Affettività, desiderio, sessualità 'nei divenire' del soggetto incarnato
di Ilia Binetti

“Il sole che si alza - i raggi che toccano le cose e, sfiorandole da ogni parte, a poco a poco le scoprono dal loro involucro di bruma.
Questo svelamento della bellezza mattutina ricomincia tutti i giorni. Ma l’uomo ha dimenticato l’emergere della luce. Vive in pieno giorno, dove non vede niente”.

Luce Irigaray, Passioni elementari


La cultura tecnologica ha provocato mutazioni sociali, culturali e simboliche. In uno spazio dilatato che consente la presenza di un soggetto oltre i limiti spaziali e temporali della vita come della morte, nuovi soggetti sociali fanno la loro comparsa con tutto l’apparato collettivo che li caratterizza e li distingue dall’individualismo. Abbiamo bisogno di un modo nuovo per rappresentare e posizionare socialmente ciò che stiamo diventando; attraverso strumenti interpretativi e alternative teoriche creative possiamo elaborare una ‘cartografia’ in grado di fornire una dimensione storica ad una soggettività nomade, “eticamente responsabile e politicamente potenziante”. Una visione positiva, nomade e non-unitaria del soggetto lo colloca nel dinamismo di una complessità profonda e stimolante fatta di intensità interconnesse tra loro. La non-linearità del soggetto lungi dal portare all’anarchia sociale, rappresenta la possibilità per rinnovare sia la soggettività politica che la pratica politica, mettendole in relazione con la complessità del nomadismo. La complessità ci permette un’idea di soggetto composto da “multipli divenire” espressioni di una soggettività ricca delle proprie sensibilità estetiche e politiche che la ‘filosofia critica dell’immanenza’ può aiutare a delineare e affermare. La dimensione spazio-temporale di “una lettura concretamente incarnata e radicata del soggetto in quanto entità materiale, vitalistica”, viene alterata e confusa costantemente dai media che rendono eternamente presenti gli assenti e viventi i morti, con il loro corredo di rappresentazioni simboliche. Gli ‘altri’ ridotti a oggetti di consumo materiale e discorsivo.
L’autorità costituita stabilisce il modello di riferimento al quale il soggetto deve uniformarsi per essere riconosciuto e riconoscibile. L’uniformità a criteri dominanti è l’espressione della ‘potestas’ che controlla, irregimenta e limita la possibilità creativa e di espressione dell’insieme complesso che è il soggetto, restringendo le essenzialità e le potenzialità inscritte nella sua “immanenza corporea”, che si esprimono nel molteplice divenire e si arricchiscono nelle interrelazioni che di volta in volta vengono a prodursi. Libero da schemi rigidi, il soggetto agisce, per mezzo di forme di resistenza, in forme politicamente complesse orientate al cambiamento: la politica del desiderio nasce dalla “desiderabilità del soggetto incarnato”. Il desiderio, allora, non nasce da una mancanza ma da una potenza desiderante che si muove in direzione di un’”etica radicale di sostenibili soggetti incarnati”.
Per Irigaray e Deleuze il soggetto è un processo che si compone tra condizioni materiali e semiotiche che hanno una rilevanza estrema sul “sé incarnato e situato degli individui”. Il soggetto, pur presentandosi come unità è in effetti un processo che si realizza attraverso una serie continua di mediazioni culturali tra diversi livelli di potere, cioè insiemi istituzionali di regole e regolamenti e le loro forme di rappresentazione culturale, e desiderio ossia pulsioni inconsce.
Ogni entità si colloca spazialmente e temporalmente, ma il tempo non è solo quello cronologico e circolare dell’organismo, è anche il tempo del soggetto nomade anticipatore del futuro.
