Adriatico, un mare di vita e di morte
di Pasko Simone

Storie - Due coste, due sponde, più genti, più popoli. Due o più vuol dire dialogo e scambio, dialogo di culture e di storie, scambio di parole e di cose.

Mondi universi che si incontrano e si scontrano. Per tutti parlano i fatti storici, per ogni fatto storico ci sono delle ragioni, delle spiegazioni. I fatti e le storie, le parole e le cose. Tra i due versanti uno spazio di mare, l’Adriatico, che ha la configurazione di un immenso golfo o di un ampio fiume. Uno spazio di mare che si allarga per poi restringersi in un canale e sfociare infine nel grande mare delle culture mediterranee.
Tentiamo di delineare una cartografia delle emozioni storiche che genti di mille etnie hanno lasciato sulle acque inquiete di questo golfo, mare o fiume che sia. Una mappa mentale delle coste e delle città, dei porti e delle lagune, dei fiordi e degli arcipelaghi risonanti del grido dei gabbiani.
• Il mare, come la terra, ha i suoi spazi non-euclidei: il percorso ora superficiale ora sotterraneo delle grotte, il gioco irregolare delle mille isole, l’affannoso riciclaggio delle correnti, il sofferente bagaglio dei rifiuti umani. Una psico-politica degli eventi storici narra dei ricorrenti passaggi di uomini e merci da una sponda all’altra attraverso i secoli e definisce i tempi ed i luoghi di utili scambi o di drammatici scontri. Un mare che è soglia e quindi sempre passaggio. Un limite aperto e un margine di incontro/scontro in bilico sempre tra la vita e la morte. Da una parte l’Oriente, dall’altra l’Occidente. Da una parte l’irrazionale delle passioni, dall’altra il razionale degli scambi. Semplicità di un sentire e di un vivere che si complica nella compresenza. Complessità di un desiderio di sopravvivenza che si semplifica fino, talvolta, ad estinguersi nell’assenza. E’ la compresenza dell’Altro. Chi arriva da lontano con il suo carico di figli e di dolori. Chi ha pagato per un sogno di vita nuova. Chi è arrivato a realizzare almeno una parte di quel sogno e chi quel sogno lo ha visto infrangersi sugli scogli in una notte di tempesta.
• Storici interrogativi sulle variabili globali del vivere comune, con tutti i problemi interconnessi relativi al genere, alla razza, alla religione, al semplice diritto di accesso alla propria esistenza. Un mare di genti: Veneti, Liburni, Iapigi, Messapi da una parte, Illiri dall’altra. E ancora Etruschi ed Elleni, influenti responsabili, questi ultimi, di antichi insediamenti: Ancona, Epidauro, Apollonia, Traù, Ragusa, Curzola. In seguito i Romani a gettare le basi di nuovi avamposti: Rimini, Ravenna, Atri, Brindisi e Aquileia, facendo dell’Adriatico un “lago romano” continuando, imperando Augusto, con la fondazione di altre importanti colonie: Trieste, Pola, Parenzo, Zara, Salona.
La storica divisione dell’impero romano in occidentale e orientale determinò la scissione del mondo conosciuto, la cui doppia discriminante fu per secoli rappresentata da quella liquida sponda che ebbe nome Dalmazia, limite naturale di demarcazione delle culture mondiali in universo territoriale cristiano a centralità romana da una parte e universo comunitario mussulmano decentrato a livello affettivo dall’altra. In quella striscia di terra soleggiata la divisione combaciava, l’unione si spezzava.
• Una parvenza di unità si ricostituì nel nome di Bisanzio. Unità subito spezzata dall’arrivo dei Longobardi. Nell’inevitabile scontro si distinsero genti che si erano insediate nel frattempo nelle lagune comprese tra le foci dell’Adige e quelle dell’Isonzo, quei veneziani che diverranno ben presto i nuovi padroni di questo mare con la funzione di veri e propri poliziotti dell’Adriatico con controllo doganale nei confronti degli alleati e con controllo armato verso i numerosi “pirati”, slavi o turchi che fossero. Il primato marittimo di Venezia si estese su ambedue le sponde pienamente riconosciuto da tutte le città e le isole di quello che nelle antiche mappe porterà per secoli il nome riduttivo di “Golfo di Venezia” la cui chiusura o apertura era lo stretto-canale d’Otranto, passaggio obbligato e controllato dalla stessa Repubblica.
