TERRE LIBERE A MAGGIO
di Mario Centrone e Vito Copertino

Terre libere a maggio: è il momento della partecipazione delle strutture politiche e sociali presenti nel territorio, mentre si avvia un nuovo processo di urbanizzazione nella città e, sul piano nazionale, il governo di centrodestra mostra lo scarso spessore della sua volontà riformatrice.

Terre libere a maggio. Sulla base delle mobilitazioni di massa dei mesi scorsi, intendiamo avviare una campagna per la democrazia partecipata, un’iniziativa che restituisca alla gente, al popolo, la voglia di parlare e di lottare. Le piazze devono diventare luogo di discussione e di dibattito permanente, affinchè il territorio torni a raccontare la sua storia, torni ad urlare la sua sofferenza e i soggetti escano dalla atonia di una domenica pomeriggio.
Le periferie delle metropoli sono tutte uguali. Sono uguali anche di domenica pomeriggio, quando in televisione danno i risultati finali delle partite di calcio e un bambino si attarda a saltare sui blocchi di cemento, prima che il buio avvolga questa ennesima espressione della stupidità umana. Suo padre si guarda intorno e si chiede se é valsa la pena di investire tutti i risparmi di una vita di lavoro in quella cosa squallida, in quella casa squallida. La casa alla periferia della città, senza giardini, né scuole, né empori. Ma c’è l’acqua, quando c’è l’acqua, e una cabina telefonica, anche qualche gatto. Mestamente, rientra in casa dove lo attende la Tv, una serata con la Tv, e ricorda con rabbia. Ricorda i meravigliosi anni in cui si parlava della rifondazione dei saperi, della critica alla falsa neutralità della scienza, di proletarizzazione degli intellettuali. Gli anni della fantasia e della immaginazione, gli anni del desiderio!
Quando è cominciato? All’inizio del decennio. Il decennio maledetto! Il decennio della solitudine e della indifferenza. è complesso analizzarlo, perché investe la stessa produzione del teorico nelle società avanzate; negli anni novanta, dopo il tramonto delle ideologie.
Capire come la scienza e la tecnica possano contribuire alla felicità degli uomini: questa semplice verità viene quotidianamente trasgredita, vilipesa, schiacciata. Tecnici e urbanisti, progettisti e medici, scienziati e ricercatori sono miseramente relegati all’espletamento del proprio ruolo sociale senza porre in discussione assetti strategici, alleanze politiche ed organigrammi già definiti, senza porre in primo piano il senso della propria attività professionale.
C’è, nella storia della scienza, una dicotomia fra scienza normale e scienza rivoluzionaria. Gli scienziati normali sono animali addomesticati, come i tecnici di laboratorio non mettono mai in discussione i codici epistemici usati dalla comunità scientifica in cui operano. Si impegnano, scrivono articoli, partecipano a congressi – qualcuno ha imparato perfino l’inglese con un corso intensivo ad Harvard – ma non osano mai problematizzare i codici di comportamento e gli strumenti interpretativi usati in un particolare momento storico.
Sono lindi e pettinati, ben lustrati, a volte impomatati. Impomatati anche al lunedì, dopo la coda estenuante della domenica precedente, ai caselli autostradali per il mesto rientro dalla passeggiata ai laghi. Hanno mutuato il linguaggio demenziale dalla trasmissione del sabato sera e cercano di essere simpatici con le segretarie. La maggior parte scrive ormai manuali di software integrato e la loro gestualità è stata ridotta alla assurda, automatica digitazione.

