Capitolo 7 - Il secondo dopoguerra 
 
     Terminata la guerra, i vari cugini ritornarono a Genova e Treville riprese ad essere un appuntamento estivo (che continua ancora oggi). 
In corso Carbonara, nella nuova casa ormai liberata dai tedeschi, il 14 gennaio 1946, muore la "mamma" Eugenia Poggi
 
Emanuele ed Angelo ritornarono a commerciare insieme in articoli per pasticceri . La merce (mandorle, nocciole, pinoli, armelline, ...) era fornita dalla ditta pugliese “Roberto fu Francesco”, di Triggiano in provincia di Bari. I due fratelli la rivendevano a famose pasticcerie e fabbriche dolciarie liguri e piemontesi (Panarello, Novi, Pernigotti,...). La dittà rimase attiva fino alla morte di Angelo (avvenuta a Genova il 26 novembre 1957). 
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Il 25 settembre 1947 morì, a Genova,  Antonio. La moglie Isabella, che con grande amore aveva condiviso con lui ogni attimo della sua esistenza, morirà 10 anni dopo, il 3 gennaio del 1957 a Varazze, dove nel frattempo si era trasferita. 
 
Il 12 luglio del 1955, a causa della sua vita sregolata, morì, sempre a Genova, all’età di 50 anni anche Davide, ultimogenito di Emanuele e di Eugenia Poggi. Fu mozzo e successivamente cameriere di bordo. 
Sulla sua attività è stato ritrovato il seguente appunto: ”libretto di navigazione di Davide Santagata rilasciato dalla Capitaneria di Genova il 25/9/1920 al N.65292. Ci rivolgemmo all’ufficio Matricola della Capitaneria di Genova, ma pare che il libretto fosse a Roma, per la liquidazione della pensione. Ci consigliarono di rivolgerci all’ufficio Contenzioso per schiarimenti.”; l’appunto riporta, inoltre, aggiunti i suoi dati anagrafici. Davide era, forse, la “pecora nera” della famiglia e di lui si “parlava poco” in casa. 
Come molti marittimi, appena sbarcato, tendeva a sperperare i suoi guadagni nelle bettole del centro storico genovese (gli alcolici erano proibiti durante i periodi di navigazione). 
Per questo motivo fu spesso costretto a chiedere “aiuti economici” ai fratelli Angelo ed Emanuele oppure alla “devota” madre Eugenia, che riusciva a convincere con i racconti delle “sue visioni mistiche”
In questo periodo non visse in famiglia e sovente dormì al “Massouero”, il dormitorio pubblico posto a Piazza Caricamento, nei pressi della “Casa del Boia” (e dell'attuale Acquario). 
 
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Angelo, Eugenia e Francesco 
di "Manuelitto" Santagata e Palmina Miglietta
 
Intanto, i figli di Emanuele ed Angelo presero, in campo scolastico e lavorativo, strade diverse. 
 
 
7.1 - I FIGLI DI EMANUELE E DI PALMINA 
 
   Francesco, il più portato per lo studio, dopo aver iniziato i corsi universitari di Chimica Industriale, si iscrisse nel 1947 ad Ingegneria Chimica e si laureò nel 1951. 
Per guadagnare qualcosa, durante le vacanze estive (a partire dal 1946), lavorò negli zuccherifici veneti di Lama Polesine (RO) e Ceggia (VE).   
Chiamato alle armi nel novembre 1952, dopo il C.A.R. a Cuneo, è trasferito a Sabaudia (scuola specializzazione contraerea) e successivamente a Bologna e Foligno. Si congeda nel gennaio 1954.     
Nello stesso anno fu assunto dall’Eridania e per questo “emigrò” a Ferrara. 
Intanto non “perse d’occhio” Fernanda che, dopo aver conseguito con Francesco il diploma di maturità Classica a Casale Monferrato, si laureò nel 1949 in Matematica e Fisica a Milano. Fernanda vinse parecchi concorsi ed iniziò ad insegnare presso un Liceo Classico di Pavia (1954-55). 
Fernanda e Francesco si sposano a Milano il 12 novembre 1955 ed andarono a vivere momentaneamente a Ferrara, dove lei continuò ad insegnare in un Liceo Classico. 
Nel 1956 Francesco fu assunto alla Pirelli di Milano, che lasciò nel marzo 1959 per passare definitivamente alla SNAM di San Donato Milanese. Fernanda, invece, ottenne il trasferimento ad un Liceo Classico di Monza, dove insegnò per un paio d’anni. 
Alla SNAM (servizio ‘Protezione contro la corrosione’ e ‘Servizio Studi’) Francesco diventò dirigente nel 1972. 
Fernanda, dopo aver insegnato per qualche tempo al Liceo Scientifico Vittorio Veneto di Milano, ritornò, da docente, al “suo” Liceo Classico Berchet di Milano (dove rimarrà fino alla pensione, 1986), che l’avevano vista giovane studentessa “qualche” anno prima. 
 