Per definire l’identità di una persona è opportuna una dimensione fluida tra natura e tecnologia, maschile e femminile, bianco e nero, ecc. Per pensare e rappresentare il corpo sono necessarie forme nuove che consentano di pensare attraverso il corpo, misurandosi con i limiti e le limitazioni e mettendo in evidenza i temi del desiderio e della sessualità. Persino un semplice passo di danza che nasca dalla volontà liberatoria di sottrarsi agli schemi edificati dalla società, può liberare la carica di desiderio e di sessualtà che ogni corpo porta con sé: un volteggio, un abbandonarsi gratuito al fluire del ritmo lasciando che il corpo si esprima senza lacci. Una vertigine che dura il tempo che le è proprio e poi scompare fulminea lasciando che il corpo si reinserisca nel ruolo abituale senza soluzioni di continuità. Un lampo che lacera la routine e la fatica di esprimersi attraverso modi riconoscibili e interpretabili. Movimento sinuoso del corpo che si libra nell’aria aprendo un dialogo immediato, metalinguistico: lo scorrere del fluido energetico. Ricerca di armonia e sintonia che non ha nulla di cerebrale, solo crea un’esperienza emozionale che ‘emerge’. Apertura e armonizzazione con l’ambiente circostante in una immersione totale di tutto nel tutto; l’indistinto nel tutto; perdita nel ‘flusso continuo’.
I numerosi statuti attribuiti al corpo servono a fissare la visione propria della società che li esprime. Diversi fattori concorrono a delineare il significato del corpo; li accomuna e problematizza un discorso che raccoglie in sé numerosi addentellati: il suo statuto storico sociale, frutto dell’immaginario collettivo, alimentato dalla cultura dominante per veicolare una determinata idea di società. La rappresentazione che si dà del corpo sano non è qualche cosa di definito e quindi statico, perché, al di là dei cambiamenti dovuti a processi di crescita e di invecchiamento, lo si modella e deforma in base all’uso sociale e politico. L’immagine dei corpi deve rispondere ad una standardizzazione che conferisca ad essi lo statuto di espressione della salute e della forma. Se fino alla fine del XIX secolo essere grassi significava essere ricchi, oggi, in Occidente, in presenza di un’abbondanza nutrizionale senza precedenti, la magrezza esprime la ricchezza e la prosperità. L’integrità corporea e l’alterazione, l’identità e l’alterità sono costruzioni simboliche di un’immagine del corpo che serve a ratificare l’identità occidentale rispetto all’esotico, allo straniero, al diverso. Attraverso l’immagine del corpo che non ha come riferimento i corpi vivi ma la loro immagine costruita per renderli significanti, il mondo occidentale raffigura il significato simbolico del rapporto di potere con l’estraneo. La cultura dominante parla di corpi ‘puliti’ ‘sani’ ‘in forma’ ‘bianchi’ ‘eterosessuali’ ‘per sempre giovani’. Attraverso la chirurgia plastica, le diete, il fitness il sé corporeo è costantemente perfezionato escludendo ogni traccia di mortalità e nel contempo soppiantando il suo stato “naturale”. Ogni immagine di bruttezza, di malattia, di diversità viene sistematicamente nascosta dalla cultura contemporanea. Ma tutto il rimosso di una società che si dice tecnologica, che non vuole vedere e nega, mentendo, l’esistenza di ciò che è povero, grasso, vagabondo, omosessuale, nero, malato, vecchio, ritorna come mostruosità essendole intrinseco.
Oggi, i soggetti femminili ‘incarnati e in-divenire’ comprendono in sé il corpo ben curato di personaggi pubblici, come, anche, i corpi con ben altro significato simbolico delle donne, degli uomini e dei bambini dei paesi lacerati dai conflitti.