Terre libere a maggio. Se solo tornassimo a parlare, a comunicare! Nella società occidentale vi è stata una escalation dalla parola parlata alla parola scritta, fino alla parola digitata.
Quanto più la parola si allontanava dalla sua origine, la voce, tanto più si disponeva ad un uso commerciale, diventava più commerciabile. Rousseau aveva prefigurato la fine, la morte del canto, nella spazializzazione della scrittura: il canto, come emersione della parola viva o rapporto con l’assoluto, si spazializza in ritmia e scrittura. “In terra meridionale i primi discorsi furono canti d’amore, in terra settentrionale la prima parola non fu amami, ma aiutatemi”.
Al Sud sorsero prima i canti e le lingue d’amore, le lingue della passione, mentre la lingua del Nord nacque dal bisogno. Il luogo originario per la genesi della lingua é stato il mezzogiorno del pianeta, dove il rapporto referenziale con gli oggetti è ancora saldamente istituito dal rapporto sentimentale, mentre le lingue settentrionali si articolano sin dall’inizio nella dimensione dello scambio. Parlare per ottenere prestazioni, parlare per asservire, parlare per controllare, parlare per irregimentare, parlare e scrivere per normalizzare.
Lo sviluppo dell’Occidente è stato caratterizzato dalla sostituzione del canto con la filosofia, della libertà politica con la schiavitù, della voce con la scrittura, della libertà di esprimersi con il controllo sociale, della periferia con il centro, degli emarginati con i potenti. Bisognava introdurre linguaggi rigorosamente referenziali che parlassero del quotidiano delle metropoli, dei fatti delle metropoli, che fossero veicolati nelle metropoli. Le periferie dell’impero venivano sempre più a configurarsi come territori da conquistare, da colonizzare, da ricondurre all’ordine e all’obbedienza. Il Nord e la metropoli, il Nord é la metropoli.
Ma il linguaggio nasce dalla passione, dalla possibilità di dire ‘ci sono’, ‘esisto’. La storia della scienza, come la storia della tecnica, sono caratterizzate da questi lunghissimi periodi di normalità. Lo stesso itinerario educativo degli specialisti e dei tecnici è strutturato in modo da escludere un seminario, un momento di confronto e di discussione sul senso del proprio operare.
Una buona parte del dualismo esistente fra le due culture, quella umanistica e quella scientifica, è attribuibile al diverso iter formativo vissuto dagli addetti ai lavori. Scienziati e tecnici non devono perder tempo a chiedere il senso della propria funzione, devono solo ‘fare i compiti’ e soddisfare le esigenze dei padroni. Di questo percorso obbligato sono miserabili esecutori i tecnici di provincia: essi considerano una garanzia deontica del proprio lavoro il fatto di espletarlo sulla base delle indicazioni del commitente di turno sia pubblico che privato.
Il referente del proprio lavoro non sono i tanti, i molti, il popolo, ma il committente, Sua Committenza, Sua Emittenza. Il craxismo é stato il più limpido esempio di questa continua demotivazione dei tecnici e degli scienziati rispetto alla direzionalità sociale del proprio lavoro. Sua Committenza ha marciato con lo stesso passo di Sua Emittenza, producendo forme di qualunquismo di massa e una forte caduta di tensione morale. Sul versante dell’alta cultura, l’operazione è stata legittimata dagli ostracismi dati da Sir K. Popper alla miseria della cultura continentale condensatasi nello storicismo italiano e tedesco e dalle invettive dei neo-contrattualisti nostrani (guarda caso lavorano tutti a Milano e dintorni!) contro i concetti di strategie di massa, classismo della conoscenza, contro la stessa possibilità di pensare una scienza alternativa.

Terre libere a maggio. Per gli assetti urbani le conseguenze non sono esaltanti: si continuerà a costruire case nelle stesse periferie, ad edificare le città dormitorio. Continuerà a prevalere il famigerato partito del cemento.
Con molte aggravanti. Accade oggi che non siano più gli strumenti della programmazione economica e della pianificazione urbanistica e territoriale a guidare il governo del territorio. Per la sinistra italiana è questa la sconfitta più dolorosa, più gravida di conseguenze. In un clima di sconfitte, un nuovo attacco viene ormai ripetutamente sferrato dai cosiddetti ‘accordi di programma’.
Una riflessione più generale condurrebbe a vedere se il processo liberista stia comportando semplicemente una separazione dello stato dal capitale e dalle imprese oppure ne stia spostando la funzione a vantaggio del capitale e delle imprese: e ciò sia direttamente, tramite un passaggio di risorse normali o straordinarie, anche di guerra, sia indirettamente tramite una regolamentazione che diminuisce vincoli fiscali o normativi.
Questo accade anche a Molfetta. Procedure semplificate e agevolazioni di ogni genere a favore di particolari iniziative imprenditoriali consentiranno ad esempio di avviare, nei pressi di Torre Calderina, un intervento di insediamento edilizio a scopi residenziali e turistici, in barba ad un Piano Regolatore Generale Comunale appena approvato, dopo tante attese e diciotto anni di gestazione, e in disprezzo di un Piano Urbanistico Tematico Territoriale, fiore all’occhiello della Regione Puglia. è questo dunque il ‘governo a rete’?
Ed è così che scivoliamo verso una situazione in cui progetti edilizi, programmi di lavori pubblici e piani di infrastrutture ignorano la sostenibilità ambientale e la trasparenza delle procedure. è così che dispositivi ordinari di un paese ‘normale’, norme rigorose e garanti dell’interesse pubblico, direttive europee, finiscono nel cestino, mentre si affermano, in nome della produttività e dell’efficienza, le corsie preferenziali, i regimi speciali, le deroghe alla valutazione dell’impatto ambientale, l’ignoranza dei vincoli paesaggistici, le accelerazioni procedurali.
Ma, c’è differenza tra questa strategia del centrodestra e i metodi innovativi introdotti dal centrosinistra qualche anno fa in nome del ‘nuovo che avanza’? Non è certo nostro obiettivo infierire, ma serve per capire di più e per cercare delle vie d’uscita alla crisi della sinistra.
Noi non possiamo dimenticare l’esaltazione, fatta gli anni scorsi, della sussidiarietà e la convinzione del federalismo, non possiamo evitare di ripensare alla sistematica azione di attenuazione dei controlli pubblici, non possiamo tralasciare il progressivo trasferimento di responsabilità e poteri agli operatori privati, anche nelle trasformazioni urbanistiche. Oggi quella attenuazione è diventata demolizione del controllo pubblico, quel trasferimento di responsabilità ai privati è diventata totale deregulation.
Questo accade, in Italia, con la legge ‘obiettivo’ del ministro imprenditore Lunardi, legge di licenza di devastare il territorio. Questo accade con il condono degli abusi edilizi in aree demaniali.
Questo accade anche a Molfetta per lo smaltimento dei rifiuti e l’affare del compostaggio. Questo accade in un territorio dove accordi di programma, denuncia di inizio di attività, e tanti altri strumenti flessibili e senza rigore che si inventeranno i nostri amministratori, finiranno col mettere a repentaglio risorse di valore inestimabile che finora era stato possibile tutelare. Un territorio in cui sarà facile devastare i centri storici, le aree vincolate, i beni culturali!