La famiglia aumentò negli anni seguenti con l’arrivo di Stefano (Torino, 7 novembre 1961) e di Marcello (Torino, 26 gennaio 1963). 
Dopo numerose esperienze in Italia ed all’estero (Algeria, Argentina, Sud Africa, Giappone, Stati Uniti ed Europa), Francesco lasciò nel 1986 il gruppo ENI, per godersi la meritata pensione. 
 
   Eugenia, alla quale è dedicato il Capitolo 9, tornata a Genova, ritrovò il coetaneo Sebastiano Frixa, figlio di Alfredo e di Irma Rovati, amici di famiglia abitanti in via Gramsci. 
Sebastiano (nato a Genova il 4 gennaio 1927) era reduce, con i genitori ed i fratelli "Tonino" e Iolanda, da un “periodo napoletano”. Nel capoluogo campano, il padre, ingegnere dirigente di dogana, lavorò dall’estate 1937. Dopo gli studi classici, seguì le orme paterne laureandosi a Genova in Ingegneria Meccanica. 
Eugenia nel frattempo trovò un impiego come maglierista nella boutique Vigo, in Salita S. Caterina, e divenne abilissima a confezionare capi in lana di ogni tipo. 
Si sposarono a Genova il 19 febbraio 1955, nove mesi prima di Francesco e Fernanda. 
Dopo il matrimonio si trasferirono a Ficarolo (RO), dove (dal 1° maggio 1954) Sebastiano svolgeva le mansioni di Capo fabbrica.
 
Successivamente divenne Capo ufficio tecnico ed, infine, Vice direttore presso gli zuccherifici dell’Eridania. 
 
Alla fine del 1955, Eugenia si recò a Genova a trovare i genitori. Questo fatto, atteso per molte pagine, accadde il 17 novembre 1955, nell’Ospedale Evangelico Internazionale di Genova.  
Come primogenito, mi furono dati i nomi più importanti reperibili sulla piazza, cioè quelli dei due nonni: Alfredo Emanuele
 
     Sul finire del 1956 ci trasferimmo allo zuccherificio di San Bonifacio (VR), dove l’anno seguente (17 settembre) nacque mio fratello Enrico Francesco (padrino e madrina furono lo zio Francesco e la nonna Irma Rovati).
 
Genova, maggio 1958. 
Eugenia con Alfredo ed Enrico
 
Il 1° luglio 1958, papà trovò un impiego come ingegnere progettista nelle officine “Lavoro S.p.A.” di Genova-Multedo e ritornammo in Liguria. Qui lavorò fino al 30 giugno 1960, quando passò alla Cosider (successivamente Italimpianti). [A partire dagli anni settanta, divenne Dirigente Italimpianti, Consigliere e Tesoriere dell’Ordine degli Ingegneri, Direttore responsabile della rivista dello stesso Ordine, Assistente Volontario alla cattedra di Impianti Meccanici presso la Facoltà di Ingegneria, rappresentò il Governo Italiano all’estero, fu segnalato dalla “Guida Monaci”, ecc., ecc.].
 
 
Cristina, Enrico ed Alfredo Frixa 
negli anni '60
 Nel 1960, ci trasferimmo così in via Tavella 1/15, a due passi dai nonni Frixa, che abitavano al N°11 della stessa via, ed a qualche passo in più dai nonni Santagata. Ai nonni materni fui affidato nel periodo delle scuole elementari per lo stato di salute di mamma Eugenia (vedi anche Cap. 8). 
 
     Il 28 aprile 1963 arrivò la sorellina e tra i nomi proposti con “concorsi interni” fu scelto Cristina. Padrino e madrina furono lo zio Francesco e la zia Lucia, per cui al primo nome fu aggiunto Francesca Lucia.
 
