La storia è racconto attraverso i libri

I testi che accompagnano la presentazione sono in genere quelli diffusi dall'editore, dalla libreria o da critici che vengono indicati

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BRUNO VESPA
VINCITORI E VINTI
 

 

Quali sono i retroscena inediti della storia dei sette fratelli Cervi ammazzati dai fascisti e dei sette fratelli Govoni ammazzati dai partigiani comunisti? Quanti sanno che in Italia, dopo il 25 aprile, furono uccisi dai partigiani 150 sacerdoti e 30.000 fascisti? Perché quasi tutti questi omicidi restarono impuniti? Perché gli stessi figli e parenti delle vittime ne ignorano tuttora alcuni dettagli? Perché il governo italiano decise fin dal 1945 di insabbiare le carte che avrebbero potuto far processare i criminali nazisti responsabili di molti eccidi? Perché la Procura militare di Padova ha riaperto tanti fascicoli sui massacri di militari fascisti? E perché, oggi, D'Alema sostiene che sarebbe stato meglio processare Mussolini?.

 

 

 

Luzzatto sui fatti di Via Rasella

 

Le polemiche

Sergio Luzzatto …. Bruno Vespa ha voluto aggiungere al proprio un secondo mestiere: si è messo in testa di parlare agli italiani da storico. E a giudicare dai numeri delle vendite, in molti gli hanno riconosciuto le carte in regola per farlo. La bandella di copertina dell’ultima fatica di Vespa è altrettanto parlante del suo titolo. In poche decine di righe, è dato a qualsiasi lettore raziocinante di sospettare non soltanto la penosa inconsistenza storiografica di Vincitori e vinti, ma anche la sua insidiosa valenza ideologica. L’inconsistenza storiografica: la bandella vanta come «poderosa» la documentazione su cui il libro sarebbe fondato; dietro verifica, si scopre come questa non consista in una fonte d’archivio che sia una, bensì in un centinaio di volumi indifferentemente di storia o di memoria, autorevoli o improbabili, di qualità o di paccottiglia. La valenza ideologica: fin dalla prima riga, la bandella propone la tesi pelosamente buonista secondo cui l’«odio è un fiume carsico»; cioè propina la bufala – di matrice berlusconiana – di una storia dell’Italia contemporanea come guerra civile permanente, dal fascismo alla Resistenza e dalla Resistenza ai giorni nostri. Quanto al sottotitolo del volume, Le stagioni dell’odio dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi, sfonda le porte del cattivo gusto per suggerire che la legislazione antiebraica del 1938 e l’attuale lotta politica della sinistra contro la destra facciano parte di un’unica vicenda, la storia degli italiani che odiano altri italiani. Non si rischia granché a prevedere che il destino dell’ultimo capolavoro somiglierà a quello dei volumi che l’hanno preceduto, nella collana Mondadori intitolata nientepopodimeno che «I libri di Bruno Vespa». Dopo avere scalato le classifiche dei titoli più venduti alla vigilia del Natale, Vincitori e vinti finirà rapidamente dimenticato, inscaffalato, inutile: dall’Epifania in poi, a nessun recensore (e probabilmente a nessun lettore) verrà più in mente di interrogarsi sul suo contenuto. Quanto agli storici di mestiere, ormai abituati a operazioni di uso pubblico del passato del genere di quelle care a Bruno Vespa o a Giampaolo Pansa – la guerra di liberazione come una carneficina altrettanto sanguinolenta che gratuita; gli eccidi perpetrati dai neri ampiamente compensati da quelli perpetrati dai rossi; il delitto Gentile contro il delitto Rosselli, i fratelli Govoni contro i fratelli Cervi, il «triangolo della morte» emiliano contro la Resistenza sulle montagne, eccetera –, pochi fra loro avranno il coraggio di prendere in mano Vincitori e vinti e di guardarci dentro, magari per riflettere intorno ai guasti morali e civili di una storia raccontata dai dilettanti.
A partire dall’inverno 2006, nessuno più si ricorderà di quanto pure era sembrato, nell’autunno 2005, così importante da meritare al libro di Vespa «in uscita» i lanci delle agenzie e i titoloni dei giornali. Né qualcuno si prenderà la pena di denunciare il malcostume culturale di un paese dove le vicende della nostra storia contemporanea, anche le più delicate, vengono trattate con la leggerezza dello scoop ferragostano di un rotocalco popolare. Un paese dove tutti, ma proprio tutti gli opinion-makers – i giornalisti bravi come gli scarsi, i politici progressisti come i reazionari, gli intellettuali a ricarica come quelli a gettone – si sentono in diritto e quasi in dovere di commentare le «anticipazioni» su quello che Berlusconi ha detto a Vespa sui caduti di Nassiriya, o su quello che D’Alema ha detto a Vespa su piazzale Loreto… Un paese cioè dove non solo gli ignoranti, ma anche i colti riconoscono al giornalista Bruno Vespa le carte in regola per esercitare il suo nuovo mestiere, a cui nulla lo ha preparato e in cui è totalmente incapace: il mestiere di storico. …