No, non vogliamo infierire con le politiche del centrosinistra, non serve! Serve liberare le passioni di sinistra, liberare la voglia di partecipare, la voglia di lottare, lottare a maggio.
Nelle terre libere, ricominciamo a lavorare anche a Molfetta perché non siano il mercato, le tecnologie, l’economia, gli unici punti di riferimento degli interventi sul territorio.
La modernità si dispiega attraverso il mercato e la tecnologia, sempre più contro la natura e la storia. Il territorio ne è stato aggredito, si è ammalato, essendosi svuotato dei suoi riferimenti elementari, dei suoi nuclei costitutivi, dei suoi statuti originari. Si è assunta la crescita come unico obiettivo, dando per scontato che essa riassuma tutti gli altri obiettivi di una società civile: l’occupazione, l’organizzazione dei servizi, la qualità della vita, l’istruzione. Si misura la salute del paese sulla base del tasso di incremento del suo prodotto interno lordo e si ritiene ovvio questo continuo inseguimento. E, nella continua corsa al superamento, dissipiamo risorse, deprediamo territorio, danneggiamo l’ambiente.
Noi pensiamo invece di impegnarci in un progetto elaborato collettivamente attraverso la costruzione di un pensiero critico antagonista alle promesse salvifiche della crescita, alternativo al modello culturale e produttivo dominante che è centrato sull’obiettivo ossessivo della crescita e sulla stretta identificazione tra sviluppo e crescita quantitativa. Un progetto che, nel rispettare le risorse ambientali e nell’assecondarne le dinamiche naturali, eviti di correre dietro alle esigenze uniche e totalitarie della ragione economica, pensiero unico che ha invaso tutte le sfere dell’agire umano, ed invece promuova una programmazione ed un governo delle risorse naturali secondo principi di solidarietà e di reciprocità tra le popolazioni e i loro stili di vita.
La storia del territorio molfettese è ad un punto di svolta decisivo e si possono elaborare nuove progettualità, idee che contemplino nuovi possibili ordini, nuovi piani sui quali articolare i conflitti, nuovi rapporti con la natura, nuovi obiettivi della produzione, nuovi servizi da produrre. Dopo i passaggi epocali nella storia dell’uomo, dal villaggio all’insediamento medievale e da questo alla città moderna generata dalla rivoluzione industriale, serve giungere ad una nuova concezione dell’organizzazione del territorio fisico, che conduca ad una convivenza basata sul rispetto delle risorse, sulla dimensione della natura, su una socialità senza periferie, sulla produzione di solidarietà nella gestione delle risorse naturali.

Le terre libere a maggio sono, oggi, uno straordinario investimento culturale, per un obiettivo redditizio di domani.

maggio - agosto 2002