ELEONORA MINOTTO
La distanza incolmabile
Scena primaLa scena teatrale si apre all'interno di un set cinematografico. Il tecnico delle luci illumina gli attori, il regista è dietro la macchina da presa. La troupe è pronta a girare. Davanti alla macchina da presa c'è un folto gruppo di femministe: discutono animatamente, ridono, battono le mani, si esaltano, mescolano antichi canti e nenie a slogan e parole d'ordine ormai datate: "Fate l'amore e non la guerra", "Tremate, tremate, le streghe son tornate".
A pochi passi qualche osservatore maschio cerca inutilmente di prendere la parola e di inserirsi nel gruppo.
Al "ciak" le luci si dirigono sul fondo della scena dalla quale avanza una donna.
Mentre ella avanza il gruppo di femministe e gli altri attori si addossano allo sfondo e voltano le spalle al pubblico restando immobili e in silenzio.
La donna trascina lentamente una sedia, percepisce, con aria un po' smarrita, che non troppo lontano sta accadendo qualcosa che la riguarda, ma non sa cosa.
Gira a lungo per trovare il suo posto, poi cammina con portamento rigido e inizia a sfilare, come su una passerella.
All'improvviso la donna emette suoni disarticolati, giochi di sillabe, infine accenna al canto.
Strumenti a percussione producono ritmi che animano la donna; trascinata da un'energia sconosciuta ora si muove intrecciando una danza spontanea intorno alla sedia.
Scena seconda
La donna è in piedi sulla sedia. Come una star accoglie ovazioni e fiori che piovono da ogni parte. Lampi di flash, presentatori e speaker che escono dalla massa amorfa di persone dallo sfondo e annunciano la nascita di una nuova stella (talora le diverse voci si sovrappongono):
"Torino ha la sua Miss per il 1968. È stata eletta in un locale del Valentino fra trenta partecipanti. La vincitrice rappresenta in tutti i suoi aspetti la generazione anni Sessanta".
Nel frattempo la donna si cambia freneticamente d'abito.
"Sarà la rappresentante subalpina nella finale del concorso per la designazione di Miss Italia 1968".
"Nella fastosa cornice di Salsomaggiore, una piemontese è stata eletta Miss Cinema '68".
"Avigliana celebra l'arrivo di Miss Cinema Europa, ritornata in famiglia dalla Jugoslavia dopo il suo ultimo successo nel concorso di bellezza internazionale"
I suoi genitori, il fratello, la mamma, in particolare, erano commossi a tale punto che non si capiva se quella bella figliola dai lunghi capelli fosse sfuggita a un pericolo o tornasse, come era realmente, da una festa".
A queste parole la donna ha già indossato l'abito più bello ma non sembra ancora soddisfatta, guarda la propria veste e diviene sempre più assorta.
Ultimo annuncio: "È pronipote di un papa la Miss europea.
Lo ha rivelato ieri il padre in un'intervista".
"Sono pronipote di un papa, pronipote di Papa Pio X"
La donna pronuncia queste parole compostamente. Sembra riconoscersi più in quel legame parentale che nel titolo appena conquistato. Spalanca la bocca sopraffatta ella stessa da sorpresa e stupore insieme.
Scena terza
Fondale rosso, pannelli di garza bianca.
Un medico, un sacerdote, una docente. Parlano con veemenza.
Premono i loro corpi contro i pannelli di garza che evidenziano le loro forme e tutti i loro movimenti.
Il medico investe fisicamente la donna: "Apri, tieni bene aperto.
Un momento di pazienza: Ancora un momento, stai ferma per Dio!
Infermiera, tenga ferma questa bambina, la tenga stretta. Finisco in un attimo...
Non vedo, c'è una forte emorragia, aspirazione! aspirazione! Bisturi!".
Gorgoglii soffocati della donna, che tende le braccia, respinge qualcosa, poi serra forte le mani sul basso ventre, si difende invano da quell'intervento che incide sulla sua carne viva.
Il Sacerdote: "Quante volte figliola? Da sola o insieme ad altri? (lo ripete più volte a voce bassissima, con tono insinuante).
Ora dal pulpito parla ai fedeli della sua chiesa:
"Vengono alle funzioni per lavarsi la coscienza, usano i sacramenti per peccare più liberamente. Trasformano i rituali per la salvezza dell'anima nei rituali del demonio!".
La donna ascolta impietrita, poi volta le spalle e muove alcuni passi.
La raggiungono le ultime parole del sacerdote: "Per penitenza dirai tre Pater Ave Gloria, tre Pater Ave Gloria".
