LA GUERRA  

E IL CINEMA

Le rose del deserto

di Mario Monicelli


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Regia Mario Monicelli
Soggetto: Mario Tobino
Sceneggiatura: Mario Monicelli, Alessandro Bencivenni, Domenico Saverni
Fotografia: Saverio Guarna

Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Daniela Ciancio

Prodotto da: Mauro Berardi per Luna Rossa Cinematografica

Distribuzione MIKADO

 

Interpreti

Alessandro Haber
Giorgio Pasotti
Michele Placido

TRAMA

Una sezione sanitaria dell'esercito italiano si accampa nell'estate del 1940 a Sorman, una sperduta oasi nel deserto della Libia. La guerra lì appare assai lontana e il maggiore comandante passa il tempo a scrivere appassionate lettere d'amore alla sua giovane moglie Lucia. Nel campo c'è un'aria rilassata finché un frate italiano che vive sul posto non coinvolge i militari nel soccorso della popolazione locale che ha molto bisogno di cure mediche. Si sparge ben presto la voce della loro capacità e disponibilità per cui la spedizione militare sembra trasformarsi in una missione umanitaria. La situazione della guerra nell'Africa settentrionale però a un certo punto cambia bruscamente. La corsa vittoriosa verso l'Egitto delle truppe comandate dal generale Graziani viene arrestata dagli inglesi e si trasforma in una fuga precipitosa. Il campo di Sorman viene invaso prima dai soldati in fuga poi dai feriti. Quando le sorti degli italiani stanno per precipitare arrivano in soccorso i tedeschi ma poi tutto precipita di nuovo e il campo deve essere abbandonato. L'avanti e indietro nel deserto caratterizza infatti la parte finale del Film. Nell'ultime scene, proprio in una di queste ritirate strategiche, il maggiore si accorge di aver dimenticato nella tenda le lettere della moglie e torna indietro per recuperarle ma viene ucciso da un predone. http://it.movies.yahoo.com/5/0/46750.html 

locandine e immagini se presenti sono tratte da 

 http://film.spettacolo.virgilio.it/cinema/scheda.php?film=14318

QUESTO FILM HA OTTENUTO DALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI - DIPARTIMENTO DELLO SPETTACOLO - IL RICONOSCIMENTO DI FILM DI "INTERESSE CULTURALE NAZIONALE". Nove sono stati i film approvati e finanziati, dalla Sottocommissione Cinema del Ministero per i Beni e le Attività culturali, nella seduta del 28 febbraio, dopo l’approvazione della legge sul cinema del 22 gennaio 2004 n. 28, fra questi "le Rose del Deserto"

PRIMA DEL FILM

«Le rose del deserto» sono la seconda trasposizione, si spera più felice della prima del «Scemo di guerra” di Dino Risi, tratto dal romanzo di Mario Tobino «Il deserto della Libia» «Compatibilmente con la mia età mi sento pronto a girare subito, ma le riprese inizieranno verso la fine del 2005 per ragioni climatiche e organizzative» spiega Monicelli alla vigilia dei sopralluoghi africani per il nuovo film da lui sceneggiato con Alessandro Bencivenni e Domenico Saverni. «Sceglierò gli ambienti in Marocco, in Tunisia e in Libia, un paese che conosco bene perché nel 1938 avevo girato lì come assistente alla regia di Augusto Genina "Squadrone bianco". "Il deserto della Libia" è una mia fissazione personale. In questo romanzo-diario Tobino rievocava la sua esperienza di guerra nel deserto fino all’arrivo di Rommel. Il libro mi affascinava per il suo paesaggio misterioso, i rapporti infidi con gli arabi, ma soprattutto per le sue qualità letterarie.... Al centro della storia c’è un’unità sanitaria italiana lasciata all'avventura, "sballottata" qua e là con la sensazione di abbandono, ozio ed inutilità»
«Le rose del deserto» potrebbe essere considerato l’ideale seguito del suo celebre «La Grande guerra»?.
«In parte, in quel film Vittorio Gassman e Alberto Sordi erano poveracci sradicati, mandati a morire in una guerra di trincea » spiega Monicelli «mentre qui i giovani sono fiduciosi e non depressi, volontari (dal film non traspare, escludendo gli ufficiali, tutta questa volontarietà, assente perfino nelle camicie nere, volontarie per tradizione. L'unico volontario per definizione è il Prete che a ben vedere è l'unico fascista che porta il suo credo ai selvaggi) che vanno nel deserto decisi e convinti: le premesse erano di averla vinta subito per diventare padroni del Mediterraneo, perché Mussolini voleva l'Impero e tutti erano convinti dalla propaganda fascista che si trattasse del breve tratto finale di una guerra ormai vinta. Ma si andava a costruire l'Impero proprio nel momento in cui tutti gli imperi coloniali franavano»

