Scienza e guerra nella storia dell'età moderna
di Vito Copertino

'War is over, if you want it': il messaggio cantato a Natale, tutti gli anni, nel mondo occidentale, non sembra passato di moda. Ma è simbologia, è retorica. Oggi c'è la guerra preventiva, ci sono i bombardamenti di interi paesi, decisi dal centro dell'impero per sconfiggere il terrorismo.

Nella società globalizzata, con la tecnologia e l'economia crescono l'insicurezza, la precarietà, la fragilità. E la scienza? Quale ruolo ha avuto nel suo rapporto con la guerra e con la sicurezza?

In un passo de 'I mandarini' di Simone de Beauvoir, ci sono l'orrore e l'incredulità con cui gli intellettuali europei accolsero dai giornali la notizia del bombardamento di Hiroshima, alla fine della seconda guerra mondiale:

…vide il titolo enorme: 'Gli americani sganciano una bomba atomica su Hiroshima'…
…disse con voce alterata: - Centomila morti! Perché?
Il Giappone avrebbe evidentemente capitolato; era la fine della guerra…
…non provavano che un unico sentimento: l'orrore.
- Ma non avrebbero potuto prima minacciare, intimidire, dare una dimostrazione in un posto deserto, non so…
…Erano davvero obbligati a lanciarla, questa bomba?
- Certo che avrebbero potuto, prima, cercare di far pressione sul governo…Su una città tedesca, sui bianchi, mi domando se avrebbero osato! Ma i gialli! Detestano i gialli.
- Tutta una città volatilizzata, dovrebbe comunque imbarazzarli!
- Credo che ci sia un'altra ragione…Sono ben contenti di mostrare al mondo intero di che cosa sono capaci: così potranno fare qualsiasi politica senza che nessuno osi fiatare.
- E hanno ammazzato centomila persone per questo!…
- Dio mio!…Se ci fossero riusciti i tedeschi, a fabbricare questa bomba! L'abbiamo scampata bella!
- Ma non mi piace neanche saperla in mano agli americani…
- Qui dice che si potrebbe far saltare tutta la terra…
- A me…aveva spiegato che l'energia atomica, liberata in una certa quantità, non farebbe saltare la terra, ma distruggerebbe l'atmosfera: diventeremmo una specie di luna.


Nel mattino del 6 agosto 1945, il bombardiere B-29, l'Enola Gay - dal nome della madre del suo pilota - decollato da un atollo del sud del Pacifico, aveva scaricato la bomba atomica su Hiroshima, una città di 285 mila abitanti.

In tutto il mondo, l'opinione pubblica fu enormemente impressionata dall'accaduto, terrorizzata dalla notizia. Reagirono subito i 'mandarini', ne furono sconvolti gli intellettuali francesi, attorno ai quali si andava sviluppando nel dopoguerra un battagliero movimento filosofico-politico-letterario, con Sartre, Camus, ed altri. Ma, come si era giunti fino a tal punto?

Nei primi anni '30, la scoperta della radioattività da parte della coppia di fisici Frédéric Joliot e Irène Joliot-Curie aveva dato l'avvio in tutta Europa e in alcuni laboratori degli Stati Uniti a ricerche sperimentali sullo studio della struttura atomica di alcune sostanze. Alla fine degli anni trenta questi studi erano confluiti nei progetti di ricerca sulle applicazioni della fisica dell'atomo in ambito militare, delineando ipotesi sull'uso bellico dell'energia atomica.

Presto negli ambienti della scienza si pose un grave problema etico. Nel gennaio del 1939, Enrico Fermi, giunto negli Stati Uniti presso il dipartimento di fisica della Columbia University, insignito del Nobel per la fisica grazie alla scoperta di nuove sostanze radioattive e del potere selettivo degli elettroni, e, insieme a lui anche altri scienziati, Einstein, Szilard, Teller, emigrati anch'essi negli Stati Uniti, tutti avevano certezza che la Germania nazista stesse impegnandosi nella costruzione di un'arma nucleare.

Racconterà Fermi più tardi, nel 1945:

'…nella primavera del 1939 divenne generalmente noto che un processo di fissione, indotto dalla collisione di un neutrone con un atomo di uranio, era capace di produrre a sua volta certamente un nuovo neutrone, e forse addirittura due o tre. Molti fisici in quel momento si resero conto che una reazione a catena basata sulla fissione dell'uranio era una possibilità che meritava ulteriori ricerche. Questa possibilità era considerata con speranza e, nello stesso tempo, con grande preoccupazione: tutti sapevano, agli inizi del 1939, dell'imminenza di una guerra mondiale; c'era un fondato timore che la tremenda potenzialità militare latente nei recenti sviluppi scientifici potesse essere realizzata dai nazisti per primi.'

Gli esperimenti di Fermi vennero accolti con grande entusiasmo. Fu subito chiaro che era possibile utilizzare l'uranio per emettere grandi quantità di energia atomica e che esisteva la possibilità di impiegarlo nella costruzione di un ordigno il cui potenziale distruttivo sarebbe stato molto superiore a qualsiasi esplosivo conosciuto prima.