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     Angelo, al contrario del fratello maggiore, si dedicò agli studi scientifici, sperando che prima o poi aprissero a Genova una Facoltà di Architettura. Sui banchi del Liceo Scientifico Cassini (alle Fieschine) incontrò la fututa moglie Lucia Lercari, nata a Genova il 30 settembre 1931. Conseguita la maturità si iscrisse prima ad Ingegneria e poi ad Economia e Commercio. 
Nel frattempo prestò servizio presso la caserma dei pompieri di Genova. Assolti gli obblighi di leva, lasciò gli studi (tra molte “crisi” familiari) ed entrò nella ditta Metallarte, dove lavorò per circa un anno. Successivamente fu assunto dalla ditta di serramenti Mantero, dove diventò collaboratore del padrone. 
 
Il 31 agosto 1956 sposò Lucia a Genova. 
Il 7 ottobre 1958 nacque Manuela, seguita dallo sfortunato Romeo (Luigi Francesco; Genova, 27-7-1962/29-7-1962) e, il 14 luglio 1963, da Chiara
 
Nel gennaio del 1970, Angelo, Lucia ed un socio riuscirono ad avviare una ditta di serramenti in alluminio a Molassana-San Gottardo (GE). La loro prima ordinazione (dall’Eternit) fu, però, completamente distrutta, prima della consegna, dall’alluvione che si abbatté su Genova in quell’anno. 
“ ... di quei giorni ricordo migliaia di pezzettini metallici da cercare in un mare di fango e da pulire in qualche modo. Si lavorava con lena, insieme ad Enrico e ad altri volontari, per tentare di risollevare le “sorti” familiari. Dopo qualche giorno, però, una coscia di pollo gelata, che faceva parte del sacchetto “approvvigionamento truppe” (offerto dal Comune di Genova?), mi stese fino ad alluvione finita...". 
     Mazziati dalla sorte e costretti a lavorare.... “per due”, prese sempre più piede l’idea ed il sogno di un lavoro completamente in proprio (senza soci) ed in un luogo sicuro. 
     A questo proposito, nei tempi delle ferie trevillesi, risuonava tra le colline monferrine il “duetto” per voci e ... grignolino: “Il mio bel capannoncino”. La registrazione “pirata”, effettuata a tradimento dalla figlia Manuela, è tuttora inedita. 
Il sogno del “capannoncino” in proprio si avverò. Fondarono così a Sampierdarena la loro ditta di serramenti: la MASER (succesivamente trasferita a Sant’Olcese). Tra le “colonne” della nuova società vi fu anche la cugina Rita Paparella
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     Ritornando indietro di qualche anno, quello che mi colpiva di più, soprattutto negli anni ‘60, era la differenza tra il modo di vita “tradizionalista” delle altre famiglie Santagata (ed in genere delle persone che frequentavamo, sia a scuola che a casa) e quella decisamente “modernista” degli zii. 
     Usciti dalle nostre case enormi ed un po' fredde della Genova Antica, arredate con mobili di ogni epoca, “riassunti” di traslochi precedenti, si entrava in un moderno appartamento, arredato con un gusto da architetto ed allietato da musica classica (diffusa da apparecchi stereo che negli anni divennero sempre più voluminosi e sofisticati). 
     Per la cronaca, in casa dei nonni Santagata la musica si sentiva poco, mentre in casa Frixa si tentava di ascoltare “qualcosa” mediante un giradischi anteguerra (ancora oggi esistente), munito di puntina-tipo-aratro. 
     Quando si entrava in camera di Manuela, che di solito era in compagnia di qualche bella amica, il contrasto tra le loro minigonne alla moda ed i nostri ormai mitici calzoni corti di vigogna e cravattino con elastico era a dir poco "stridente". Mentre noi sentivamo ancora lo Zecchino d’oro, lì erano già arrivati Morandi, la Caselli e la Pavone. 
     Per equilibrare le sorti, qualche anno dopo, per Natale, la zia ci regalò un mangiadischi. I dischi arrivarono da Milano nella stessa ricorrenza (zii Francesco e Fernanda, ben consigliati dai figli Stefano e Marcello). 
     Con la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 (i calzoni si erano allungati da tempo e Chiara e Cristina erano cresciute) quasi tutte le barriere sembrarono abbattute. Ci ritrovammo con Stefano e Marcello, in un’unica, numerosa ed allegra compagnia estiva che durò alcuni anni. Era il periodo di Lady Madonna, Twist and Shout, Balla Linda e Tanta Voglia di Lei. 
 