La tecnologia si rapporta, in maniera postumana, a ciò che chiamavamo “corpo”, provocando un’eccitazione che facendo a pezzi la fragilità del sé offre come alternativa una potenzialità tecnologica alla nostra condizione di mortali. L’”interdipendenza simbiotica” delinea la presenza contemporanea di elementi che appartengono a stadi diversi dell’evoluzione, in virtù del fatto che l’organismo umano non è soltanto un organismo, anzi lo è solo per alcuni aspetti, e non è soltanto umano. Essendo un divenire che attraverso le interconnessioni si appropria, trasforma e produce sé e il circondario non possiamo limitarlo alla coscienza o agli organi che lo compongono. La corporeità contemporanea nel suo status tecnoculturale contiene elementi di autodistruzione o nichilistici che vanno criticamente evidenziati ed eliminati. Dice Deleuze: “Il CsO [Corpo senza Organi] urla: mi hanno fatto un organismo! mi hanno piegato senza averne il diritto! hanno rubato il mio proprio corpo! Il CsO riconosce gli organi che gli sono propri, non ne accetta invece l’organizzazione. Essendo l’organismo uno strato sul corpo, “gli impone forme, funzioni, collegamenti, organizzazioni dominanti e gerarchizzate, trascendenze organizzate per estrarne un lavoro utile”. “All’insieme degli strati, il CsO oppone la disarticolazione come proprietà del ‘piano di consistenza’, il nomadismo come movimento”. Il disarticolarsi dell’organismo non significa uccidersi, ma concatenare il corpo a “congiunzioni, suddivisioni e soglie, passaggi e distribuzioni d’intensità territori e deterritorializzazioni”. La filosofia del divenire, strumento concettuale idoneo a guardare oltre e altrove, è capace di fornire gli strumenti di lettura e di intervento per leggere e trasformare il territorio di espressione. È un pensiero che si misura con i cambiamenti continui e le trasformazioni sempre in atto, riesce ad accostarsi alla complessità nella quale e attraverso la quale viviamo, per riaffermare la positività della differenza.
L’ambiente nutre il corpo continuamente mediante una serie di forze che lo pongono in dipendenza reciproca con tutti gli altri organismi. È il motivo per cui anche le estensioni del corpo che sono tecnologicamente mediate gli appartengono storicamente e culturalmente. Il “macchinico” di cui parla Deleuze colloca la soggettività “nei divenire” quindi fuori dello schema antropocentrico e in una dimensione dinamica di forze e divenire.
Questo soggetto non-unitario così costituito abita uno spazio in continuo ‘divenire’. Parliamo di “immanenza radicale”, intendendo la visione di un soggetto incarnato profondamente situato. Questa teoria materialistica comprende il corpo a tutti i livelli, anche a quello biologico.
Le nuove tecnologie forniscono estensioni protesiche al soggetto incarnato potenziando le nostre funzioni corporee. Ovviamente questa ingerenza influisce sullo spazio sociale alterando la percezione della velocità e della simultaneità. Il soggetto, dislocato, vive relazioni sociali differite e virtuali; tutto questo genera un immaginario sociale che si riconosce ubiquo ed eterno.
Il nostro corpo si presenta oggi come una costruzione sorretta dall’industria chimico-farmacologica, dalle biotecnologie e dai media elettronici. Il ‘biopotere’ di Foucault. Il benessere è affidato ai singoli, in una sorta di iperindividualismo sfrenato. La malattia è autogestita dal singolo sulla base di indicazioni derivanti dal controllo sociale. Da un lato la normatività sociale, dall’altro l’individualismo esasperato rimandano al processo di privatizzazione della salute e all’eliminazione dello stato sociale. In questo contesto il discorso della prevenzione risulta funzionale a pratiche manageriali di gestione del corpo e del suo benessere, controllato da ‘suggerimenti’ di diete, stili di vita e di comportamento a beneficio di compagnie finanziarie e assicurative private.

