CAPITOLO III
Giunto alla soglia di casa Luciano vide al centro
della corte tre ragazzi seduti sulle loro
biciclette, immobili, che lo fissavano.
“Tu sei il nuovo arrivato? Ciao!” disse quello un
po’ più tondo. Aveva capelli neri e occhi piccoli, quasi a mandorla.
“Ciao. Ciao a tutti. Io sono Luciano. Voi come vi
chiamate?”
“Io sono Alberto, lui è Raffaele” rispose il Tondo,
indicando quello alla sua sinistra, un po’ basso e pensieroso, che scrutava
Luciano con uno sguardo indagatore. “Lui è Diego,” continuò indicando quello
alla sua destra. L’ultimo era vestito in modo bizzarro: jeans, maglietta,
scarpe e cappello con frontino erano neri.
“Ciao!” disse il primo, un po’ imbarazzato.
“Hallo!” biascicò il secondo allegramente.
“Ciao!” rispose Luciano sorridendo a quelli che
stavano per diventare i suoi nuovi amici.
“Noi siamo i ragazzi della contrada” disse Raffaele,
“e quelle laggiù, che stanno spiando dal portico, sono Laura e Giada.”
Luciano alzò gli occhi nella direzione del portico,
appena in tempo per vedere due macchie di colore eclissarsi.
“Sono contento di trovare compagni di gioco in
questo posto” disse Luciano.
“Magari fossimo gli unici...” aggiunse Alberto.
“Purtroppo c’è anche Adriano, un tipaccio che dà sempre fastidio a tutti. Eccolo,
sta arrivando.”
In quel momento si sentì lo strepito di un motorino.
Luciano fissò il fondo della corte e vide un metallaro sfrecciare verso di
loro in una nuvola di fumo e di polvere. Con una frenata acrobatica si arrestò
davanti ai quattro. Tenendo il motore su di giri squadrò dall’alto in basso
Luciano, gettò là un ciao e ripartì con il suo cavallo rombante.
“Si chiama Adriano, ha due o tre anni più di noi, si
dà un sacco di arie ed è un prepotente. Sta’ lontano da lui” disse Raffaele.
“Allora in questa valle siamo solo in cinque
ragazzi?” chiese Luciano.
“Sì; poi ci sono anche le due ragazze, tre con tua sorella: ma credo che ci saranno di poco aiuto per i giochi” disse Diego.
“Ma ora vieni, ti portiamo alla nostra base, La Quercia della Lucertola Bianca.”