• Venezia dominerà incontrastata il Mediterraneo orientale dal 1200 fino a tutto il 1500. Dominio che si protrarrà con alterne vicende fino alla totale caduta della Serenissima nel 1700, quando nuova padrona di quasi tutto il grande “golfo”, da Trieste fino alle Bocche di Cattaro, diventerà l’Austria felix, la cui forza navale avrà come base operativa il porto di Trieste, strategico sbocco al mare, militare e commerciale, di tutto il vasto impero Austro-Ungarico. Più a sud l’impero Ottomano si spingeva fino in Bosnia e controllava il canale d’Otranto, mentre nella riva Ovest, dalla foce del Po fino a Santa Maria di Leuca, cominciò ad affacciarsi il neonato Regno d’Italia. Tre padroni assoluti per un mare sul quale altri cominciavano ad avanzare forti rivendicazioni pretendendo sbocchi autonomi: la Grecia come il Montenegro e la Serbia. Con la sconfitta dei Turchi e la costituzione dello stato autonomo dell’Albania si liberava il canale d’Otranto dal controllo ottomano. Ma è sempre dal mare che ha origine il secolare dissidio balcanico che porterà allo scoppio di uno dei più feroci conflitti mondiali.
• I Balcani diventano la “polveriera europea”, mentre si costruiscono teorie circa una “questione Adriatica” a cui si connette strettamente una orgogliosa aspirazione italica relativa al riscatto delle “terre irredente” perdute nel confronto con l’Austria. Alla fine della guerra l’Adriatico sarà ancora diviso in tre parti tra Italia, Jugoslavia e Albania. La seconda guerra mondiale rafforzerà le divisioni e non risolverà i problemi salvo a definire ancora una volta e ancora meglio la soglia discriminante dei presunti universi culturali: ad Est l’impero del male ad Ovest quello del bene. Ancora una volta il limite cade nell’Adriatico e lo scontro si tiene nei Balcani. Il crollo dell’impero del male determinerà la disgregazione dell’unità balcanica faticosamente raggiunta sotto la spinta ideale del sogno comunista. La guerra fredda, con la pratica manichea dei complotti e dei terrorismi, assicura la totale separazione delle menti, mentre la caduta dei regimi comunisti ratifica la disgregazione sociale delle genti. L’utopia unificante del socialismo s’infrange contro la superpotenza dell’ideologia consumistica occidentale. Del sogno jugoslavo non resta che la turbolenza del bel groviglio interculturale: serbi, croati, sloveni, macedoni, bosniaci, montenegrini, ungheresi, rumeni, bulgari, albanesi e turchi.
• Fu quello jugoslavo “il sogno marino nel cuore del politico” come lo chiama Rada Ivekoviç, durato dal 1945 al 1991, un sogno morto giovane, quindi. “Quel desiderio di mare, dolce ninnananna della nostra infanzia, non lo pensavamo capace di aggressione. “L’estate prossima sulla costa adriatica” è diventata una cosa impossibile per la maggior parte delle persone. Il tempo accessibile è stato liquidato. […] La distanza spaziale, temporale, linguistica è diventata incommensurabile, impenetrabile quanto le nuove frontiere reali. L’esilio è ora sia dentro che fuori di noi, e nessuno vi sfugge.”
