Pensieri in transito
di Angela Colonna

31 ottobre 2003

Gentile Ernesto,
guardo il mare di Termoli dal finestrino del treno, cielo nuvoloso ma luminoso, stella europea e annuncio di vagone ristorante.
Scrivere di me o scrivere del viaggio, forse è lo stesso, così come io dentro lo scompartimento guardo fuori le case nel paesaggio e mi sembrano le vite delle persone, io di passaggio, loro con tenere radici radicati.
Forse del viaggio quello che più mi piace è il viaggio, il treno. Mi accorgo che sempre più nei miei viaggi si allunga la percorrenza e si accorcia la permanenza. Mi piace il tempo nel treno, che non mi appartiene, è attesa ma senza ansia, è miscuglio di sonno lettura pensieri paesaggi, sto sola sfiorando altre esistenze a me accomunate casualmente in questo tempo-viaggio, distanze interrotte da telefonate che mi precipitano dentro le loro vite, e loro nella mia, accesso attraverso dettagli, piccole fessure da dove si dilata l’immaginazione.
I tralicci che alimentano il treno sono fili a legare ogni terra a un’altra, dal nostro profondo Sud fino alla superficie del Nord, e noi viaggiatori siamo funamboli lungo il filo, senza poterci allungare a destra o a sinistra. Percorrere in lungo l’Italia in due terzi di un giorno è la mia geografia dei sensi, la geografia degli occhi a guardare fuori come cambia il paesaggio, ma anche la geografia delle membra che contano la distanza in gradi di torpore gonfiore sottile dolore alle giunture, la geografia dello stomaco che misura curve e rette con leggere nausee per ondeggiamenti tremolii accelerazioni.
Adriatica, il mare mi accompagna, a volte sotto ai piedi dei binari, a volte dietro le case, distante una spiaggia, a vista, intuibile. Questo mare mi è casa, gli appartengo.

Ho dormito, siamo ad Ancona, mezzora di ritardo. Il treno continua a riempirsi. Due Arabi parlano tra loro nella loro lingua, un Senegalese si siede a fianco alla mia dirimpettaia e le chiede da dove viene e le dice che la Puglia è un buon posto dove lavorare e stare, meglio delle Marche dove le persone sono più dure. Sul giornale di oggi c’è Bossi che dice che loro sono merci. Merci, mercato, liberismo. La “Padania”, la Puglia, il Sud.
In questo treno affollato di gente di diverse culture, popoli in cerca di lavoro, di futuro, in cerca di posti buoni dove stare, in questo treno che parte dal Sud e finisce in “Padania”, penso al mio Sud, quello in cui Piero Bevilacqua vede il rapporto uomo-ambiente segnato da un carattere aleatorio, precario, volatile; dove malaria e terremoti si sono frapposti come ostacoli a un uso della risorsa terra basato sul presidio e sulla manutenzione, e dove i disboscamenti sono ancora un esempio di sfruttamento aleatorio della risorsa che fanno del Sud uno degli scenari più imponenti di erosione del suolo nel Mediterraneo in età contemporanea. Un Sud che, cercando una strada per la modernizzazione nella fase in cui lo sviluppo capitalistico internazionale stava penetrando prepotentemente anche nelle economie più appartate, consumava lo stesso territorio assoggettandolo a un uso breve spesso distruttivo, nel tentativo di piegare le risorse a una nuova razionalità produttiva. Il Sud fa così il suo ingresso nel panorama dello sviluppo, del progresso, della modernità, pagando costi elevatissimi di degradazione ambientale che lo costringono a persistere dentro il circolo vizioso dei suoi secolari squilibri.
E poi c’è il nostro rapporto con lo Stato, il rapporto tra pubblico e privato, il nostro modo di sentirci e di essere comunità, contraddittorio, complesso, ambiguo. A noi meridionali sembra che ciò che è pubblico non ci appartenga, sia di nessuno. Se pensiamo alla nostra storia contemporanea e al progetto di ristrutturazione complessiva del territorio, allora la bonifica assume la dimensione di una soluzione che con mezzi tecnici doveva sostituire, anzi invertire un processo storico di lunga durata, creando un nuovo rapporto tra popolazioni e risorse, promuovendo nuove relazioni attraverso dinamiche direttive e centralistiche. La bonifica e la riforma fondiaria al Sud assumevano dimensioni e natura di riforma territoriale che necessitava dell’intervento dello Stato e poneva problemi di vera e propria fondazione sociale. Così lo Stato ha spesso assunto nelle dinamiche di costruzione del territorio del Sud in età contemporanea un ruolo direttivo e surrogatorio di processi interni alla società, piuttosto che di normalizzazione come più spesso accadeva al Nord. Il rapporto tra popolazioni e risorse appare mediato e psicologicamente subordinato al volere dello Stato visto come entità astratta e lontana, in una relazione che continua a indebolire la cultura della responsabilità collettiva del territorio. Così la proprietà privata riguarda l’individuo e ciò che è pubblico riguarda lo Stato, un’astrazione lontana dall’individuo.
Eppure ci sono momenti in cui recuperiamo un’idea di comunità, forse quella che, più fluida, meno identitaria, ci rende permeabili allo straniero, quella per cui quel Senegalese ci vede meno duri dei Marchigiani, quella per cui siamo persino accoglienti verso l’altro. La recuperiamo nelle emergenze, forse come estrema risorsa con cui ci attrezziamo di fronte alle catastrofi, forse per una covata antica mancanza di fiducia se non diffidenza verso lo Stato.
Voglio andare a riguardare quel libro di Michel Wieviorka, dove dice della nuova condizione multietnica delle nostre città, parla di ibridismo e di come la potenzialità per trovare soluzioni creative di vita in comunità risieda nei territori fluidi dove individuo e soggetto continuamente si rimandano tra loro, dove identità e alterità si incontrano in tensione, dove si costruiscono forme meticce di appartenenza a molteplici identità. E allora, combinare, sotto tensione, una logica di stabilità dell’individuo e una logica di realizzazione del sé, diventa la tensione creativa tra la riproduzione dell’identico e la costruzione del soggetto che continuamente si osserva e si modifica.