     

 ….. Nella sua Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi, (ma anche in Vincitori e Vinti) il giornalista ha rimproverato al partigiano di «non essersi consegnato» dopo l’attentato di via Rasella, «nonostante l’avvertimento scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco», che minacciavano una durissima rappresaglia. Bentivegna ha buon gioco nel replicare a Vespa che quella dei manifesti affissi dai tedeschi è un’autentica leggenda, smentita sia da varie sentenze processuali, sia da un libro di storia particolarmente serio e autorevole. Scritto da Alessandro Portelli e pubblicato dall’editore Donzelli nel 1999, fin dal suo titolo – L’ordine è già stato eseguito – questo libro si era proposto di dimostrare, fra l’altro, l’inesistenza di qualsiasi annuncio della rappresaglia da parte germanica. Da subito dopo la sua uscita, il volume di Portelli era stato accolto dalla critica come lo studio più importante che mai fosse stato scritto su via Rasella e sulle Fosse Ardeatine. Dei suoi meriti si erano accorti in molti, anche al di fuori della cerchia ristretta degli storici: compresi i giurati del premio Viareggio, che quell’anno gli avevano attribuito il massimo riconoscimento nella sezione della saggistica. Niente da fare: nell’anno di grazia 2004, un imperterrito Bruno Vespa ha potuto scrivere la sua paginetta sull’attentato del 23 marzo senza neppure accorgersi che la favola dei manifesti tedeschi era ormai altrettanto credibile che la favola della Befana nel camino. Come altri lettori, Bentivegna ha avuto ragione di trovare «splendido» il libro di Portelli anche perché questo si fonda sopra un uso esemplare delle cosiddette fonti orali. Per scrivere L’ordine è già stato eseguito, l’autore ha intervistato varie centinaia di romani (d’origine o d’adozione): protagonisti e comprimari, sopravvissuti e discendenti del dramma uno e bino di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Ne è nato un libro corale, che racconta – con i concreti svolgimenti della storia – gli obliqui percorsi della memoria. E ne è riecheggiato un coro dissonante, poiché le memorie di un medesimo passato sono sempre plurali: oltre mezzo secolo dopo, ci sono quasi altrettante vie Rasella che persone in grado di ricordarsene… Travestendosi da storico, Bruno Vespa non ha ritenuto opportuno né di leggere Portelli, né di impratichirsi con la metodologia delle fonti orali. La sua gola profonda per ricostruire il passato è quella di un unico romano, ma d’eccellenza: Giulio Andreotti. È davvero stupefacente la nonchalance con cui Vespa ha potuto sostenere che il giudizio di un Alcide De Gasperi sull’attentato di via Rasella «fu negativo», perché… così gli ha detto Andreotti. Quest’ultimo gli ha spiegato anche come l’attentato venne compiuto «contro il parere del Cln, che non aveva autorizzato azioni militari contro gli occupanti»: dixit un ex presidente del Consiglio, e il principe dei giornalisti nostrani ha creduto necessario di prenderlo alla lettera. Così, Bentivegna non fatica a sbugiardare Vespa con argomenti talmente cogenti da apparire imbarazzanti per la loro ovvietà. In cuor suo De Gasperi giudicò severamente l’azione di via Rasella? Forse, commenta oggi il partigiano che nel 1944, travestito da netturbino, aveva innescato l’ordigno mortale. Ma allora perché, nel 1950, proprio De Gasperi insignì Rosario Bentivegna (e il suo comandante nei Gap romani, Franco Calamandrei) di una medaglia d’argento al valor militare, «particolarmente» per quanto da loro compiuto «nell’Urbe» il 23 marzo 1944? Il Comitato di liberazione nazionale vietò qualsiasi azione militare contro gli occupanti tedeschi? Ma dove, ma come, ma quando?, chiede Bentivegna a Vespa. E gli ricorda un comunicato del Cln datato 28 marzo, nel quale l’operazione di via Rasella fu rivendicata come un «atto di guerra» di «patrioti italiani».
Altre volte, le repliche di Bentivegna agli strafalcioni storiografici di Vespa non riescono così trionfanti da apparire quasi banali; al contrario, rappresentano un contributo originale a una riflessione la più seria possibile intorno all’uso pubblico di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Tale appare il ragionamento dell’ex partigiano sopra una questione terminologica rispetto alla quale – d’altronde – sarebbe ingiusto muovere rimprovero al solo Bruno Vespa: l’abitudine invalsa di definire «rappresaglie» certe stragi perpetrate dai nazifascisti nel 1944, a Roma o a Marzabotto, a Civitella in Val di Chiana o a Sant’Anna di Stazzema. Come se davvero, per qualificare tali eventi, non esistessero altre parole che quelle tratte dal vocabolario dei carnefici. E come se impiegare la terminologia degli aguzzini non rischiasse di legittimarne la logica, suggerendo l’esistenza di una correlazione diretta fra l’attentato quale causa efficiente e l’eccidio quale risposta necessaria. «Rappresaglia» non è tuttavia il più fuorviante fra i termini comunemente utilizzati – anche qui, da Vespa come da altri – in riferimento ai caduti delle Fosse Ardeatine. Il vocabolo che bisognerebbe maneggiare con un massimo di cautela, riguardo ai 335 uomini prelevati dai tedeschi a Regina Coeli e in via Tasso e assassinati con un colpo alla nuca presso una cava di pozzolana, è all’apparenza il più innocente e il più solidale: è il termine «vittime». Parola per eccellenza, mot-fétiche di questa nostra età grondante di un pietismo moralmente indifferenziato quanto politicamente untuoso. Mentre bisognerebbe pur dire che i 335 caduti delle Fosse Ardeatine non erano vittime nell’accezione generica della parola: agnelli sacrificali immolati a una divinità. A parte gli ebrei incarcerati per la mera loro condizione di israeliti, quegli uomini erano dei combattenti, che il 24 marzo si trovavano nelle prigioni di Roma in quanto nemici dell’occupante nazista e del collaboratore saloino
* (di Salò). Dunque, erano resistenti: cioè appartenevano allo stesso genere di Rosario Bentivegna. Sicché occorre tutto il buonismo – zuccheroso quanto ipocrita – del Bruno Vespa di turno, per intenerirsi sulla sorte delle 335 vittime innocenti, dando addosso a presunti colpevoli come Bentivegna: i quali altro non erano che i loro compagni di lotta, e avrebbero ben potuto trovarsi al loro posto. (* ndr: fra questi c'era il Col. Cordero di Montezemolo e la sua  azione partigiana di Roma sul quale a dire la verità i partigiani sputarono sopra, e lo fanno ancora adesso siti di sinistra. vedi schede "Resistenza" e "Pizzoni" nei Personaggi )