• Clima decisamente mediterraneo, frantumata in mille isole grandi e piccole, la Dalmazia è una stretta e lunga fascia di litorale montuoso con un clima mirabile (poiché, al contrario delle nostre terre adriatiche meridionali non le mancano le piogge) con capitale la “veneta” Zara, antica città d’arte inspiegabilmente rasa al suolo dagli aerei alleati durante la seconda guerra mondiale. A Sebenico, a Spalato a Ragusa, accanto agli autoctoni, mescolati con essi, migliaia di italiani, pugliesi essenzialmente, nomadi tra una sponda e l’altra con i loro “trabaccoli” di frutta e verdura. Comunità di pescatori, città di pietra calcarea levigata dal tempo e dallo scirocco, varietà degli stili architettonici, tutte artisticamente ricchissime, romano, gotico e rinascimentale fusi in un indicibile fascino: è lo stile architettonico dalmata dei borghi antichi ben conservati nonostante il succedersi delle tante invasioni. Basiliche romaniche e bizantine, cattedrali ispirate al gotico fiammeggiante veneziano, icone di madonne bianche e nere, case in stile mediterraneo, cinta di mura imponenti, massicci bastioni. Anfiteatri romani. Musei della marina.
• Dovunque in Puglia tracce dei rapporti con quelle terre d’oltremare. Otranto come Dubrovnik, si copiano stili e monumenti. Dovunque i segni della preistoria e della protostoria testimoniano i contatti e gli scambi che la gente della Peucezia, della Daunia, della Messapia stabilì con i Greci, con gli Illiri e con altre genti dell’est. Genti che contribuirono a sviluppare la reciproca crescita culturale ed economica. Da Corfù, dall’Albania, dalla Turchia, quasi a prefigurare gli esodi odierni, uomini e donne cercano il benessere nel versante occidentale attraversando lo stretto canale che collega l’Italia ai Balcani. Scambi e commerci continuano in età romana e per tutto il medioevo portando negli approdi pugliesi prodotti ed oggetti di gran valore provenienti dall’Africa del Nord, dal Medio Oriente, dalla Turchia, perfino dal lontano Afghanistan. Dai tempi più remoti si importava e si esportava tra la Puglia e i Balcani. Dal tempo dei Normanni e degli Angioini si scambiavano merci e conoscenze, si definivano rapporti e si ratificano accordi. Tra Otranto, Brindisi, Bari, Molfetta, Pescara, Ancona, Venezia, Trieste, Fiume, Zara, Spalato, Ragusa-Dubrovnik, Valona un fitto andirivieni di battelli, prima la vela poi il vapore.
“Uno degli elementi di distinzione di Terra di Bari rispetto alle altre province continentali del regno di Napoli è la tendenza del suo rilevante sistema portuale a gravitare quasi esclusivamente nell’area adriatica, a contatto con i mercati austriaci e veneziani, in contesa fra di loro, questi ultimi, per l’accaparramento dei prodotti agricoli meridionali sin dagli albori del ‘700”.
“Così a partire dal 1840, in particolare in Adriatico, vengono intraprese le costruzioni o sistemazioni di numerosi porti: Brindisi (1855), Molfetta (1843), Ortona (1847), Bari (1855), Mola (1847)”.
“Notevole era il commercio della Puglia con mercanti turchi e greci…, mentre molto attivo era il commercio tra i porti pugliesi dell’Adriatico e quelli dalmati: i ragusei erano presenti in tutti i porti pugliesi dell’Adriatico e commerciavano legnami, pelli, carne salata oltre alla cera, di cui detenevano il primato… I ragusei godevano, nei porti pugliesi, di particolari franchigie e venivano preferiti dai commercianti locali in quanto vendevano le proprie merci a credenza, praticando prezzi più convenienti di quelli dei commercianti degli altri paesi adriatici”.
