LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 H O M E

Vai ai primi 100 anni di storia

       IMMAGINI

        MEZZI

         DIARI

        SCRIVI

DISPERSI .... 8 SETTEMBRE 1943

  - RUSSIA e ESTREMO ORIENTE-

 

RUSSIA

 

le croci frecciate d'Ungheria

 

Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre 1944. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy il Duce d'Ungheria aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue. Giorgio Perlasca (incaricato d’affari con lo status di diplomatico nei paesi dell’Est per comprare carne per l’Esercito italiano) dovette fuggire e nascondersi presso l’Ambasciata spagnola…..  divenne cittadino spagnolo, con un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca...

 

 

 

Crimea base Cb

 

 

ESTREMO ORIENTE

 

 

 

 

 

 

 

INDIETRO

 

   

Con la “ritirata del gennaio '43” quasi tutti i reparti superstiti dell'ARMIR lasciavano le steppe russe ad esclusione di un gruppo di artiglieria della "Ravenna" che rientra a fine maggio e i resti del 6° bersaglieri che combattono tutto il mese di Febbraio aggregati a  Sud a una colonna tedesca. Quando viene proclamato l’armistizio si può dire che in Russia c’è solo il personale delle basi navali e sommergibilistiche "CB'' del Mar Nero (Base navale di Costanza). Qua è la nel tempo compaiono però testimonianze di altri uomini provenienti da comandi tappa, ospedali (Polonia) e magazzini rimasti nelle retrovie dell’Europa Centrale e gestiti ancora da italiani. Per questa gente non ci sono alternative. La maggior parte si aggrega a unità tedesche come la 24a Divisione Corazzata. Nell’ottobre del '44 il plotone “Avanti” della 24a rientra in Italia e viene inquadrato nella ricostituita Divisione Littorio. Altri finirono nella Flak e gli alpini in un battaglione misto che operò in Ucraina. Al seguito dei tedeschi c’era poi personale “utile al lavoro” prelevato in Grecia che cadrà in parte prigioniero dei Russi (fra i russi che entrano a Berlino nel maggio 45 ci sono anche questi italiani riarmati). Diverso il discorso dei soldati che aderirono alla R.S.I nell’autunno del '43. Si ha notizia di un solo plotone (X arditi Paracadutisti e Camionettisti) tornato in Russia a calcare le steppe ucraine dal novembre 1943 all'ottobre '44. I pochi superstiti continueranno la lotta in Belgio e Olanda (ad Arnhem quell'ultimo ponte) dove la 2ª Divisione Fallschirmjäger, a cui erano aggregati, viene inviata .

Per saperne di più sui CB del Mar Nero vedi dispersi Germania e su J.V. Borghese visita la biografia qui

Da "Parà'' di Nino Arena: (...) Assolto il suo compito nel settore di Zitomir, la 2ª Divisione Fallschirmjäger venne spostata nei pressi di Kirovgrad, in vista di un'operazione di lancio alle spalle dello schieramento russo. L'attacco dal cielo avvenne la vigilia di Natale del 43 e, nonostante la strenua resistenza opposta dai russi, nettamente superiori di numero, si concluse con un completo successo. Con i Fallschirmjäger si batterono con grande valore anche un gruppo di paracadutisti italiani che lasciarono sul luogo dello scontro 26 tra morti e feriti, cioè la quasi totalità degli uomini. Il 27 dicembre 1943 i superstiti paracadutisti italiani, 24 in tutto, vennero impiegati in una rischiosa missione. Al comando del capitano Paris  ebbero l'incarico di raggiungere un gruppo di tre semoventi rimasti bloccati dinanzi alle linee russe e provvedere al recupero dei mezzi e degli equipaggi. In caso contrario, avrebbero dovuto distruggere le macchine mediante cariche esplosive. Al segnale stabilito, i 24 paracadutisti scattarono all'attacco, raggiunsero i carri e si spostarono in avanti per garantire maggiore libertà di movimento agli addetti al recupero. L'artiglieria russa, messa in allarme, cominciò a martellare con un fuoco infernale le posizioni occupate dagli italiani, ma senza riuscire a fiaccarne lo spirito combattivo. Solo l'esaurirsi delle munizioni fece desistere gli uomini del capitano Paris dalla loro audace determinazione. Rientrati nelle proprie linee, i paracadutisti italiani si rifornirono di munizioni e di esplosivi e scattarono nuovamente all'attacco, scontrandosi con le pattuglie sovietiche ora sul posto. Lo scontro si svolse all'arma bianca e si concluse con la sconfitta del nemico, che lasciò sul terreno diversi morti e feriti. Anche le perdite dei paracadutisti italiani furono elevate. Alla fine degli scontri, dei 24 uomini che avevano preso parte all'operazione "recupero carri'', solo quattro risultarono incolumi. Tutti gli altri o erano caduti o erano rimasti feriti nel corso dei combattimenti. Tra i caduti vi fu lo stesso capitano Paris, che venne proposto dal ministro della Difesa della RSI, Maresciallo Graziani, per la massima decorazione al valor militare.