Il 2 agosto 1939, Einstein scrisse a Roosvelt, presidente degli Stati Uniti, proponendo di avviare un progetto scientifico volto ad anticiparne la realizzazione. Per ammissione dello stesso Einstein, si seppe successivamente che la lettera era stata scritta da Szilard ed altri.

Un grande, incalzante impegno di scienziati e tecnici, reclutati per lo sviluppo dei progetti di strategia difensiva, un'ampia collaborazione con le principali industrie chimiche americane ed una vasta campagna di reclutamento e organizzazione della ricerca, potenziata dopo l'attacco dei giapponesi a Pearl Harbor nel dicembre del 1941, produssero il pieno successo del progetto Manhattan - dal Manhattan District of the Army Engineers -, mentre in Germania il progetto parallelo era stato interrotto dopo l'esplosione del reattore nucleare sperimentale, avvenuta a Lipsia nel 1942.

Fermi e tutti gli scienziati, che fino a quel tempo avevano lavorato a vari segmenti della ricerca sulla radioattività, furono reclutati nel laboratorio segreto di Los Alamos, nel New Messico.

In realtà, il progetto americano fu completato solo dopo la caduta del nazismo. Nel marzo del 1945, Einstein, dopo che il test era stato condotto a termine con successo, scrisse di nuovo al presidente Roosvelt per chiedergli di non utilizzare l'ordigno costruito. Il presidente morì il 12 aprile 1945 e sembra che la lettera rimase chiusa nel suo scrittoio. L'8 maggio gli alleati ottenevano la resa incondizionata della Germania. La guerra in Europa era finita, ma il suggerimento non fu accolto. C'è da supporre che, se non l'avessero fatto gli scienziati direttamente, l'apparato militare sarebbe comunque stato in grado di realizzare la bomba atomica. Ma c'è da immaginare che se ne sarebbe ritardata la costruzione di quel tanto che bastava per far finire la guerra anche nel Pacifico. Qui i giapponesi, pur in gravi difficoltà, continuavano il conflitto.

La bomba atomica fu collaudata il 16 luglio 1945, con l'esplosione di un prototipo ad Alamogordo, nel deserto del New Messico.

A parte l'opposizione del fisico ungherese Szilard, quasi tutti gli scienziati di Los Alamos furono concordi che l'ordigno dovesse essere utilizzato non solo a scopo dimostrativo, facendolo esplodere in qualche luogo disabitato del Giappone, ma su un obiettivo nemico densamente popolato.

Perché? Perché su una città densamente popolata? E perché tre giorni dopo un altro bombardiere, con a bordo il suo 'little boy' sganciava l'ordigno su Nagasaki, un'altra città di più di centomila abitanti?

Responsabilità degli scienziati e scelte della società: sono due aspetti della stessa questione, due aspetti dell'influenza materiale e ideale che la scienza ha sulla società. Ma in tutti e due i casi si tratta del problema dell'uso della scienza, in un caso da parte degli addetti ai lavori, nell'altro da parte di tutti.

È questo, inequivocabile, il messaggio che viene trasmesso oggi dal logo 'not in my name', che viene esposto con fierezza dai pacifisti durante le manifestazioni 'no global' contro la guerra? È il popolo dei non violenti, dei disobbedienti. Quanti scienziati, oggi, hanno scelto la via dell'impegno politico e della consapevolezza etica della ricerca scientifica?

Per tutta l'età medievale, le scorrerie devastatrici, limitate nel tempo e nello spazio, furono il modo di gran lunga più diffuso di guerreggiare e la guerra si configurava normalmente come una prova di forza in cui, per costringere l'avversario a cedere, risultava conveniente ricorrere non tanto a battaglie campali quanto alla privazione dei suoi mezzi di sussistenza. Fu solo quando si fece ricorso alla mobilitazione di mezzi adatti ad affrontare assedi e battaglie che si rivelarono nelle tecnologie di guerra progressi significativi, consistenti prima di tutto nel recupero di procedimenti già in uso nell'antichità greco-romana. La costruzione di efficaci macchine da lancio e di avvicinamento diventarono pratiche ricorrenti e l'importanza assunta dai detentori del sapere tecnico toccò il culmine nel corso dell'undicesimo e dodicesimo secolo. Prima si trattò di artigiani, fabbri, carpentieri, in possesso di un sapere empirico acquisito attraverso la pratica e trasmesso quasi esclusivamente per via orale, di padre in figlio, da maestro ad apprendista. Poi furono veri e propri ingegneri militari, nel tredicesimo secolo al servizio tanto di monarchi quanto di grandi e piccole città.

Nella storia moderna si possono ritrovare moltissimi casi di alleanza tra scienza e guerra e fare moltissimi esempi di scoperte scientifiche e invenzioni usate per guerre di conquista, trasformate in strumento principale per la conservazione e l'espansione degli stati.