• I paesi di Terra di Bari e di Terra d’Otranto furono sin dal ’700 tra i maggiori produttori ed esportatori di cereali, frutta, verdura, mandorle, olio e vino e continuarono ad esserlo per tutto l’Ottocento, fino alla seconda guerra mondiale. I porti pugliesi erano frequentati da mercanti veneti, triestini, fiumani e ragusei. Barche e barchette “numerosissime nei borghi marinari del regno, trasportavano, a remi o a vela, piccole quantità di merci, secondo direttrici di traffico tradizionali, lungo le coste, seguendo flussi commerciali legati a questa o a quella derrata agricola; venivano così coinvolte le aree di maggior produzione agricola delle province meridionali e quelle dell’opposta sponda adriatica. Gli agrumi del Gargano, i salumi e i formaggi montenegrini ed albanesi, gli ortaggi della fascia costiera di Terra di Bari, il grano e la lana del sub appennino dauno, sostenevano una microeconomia poco conosciuta ma pur rilevante per la produzione di reddito di numerosissime famiglie marinare”. A cavallo dei due secoli il trabaccolo subisce una progressiva evoluzione diventando un veliero mercantile, il “pielago”, che sarà il vero protagonista dei traffici adriatici tra l’una e l’altra sponda prima dell’avvento della navigazione a vapore. Tutte le genti della costa occidentale facevano la spola tra le due coste adriatiche, portavano vino a Fiume, prendevano legname a Segna, toccavano Lussino, Spalato, Sebenico, Ragusa, giungendo fino in Grecia e nel Levante. Caricavano e scaricavano di tutto: pietrame da costruzione, laterizi, cavalli, grano, olio e frutta.
• Nell’esodo si lascia la propria casa per un altrove che non si conosce. Nella fuga precipitosa si perdono averi e identità. Ma gli esodi non sono un fatto dell’oggi. Da sempre si fuggì dagli stessi luoghi per trovare un riparo più comodo, per forzare la mano alla fortuna. E’ la legge della storia di chi è costretto per fame ad attraversare i monti, a solcare i mari. Nei grandi esodi del passato i Greci hanno lasciato il griko nel Salento. Gli stessi albanesi già fuggirono in Italia nei secoli XV° e XVI° per motivi economici, ossia per mancanza di cibo. Così in diverse località del sud d’Italia si sente ancora oggi parlare un antico dialetto albanese, si praticano antichi riti bizantini. Dall’Istria e dalla Dalmazia 350 mila italiani tra il 1945 e il 1947 lasciano casa e lavoro, tornano in patria da profughi di guerra, esuli di un capovolgimento storico. Finiscono i traffici di scambio agricolo, cominceranno, di lì fra qualche decennio, quelli del consumismo mercantile occidentale.
• Crisi dei regimi comunisti dell’est, esplosione dei conflitti etnici, altri esodi. Comincia la fuga in massa di diverse decine di migliaia di albanesi attraverso il mare Adriatico verso le coste italiane. E’ il mito Italia, nuova Terra promessa. Il sogno italiano di cui racconta Lamerica di Gianni Amelio. La voglia di avere un’antenna satellitare guardando ogni sera il telegiornale italiano, costruirsi un sogno di fuga. Non è l’Italia delle mafie e delle camorre quella che appare sui teleschermi, ma quella delle automobili sportive e dei telefonini cellulari. L’Italia del calcio e delle canzonette.
• L’esodo continua nonostante tutto come un bollettino di guerra non dichiarata. Il canale di Otranto fitto di cadaveri come un cimitero marino. Un numero impossibile da definire di vite anonime uscite per sempre dal sentiero della speranza. Da Valona a Otranto. Sempre più spesso il mare rigetta su spiagge e scogliere i corpi irriconoscibili dei deboli del mondo, vittime di tragedie in gran parte a noi sconosciute, di cui non v’è traccia alcuna negli archivi dei compilatori informatici dell’occidente. Da Valona a Brindisi. Un nuovo business gestito dalle organizzazioni italo-albanesi. Il traffico degli immigrati controllato da mafie nazionali e internazionali con enormi profitti. Si pagano 2000 marchi a testa per gli adulti e 1500 per i bambini. Per un peschereccio carico di 300 persone un guadagno netto di 600 milioni, per raggiungere quella “America” doppiamente falsa dove gli immigrati vivono una realtà quotidiana di miseria, di sfruttamento, di isolamento sociale che spesso prende l’aspetto truce e barbaro della persecuzione razziale.