   In quegli anni Manuela si trasferì dal Conservatorio genovese a quello milanese, per seguire il ‘flauto magico’ del suo maestro ed attuale compagno nella vita Glauco Cambursano, primo flauto del Teatro alla Scala di Milano. 
Era il periodo, degli attentati, degli scioperi e delle lotte studentesche, che a Milano erano particolarmente sentite. Inutile dire che nel nostro ambiente conservatore genovese, per fortuna o per sfortuna, questi avvenimenti furono vissuti solo marginalmente. Una sola volta partecipai ad un corteo; invece di entrare in classe, con il mio vicino di banco Sandro Brera (eravamo in IV ginnasio) mi avviai verso Piazza De Ferrari. Un po' per rimorso (a casa ci avevano detto: ‘Piuttosto tornate a casa’) un po' perché qualcuno cercava di aizzare a forza le folle, tornammo in classe dopo mezz’ora. C’erano tutti!!! ...e l’insegnante, contenta, ci accolse come accadde al “figliol prodigo”. 
 
   Diplomatasi in flauto, al Conservatorio di Milano, Manuela abbandonò la musica leggera per quella seria e la “perdemmo” di nuovo.  
    Nella versione della mia "Storia Familiare 1994" a questo punto scrissi: "Non potendola più raggiungere, musicalmente parlando, la speranza è che, tra un esercizio e l’altro, le “scappi” qualche nota di “Michelle”, in ricordo “bei tempi”. Il miracolo accadrà molti anni dopo, alla fine degli anni '90.
 
 
 
 
Giulio, Alfonso e Salvatore 
di Angelo Santagata e Giovanna Fassio
 
 
7.2 -  I FIGLI DI ANGELO E DI GIOVANNA 
 
   Alfonso, abbandonati gli studi classici, conseguì il diploma di perito meccanico presso l’Istituto Galileo Galilei. Intraprese, quindi, la difficile strada di “studente-lavoratore”, frequentando di giorno Economia e Commercio ed eseguendo fino alle tre di notte disegni tecnici per alcuni studi genovesi. Sfinito da questa vita infernale, abbandonò anche gli studi universitari. 
    Dopo parecchi rinvii, legati a motivi di studio ed alla salute dei genitori (per quest’ultimo fatto, il padre Angelo tentò di farlo esonerare dagli obblighi di leva), servì la Patria, in fureria, a Chieti. 
   Sulle piste di pattinaggio del Lido di Genova, in questo periodo, conobbe Silvina (“Mina”) Pizzamiglio, nata a Genova Pegli il 20 settembre 1930, ai tempi impiegata alla “Commerciale Miralanza”. 
Dopo un lungo fidanzamento, Alfonso e Mina si sposarono il 29 dicembre 1956, a Genova-Pegli. 
     In seguito al matrimonio e alla parentesi sfortunata con i figli Simona e Luca, deceduti piccoli, "Mina", per motivi contrattuali, fu costretta a lasciare il posto alla “Commerciale Miralanza”.  
Alfonso, dopo aver maturato alcune esperienze lavorative (Eridania,....), approdò alla Cosider (diventata poi Italimpianti), dove rimane fino alla pensione (1988). 
 
       Giulio, al ritorno da Treville, terminò le scuole elementari dai Fratelli delle Scuole Cristiane. Dopo le medie al Colombo, si iscrisse a Ragioneria al Tortelli, che frequentò per qualche anno.  
Con l’intenzione di imbarcarsi, lasciò il Tortelli per passare all’Istituto A.Righi per Radio-telegrafisti (collegato al Nautico). Un professore “ostile”, però, lo “fermò” all’esame finale
     Appassionato di musica jazz e dixieland, in quegli anni, si dilettò alla batteria ed alla chitarra, sognando forse di suonare su uno di quei battelli del Mississippi ammirati dal padre agli inizi del ‘900. 
Il più estroverso di questa generazione di Santagata, grazie al dono della parola ereditato dal padre, animò feste, in veste di presentatore, imitatore, oltre che di musicista. Spesso si allenava, dopo i pranzi offerti dai Santagata, improvvisando spettacoli davanti a parenti ed amici. [Questo fatto è ricordato con nostalgia dalle cugine Anna, Betty e Titti Piana, figlie di Lina Tornaghi e di Dino Piana]. 
     Dopo la sfortunata esperienza scolastica, intraprese la carriera commerciale del padre.  Da quel momento non ricevette più pagelle scolastiche e di conseguenza non fu più inseguito dal padre Angelo per i corridoi di casa. 
 