"...Ave Gloria" ripete la donna e si copre il volto con le mani.
Si volta soltanto quando sente la voce della docente:
"Il complesso di Edipo si manifesta nella vita di tutti i giorni. Che la madre faccia attenzione, che non lasci mai avvenire lo slittamento per cui il figlio o la figlia assumono nei suoi confronti prerogative che sono di un marito rispetto alla moglie, e di un padre rispetto ai figli, perché queste piccole prerogative, per i bambini, nella loro vita immaginaria, diventano un
diritto, ottenuto dalla madre. Che, se tace, acconsente che il figlio sostituisca il padre".
"O la madre..."sussurra la donna.
Adesso è la donna a prendere la parola. È davanti a un uditorio di operai e studenti, nell'aula magna dell'università.
Anche la donna si addossa ad un pannello di garza bianca.
Legge con voce ferma il titolo del suo intervento ma poi lascia cadere a terra i fogli che tiene in mano e prosegue a braccio:
La rivoluzione occidentale degli anni Sessanta:
il recupero dell'esperienza operaia e studentesca.
Tentativo dei colletti bianchi di unirsi a questo processo.
"I tempi di produzione. Si è partiti da qui, dalla necessità di difendersi da ritmi estenuanti e disumani. Lo sforzo per trasferire dall'esperienza degli operai più anziani agli operai più giovani tutte le soluzioni e le astuzie adottate, anche le più piccole, è stato enorme. Soltanto così si poteva restituire dignità all'intelligenza dei lavoratori, un'esperienza che non ha precedenti nel mondo occidentale. Un'esperienza di uomini e donne che apprendono sulla propria pelle a ridisegnare la propria realtà di fabbrica, di studio, di lavoro. Un processo assolutamente innovativo, gestito dal basso, e che possiamo considerare a ragion veduta la vera rivoluzione occidentale degli anni Sessanta".
Mentre la donna pronuncia le ultime parole un'altra donna si stacca dal pubblico e si avventa su di lei urlando: "Pazza! Ninfomane! Resterai senza lavoro perché sei una fuori di testa! Pazza! Pazza!".
A questo punto anche il pubblico comincia a spintonarsi. La scena si chiude in un parapiglia generale.
Scena quarta
Piovono libri dal soffitto. Il fondale bianco si muove verso l'alto dando il senso della discesa nel profondo. La donna aggrappata ad un ombrello scende, stralunata Mary Poppins, in un imprevisto viaggio agli inferi.
Luci e rumori sinistri. Odore di zolfo e incenso, vapori e nebbie.
Come nel teatro delle ombre, dietro il fondale, si muovono maschere orribili e minacciose. L'occhio di Dio si trasforma in un insostenibile sguardo luciferino. Adesso due freddi occhi felini e gialli, dominano la scena.
La donna si è trasformata in un attore del teatro Kabuki. Interpreta il demone cannibale della mitologia tibetana: Rakshasa con un volto e quattro braccia. Nelle mani destre stringe una spada e una mannaia; nelle mani sinistre uno scudo e una calotta cranica.
Nel frattempo il teatro delle ombre mostra i simboli più antichi e più significativi per l'Umanità: il Sole dal quale emerge la Luna e dalla quale per trasformazione successiva prendono forma tutti gli altri pianeti. Il tutto si raggruma nel cerchio zodiacale che si trasforma ulteriormente nell'uomo vitruviano di Leonardo.
All'improvviso il fondale viene lacerato dal Cristo cosmico di proporzioni gigantesche mentre dal suo ventre esageratamente allungato e infuocato escono le figure di Marx, Lenin, Stalin, Mao Tse Tung.
La donna osserva atterrita, appiattita a terra, nella posizione della novizia che riceve gli ordini sacerdotali.
Scena quinta
Pubblico in semicerchio che guarda la scena attraverso mascherine a forma di buco della serratura. Alcune di queste vengono distribuite al pubblico in sala.
Porte che sbarrano la scena al pubblico. Grandi serrature che obbligano uomini e donne a fare i guardoni.
Fervono i preparativi per il lancio di un missile. La scena si ripete due volte esattamente nello stesso modo.
Alla terza ripetizione, la protagonista cambia le battute, poi le ripete come prima.
Infine ripete tutto daccapo: le battute del copione poi le nuove battute e altre ancora.
Buio sulla scena. Si ode la voce della donna che riflette tra sé e dice:
"Essere con la parola, l'essere è la parola, esserci e non esserci, se anche non ci fossi ti potrei costruire, sei dato e non costruito? A che gioco giochiamo, se non giochiamo il gioco di giocare?