“Il vecchio Empedocle annunciava che solo la fisica dell’Odio aveva fatto degli oggetti del mondo – la nube e il fiume, le isole e il mare – questi ostacoli da sormontare, da aggirare, da nascondere, da ridurre in polvere, da distruggere”.
• In Italia il sogno di possedere un’automobile si scontra con la mancanza di lavoro, con la disoccupazione giovanile, con la clandestinità. Tra raccogliere pomodori e spacciare droga le opportunità dell’Occidente capitalista si rivelano inadeguate all’accoglienza, ancora meno all’integrazione. Resta una grande nostalgia anche di quel poco che si è perduto, di ciò che si è lasciato alle proprie spalle.
• Guerra dei Balcani: tentativo americano di cambiare la “destinazione d’uso” del porto di Ancona, da porto di pace a base di smistamento di mezzi e di armi. Ancona è collegata con la Croazia, la Grecia, il Montenegro e l’Albania. Il mare che si affaccia sulla penisola balcanica è battuto in lungo e in largo, giorno e notte, da navi da guerra della marina dei paesi Nato ed anche la più rudimentale attività di pesca viene ostacolata dai militari. Per i pescatori italiani è impossibile superare le sei miglia ed alle navi da guerra è data la possibilità di interdire gli strumenti tecnici dei motopescherecci. Dal 24 marzo 1999, data dell’inizio dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia, le Marche subiscono una progressiva militarizzazione. L’aereoporto di Ancona è nei fatti territorio americano e il porto, uno dei principali approdi dell’Adriatico, da secoli fonte di scambio economico e culturale con i popoli balcanici, è al servizio delle operazioni Nato. In collegamento con tali manovre è aumentato il traffico legale e illegale delle armi. La Guardia di finanza scopre che un cargo di aiuti umanitari destinati ai profughi del Kossovo nasconde armi destinate all’Uck, formazione paramilitare protetta dai servizi segreti americani. I Tir sui quali campeggiano le insegne della Caritas trasportano ben trenta tonnellate di armi. E’ facile immaginare che tra le centinaia di Tir che si imbarcano verso l’Albania dai porti di Trieste, Ancona e Bari, molti nascondano doppi fondi imbottiti di armi pesanti. Tutto materiale proveniente dagli arsenali Nato. Tra Puglia, Albania e Montenegro imperversano i movimenti di armi di ogni specie e di sostanze stupefacenti, in particolare eroina.
• Uno specchio d’acqua dove insieme alle spigole, alle orate e alle anguille si pescano bombe di “recente fabbricazione” con su impresso il logo “U.S.”. Bombe che potrebbero scoppiare tra le mani dei pescatori a Chioggia come ad Ancona, nelle acque del Gargano e a Monopoli. La Cooperativa pescatori S. Marco rientra alla base con un carico di circa 200 bombe. L’attività di pesca è sospesa a tempo indeterminato. Al largo delle costa veneta così come di quella pugliese, tornando dalle missioni di guerra, gli aerei alleati della Nato si liberano del carico di bombe inutilizzate gettandole in mare. Per il turismo nella Riviera romagnola si prevede un calo del 15% dopo che il giornale tedesco “Bild Zeitung” titola in prima pagina: “Adriatico, spiaggia chiusa, mare mi.Na.to.” (20 maggio 1999). Un mare di bombe, quindi. Un rettangolo di morte che ha per vertici Rimini, Falconara, Fano e Pesaro: 40 miglia quadrate a 36 miglia dalla costa. Bombe laser e a grappolo ad una profondità di 60 metri. Il porto di Ancona crocevia del commercio illegale di armi: tre Tir carichi di armi destinate all’Uck: un arsenale proveniente dalla Bosnia e diretto a Durazzo che aveva scelto Ancona come tappa per lo smistamento. Da Manfredonia fino a Santa Maria di Leuca le reti dei pescherecci sempre più spesso riportano a galla residui bellici. La pesca è interdetta per l’80 per cento della costa con gravi perdite economiche.