Scheda Anpi Irma Bandiera: Nata a Bologna l’8/4/1915, fucilata al Meloncello di Bologna il 14 agosto 1944, Oro al V.M. alla memoria. Di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa, il suo amore per la libertà la spinse a schierarsi contro gli oppressori. Staffetta nella 7a G.A.P., divenne presto un’audace combattente, pronta alle azioni più rischiose. Fu catturata dai nazifascisti, a conclusione di uno scontro a fuoco, mentre si apprestava a rientrare a casa, dopo aver trasportato armi nella base della sua formazione. Con sé Irma aveva anche dei documenti compromettenti e per 6 giorni i fascisti la seviziarono, senza riuscire a farle confessare i nomi dei suoi compagni. L’ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: "Lì ci sono i tuoi – le dissero – non li vedrai più, se non parli", ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e poi la trasportarono ai piedi della collina di San Luca, dove le scaricarono addosso i loro mitra. 

 

Teresa Vergalli ved. Truffi passi da http://www.anpi.it/patria_2006/02/21-24_VERGALLI.pdf . Patria Indipendente febbraio 2006 pag. 23 - Sono stata, il 29 novembre 2005, alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa nel lussuoso..

(Teresa Vergalli scriverà poi su la "Patria Indipendente" 19 marzo 2006 pag. 30 che è ora che in Italia si ricostituisca un nuovo CLN, per fare fronte unico contro i rigurgiti pericolosi del neofascismo odierno. ndr: sarebbero tempi duri per quelli come D'Alema e Bertinotti che deprecano l'uccisione di Mussolini ).

