La legge 47 sulle TRA: corpo e libertà femminile tra soggettività e tecnologia. Una questione di democrazia
di
Marica Porta

La modernità controlla oggi fino alle radici genetiche la vita e la riproduzione, riducendo ogni cosa a riproducibilità tecnologica, a mero copy right.
È passata alla Camera lo scorso giugno dopo una durissima battaglia e si appresta a passare al Senato come la legge sulle Tra (Tecniche di riproduzione assistita), ma la questione enunciata nasconde ben altri problemi.
Si tratta, in sostanza, di una legge che tende a ristabilire un ordine autoritario e patriarcale sul corpo delle donne, stabilendo modelli familistici di riferimento per chi voglia far ricorso alle Tra e imponendo il controllo pubblico sulla capacità riproduttiva e sulla sessualità femminile.
La legge 47 in questione ripropone il testo presentato da Marida Bolognesi (Ds), approvato dalla Camera nella scorsa legislatura e poi lasciato cadere al Senato a fronte dell'insorgere di una dura opposizione.
Un'altra crepa aperta dall'avventatezza del centro-sinistra al governo nella quale oggi le destre si insinuano producendo un cratere nella vita democratica del paese. Ma questo elemento è particolarmente significativo se pensiamo che su questa questione l'autunno che si va riscaldando vedrà le opposizioni fare fronte comune.
Su una materia così complessa che per la profondità dei riferimenti culturali ed etici individuali chiama in causa visioni del mondo diverse, sarebbe stato necessario limitare il più possibile il ruolo del Parlamento e l'ingerenza della normazione sulle vite dei soggetti, fermandosi magari a un regolamento ministeriale che stabilisse i criteri medici di regolamentazione e di funzionamento dei centri e le garanzie sanitarie per le donne che vogliano far ricorso alla procreazione medicalmente assistita, come peraltro proposto dal Tavolo di donne sulla bioetica che nella passata legislatura era riuscito, insieme ad alcuni/e senatori/trici a bloccare una legge pericolosa dalla quale oggi si riparte per peggiorarla.
Il punto più pericoloso della proposta di legge avanzata da Dorina Bianchi (FI) sta nella modifica dell'art.1 del Codice Civile, nel garantire il diritto a nascere al concepito, nel considerare persona vivente e titolare di diritti anche l'ovulo fecondato.
Un incentivo, a detta dei promotori, per arginare le degenerazioni della manipolazione genetica e della fecondazione artificiale. Un cuneo, in realtà, per sabotare la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza.
Spostare l'acquisizione della titolarità dei diritti fondamentali dal momento della nascita a quello della fecondazione apre, infatti, tutta una serie di questioni: pone in discussione i fondamenti del diritto moderno e attribuisce al concepito la qualità di soggetto debole, come da sempre il Movimento per la vita sostiene nella sua crociata contro il diritto all'aborto.
Predisponendo in legge il diritto alla nascita del concepito tramite maternità assistita, oltre a ridurre ancora una volta il corpo femminile a contenitore biologico per sperimentazioni mediche, oltre a introdurre una terribile differenziazione giuridica tra il nato per via naturale e quello per via artificiale, si finisce per affermare il primato dell'embrione sulla donna-madre.
Il riconoscimento della soggettività giuridica dell'embrione, il diritto alla nascita dell'embrione o il primato del concepito sono tutti modi di dire la stessa cosa, modi che rimettono sostanzialmente in discussione il primato femminile nell'atto procreativo, il riconoscimento della simmetria tra i generi che assegna agli uomini e alle donne responsabilità differenti nella procreazione e che riguarda la maternità e la filiazione come sfere che sfuggono a qualsiasi normazione esterna per l'eccedenza biologica e simbolica del corpo femminile rispetto alla legge.
Del resto, il ministro Sirchia ha ammesso durante lo scorso dibattito parlamentare che tutto ciò che concerne il discorso sull'embrione chiama in causa la legge 194.