• Notte di domenica 23 maggio 1999, ore 3,26, i cittadini baresi si svegliano di soprassalto per quelli che le forze dell’ordine definiranno candidamente “scoppi di fuochi artificiali” in onore di un patrono rimasto sconosciuto. Nello stesso giorno sulla spiaggia di Bari Palese dei curiosi scrutano con grande interesse una bomba laser che aveva perso la diritta via. Mattina di sole del 27 maggio 1999, due boati scuotono la città di Brindisi. Sono le 11.20. Un carico di morte destinato ai serbi cattivi è stato sganciato ancora una volta nelle acque di mare a meno di 10 miglia dalla costa pugliese. Il bollettino ufficiale destinato alla stampa spiega: “Un Tornado in emergenza per una avaria idraulica, ha sganciato in mare due bombe laser del peso di 500 chilogrammi ciascuna. Al largo di Brindisi, nella cosiddetta area 4, una zona predefinita nell’ambito dell’intervento Nato, che ha un fondale di 700 metri di profondità. Lo si è appreso da fonti militari. Subito dopo il Tornado è atterrato nella base di Gioia del Colle”. Sabato 29 maggio, periferia di Brindisi, un ordigno tecnicamente definito “razzo deviatore” è piovuto chissà come sulla terrazza dell’appartamento di un informatore farmaceutico. La casa è stata danneggiata da questo indesiderato dono Nato. I residui dell’ordigno sono stati messi sotto sequestro dalla magistratura ordinaria, nonostante il tentativo di prenderne possesso da parte della base Usaf di S. Vito dei Normanni i cui vertici militari si sono sforzati in ogni modo di insabbiare il caso.
• Oggi come ieri: porti e aereoporti italiani come base di sostegno alle azioni di guerra nei Balcani in fiamme. Il mare di Puglia come scenario drammatico della cattive azioni dei signori della guerra. Vittime sempre il mare e innocenti cittadini. Alla memoria torna il ricordo di due gravissimi incidenti: teatro il porto di Bari sequestrato dagli alleati. Quello del 2 dicembre 1943 e quello del 9 aprile 1945 che ferì quasi mortalmente il porto e la città tutta. Dopo un attacco aereo tedesco nelle acque del porto di Bari affonda una nave americana. La nave lascia in superficie una chiazza maleodorante e puzzolente. A bordo della nave cento tonnellate di bombe all’iprite. Ottocento ricoverati a causa delle esalazioni causate dalla nube tossica la cui origine era per tutti misteriosa in quanto il carico di morte sulla nave americana era e doveva restare un segreto militare. Nel giro di qualche settimana tra i colpiti vi furono 83 morti. Al tragico episodio accenna Beppe Lopez nel suo romanzo “Capatosta”.
“Il 2 dicembre 1943, la città fu vittima di un atto di guerra tra i più cruenti che le inermi popolazioni civili avessero vissuto fino a quel momento, che sconvolse tutto l’abitato di Bari ma principalmente il suo porto, fino ad allora risparmiato dagli orrori del conflitto. Si trattò del più grave disastro navale alleato dopo quello di Pearl Harbour; in quella notte, diciassette navi furono completamente distrutte dai bombardamenti della Luftwaffe,ed altre otto seriamente danneggiate. Oltre un migliaio tra militari alleati ed inermi cittadini morirono a Bari per effetto dell’iprite , un gas velenoso già usato dai tedeschi sul fronte occidentale durante il primo conflitto mondiale, contenuto nelle stive della nave americana Liberty “John Harvey”, ormeggiata al molo foraneo”.