.... Anche questo libro, come gli ultimi due di Gianpaolo Pansa, rientra palesemente in un disegno politico a cui occorre, secondo me, rispondere sul piano politico. Si pretende di far credere che si tratta di una operazione di verità, quando in effetti si vuole mettere sullo stesso piano fatti e valori antitetici, che non possono e non debbono essere parificati. Mi ha molto addolorato vedere poco avanti a me l’amico e compagno della nostra giovinezza militante, l’Otello Montanari, il partigiano, ma anche l’ex segretario della federazione comunista che è stato uno degli oratori più commossi al funerale di mio marito Claudio Truffi a Reggio Emilia, nei primi giorni di aprile 1986. Siamo tutti invecchiati, ma l’affetto resta. Eppure non ho voluto avvicinarlo nemmeno alla fine, perché non sarei stata capace di trovare una qualsiasi frase di circostanza. Ero troppo addolorata nel vedere come l’astuto sornione e insinuante Vespa, si è servito di Otello, strumentalizzandolo, per iniziare subito lo spettacolo con un bel colpo di teatro. …..Senza radici storiche la politica è effimera. Lo stesso Fini è un esempio, perché ha dovuto fare i conti proprio con la storia. Casini è d’accordo con questo libro, che dovrebbe indurre la sinistra a verificare oggi gli eventi del dopoguerra alla luce dei processi di trasformazione nel socialismo europeo. «Il triangolo rosso e gli altri avvenimenti del dopoguerra sono episodi a lungo omessi dalla storia ufficiale di questo paese a causa del doppio "pesismo" storico politico che c’è stato nel nostro paese e di cui la sinistra ha fatto tardivamente chiarezza. Il parallelo tra fratelli Cervi e fratelli Govoni, che Vespa riporta nel suo libro, è emblematico». Fa poi uno strano ragionamento. Dice di aver assunto la carica di Presidente della Camera riconoscendo nella Resistenza il valore fondante della Repubblica. E aggiunge (Casini): «Molti che ci propongono una ricostruzione storica in realtà non la vogliono secondo criteri di equità, vogliono sovvertire le basi costitutive oggettive della storia italiana. Allora questo è un processo diverso, non è un processo di ricostruzione storica. Chi riconosce i valori della Resistenza deve prendere atto degli aspetti degenerativi che, specie in Emilia, ci sono stati, per arrivare alla condivisione della memoria». (Dal dibattito), tocca poi a Bertinotti, invitato a discutere del simbolo della falce e martello. La condivisione della memoria, secondo Bertinotti non è necessaria, mentre è necessaria la convivenza, il patto di convivenza che scaturisce dal confronto. Sugli episodi più caldi si arriva a parlare di pietas. Della pietas devono essere fatti segno sia i sette fratelli Cervi che i sette fratelli Govoni. Ma dal punto di vista della storia non è vero che è la stessa storia. «Non è vero perché io non credo che le parole di papà Cervi – dopo un raccolto ne viene un altro – potrebbe essere fatta altrimenti se non fosse fondata sulla grande epopea che è quella della liberazione. Non mi convince la definizione di guerra civile, perché c’è l’occupazione da combattere, ma c’è anche un desiderio di cambiamento profondo della società. Perciò i padri costituenti hanno inserito il divieto di ricostituzione del partito fascista»……(sempre dal dibattito) - "Mi devi spiegare perché vengono ammazzati i sette fratelli Govoni di cui due soltanto fascisti, rilasciati dagli alleati perché incolpevoli, e gli altri non c’entravano niente. Perché, in nome di chi?» … Dopo voci sovrapposte incomprensibili, Vespa dice che ha faticato a trovare le tombe dei Govoni.

Attori o non attori? ... Bertinotti scandisce «Come vittime i 7 Cervi e i 7 Govoni, per me sono uguali; come vittime! La differenza consiste che i primi hanno costruito la Repubblica italiana e perciò vanno onorati non come morti, ma come attori di quel cambiamento. Gli altri non hanno fatto niente, sono vittime, ma non come attori della storia. Ci sarà pure una differenza, o no?» …

(ndr: Teorema Bertinotti: se alla fine della guerra tutti quelli che non avevano fatto nulla dovevano essere ammazzati, la lista si allunga)

Ritorna Violante con una interessante riflessione sulla diversità tra la Resistenza in montagna e la Resistenza in città. Dopo il 25 aprile c’era una componente che voleva continuare a fare pulizia, era piccola; poi c’era l’altra con Togliatti che diceva "smettetela". Era un pezzo, non il PCI, poi emarginato, minoritario. L’equiparazione non è possibile, come non è possibile la condivisione della memoria storica, ma bisogna trovare una identità nazionale per superare la frattura della memoria diversa. Non credo ci sia niente di nuovo che non si sapesse o non fosse stato scritto ed anche condannato. Sì vuol far credere che solo adesso, meritoriamente, questa verità venga rivelata grazie ai valenti Bruno Vespa o Gianpaolo Pansa. Tutti i protagonisti sono strumentalizzati. Montanari diventa l’alibi, la bandiera, la prova, la conferma, la vittima di quelli che, secondo Berlusconi, rimangono i comunisti di sempre. I fratelli Cervi diventano lo strumento, il pretesto, il contraltare, per mettere in luce i poveri “innocenti” fratelli Govoni. Che pure qualche colpa la dovevano avere, se due di loro sono ritenuti i carnefici di Irma Bandiera a Bologna. Analisi storica del clima di quel momento, degli episodi della controparte, delle torture in guerra e delle prepotenze, nonché dei delitti fascisti del dopoguerra, non ve n’è traccia.

Ma visto con quanto clamore tutte queste persone invocano i Govoni, Carneade chi erano costoro ? Vedi profilo in - Schede - Seconda guerra mondiale. http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/govoni.htm

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