E questo è il punto reale della questione: in discussione è tutto il percorso e il bagaglio giuridico e culturale della soggettività politica e sociale delle donne.
Inoltre, nella scelta di vietare alle donne single e alle donne lesbiche l'accesso alle Tra viene fuori l'anima liberticida della Casa delle libertà che fa dell'omosessualità un impedimento giuridico e della tutela dell'embrione uno strumento per discriminare e stigmatizzare gli orientamenti sessuali.
La comparsa del "cittadino embrione" tende a mettere sotto padrone la madre, tentando con modi bizantini ed equivoci di ridiscutere, senza nominarla, quella grande conquista di civiltà che è la legge sull'aborto.
È, infatti, il principio di autodeterminazione delle donne nelle mire delle parti più retrive di una società come la nostra, a destra così come a sinistra, profondamente intrisa di cultura patriarcale e non è da sottacere che nella pur durissima opposizione in Parlamento i Ds hanno lasciato libertà di voto e la Margherita è stata lacerata dalle divergenze tra i difensori della legge tout court e i suoi emendatari.
Il riconoscimento giuridico all'embrione apre scenari oscuri non solo sulla liceità dell'aborto e delle manipolazioni genetiche, ma anche e soprattutto sulle radici della convivenza sociale e in un solo colpo mette in discussione l'idea stessa di stato laico.
L'estremismo ideologico che di fatto separa l'embrione dal corpo materno, facendone entità a sé stante con vita autonoma dalla madre e che rende confliggenti i due soggetti non considera che mettere al mondo un/a figlio/a è un complesso lavoro di mediazione, che la madre media il mondo per il figlio e alla base di tutto c'è lei e il suo desiderio e che si nasce da una donna se e perché lei lo vuole. Per questo motivo quella dell'embrione non è questione che possa riguardare il governo.
Siamo, dicevamo, decisamente dinanzi a un grave attacco alla laicità dello stato: già le diverse leggi regionali sulla famiglia tendono a riconsegnare la donna a un ruolo di moglie-madre, concedendo diritti e denaro soltanto alle coppie eterosessuali santificate dal matrimonio.
La sfera della riproduzione e l'autodeterminazione delle donne rappresentano la base dell'identità femminile e del diritto di cittadinanza. Esse richiedono modalità di intervento e di legiferazione differenti attraverso una discussione quanto più ampia e reale possibile e necessitano di un rapporto umano con la scienza, non astratto ma relazionato coi corpi e con le esperienze di vita.
A tutto ciò è chiamata una politica che assicuri alle donne il diritto che spetta loro storicamente e, con una piccola forzatura, potremmo dire persino "per natura" di scegliere di mettere al mondo figli e figlie propri o di amare figli e figlie altrui senza un'ingombrante ed intrusiva mediazione giuridica che rischi di porre le donne in conflitto tra loro e con il proprio corpo.
Se la legge ha presunzione di validità erga omnes non può fondarsi su valori etici individuali e contingenti: per questo questa legge risulta essere un manifesto ideologico che tenta di affermare sul piano giuridico una tesi morale, esatto contrario di ciò che dovrebbe significare una legge in uno stato laico.
Inoltre, la legge in discussione non stabilisce diritti ma privilegi, come mostra l'eliminazione del ricorso alla procreazione medicalmente assistita dai livelli essenziali delle prestazioni sanitarie. Il finanziamento per le donne che vogliano accedere alle Tra consiste, infatti, in una cifra irrisoria che garantirebbe assistenza a sole 100 donne a fronte delle 125 mila che ogni anno in media fanno ricorso alla scienza per avere figli.
E ancora, nella presunzione di normare desideri e orientamenti, scelte non indagabili con il metro della legge, questa legge inaccettabile è anche viziata da inapplicabilità ed è facile intuire che finirà col favorire, con la sua logica restrittiva e proibizionista, tutta una rete di modi per eluderla, dal turismo procreativo all'estero alla clandestinità, mettendo a repentaglio la salute e la vita delle donne meno tutelate e facoltose.
