L’Europa
di Mario Centrone

Saggi

Vi sono delle pagine molto belle di J. Derrida nell’intervista filosofica L’autre cap, tradotta in Oggi l’Europa (Milano 1991).
“Siamo più giovani che mai, noialtri Europei, perché una certa Europa non esiste ancora. è mai esistita? Ma noi siamo come quei giovani che si alzano, sin dal mattino, vecchi e stanchi. Siamo già esauriti. Da quale esaurimento i giovani vecchi Europei che noi siamo devono ripartire? Devono ricominciare? Oppure partenza dall’Europa, congedarsi da una vecchia Europa? O ripartire verso una Europa che ancora non esiste? O ripartire per far ritorno verso una Europa delle origini che bisognerebbe restaurare, ritrovare, ricostituire durante una grande festa delle rimpatriate?”
Partire verso un altro capo, individuare un nucleo forte di idee che con forza rilanci l’idea dell’Europa e di una nuova cultura: “L’espressione «l’altro capo» può anche suggerire che si annuncia un’altra direzione o che bisogna cambiare destinazione. Cambiare direzione, può voler dire cambiare scopo, decidere un altro capo o cambiare capitano, quando non - ma perché no? - cambiare l’età o il sesso del capitano, o addirittura ricordarsi che c’é un altro capo.”
Molte volte nel corso di questo secolo gli Europei hanno interrogato se stessi e la propria cultura; se nella propria cultura erano rinvenibili quegli elementi di universalità che hanno reso forte l’immagine dell’Europa nel mondo intero. I due conflitti bellici e le crisi che continuamente hanno sconvolto il continente imponevano quel tipo di domanda e la impongono oggi in forma diversa.
Secondo Derrida molte sono state le risposte: 1) c’è stata la forma di risposta alla crisi affidata al momento hegeliano del ritorno dello Spirito a sé medesimo; il momento tipicamente eurocentrico del comando e della estensione progressiva del modello europeo agli altri popoli; 2) vi è stata la forma husserliana del rinvenimento di una soggettività trascendentale e di una teleologia in essa nascosta che non faceva che ribadire la forma del discorso delineata da Hegel; anche in questo caso l’unica comunità umana deputata a risolvere i problemi mondiali veniva individuata nella comunità europea; 3) c’è stato il discorso heideggeriano, nel 1935-1936, del decadimento dello spirito, l’impotenza, il divenire impotente dello spirito, la destituzione dell’Occidente stretto fra la morsa di America e Russia; 4) vi é stata infine la risposta di P.Valéry.
Valéry é uno spirito del Mediterraneo, ha vissuto su uno dei suoi bordi. Questo mare è stato in passato un luogo di incrocio di civiltà e di paesi in contrasto fra loro; si può dire che sulle rive del Mediterraneo è nata l’Europa di oggi; dalle tensioni e dal contrasto fra quelle culture è emersa una idea di egemonia, l’idea dell’impero, l’idea del capo. Nell’opera La liberté de l’esprit Valéry pone il problema del destino dell’Europa: il saggio fu pubblicato nel 1939 e l’Europa, contrariamente a quanto indicava l’autore nel suo scritto, stava per essere sconvolta da una delle più grosse tragedie. Si stava infatti costituendo una Europa fatta sulla base di annessioni e di stermini. Qullo fu considerato un testo dell’imminenza, l’imminente futuro dell’Europa, e conserva forti elementi di attualità.
Scrive Derrida: “In La liberté de l’esprit, testo dell’imminenza la cui posta in gioco é proprio il destino della cultura europea, Valéry fa un appello determinante alla parola capitale, proprio quando definisce la cultura - e il Mediterraneo. Evoca la navigazione, lo scambio, quella stessa nave che portava mercanzie e dei; idee e tecniche. Si é costituito così il tesoro cui la nostra cultura deve praticamente tutto, almeno nelle sue origini; si può dire che il Mediterraneo é stato una vera e propria macchina per fabbricare civiltà. Ma il tutto creava necessariamente libertà dello spirito pur creando affari. Dunque sui bordi del Mediterraneo troviamo, strettamente associati: Spirito, cultura e civiltà.”