La necessità di uno spazio e un tempo che permettano alla differenza sessuale di esprimersi, consente un ‘divenire’ che in nome del rispetto delle differenze, della complessità e della molteplicità, sia comprensivo anche delle peculiarità proprie del soggetto Donna e non di un ‘divenire’ generalizzato. La non coincidenza di maschile e femminile esprime la loro non commensurabilità. Il ruolo marginale della figura maschile nelle fasi salienti dell’espressività femminile: garantisce l’autonomia di questo mondo nella gestione delle proprie manifestazioni, scandendo la diversità dei sessi e dei rispettivi ritmi. “Tenere conto delle strutture inconsce è decisivo per l’intera pratica della soggettività femminista proprio perché esse permettono forme di disimpegno e disidentificazione dell’istituzione sociosimbolica della femminilità”.
“Sin dall’antichità la forza dell’immaginazione della donna attiva e desiderante è raffigurata come potenzialmente letale, soprattutto se la donna è incinta”.
Con la procreazione la figura femminile si colloca al centro della scena e si dilata nel suo onnicomprensivo ruolo sociale: donna-bambina, donna-moglie, donna-madre, donna-forza lavoro, donna-mistero in collegamento con incontrollabili forze naturali, donna-esperta depositaria del ‘sapere’ legato alla natura. Luogo di incontro e di passaggio tra un lontano e un vicino, vissuto con la naturalezza dell’inevitabilità, incarna anche il significato negativo attribuito a particolari momenti legati all’intimità femminile e ‘significa’ il non comprensibile con la ricchezza della potenza insita sia nella nascita che nella morte in quanto espressioni del ciclo della vita. Il suo sguardo desiderante è interpretato come pericoloso e sospetto nella cultura dominante.
La saggezza popolare è stata soppiantata nel tempo dalle verità scientifiche. La maggiore conoscenza, arrogandosi il diritto di ‘dire’ fino in fondo tutto il ‘dicibile’, ha preteso di eliminare la sfera del ‘non dicibile’, non perché non significante, ma per tacere significati ‘altri’ che provengono da profondità oscure e danno senso a ciò che appare insensato. Ogni sistema di significazione è stato eliminato dall’intero corpo. I corpi delle donne sono diventati il terreno di sperimentazione di varie tecniche di riproduzione meccanizzata che hanno la pretesa di sostituire la donna nelle sue peculiarità.
Le precauzioni conservative delle piccole comunità, conservando la dinamicità e la pluralità dei piani, garantiscono il connubio delle pratiche umane con i ritmi della natura: in questi contesti ancora la donna resta legata alla propria capacità procreativa e vive in sintonia con i ritmi biologici e l’ambiente circostante. Le donne che hanno concluso il loro ciclo riproduttivo assumono un ruolo diverso nella comunità: si inseriscono in un tempo diverso, un tempo regolare, conservano attivo il simbolismo arcaico legato ad ogni forma vivente presente nel corpo della Dea Terra, favoriscono il delicato passaggio che mette in comunicazione il mondo naturale col mondo della ‘parola’, cioé del dicibile e del riconoscibile. Il lento trasformarsi dei ‘saperi’ a tutto vantaggio di una scienza medica economicistica, annienta le credenze più arcaiche. Riaffermare il ‘nomadismo incarnato e situato’ vuole significare porre attenzione ad una definizione di soggetto nel quale i mutamenti qualitativi si combinino col rifiuto dell’individualismo liberale, e il senso della singolarità sia in sintonia col rispetto della complessità e delle interconnessioni con l’ambiente esterno in base a riformulazioni continue a favore della collettività.