Mario Tobino - Il Deserto della Libia

“La natura aveva invincibile dominio. Ogni soldato, dentro e fuori l’assedio, nella sua tenda, nella sua buca. Uscivano poi con gli occhi cerchiati. La fantasia in quel deserto, sotto quell’immobile fuoco, dentro l’umido fumo della tenda, sradicava tutti gli ormeggi; l’uomo era vivo per quella, non aveva affetti, parvenze di ricordi, non futuro, né vittoria o sconfitta; viveva la fantasia; si muovevano dentro le tende immagini delittuose e sensuali, cosce lucide e sudate, teste tagliate, quasi immobili danze, cavalli che alzavano la pancia bestiale, seni strappati, un momento prima candidi; giovanette” Gli eventi differenti narrati sembrano essere stati scelti a caso, appaiono privi di significato e senza una direzione definita: le frasi di Tobino sono come pensieri di parole o poesia in prosa. In Tobino il discorso sembra spezzettato e ciò lo aiuta ad enfatizzare, in brevi frasi, la tensione lirica come fosse una rapsodia, dandogli il tempo per concentrarsi sulla realtà: “Mancò la libertà. Fu impossibile amare. E nonostante tutto la vita era bella. Siamo soldati senza bandiera”. Il tenente Marcello, in questo, recita la parte del cantastorie. Egli si eleva rispetto agli altri nella posizione di chi sembra conoscere la verità; è il solo che possa raccontare e testimoniare che alla fine quei miserabili soldati sono stati degli eroi: “Eppure ci furono anche in Libia gli eroi, candidi, soldati, umani. Chi non abbandonò l’amico, chi morì per nulla, sapendolo. Puro gesto senza ideale, se non quello umano, gentile, nello specchio del destino che lo guardava. Senza fiamma alcuni furono eroi. Si vide anche cosa poteva dare un uomo senza patria, vilipeso, afflitto per venti anni da una bestiale tirannia, eppure rimanere ancora gentile. Quando essere davanti alla morte, sfumare l’odio, ed essere uomini che hanno un destino, e solo quello. Un nobile soldato senza bandiera; non c’è di più triste; e che una bandiera non si può fare. Eppure ci furono” ( IDL, p. 207 ). http://www.unisa.ac.za/default.asp?Cmd=ViewContent&ContentID=7282

   

CRITICA

'Le rose del deserto' è un film sbrigativo e piacevole nonché corroborato da qualche interpretazione eccellente. Conta poco, in questa sede, mettersi a disquisire sull'eredità della commedia all'italiana e sulla sua continuità attraverso i tempi: estraneo come pochi al cerimoniale critico e alle regole del cinema di nicchia, il giovane 91enne punta dritto al pubblico con lo spirito del valente artigiano sprovvisto d'ingombrante e magari indesiderato budget. (la trama) …una piccola comunità di "italiani brava gente" che, sempre malistruiti, malequipaggiati e malcomandati, cercano di sopravvivere alle follie guerresche aggrappandosi a un pragmatismo per 1/3 comico, 1/3 eroico e 1/3 imbelle. 'Le rose del deserto' funziona sino a quando il piglio monicelliano resta, appunto, stravagante, grottesco, vitalistico, bruscamente anacronistico e paradossalmente nostalgico; cala, invece, di brutto quando prevale lo script, firmato da Bencivenni & Saverni, infarcito di tiratine moralistico-attualistiche: gli sberleffi sulla democrazia da imporre con le baionette, sui tabù erotici islamici, sulla vocazione alla Gino Strada di padre Simeone o sul buffonesco cammeo del generale ultrafascista assegnato allo studioso Tatti Sanguineti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 dicembre 2006)