La libertà nasce sulle rive del Mediterraneo e si coniuga con il mercato, con lo scambio. La ricerca dell’altro capo, del nuovo capo, di una nuova capitale non può prescindere dai popoli altri che occupano l’altra sponda, i popoli emergenti, ancora sconvolti dalle ventate integraliste. Il capo non può ignorare il negativo, il mondo della penuria, della fame e della sete se vuol riproporre la sua universalità. “La cultura europea é in pericolo quando questa universalità ideale, l’idealità stessa dell’universale come produzione del capitale viene ad essere minacciata.”
Ora il centro, il cuore degli scambi si sono spostati verso il Nord Europa; il dominio del marco e la competizione sempre aperta fra Francia e Germania indicano che le zone forti del capitalismo non sono più strettamente adiacenti alle rive del Mediterraneo. Quale delle due zone può rivendicare in termini culturali quel carattere di universalità che l’ha resa egemone in passato? “Dopo aver esteso l’analisi alle città sulle rive del Reno (Basilea, Strasburgo, Colonia) sino ai porti anseatici, altre postazioni strategiche dello spirito garantite dall’alleanza tra banca, arti e stampa, Valéry mette a frutto la polisemia regolata della parola «capitale».”
Capitale da spendere, capitale da investire, la capitale come caput mundi; la polisemia si apre ad una molteplicità di significati fra cui non é escluso nemmeno il nostro corpo. “Cultura e civiltà sono nomi piuttosto vaghi, ci si può sbizzarire a differenziarli, opporli o coniugarli. Non mi ci attardo. Per me, ve l’ho detto, si tratta di un capitale che si forma, che si impiega, che si conserva, che si accresce, che si arrischia come tutti i capitali immaginabili - il più noto dei quali è, senza dubbio, ciò che chiamiamo il nostro corpo.”
Il luogo della singolarità, una singolarità che si apre alla comunicazione per fondare la nuova cultura e la nuova Europa. I corpi hanno fame e sete. Se vi sono corpi c’è bisogno di cibo per mangiare e di acqua per bere. La guerra, le guerre sono la lotta per la conquista di cibo e acqua. Non tutti hanno cibo e acqua. Dare a tutti cibo e acqua é il comunismo. Gli indiani non hanno avuto cibo e acqua e sono scomparsi. Nelle riserve non era possibile sognare, non era possibile nemmeno far l’amore; l’amore è il gioco della fantasia. Stiamo facendo la fine degli indiani. Perseguire una introduzione massiva di tanti, tantissimi boschi. La filosofia del bosco, la filosofia dell’albero contro la guerra e il cemento. La gente sta male, non può respirare, non vi sono boschi a sufficienza; nella vita contemporanea non esiste più un tempo per vivere il bosco. Il fine settimana ne è solo un surrogato. Bisogna ritrovare il tempo per vivere il bosco, nel bosco, intorno al bosco. E gli alberi, le fronde… sono come le chiome di una donna.
La società degli uomini ha fino a questo momento prodotto solo frustrazione e sofferenza; forse una volta nella storia bisognerebbe provare ad affidare il comando alle donne, agli altri, alle altre. Per articolare una nuova cultura, una nuova civiltà, dimensioni che al giorno d’oggi sono in pericolo.
“Di che cosa è composto, dice Valéry, questo capitale, Cultura o Civiltà? E’ anzitutto composto da cose, da oggetti materiali - libri, quadri, strumenti ecc., che hanno una loro durata media, una fragilità, la precarietà delle cose. Ma questo materiale non basta. Un ettaro di buona terra o una macchina non sono capitali più di quanto non lo sia un lingotto d’oro, se mancano gli uomini che ne abbisognino e che sappiano adoperarli. Tenete presenti queste due condizioni. Perché il materiale di una cultura sia un capitale, esige anch’esso l’esistenza di uomini che ne abbiano bisogno e che possano servirsene - ossia di uomini assetati di conoscenza e di potenza di trasformazione interiore, assetati di sviluppi della propria sensibilità; e che sappiano, d’altra parte, acquisire quanto di abitudine, disciplina, convenzioni e pratiche, é necessario per utilizzare l’arsenale di documenti e strumenti che i secoli hanno accumulato. Io dico che il capitale della nostra cultura é in pericolo.” L’elemento di valorizzazione degli oggetti é la forza lavoro sia materiale che intellettuale; quando essa viene controllata o espulsa dal mercato, come sta avvenendo nella società contemporanea, vi sono le condizioni del dominio del capitale. Ad uno sguardo globale la divisione internazionale del lavoro sta producendo un duplice effetto: nelle società opulente la gerarchia dei ruoli fà permanere l’ordine costituito senza permettere alcuna prospettiva di trasformazione, mentre nelle società in via di sviluppo una buona quota di forza lavoro viene tenuta come manovalanza di riserva che progressivamente viene immessa sul mercato per svolgere attività parcellizzate disertate dagli occidentali.