..... Dicembre 1944 – Gennaio 1945: Nelle vesti di diplomatico Giorgio Perlasca regge pressoché da solo l’Ambasciata spagnola di Budapest, organizzando l’incredibile “impostura dell’ambasciatore” che lo porta a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno migliaia di ebrei ungheresi ammassati in “case protette” lungo il Danubio. Li tutela dalle incursioni delle Croci Frecciate, si reca con Wallenberg, l’incaricato personale del Re di Svezia, alla stazione per cercare di recuperare i protetti, tratta ogni giorno con il Governo ungherese e le autorità tedesche di occupazione, rilascia salvacondotti che recitano “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”. Li rilascia utilizzando anche una legge promossa nel 1924 da Miguel Primo de Rivera che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita (di antica origine spagnola, cacciati alcune centinaia di anni addietro dalla Regina Isabella la Cattolica) sparsi nel mondo. La legge Rivera è dunque la base legale dell’intera operazione organizzata da Perlasca, che gli permette di portare in salvo 5.218 ebrei ungheresi.

Al deflagrare della guerra il nostro presidio più lontano era quello di Tientsin, alla periferia di Pechino, che vantava ormai oltre 40 anni di presenza. La presenza italiana era essenzialmente tutelata da reparti della marina, Navi ed equipaggi, ma anche uomini della Fanteria di Marina del S. Marco. La presenza militare era puramente indicativa e non in grado di opporsi a forze nemiche consistenti che al momento non venivano individuate. La nostra alleanza coi Giapponesi, anche se non era mai stata delle più appassionate (c’era stata la questione Shangai nella quale c’eravamo trovati noi fascisti indirettamente alleati di Inglesi e Americani) ci metteva al riparo da eventuali sgradevoli sorprese che invece ci furono.

Diario Storico del I battaglione del 10° reggimento Granatieri di Savoia dal 22.8.1937 al 30.4.1938, in: Archivio dell’Ufficio Storico dello SME - Vedendo minacciati i propri interessi per la guerra cino-giapponese, le potenze occidentali titolari delle concessioni decisero l’invio di contingenti militari da affiancare, in rinforzo, a quelli già presenti in Cina. Fu in tale contesto che lo S.M. del Regio Esercito decise il trasferimento in Estremo Oriente del I battaglione del 10° Granatieri di Savoia in quel momento, in Africa Orientale. Al comando del T. Colonnello Enrico Andreini, attenendosi agli ordini superiori trasmessi da Roma, alle 23.00 del 27 agosto 1937 il I Battaglione partì da Massaua sul transatlantico Conte Biancamano alla volta di Shanghai. Lo stesso giorno salpava da Napoli un contingente del reggimento di fanteria di Marina San Marco che andava a dar man forte a quelli già presenti in Cina. Al momento della partenza, il I battaglione, ordinato su una compagnia comando, tre compagnie fucilieri ed una compagnia mitraglieri, aveva una forza di 24 ufficiali5, 46 sottufficiali e 677 fra graduati (174) e granatieri (503). La presenza giapponese a Shanghai causò diversi incidenti con i contingenti internazionali, il più grave dei quali fu rappresentato dall’attacco alla cannoniera fluviale USS Panay, sulla quale viaggiavano anche i giornalisti italiani Sandro Sandri (muore) e Luigi Barzini junior. Il grosso del battaglione, costituito da 17 ufficiali, 41 sottufficiali, 619 graduati e granatieri, al comando del Primo Capitano Vincenzo Paparo, lasciò Shanghai a bordo del Conte Verde il 28 novembre 1938. I restanti un mese dopo. Dopo la partenza dei Granatieri di Savoia il presidio del “Battaglione San Marco” a Shanghai fu portato a 220 uomini; a questo scopo furono inviati a Shanghai altri 50 marò e tre ufficiali che arrivarono nel dicembre del 1938 con il Colleoni. Alla vigilia della guerra il contingente italiano in Cina venne rinforzato. Il battaglione San Marco fu diviso in quattro distaccamenti e nell'aprile del 1940 si trovava così distribuito: 180 uomini a Tien-Tsin; 30 uomini alla stazione radio di Pechino; 20 uomini a Shan-hai-kwan ed i restanti 200 a Shanghai nella Concessione internazionale dove c'era anche ilComando navale per l'E.O. All'inizio della guerra i militari inglesi e francesi lasciarono le loro concessioni per riparare nei possedimenti più vicini e rimasero quindi in Cina solo i giapponesi, gli italiani e gli americani.