Vi è una connessione profondissima tra la torsione misogina e integralista della regolazione dell'accesso alla fecondazione assistita che fa del corpo della donna un contenitore di embrioni, che detta modelli di convivenza familistici e clericali, che invoca per il nascituro il principio di dentità genetica (vietando la fecondazione eterologa, ovvero con seme proveniente da donatori esterni alla coppia), la legge razziata Bossi-Fini che ridisegna in senso regressivo la cittadinanza, fondandola sull'esclusione e lo smantellamento dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori che riduce il/la lavoratore/trice a merce.
Questa triade legislativa che cambia la costituzione materiale del paese può e deve essere però terreno e premessa per una mobilitazione di donne e di uomini più ampia e visibile, più incisiva possibile in concomitanza con la ripresa del dibattito parlamentare di questo autunno. Perché perdere questa sfida significherebbe per le sinistre rinunciare definitivamente a rilanciare l'opposizione nelle istituzioni e nella società.
Probabilmente, ciò a cui si deve far fronte oggi non è un rivoluzionamento semplicemente scientifico-tecnologico, ma una rivoluzione ideologica e culturale di portata epocale, una modifica capillare dei modi di rappresentazione della vita, un intricato strutturarsi di processi che chiamano in causa direttamente la vita delle donne e degli uomini, la prerogativa femminile di pensare e generare la vita.
Il punto di rottura si consuma sostanzialmente sul piano simbolico, nelle nuove forme culturali, legali, morali e persino emotive che il bio-potere assume come fenomeno di massa. Terrificante se pensiamo che gli enormi mutamenti che viviamo sul piano bio-tecnologico si inseriscono in un quadro fortemente reazionario dal punto di vista politico.
Il dibattito attorno alle biotecnologie applicate al corpo mette in luce i nodi decisivi del conflitto tra i sessi, lo statuto giuridico e politico dei soggetti, il rapporto tra politica e diritto, tra etica e politica e dà perfettamente conto dei mutamenti sociali in atto, svelando tutta una serie di contraddizioni di fondo di questa epoca: quella tra la corsa cieca verso sempre più futuristiche frontiere tecnologiche e la lentezza del corpo sociale a starvi dietro e a comprenderne fino in fondo il senso reale; quella tra il monopolio dei saperi tecnico-scientifici ristretti in ambiti specialistici e autoreferenziali e la diffusione mediatica delle scoperte scientifiche.
La modernità controlla oggi fino alle radici genetiche la vita e la riproduzione, riducendo ogni cosa a riproducibilità tecnologica, a mero copy right. Concentra il potere scientifico-conoscitivo, insieme a quello politico, economico e militare, in ristrette élites maschili, moltiplica gli strumenti del controllo, del disciplinamento dei comportamenti sociali e impoverisce i meccanismi partecipativi e democratici della politica.
Le nuove tecnologie presentano un ampliamento a dismisura del potere maschile, non neutro così come la scienza e la tecnica non sono neutre, sul corpo in generale e su quello femminile in particolare. La costruzione sociale dei generi rende la sessualità, in particolare quella femminile, separabile dal corpo e dalla mente e vendibile in copy right e non è certamente un caso che siano le donne e i loro corpi a rappresentare l'ultima frontiera della ricerca di profitto per un mercato sempre più libero da lacci e lacciuoli.
Vista da questa prospettiva, la tutela penale della gestazione, dell'embrione da difendere e tutelare dalla madre che eventualmente decida di ovviare a una gravidanza indesiderata o che abbia atteggiamenti non consoni durante la gravidanza stessa è l'esito grottesco e pericolosissimo dell'attaccamento a un modello di filiazione irrimediabilmente in crisi: un padre simbolico, una madre corpo-contenitore da normare e controllare e un figlio da possedere ad ogni costo.