   Il  26 novembre 1957 morì il padre Angelo e Giulio, prese per qualche anno (1957-62) il suo posto nella ditta Santagata, lavorando con lo “zio” Emanuele, ultimo superstite dei figli di "Mannu" e di Eugenia Poggi. In quel periodo dovette lottare contro i “topi d’auto” di Corso Carbonara, che “curavano” la sua vettura, attirati, forse, dal profumo di dolciumi che emanava. Ne catturò lui stesso uno con l’aiuto di un metronotte. 
In quegli anni conobbe Patrizia Sirigu, nata a Cagliari il 17 marzo 1936, ed appartenente alla numerosa famiglia di Federico Sirigu ed Elena Bellandi. “.... Ricordo con piacere, quando con la zia Lia o con la nonna, con la scusa di fare un giro per negozi, partivo da Corso Carbonara 10A per andare a trovare la ‘simpaticissima fidanzata di Giulio’, che a quei tempi lavorava come rimagliatrice nei pressi di Piazza Banchi....”. 
      Giulio e Patrizia si sposarono l’11 agosto 1962 e andarono ad abitare in via Ausonia, loro attuale residenza. Giulio, lasciò, quindi, “casa Santagata”, portando con sé anche la madre Giovanna
     Messosi in proprio, Giulio abbandonò il genere paterno (articoli per pasticceri), per fare il rappresentante di articoli per profumerie e successivamente di articoli da regalo. Un po' per essere più vicino ai clienti piemontesi ed un po’ per nostalgia degli anni bellici, visse per qualche anno a Treville, al Cascinotto. 
La madre Giovanna, dopo pochi mesi venne ricoverata presso l’Istituto Paverano di Genova a causa di una lunga malattia che la immobilizzerà a letto fino alla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1979. 
La "zia" Giovanna fu una persona molto buona e gentile. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni  '60, passò con me intere giornate a leggermi libretti di favole ed a raccontarmi storie di ogni tipo. 
 
     Salvatore, infine, al ritorno a Genova, frequentò la Scuola Elementare maschile “Negrone Durazzo”. Questa scuola, gestita dai Fratelli delle Scuole Cristiane di San Giovanni Battista della Salle, era una tradizione di famiglia. Infatti tutti i cugini Santagata erano passati per quei banchi. 
Successivamente si diplomò geometra a Genova. 
Dopo aver svolto il sevizio militare (1961), con la qualifica di artigliere radarista (Pesaro, Rimini, Pisa e Lucca), fu assunto alla Cosider (poi Italimpianti), come il fratello maggiore Alfonso. 
    Nel 1968, in una compagnia di amici, conobbe la “sartina”  Tina Ciaravolo, nata a Torre del Greco il 9 novembre 1942, da Pasquale ed Elisabetta Lombardo. Il 25 ottobre 1969, sposò Tina, nella chiesa di San Giuseppe, situata nel quartiere genovese di Oregina. 
     Lasciata la casa dello zio Emanuele, andò a vivere con la moglie ed i suoceri in via Guidobono, ove attualmente risiede. 
Dopo gli sfortunati figli Francesco (24.7.1971 - 23.8.1971) e Sabina  (11.12.1972 - 25.12.1972), morti neonati, il 6 aprile del 1974, nasce a San Remo (IM) la figlia Oriana. 
 
     Salvatore, oltre ad essere stato per me una specie di fratello maggiore, fu il mio primo “baby-sitter” (in comproprietà con la madre Giovanna e la zia Lia). Nei periodi estivi, mi portò sulla sua pesante bici azzurra su e giù per le colline del Monferrato (che fatica!,... per lui) e mi insegnò a dare i primi calci al pallone. Nei periodi invernali, invece, mi aiutò nelle mie ricerche, disegnando cartine geografiche che non avevano niente da invidiare a quelle pubblicate sui libri. 
Crescendo, abbiamo “scalato” in bicicletta, con altri amici, il colle di Crea e, con Enrico, siamo stati protagonisti delle torride (prima settimana di agosto) sfide calcistiche tra i Celibi e gli Ammogliati trevillesi, dove ci togliemmo parecchie soddisfazioni.
 
 

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