Molti settori intellettuali sono conniventi con questo stato di cose; i continui richiami al liberismo, il self-help, l’american style of life sono tutti modi di imporre l’imperialismo delle idee e del pensiero occidentale. Negli ultimi tempi nel nostro paese hanno avuto grossa risonanza gli strilloni, quelli che bucano il video (Sgarbi, Liguori, Ferrara), mentre nelle accademie sono emersi leccapiedi di ogni tipo. Tutto questo sta provocando gravi danni alla evoluzione del pensiero e alla trasformazione della realtà; i settori intellettuali hanno deposto le domande radicali, hanno rinunciato al pensiero critico. “A mettere in crisi il capitale culturale come capitale ideale é la scomparsa di quegli uomini che sapevano leggere: virtù che si é persa, uomini che sapevano sentire e anche ascoltare, che sapevano vedere, rileggere, riascoltare e rivedere, uomini insomma capaci anche di ripetizione e di memoria, preparati a rispondere, a rispondere davanti, a rispondere di e a rispondere a ciò che avevano sentito, visto, letto, saputo una prima volta. Questa memoria responsabile, quando si costituiva come valore solido produceva contemporaneamente un plusvalore assoluto, cioé la crescita di un capitale universale.”
Se quindi il corpo é un capitale da preservare, bisogna ripartire dal corpo per stabilire la comunicazione, per avviare la nuova comunità. Gli uomini nuovi dovrebbero farsi carico del ‘non’, della penuria, della sofferenza, del negativo, dell’asma che prende i polmoni e impedisce di parlare. Anche a livello istituzionale la capitale deve far continuo riferimento all’acapitale, all’altro capo, all’altra riva.
“Dunque bisogna cercare di inventare gesti, discorsi, pratiche politico-istituzionali che suggellino l’alleanza tra questi due imperativi, tra queste due promesse, tra questi due contratti: la capitale e l’acapitale, l’altro della capitale. Certo é difficile. E’ persino impossibile concepire una responsabilità che consista nel rispondere di due leggi o a due ingiunzioni contraddittorie.” Nelle pratiche teoriche questo significa insersi nei codici per trasgredirli e problematizzarli, scoprirne la genesi e continuamente riportali al proprio valore d’uso. In campo epistemico questo significa restituire il carattere di strategie investigative ai linguaggi formali e interrogarsi sul senso delle produzioni teoriche. Se i livelli euristici sono sempre più affidati alle sistematiche deduttive, vi é uno spazio, un luogo della domanda assolutamente informale ed é questo il luogo della filosofia. In campo politico e istituzionale la ricerca dell’altro capo comporta il rispetto delle diversità e delle differenze, il diritto alla presenza corporea dello straniero. “Questo dovere ingiunge altresì di aprire l’Europa a ciò che non é, non é mai stato e non sarà mai l’Europa. Lo stesso dovere ingiunge di accogliere lo straniero non solo per integrarlo, ma anche per riconoscerne e accettarne l’alterità. Questo dovere ingiunge di rispettare la differenza, l’idioma, la minoranza, la singolarità, ma anche l’universalità del diritto formale, il desiderio di traduzione, l’accordo e l’univocità, la legge maggioritaria, l’opposizione al razzismo, al nazionalismo, alla xenofobia.”

maggio - agosto 2002