L’emozione di nutrire la mente di percorsi stimolanti e creativi che raffigurano le sensazioni più profonde, producendo un godimento intenso e proteso verso la ricerca di pienezza, di intensità sfugge alla razionalizzazione. Come se la ricerca di elementi utili a dare forma logica al pensiero che fluisce e si nutre con piacere, arresti questo flusso e lo limiti entro steccati, inaridendolo. “Poteri mostruosi dell’immaginazione femminile”. La magia del mondo femminile conserva una peculiarità ricca di saperi ancestrali: la lievità e la delicatezza necessari per entrare in questo universo in stretto legame con la natura suggeriscono di non rifiutare a priori né il mondo rituale, né quello della scienza, alla ricerca di una dimensione che conservi sia le peculiarità femminili e il simbolismo che le accompagna, sia le opportunità che la conoscenza scientifica offre. Sarà possibile conciliare il ‘non dicibile’ con la pretesa della assoluta comprensione di ciò che, prima di ogni altra interpretazione, è assolutamente naturale? La ‘madre-natura’ è stata fagocitata nel flusso tecnologico dell’azienda e sui suoi resti il sistema ha edificato una figura, asservita, di giovane donna guerriera. L’immaginario sociale contemporaneo attribuisce alle donne la colpa della crisi di identità nella postmodernità, dipingendole contemporaneamente come l’elemento ribelle che quindi va contenuto e come già complici e partecipi nel processo riproduttivo industriale.
Questo ‘posizionamento’ non è opera che il soggetto compie e definisce da sé. È invece un territorio occupato insieme ad altri in condivisione collettiva. La conoscenza di questi ‘resoconti incarnati’ permette una migliore e diversa conoscenza di noi stesse e del mondo e ovviamente delle peculiari relazioni di potere.
A una ricerca di un’interazione tra l’umano e il biotecnologico, che sia meno schematica e non teleologica, ma nomadologica giovano le contraddizioni proprie della posizione sociale e simbolica delle donne protese verso “la destabilizzazione del sistema sociosimbolico e più specificamente degli asimmetrici rapporti di potere su cui si reggono”. Una visione nomade della soggettività risulta adeguata allo scopo.

L’Europa della tarda postmodernità vive il fenomeno della presenza di culture diverse che occupano uno spazio sociale multietnico. Il cambiamento della struttura della soggettività, delle relazioni sociali e del relativo immaginario sociale esige di focalizzare l’attenzione sulla questione della rappresentazione.
Foucault, Deleuze e Irigaray, seguendo propri percorsi, hanno sottolineano l’importanza della sessualità per la comprensione della soggettività contemporanea. Le implicazioni di questa nozione rispetto alla pratica politica riguardano la “costituzione e l’organizzazione dell’affettività, della memoria e del desiderio non meno che la coscienza e la resistenza”. La relazione mente-corpo non più considerata in termini gerarchici, va inserita nei flussi, nei processi e questi vanno tradotti in rappresentazioni concettuali in continua trasformazione senza soluzioni di continuità. Il nostro pensiero deve inglobare le complessità interne e gli effetti discontinui.
La materialità corporea nella quale il soggetto si incarna conserva ben poco di biologico, essendo il corpo una costruzione complessa di forze sociali e simboliche. Su di esso interagiscono una serie di contraddizioni frutto dell’intreccio fra la sua entità zoologica e genetica, e quella biosociale, risultato mai definitivo di memoria personale e collettiva. La pretesa di poter separare le due entità è assolutamente inadeguata, soprattutto oggi che la scienza e la tecnologia sono prepotentemente penetrate negli strati dell’organismo e nelle strutture del sé, dissolvendone i già labili confini. “Questo non unitario soggetto nomade sia il prerequisito di un’etica della soggettività complessa ma sostenibile nell’epoca del postumano”.
Le convinzioni politiche ispirate dall’affettività, dalla capacità di riflettere su se stessi e dalla gioia della pratica politica stessa rendono possibile il mutamento sociale: “la politica inizia dalle nostre passioni”.


Riferimenti bibliografici
Rosi Braidotti, In metamorfosi. Verso una teoria materialistica del divenire, Milano, 2003.
Le corps dans tous ses états. Regards anthropologiques, sous la direction de Gilles Boetsch et Dominique Chevé, Paris, 2000.
Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Roma, 2003.
Luce Irigaray, Passioni elementari, Milano, 1983.

maggio - agosto 2004