirsi di consonanti e vocali, catene di sillabe modellate su ancora più incerte trame".

Lei

"Così potrà risvegliarsi la bestia negata

e relegata negli angoli bui del corpo

per farmi urlare l'urgenza e l'orrore di questo bisogno che vuole te,

così fragile e adulto, poeta dell'amore maturo, così diverso e separato,

per sempre inseparabile".

Lui

"Sibilano lievi le parole come leggero vento e non resta di loro oggettiva traccia, senso o direzione, solo srotolano sopra un bianco aquilone con una certa logica formale, in virtù di quella natura sfuggente che è fatta davvero di niente, un'emissione di aria viziata con la potenzialità della grande mente".

Lei

"Oh, tu che alimenti i miei sogni con una fantasia creatrice di magie effimere e potenti, e costruisci sulle macerie dei passati affetti un impero di parole sognanti, pronte a piegarsi in ogni direzione, aperte al riso e alla tetraggine, alla crudele verità come alla pietosa menzogna che presto si smentisce per moto proprio, per non sapere far altro che prostituirsi a tutti i possibili giochi di questo discorso d'amore che ci consuma e ci accomuna…".

Lui

"Un grande respiro, un nuovo capoverso, un nuovo ritmo dentro l'universo.

Sarebbe davvero bello giocare a creare un nuovo mondo dove poter stare, stare a giocare tutto il santo giorno, senza il problema del mezzogiorno. Per poi colare in nuovi stampi, parole dolci, care agli amanti".

 

Scena nona

(la scena si presenta come quella precedente)

Lei

"Morta, morta quarant'anni fa. Dovevo essere morta quarant'anni fa come tutti gli altri infelici della terra, lasciando sfilare via il mio sangue una goccia dopo l'altra.

(Mostra a lui i polsi con i segni delle cicatrici)

"Ora riesco a scorgerli, strappati a un crepuscolo di rancore.

Vanamente ho dilaniato la mia esistenza annaspando dalle loro bocche sospiri di morte.

E ognuno di loro, quasi sempre unico, insostituibile, a rappresentare un brandello di me, in un'estenuante rincorsa che passo dopo passo ci rendeva più simili, e allo stesso tempo ci allontanava.

Quando l'oscurità scende ad avvolgere ogni cosa, i bagliori più lontani, quelli più fiochi, sono loro a indicarmi il cammino, unici lumi rimasti a rischiarare questa lunga, interminabile notte, questi miei anni di piombo.

Osservo queste carni straziate e il dolore che da lei proviene: un dolore che mi tortura e allo stesso tempo mi consola.

Il colore di questa mia anima è la mia più grande felicità e la mia condanna...

L'uomo si alza e appoggia le mani sulle spalle di lei:

"A rimanere così vicino all'acqua rischi di bagnarti il vestito", dice.

Lei lo guarda interrogativa, non sembra voler continuare quella strana conversazione, ma a poco a poco il monologo diventa dialogo.

Lui

"Anch'io sono vittima degli anni della trasformazione. Sono vissuto a lungo con una donna che ha fatto della ribellione e dell'evoluzione del costume una bandiera per la propria esistenza.

Mi sono dedicato con successo al commercio di stoffe e tessuti pregiati. Il lavoro mi ha costretto per lunghi periodi lontano, in Sud America, in Oriente. Al matrimonio sono giunto allora così, come si arriva ad un incrocio.

Ho una moglie e due figli e la sensazione di vivere con estranei.

Oggi viviamo in camere separate, troppi i litigi e le sofferenze reciproche.

Ormai stiamo insieme soltanto per cercare di tenere unito ciò che è sostanzialmente separato, per non perdere in ultima analisi il confronto con noi stessi"

Lei

"Quando un uomo perde la propria identità si sovverte l'ordine del cosmo. La speranza non ci deve mai abbandonare".

Lui

"Vorrei cercare di esprimere questo disagio esistenziale attraverso la scrittura: da molti anni inseguo un grande bisogno di scrivere, ma temo di non esserne capace".

Lei

"Prova a pensare ai granelli di sabbia: come la tua mano si china per raccoglierli senza riuscire a trattenerli, perché sfuggono dalle tue dita per tornare a posarsi sulla sabbia, così devi fare con i tuoi pensieri, seguili fino a che non si fermano per posarsi sul foglio di carta".

 

Scena decima

Nel buio si odono rumori portati dal vento: il temporale è imminente.

Voce di donna: "Nubi minacciose, torbide, invadenti. Sono più prossime alla terra che al cielo, quasi uniscono la terra al cielo. Ma è un demone, un demone! Le ali sono di pipistrello, no, ne vedo una soltanto. Ma è un angelo, un angelo! un'ala è di cigno. Non può essere...Mio Dio, Dio!

