Era una limpida mattina di primavera quando Luciano alzandosi pensò di dedicarsi alla ricognizione del nuovo ambiente riservatogli dalla sorte.
Andò verso i prati per avere una visione panoramica della villa. Camminò per cinque minuti fra due siepi di ontani, poi si girò e gli apparve, in lontananza il gioco chiaro-scuro degli archi della barchessa, il massiccio volume bianco della casa padronale decorato da eleganti e slanciate finestre ed alleggerito da una lunga loggia ricamata da una balaustra di agili anfore, la chiesetta raccolta ai piedi del monte. A destra e sinistra, le casette dei contadini, dai muri screpolati e dai tetti di coppi neri. A Luciano la villa parve bella, con le ali dispiegate in volo, come un gabbiano del suo mare lontano.
“Bene!” disse Luciano. “Inoltriamoci nel mondo dei particolari.”
Rifece il viale, non senza farsi distrarre da tanti voli radenti di uccellini nelle siepi e fruscii d’acqua agitata da splendidi lucci nei fossi laterali.
Passò davanti al portico della barchessa, guardando l’attrezzatura contadina
lì riposta: carri, trattori, pompa per l’irrigazione, vecchi mobili, barili,
mucchi di paglia, fienile ricolmo.
Davanti la casa padronale, nel centro della corte, c’era un pozzo sigillato con una porta pesante di ferro.
Una serie di gradini in discesa portavano a una fontana che sembrava una facciata di una chiesetta, con tante pietre lavorate e abbondantemente rivestite di muschio splendente. Luciano sentì la mano istintivamente attratta da una voglia di accarezzare quel verde vellutato.
“Qui il muschio ha trovato il suo habitat ideale!” pensò, mentre i suoi occhi si posavano su una serie di conchiglie scolpite nelle pietre e disposte nelle più varie posizioni.
Risalì la gradinata avviandosi verso la chiesetta per controllare la grandezza della conchiglia.
Stava in piedi sul timpano, rivolta con la parte concava verso Luciano, maestosa nel suo slancio e simpatica nella sua rotondità. Appoggiandosi al portone chiuso, Luciano cercò di sbirciare dal grosso buco della serratura. Vide solo l’altare, fatto di marmo bianco e rosa, un dipinto assai scuro, due porticine laterali che nascondevano l’abside.
“Che guardi?”
Luciano sobbalzò. Il grugnito gli era giunto alle spalle. Si girò e si trovò di fronte un omaccio nero, brutto, orbo di un occhio, barba da tre giorni, masticante orrido tabacco.
“Sei il signorino arrivato ieri sera? Non pensare di entrare lì dentro: può cadere tutto da un momento all’altro.” Sputò in modo ripugnante e con un’occhiata tagliente si allontanò, lasciando Luciano senza respiro.
Si avviò verso casa, passando tra le case dei contadini, ma un’altra figura lo inquietò: un vecchio smilzo e strabico lo osservava mentre fingeva di impagliare una sedia davanti casa.
Facendo
finta di niente Luciano proseguì.