Quella che si gioca tra corpo femminile e ricerca scientifica, tra autodeterminazione delle donne e politica è una partita di civiltà che a partire da questo autunno caldo investe i grandi temi della democrazia e che svela il significato profondo della politica, mentre allo stesso tempo si va acuendo la marginalità della soggettività femminile rispetto ai luoghi decisionali nei quali si producono i nuovi paradigmi interpretativi della contemporaneità.
È sullo sfondo delle grandi conquiste della storia più recente che la politica, per come noi la intendiamo e pratichiamo, deve riprendere a interrogarsi per sottrarsi alla perdita di senso che la sterilizza.
L'autodeterminazione delle donne è presupposto di civiltà e di democrazia, non soltanto per le donne ma per le donne e per gli uomini perché le dinamiche in atto arrivano a modificare in profondità i rapporti tra i generi, investono la vita concreta delle persone e sono spia dei mutamenti in atto.
E la soggettività politica delle donne è risorsa irrinunciabile per un progetto di trasformazione che sappia fare piena assunzione di responsabilità.
Ma al venir meno dell'azione trasformatrice dei soggetti risponde oggi la prepotente riaffermazione di quello specifico aspetto del potere patriarcale che consiste nel monopolio dell'etica e nel conio di modelli sociali pubblici e privati.
Il femminismo politico degli ultimi decenni ha posto alla storia il problema del limite e ha codificato politicamente il concetto di responsabilità rispetto al proprio corpo e all'uso pubblico che di questo si fa.
Ma come si può coniugare tutto ciò oggi con gli imperativi e la pervasività del mercato e con la miseria di una sinistra che sempre meno sa fare i conti con questo scenario?
Le tecnologie si insinuano nelle già esistenti asimmetrie di genere e se non sapremo comprendere in breve tempo che non siamo dinanzi alla necessità di dotarsi di un'attrezzatura scientifica atta a ovviare ai limiti che il biologico impone, ma a un nuovo modo di pensare e generare la vita, allora alle nuove tecnologie del corpo potranno facilmente saldarsi gli squilibri di potere tra i generi tipici delle culture familistico-patriarcali e nuove discriminazioni sessiste potranno caratterizzare l'ipermodernismo di questa epoca.
È proprio nello scarto crescente tra l'incontrollato sviluppo tecnologico e gli ormai inadeguati vincoli culturali col passato che rischia di perdersi quel percorso di autonomia e di liberazione, di coscientizzazione che ha così macroscopicamente segnato la nostra storia recente.
Sulla procreazione medicalmente assistita si concentra uno scontro ideologico di portata epocale, così come epocale ed estremo è stato nel XX secolo il percorso fatto dalla libertà delle donne atto a riaffermare quel principio fondativo della cittadinanza moderna che è l'habeas corpus, la responsabilità e la sovranità di ciascuno/a rispetto al proprio corpo.
La legge 47 va, invece, nella direzione esattamente contraria: invade la vita privata delle persone, ne condiziona le scelte di vita e gli orientamenti, pretende di normare i comportamenti e collide pesantemente con il principio sopra citato.
La riaffermazione della parola autodeterminazione è la sola alternativa, l'unico argine possibile a questo scenario di disgregazione e dispersione di tutto il portato di una generazione di lotte e conquiste sociali, perché sia chiaro che sui temi della procreazione e del corpo la soggettività chiamata a prendere parola nello spazio pubblico è quella delle donne.
Queste contraddizioni inedite chiamano in causa la politica, ma questa potrà recuperare la sua efficacia se e solo se saprà dotarsi degli strumenti necessari a rispondere, se recupererà i suoi strumenti essenziali di emancipazione e liberazione dei settori sociali più lontani dalle forme del potere costituito, quegli strumenti di affermazione per le soggettività che a partire dalla propria esperienza rileggono e cambiano il mondo.

settembre - dicembre 2002