Mi salvi il cielo! Guardo meglio... non mi minaccia, mi tende una mano. Oh Signore, se sei tu il padre di tutti gli dei, eccomi, sono qui. Alzo la mia mano destra verso la tua in segno di riconoscimento... e ricongiungimento...una corrente, un'energia, un fluido... d'amore, il tuo amore, la tua forza, il tuo potere...Signore...".

Luci.

La donna è sdraiata su un lettino. Alle sue spalle un uomo seduto ascolta in silenzio: "Ecco, dottore, questo è il sogno, miei i personaggi, la regia, il discorso. Cosa ho voluto dire? Il messaggio finale sembrava essere: dai agli altri come dai a te stessa. E come? Attraverso la parola?

E poi, la domanda si pone, sono stata investita di questo compito dal mio sé profondo, dall'anima, o da che altro? "

Psicanalista

"La questione può porsi in termini molto semplici: o le cose sono accessibili alla conoscenza oppure non lo sono, e se non lo sono, allora le cose sono soltanto una produzione della parola, non essendoci nessun'altra via per poterne dire e quindi per sapere. Se le cose fossero accessibili alla conoscenza attraverso cosa lo sarebbero? Quale criterio potrebbe renderne conto? E quale criterio potrebbe essere utilizzato per stabilire il criterio attraverso il quale avverrebbe il renderne conto?

"Questione antichissima, che tuttavia mantiene la sua attualità così come la mantiene la struttura del linguaggio che ci impedisce di stabilire la conoscenza se non come procedura linguistica, per questo la conoscenza non può accedere ad altro se non a ciò che essa stessa, in quanto atto linguistico, produce".

La donna si alza dal lettino, pone una sedia di fronte all'uomo, si siede a sua volta, prende un foglio dalla tasca, guarda l'uomo intensamente negli occhi e comincia a leggere:

Ti cerco senza trovarti tra le pieghe del cuore

e ti avverto radicato nelle cavità della carne

come il richiamo ancestrale e muto della terra.

La mente ti insegue nella catena di parole

che interrogano il tuo discorso

e si abbandona alla stretta della sua ragione

come se fosse la prima volta.

L'uomo tende la mano per ricevere quello scritto interpretato per lui.

Lo legge in silenzio, poi osserva:

"La poesia, una frase musicale, non chiedono di essere funzionali al vero, invitano all'ascolto.

Ciascun discorso è esattamente come una frase musicale, non "vuole" dire nulla, né richiede alcun consenso, non stabilisce nulla all'infuori di sé, all'infuori di quello che sta dicendo e di quello che sta facendo".

 

Scena undicesima

Come nella prima scena la donna si cambia freneticamente d'abito ma a un certo punto si ferma e comincia guardarsi nello specchio con indosso l'abito più bello; non soddisfatta corre a cercare le amiche e le invita a provare quell'abito tanto speciale, e con i gesti sottolinea ogni particolare della nuova veste. Così facendo inizia un discorso che solleva domande, e ancora domande...

"Deboli sentimenti incalzano per sempre incatenati alle ferree combinatorie della ragione. Non c'è uscita dal linguaggio. Nelle premesse del discorso di ciascuno, nelle inferenze necessarie e non necessarie, ecco le ragioni del nostro essere, e del nostro malessere.

La realtà diventa costruzione, costruzione di più o meno sofisticati giochi di parole.

Tutto è maya e "ciascuno diventa ciò che pensa".

La teoria delle idee e il mito della caverna plasmano la nostra mente: nulla è innato, tutto è risultato di un'immane costruzione del pensiero.

Ci siamo dentro tutti, uomini, e donne, della strada, uomini di potere, uomini di Dio".

Prima amica:

"Allora la ricerca deve essere portata avanti nel segno della parola, o c'è altro? "

Seconda amica:

"Che dire della conoscenza silenziosa? Che ne sappiamo? "

La donna:

"Soltanto quanto si dice, ma siamo sempre nel linguaggio".

Terza amica:

"C'è modo di uscirne? "

La donna:

"Parrebbe di no".

Quarta amica:

"Dunque l'unica fuga possibile è nel silenzio? "

La donna non risponde, si inginocchia e comincia a pregare poi si inchina fino a toccare terra con la fronte, quindi si rialza: il suo volto è trasfigurato, tutta la passione dell'infinito amore del Dio che si è fatto uomo e che sta morendo sulla croce vive ora in lei, nelle sue membra, nel suo cuore, nei suoi occhi; ma la forza del Cristo è troppo grande perché la donna possa reggerla a lungo. Ella si inchina nuovamente, completamente sottomessa, fronte a terra: quando si rialza non è più donna è Madonna, è madre straziata dell'umanità peccatrice e sofferente.

Di nuovo il suo piccolo cuore non può contenere l'infinito strazio della Madre Immacolata: inchinando il capo, con un nuovo gesto di chiara umiltà, riacquista coscienza di sé, e della memoria ancestrale che si porta dentro.