Essere è...è...è...è giocare il giogo dei ciuchi".
L'ultima frase la pronuncia tutta d'un fiato. Poi si lascia andare a una risata liberatoria.
Nel buio si vede apparire un drago rosso, illuminato come una lanterna cinese. Volteggia sopra la testa della donna.
Ancora buio, poi di nuovo luce.
La scena è come la precedente, le battute sono cambiate: è, e non è la stessa scena. La donna ammicca sorridendo con la voce tra una parola e l'altra.
La scena si chiude sul count down: "Twelve, eleven, ten, nine, eight, seven, six, five, four, three, two, one, 0!"
Un colpo fortissimo di tamburo poi buio e silenzio.
Scena sesta
Nel buio si odono alcuni lievi colpi dietro una porta. Luci fioche illuminano la donna che va ad aprire. L'uomo che ha bussato dice: "Voglio soltanto precisare una cosa: non avevo e non ho una relazione. Tutto il resto è superfluo".
Lei lo ascolta in silenzio e richiude la porta. Si appoggia con la schiena all'uscio e piange.
Di nuovo ode altri colpi alla porta: sette terribili colpi che chiedono imperiosamente di aprire.
Un altro uomo, bruno, occhi scuri appare nel vano, le sorride dolcemente. Si prendono per mano. Buio.
I due siedono adesso nudi davanti a un caminetto acceso.
La luce calda del caminetto invade a un certo punto anche il pavimento e, progressivamente, il muro alle spalle della coppia addensandosi nel cerchio di un sole rosso. In piedi l'uno di fronte all'altra, l'uomo e la donna si guardano in viso: entrambi hanno occhi di fuoco.
I due si abbracciano e si lasciano andare ad un amplesso senza parole: lei sopra di lui mima la danza di Sakti, la danza dell'universo.
Poi lui se ne va. Rimasta sola lei resta ad ascoltare il silenzio.
Scena settima
La donna è seduta in poltrona.
"Non riesco a decidere di staccarmi da questo libro che mi giace accanto, innocuo all'apparenza ma appena lo apro e comincio a leggere mi cattura, mi incatena, non mi dà tregua fino all'ultima riga, fino all'ultima parola, fino alla parola fine".
La donna si alza e cammina. Va verso un baule di abiti e maschere; ne prova alcune ma rinuncia a indossarle: qualcuno sta arrivando. Muove così incontro a tre nuovi personaggi, uno con maschera d'aquila, un'altro con maschera taurina, l'ultimo senza maschera. Siedono tutti insieme in cerchio a gambe incrociate. Ascoltano la voce fuori campo e un motivo in sottofondo, piuttosto orecchiabile. Mentre l'uomo toro appare rilassato e rassicurante, l'uomo aquila è visibilmente insofferente. Allora la donna cambia musica. Ora ascoltano assorti la "Jupiter Symphonie" di Mozart.
Voce fuori campo della donna:
"E quando tutto è finito, quando tutte le parole tacciono non sei più lo stesso: questo gioco di parole ti ha cambiato dentro, ti ha cambiato la vita. E vorresti tornare, beninteso per rassicurarti, alle tue solite faccende.
E non puoi. Sei drogato. Drogato di emozioni e di magia, per la magia delle parole. Ritrovarsi con l'insieme delle parole è come godere dei raggi del sole a mezzanotte. Le parole, tutte le parole, cominciano ad abitare nella tua testa e ti lasciano sulla pelle il segno della realtà che ti gira intorno".
La donna, rivolta al pubblico:
"Le parole escono così, a fiotti, rotoloni, scoppiettando o di soppiatto, spinte da un pulsare interno, da una loro ragione di cui all'inizio ti sfugge tutto, l'origine il senso, la direzione. Ma tu resti lì, ancora frastornato ad attribuirgli un valore magico e loro, magicamente, ti divorano".
Adesso la donna si mette a scrivere con le gambe ripiegate sotto le natiche, nella postura tipica del maestro Shodo.
"Questo effetto fanno le parole quando fanno effetto. Allora non puoi più trattarle come prima. La cosa migliore che puoi fare è andarle a cercare, stanarle là dove si annidano, nel cuore, nei geni della memoria, nella grande mente dell'universo, nel fiato del Padre Eterno, chi lo sa? Ma che importanza ha? Le parole vengono e tu vai verso le parole, tu e le parole diventate una cosa sola, un'unica emozione, il solo modo di essere possibile, di ridere, deprimersi, esaltarsi e dannarsi l'anima su questo impietoso, meraviglioso e incredibile mondo che puoi mille volte creare e mille volte distruggere. Con le parole".