Il treno continua a risalire l’Italia, a imbarcare passeggeri e a sbarcarne. Sto andando a Milano e di lì a Biella, il Nord dove inizia la storia dell’Italia industriale, a vedere una mostra, alla Fondazione Pistoletto, in una ex fabbrica, dove si parla di arte pubblica. Si tratta di un’arte che si fa prassi dentro il corpo sociale, scandaglia lo spazio delle relazioni, vuole farsi laboratorio di ricognizione per forme di ricerca e di attività di emancipazione sociale, nel nostro mondo globalizzato caratterizzato da movimenti transnazionali. Quello che mi incuriosisce e mi fa viaggiare verso questa mostra è il lavoro di gruppi quali Multiplicity, Stalker, A12 che agiscono per evidenziare processi, sistemi, derive opache ad essere osservate con sistemi canonici e ambiti disciplinari accademici, mentre diventano visibili attraverso una narrazione affidata all’arte. Luoghi della nostra modernità, delle trasformazioni in corso, che prendono senso dentro sguardi ibridi, meticci rispetto alle identità disciplinari, sguardi obliqui, sguardi fluttuanti di identità multipla.
Le persone, cittadini, abitanti, committenti pubblici, che esprimono interessi collettivi, popolazione, portatori di bisogni e di istanze individuali e comunitarie, comitati locali di partecipazione dal basso, di quartiere, di città, anche da noi, organizzati intorno a una rivendicazione, a una difesa da qualcosa, che iniziano a crescere intorno a lacerti di idee condivise, per la casa, per la piazza, per una ancora indistinta rivendicazione di una migliore qualità della vita. Ora a Molfetta il comitato-laboratorio di piazza Paradiso, e quello di Molfetta vecchia, sono luoghi fisici e sociali di incontro, confronto, fuoriuscita dalle case per ritrovo di piazza, per parlare di luoghi di città, dell’abitare, per capire quei luoghi e capire i nostri bisogni di abitarli.

La mia dirimpettaia ha voglia di parlare con me, viene da Noicattaro e va a trovare i figli che ormai vivono a Milano, ma quando è lì ha già fretta di ritornare, l’aria lì è diversa, i cibi, la luce, e nonostante i figli vuole tornare.
Penso alla nostalgia, penso ai miei viaggi di ritorno da Venezia, dove studiavo, a luglio inoltrato per passare le vacanze a casa, alla notte in treno affacciata al finestrino a prendere gli odori estivi dell’Adriatico, alla felicità del ritorno.
Ma cosa è veramente questa luce, quest’aria, i cibi, le relazioni sociali che ci riportano al Sud, questo Sud di disoccupazione e di stenti, di immobilità e di disservizi? E’ solo semplicemente casa, radici? O c’è qualcos’altro, una sensazione di margine, margine di possibilità, nonostante tutto, a partire da una forza che è nel posto, nei suoi luoghi, mescolata proprio con la debolezza di noi abitanti, alla nostra marginalità, al nostro essere in balìa e allo stesso tempo capaci di essere fluidi nel flusso, meno strutturati e più aperti a sentire i cambiamenti e ad adattarci, più deboli e per necessità più creativi? Il nostro Sud accogliente, e senza regole, che conosce lo sfruttamento di chi lo subisce e di chi lo somministra, del fai da te, della presenza dello Stato e della sua assenza, della delega allo Stato, può essere un posto fisico e mentale dove far virare la realtà che non ci piace, forzare questa realtà nei suoi punti di debolezza, quelli conflittuali, problematici, quelli che sembrano marginali. Noi sulla costa di un mare che ci porta profughi e migranti, su un bordo di terra a circoscrivere un “mare solido” di confini, extraterritorialità, dazi e canali di traffico, di trincee, di onde di trasmissione radio di illusioni, di rotte, di naufragi e di traffici clandestini di persone, di speranze, di merci, un mare denso di tutte le merci, le merci indistinte di persone e cose a cui pensa Bossi.

Gentile Ernesto, siamo quasi a Milano, devo lasciarti per raccogliere le mie cose e lasciare andare i pensieri che ora ti invierò. Sono pensieri che si accartocciano su se stessi, su cui dovrò tornare con pazienza per cercare vie di uscita, e cercare è già una via. Prenderò energia da questa incursione in “Altitalia”. Piove.

Ti saluto

Angela

gennaio - aprile 2004