Ricordo l'invenzione della polvere da sparo, con i suoi effetti decisivi nelle battaglie; la costruzione del cannone, dell'archibugio e di altre armi sempre più sofisticate ne furono la conseguenza in tutto il quindicesimo secolo. Qui la scienza rivoluziona l'arte della guerra e favorisce l'espansione geopolitica degli stati europei.

Ricordo ancora che nella prima metà del secolo successivo furono artisti ed umanisti ad interessarsi alla soluzione di problemi tecnici in relazione allo sviluppo dell'arte della guerra e in quella della fortificazione, ed alla fine del Cinquecento molti scienziati rinomati già operavano nel campo della ricerca militare. Galileo, nel 1606, presentò a Cosimo de' Medici un nuovo compasso di proporzione per 'l'uso civile e militare'. La scienza, con il progresso delle macchine militari e quello della metallurgia e della chimica, trasforma i campi di battaglia e accresce la dimensione degli stermini. Con la balistica e la matematica, costituisce il fondamento delle applicazioni strategico-militari.

Ma fu con la Rivoluzione francese che si configurò una nuova generazione di scienziati e militari, e si sviluppò un panorama sconvolgente in cui gli scienziati intervennero direttamente nella produzione della polvere da sparo, nel miglioramento tecnico dei cannoni e delle armi da fuoco, nell'uso militare dei palloni aerostatici durante le battaglie, nello sviluppo di un sistema di comunicazione innovativo, il telefono ottico, che si rivelò decisivo per il coordinamento degli spostamenti delle armate. Seguì una coabitazione di educazione scientifica e istruzione militare nell'École Polytecnique, scuola superiore a numero chiuso per la formazione di ingegneri, destinata a diventare il maggior centro di ricerca scientifica di Francia e, forse, d'Europa nel diciannovesimo secolo.

La prima guerra mondiale, nel ventesimo secolo, fu il primo conflitto in cui l'applicazione dell'innovazione scientifica e tecnologica sul campo di battaglia si rivelò decisiva. Fu qui che la guerra diventò un laboratorio di verifica delle acquisizioni scientifiche più avanzate: l'uso del sottomarino per la conquista dei mari, dello Zeppelin per la conquista del cielo e l'impiego dei gas asfissianti nella guerra di terra furono i risultati più evidenti delle nuove applicazioni della ricerca.

Ricordo che la più tragica di queste innovazioni fu l'introduzione delle tecniche di guerra chimica. Fu un chimico teorico, Fritz Haber, dopo alcune ricerche sugli effetti dei gas lacrimogeni, ad avanzare la proposta di riempire i proiettili da mortaio di una miscela di gas asfissianti. L'arma venefica fu usata per la prima volta nell'aprile del 1915 dai tedeschi sul fronte belga, ad Ypres. Vennero gettate sulle linee nemiche seimila bombe contenenti gas asfissiante e furono uccisi, tra spasimi terrificanti, quindicimila uomini, tra cui anche gli stessi tedeschi, vittime del cambiamento di vento che investì una parte delle truppe che avevano usato l'arma micidiale.

La comunità scientifica non si fece trovare impreparata neppure quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Ne sono esempi la realizzazione di macchine sofisticate come il radar, la macchina di Turing per la decifrazione dei linguaggi cifrati, gli aerei da bombardamento, i razzi ed altri ordigni. Infine, venne la bomba atomica e, con essa, la legittimità del coinvolgimento militare della scienza.

Quanti, ancora oggi, ritengono con Haber che 'la scienza appartenga all'umanità in tempo di pace, ma alla patria in tempo di guerra'? E lo scienziato tedesco non fu, nel novecento, un episodio isolato: sono note le prese di posizione di premi Nobel e di altri prestigiosi scienziati, Max Planck, Ernst Haeckel, Wilhelm Ostwald, Wilhelm Rontgen, incondizionatamente solidali con gli interventisti impegnati in ricerche strategiche militari.

Nell'agosto del 1945, la scienza aveva dato un contributo decisivo al raggiungimento di una vittoria schiacciante: la guerra era finita. Ma oggi sappiamo che la pace portava con sé la minaccia che nuove e ancora più terrificanti invenzioni potessero distruggere definitivamente l'umanità.

Non c'è più spazio per la scienza intesa come sapere neutrale, impegnata nella ricerca della verità.

p.s. Ho usato, in questo articolo, passi del noto romanzo 'I mandarini', di Simone de Beauvoir, Einaudi, del 1955; del bel libro sulla 'Storia materiale della scienza', di Marco Beretta, Bruno Mondadori, del 2002; del libro, avvincente e documentato, su 'Rapine, assedi, battaglie. La guerra nel Medioevo', di Aldo A. Settia, Editori Laterza, del 2002; della recente prolusione, 'Che cos'è la scienza e che uso se ne può fare', tenuta da Giulio Auriemma nell'Università della Basilicata, a Potenza nel 2002; e della composizione, sprecatissima, 'Marry Xmas', scritta nel 1972 da John Lennon.

gennaio - aprile 2003