E finalmente ella parla:

"Nel silenzio possiamo ascoltare la parola di Dio... Ecco, il cerchio si chiude e invece dobbiamo lasciarlo aperto, se vogliamo continuare a dire, a ricercare, e a giocare...

"Abbiamo portato alle estreme conseguenze la riflessione sul pensiero: ora crediamo di sapere come l'uomo pensa, soffre, ama, costruisce Dio.

Terza amica:

"Davvero il mondo esiste soltanto se possiamo dirlo? "

Quarta amica:

"E di per sé non può esistere? "

La donna:

"L'impossibilità di conoscere Dio, o l'origine delle cose, viene superata soltanto dalla fede".

Seconda amica:

"E se non puoi più credere?"

La donna:

"Sospendi ogni assenso. Ogni cosa non è né vera né falsa, è ciò che tu vuoi che sia. Tutte le esperienze sono possibili se c'è un pensiero che le sostiene, così, forse, è possibile la vita dopo la morte, e sono possibili i mondi paralleli e il tempo senza tempo. L'ansia di conoscere si infrange come l'onda sulla dura roccia della struttura del linguaggio e l'unico modo per uscirne sembra essere quello di giocare con le parole.

A questo punto la donna china il capo e comincia ad avviarsi verso le quinte preceduta dalle amiche che parlano tra di loro e ridono, apparentemente spensierate. Rimasta sola, prima di scomparire anch'essa dietro le quinte, pronuncia le ultime incerte, quanto sofferte parole:

"Parole sparse, discorsi

percorsi dentro linguaggi.

Nel silenzio, la meta?"

 

Scena dodicesima

Un figura femminile si muove sullo sfondo, si direbbe che spazzi il pavimento.

La voce della Callas nell'Andrea Chénier di Giordano invade la scena.

Voce femminile fuori campo:

"Tutto avviene come nella più nota delle favole. Prima solo polvere, e rimbrotti e solitudine. All'improvviso, silenzio, raccoglimento, poi una voce, qualcuno sussurra un motivo al cuore contratto dall'attesa. Magicamente le pesanti tende del salone diventano seta brillante che ricoprono graziosamente la fanciulla rapita da quella voce dell'altro mondo: "Presto, presto, fatti bella, sei topolini e una zucca che non sono più topolini né zucca ti porteranno a palazzo, lì danzerai con un principe al suono di mille arpe, ma ricordati di non dimenticare!".

"Com'è facile, dice la fanciulla, dimenticarsi di sé a volteggiare leggeri tra le braccia dell'amato. Le note diventano fontane luminose, i dialoghi assumono voci di divinità mai udite, l'atmosfera è subito un vortice di vento che scompone la luce e fa apparire nuovi colori crescenti e decrescenti secondo un ritmo che la mente, confinata nei margini, non può comprendere".

Voce fuori campo:

"Ricalcati sulle solenni note, i timidi suoni che escono dalla bocca della fanciulla sciolgono così antichi nodi e fanno brillare abbondantemente gli occhi.

Ma al primo rintocco (si ode il rintocco della mezzanotte) l'orchestra subitamente tace e le voci risuonano lontane. Un sospiro, lo smarrimento è in agguato. Ma via, tutte le fiabe finiscono bene, e possono ricominciare mille e mille volte ancora".

Buio.

La fanciulla ascolta echi lontani, sembra sognare quando irrompe sulla scena la polena di una nave, forse una sirena, con il braccio destro teso in avanti, quasi a fendere l'aria, avvolta in bianchi veli. Sfiora al suo passaggio il volto della fanciulla che, dapprima turbata, si sofferma poi incuriosita a guardarla da vicino. E subito comincia a togliere i veli della polena che rivela, nel suo volto di gesso, gli stessi tratti della fanciulla.

Buio.

È l'alba, la donna giace addormentata. Accanto a lei una figura accovacciata e avvolta in pesanti drappi neri, la testa è completamente fasciata e irriconoscibile.

La fanciulla si sveglia e tocca timidamente le spalle di quella figura. Ha paura. Poi appoggia la fronte sulla sua nuca che così avvolta in scuri drappi sembra potere assorbire insieme a tutte le ombre della notte anche il grigiore della sua vita.

Ma poi si scuote, come da un brutto sogno, e passa a guardarla di fronte e a levarle uno ad uno tutti i pesanti veli, finché appare un volto, sembra di donna, gli occhi intensi e scuri, la pelle olivastra, bruciata dal sole. Il personaggio si alza e si leva i restanti drappi. Adesso davanti alla fanciulla appare un uomo. L'uomo non le leva gli occhi di dosso e muove alcuni passi verso di lei. L'abbraccia con forza senza dire parola.

 

 

FINE


Parte prima

Racconti