Dalla fine del 1940 la presenza navale italiana si era incrementata di due unità sfuggite al blocco inglese del Corno d’Africa. Altro naviglio commerciale che riuscì a riparare in porto venne messo al servizio dei Giapponesi. Gli unici attrezzati a tentare il collegamento con l’Italia furono i sottomarini atlantici dopo Pearl Harbour (tre oltre al Piroscafo Conte Verde autoaffondato a Shangai). L'armistizio colse di sorpresa tutti i reparti italiani in Cina, contro i quali si scatenò la vendetta dei giapponesi, nei modi simile alla tedesca. La Stazione Radio di Pechino (difesa da 100 tra marinai e soldati al comando del capitano di corvetta Baldassarre) resistette, armata solo di fucili e bombe a mano, per 24 ore. Il piccolo drappello si arrese alle 9 del 10 settembre 1943, dopo avere distrutto l'impianto radio e bruciato tutta la documentazione segreta. I reparti di Tientsin (2 compagnie al comando del capitano di fregata Carlo dell'Acqua), circondati da un intero reggimento giapponese guidato dal tenente colonnello Tanaka con decine di mezzi corazzati leggeri e parecchi cannoni da campagna, decisero sulle prime di tentare una disperata resistenza. All’interno della caserma "Ermanno Carlotto", 600 tra soldati e marinai (già imbarcati) con 4 cannoni da 76 mm e 4 autoblindo Lancia tentarono l’ultima disperata resistenza. Le notizie sconfortanti sull’assoluto abbandono in cui operavano convinsero il comandante a chiedere il cessate il fuoco. La situazione per i nostri militari stava quindi volgendo verso una dura prigionia quando, il 18 settembre, arrivò la notizia del discorso di Mussolini da Radio Monaco dove annunciava la nasci-ta della R.S.I.. I reparti furono liberi di scegliere fra la collaborazione coi Giapponesi (e con la RSI) e l'internamento. A Shanghai furono 29 quelli del “San Marco” che rifiutarono di aderire alla RSI ma a questi venivano equiparati gli equipaggi perché l'autoaffondamento era un atto di sabotaggio. A Tien-Tsin, su 202 presenti furono invece 34 quelli che rimasero fedeli al Re. Anche l’equipaggio del sottomarino Cappellini che aveva scelto la collaborazione venne inopinatamente internato. Dopo l’8 maggio 1945 un residuo nucleo di cooperanti (sottomarino Torelli) continuò la guerra contro gli americani fino al 30 agosto 1945. Per molti dei sopravvissuti dei campi di concentramento giapponesi si aprirono le porte di quelli statunitensi !!!. Di molti si persero poi le tracce, mentre altri ebbero un destino inaspettato. Si racconta come “Urban Legend” che Ho Chi Minh, anni dopo, aveva nel suo stato maggiore un ex militare italiano assurto ormai al rango di Generale. http://www.btgsanmarco.it/storiadelsanmarco/allegati/btgincina.htm  http://www.geocities.com/dutcheastindies/shanghai.html  in inglese