“Il 9 aprile 1945 la banchina n.14 del porto fu completamente sventrata dall’esplosione del piroscafo “Charles Henderson”. Quella mattina, una tremenda esplosione funestò la città di Bari; il piroscafo Charles Henderson, in servizio delle forze armate alleate, carico di ordigni esplosivi e proiettili di ogni genere, attraccato alla banchina n.14 del porto, esplodeva improvvisamente seminando attorno a sé distruzione e morte. In pochi istanti, centinaia di vite umane venivano distrutte e della nave non restavano che pochi relitti informi sparsi qua e là nell’ambito portuale”.
“Pezzi della nave del peso di qualche tonnellata furono disseminati per un raggio di qualche chilometro…, mentre spruzzi di nafta provenienti dai doppifondi del piroscafo furono proiettati così lontani da raggiungere i sobborghi della città… I vetri delle case, a notevole distanza dal porto, andarono violentemente in frantumi, determinando numerosi feriti e parecchi morti tra la popolazione civile. Porte e finestre furono divelte come fuscelli sotto la furia dello spostamento d’aria, disseminando le vie di un impressionante groviglio di macerie, rendendo difficile la circolazione della gente che, presa dal panico, correva come pazza alla ricerca di un qualche sicuro rifugio… Un terrificante quadro di devastazione e di morte, un ammasso caotico di macerie d’ogni sorta, di grossi blocchi di calcestruzzo e di travate disseminate qua e là, che con le loro scheletriche sagome conferivano alla scena un’impressionante visione apocalittica”.
• Il più importante porto a sud dell’Adriatico sembrò languire per sempre: si contrassero i traffici, si ridussero gli addetti alle operazioni portuali, si ridimensionò la marineria che pure era divenuta, dagli inizi del secolo, una delle più attive della penisola. Le quindicimila bombe all’iprite affondate insieme alla nave americana “John Harvey” sono ancora nel mare Adriatico come confermano le ricerche fatte dall’ICRAM (Istituto centrale per la ricerca applicata al mare) su campioni d’acqua e di pesci. In una relazione del 1999 il direttore del progetto Ezio Amato afferma che: “Uno dei punti a più intensa presenza di armi chimiche affondate si trova nelle acque internazionali a 35 miglia dalla costa, in corrispondenza della città di Molfetta”. Tale zona contaminata al largo di Molfetta che misura 10 miglia quadrate andrebbe attentamente monitorata per salvaguardare la salute delle persone, in realtà su tutta la questione incombono diversi tabù.
• Altro ricordo di violenza subita. Il gusto crudele e irrazionale della pura distruzione umana e culturale. Lo scenario psicogeografico è ancora quello della Dalmazia veneta e mittel-europea. La lingua ancora impregnata da superstiti formule dell’italiano “dalmatico” da sempre minoritario. La città è bella e tranquilla, ideale per i decadenti finali del genere “morte a Venezia”. Alla fine del 1943 le forze nazi-fasciste, in rotta e incalzate dai partigiani jugoslavi, si ritirano precipitosamente da tutta la costa. A Zara il 1° dicembre 1943 non c’erano più di mille tedeschi ad occupare ancora la città. Ciò nonostante Zara fu distrutta. Cinquantaquattro incursioni aeree americane e inglesi bombardarono la città per giorni e giorni distruggendo monumenti e facendo strage di civili mentre il vero scontro di armati avveniva a più di duecento chilometri in linea d’aria tra Bosnia e Montenegro. Perché? Perché Zara fu distrutta? La risposta ancora una volta si trova nelle carte segrete dei signori della guerra. Gli stessi che ancora oggi bombardano e ribombardano i civili, sequestrano i porti, avvelenano i mari.

Le citazioni sono tratte da: Sergio Anselmi, Storie di Adriatico, il Mulino, 1996; Glenn B. Infield, Disastro a Bari, Adda Ed., 1977; Rada Ivekoviç, Autopsia dei Balcani, Cortina Ed., 1999; Carlo Maranelli, La questione adriatica, Edizioni dal Sud, 2001; Michel Serres, Genesi, il melangolo, 1988; Pasquale B. Trizio, La rotta dell’olio, Laterza, 2000.

maggio - agosto 2002