Gli italiani in Libia nel 1940-41 come gli americani in Iraq nel 2003? Suvvia, non scherziamo. Invece Mario Monicelli, scopertosi comunista in tarda età, sguazza nell'affondo satirico/progressista. Tanto da far dire al maggiore medico Alessandro Haber, più preso dalle lettere d'amore alla moglie che dalla guerra contro gli inglesi: «Non siamo venuti qui per opprimere, ma per portare un po' di democrazia e di benessere». Nessun ufficiale del Regio esercito avrebbe pronunciato una simile bestialità; ma Monicelli non si discute, infatti giornali e tv si sono prostrati come tappetini davanti al "venerato maestro" che firma il suo 65esimo e poco memorabile film. In realtà, l'uomo, spiritoso e cinico come pochi, ha smarrito lo sguardo del cinema. I soldi a disposizione saranno stati pochi (ma non pochissimi, visto che lo Stato vi ha messo due milioni di euro), e però il difetto sta nel manico: Le rose del deserto suona antiquato nell'impianto, nell'incedere del racconto, nel ricorso farsesco alle velocizzazioni da cartoon, nella dotazione delle comparse, nel doppiaggio dei tedeschi, nelle strizzatine d'occhio musicali a L'armata Brancaleone (ma era il 1966!). Dovevano essere rose, ma non sono fiorite. Da Ciak gennaio 2007

"Il cinema italiano dovrebbe essere in festa: esce il nuovo lavoro, fortissimamente voluto e lungamente atteso, di un grandissimo regista che in passato ci ha regalato sommi capolavori, da 'La grande guerra' a 'L'armata Brancaleone', da 'I compagni' a 'Romanzo popolare'. Vedrete che la festa non sarà unanime. (...) Il film si muove in maniera picaresca tra la folla di ufficiali e soldatini, trovando una sintesi narrativa solo nel finale, nella bellissima scena del matrimonio/funerale e nell'ovvio destino di Stucchi, troppo poeta per reggere lo stress. Film perfetto al 70%, anche a causa di vicissitudini produttive, ma amaro, beffardo e 'politicamente scorretto' al punto giusto. Da vedere." (Alberto Crespi, 'l'Unità', 1 dicembre 2006)

Ndr. Il film nasce politico perchè si finanzia con soldi di tutti, quando oggi si dice che neanche le strade statali saranno più pubbliche. La critica poi fa la sua parte sempre partendo da posizioni politiche per dare un giudizio che col film quasi sempre non ha nulla a che fare. Un Monicelli  fuori dal tempo e dai luoghi dove, a differenza della Grande Guerra ai personaggi non resta neanche l’orgoglio. E' un film antimilitarista come quello di Risi? beh, i tempi son cambiati si vede di peggio oggi in Afghanistan. Un’aria di tristezza, cinismo e sarcasmo percorre le scene staccandosi sempre più dalla reale dimensione del momento bellico. Per chiunque poi voglia dotarsi di una cartina Sorman sta al deserto libico come Mosca a  Pechino. Quando si fa riferimento al frate (che non è cappellano militare ma poi lo diventa per forza di cose) si dimentica che la poca istruzione che veniva impartita era tutta scrupolosamente laica “di regime”. Non poteva essere altrimenti in un paese mussulmano. Una figura non presente in Africa settentrionale, a differenza di altri fronti, è proprio il cappellano militare. Se c’era lo hanno visto in pochi a differenza dell’Etiopia, della Russia e dei Balcani. Il film, come qualcuno, dice è percorso da battutacce erotiche da raduno leghista: forse qualcuno le ha commissionate. Il siciliano con l'harem è più un personaggio da comiche fantozziane che da film. Monicelli che non ha fatto il militare in Africa non sa che in fatto di sesso esistevano delle direttive ben precise e un coglionazzo chiunque con le sue riprese e i messaggini da bullo "You Tube" non avrebbe potuto causare un destino da puttana alla prima bellezza araba che incontra. Per gli sfoghi il regio esercito aveva organizzato un apposito servizio. Siamo ancora lontani dai personaggi strampalati di “Mediterraneo” di cui forse Monicelli voleva ripercorrere le gesta. Unico personaggio che resterà nella memoria dello spettatore è Haber e il suo matrimonio, come il matrimonio per procura del morto.

È un film «le rose del deserto» che a saperlo leggere bene è un vero tesoro. Da Il Manifesto, 1 dicembre 2006  (il film non ha praticamente circolato nelle sale cinematografiche uscendo in videoteca dopo poco più di un mese)

 

Passi da una intervista a Mario Monicelli

Che cosa c'è del libro di Mario Tobino nel film?
Parecchio. Intanto il personaggio di Haber, quest'intellettuale spaesato, che usa come intercalare "con il bene che ti voglio". Anche il personaggio interpretato da Tatti Sanguineti è molto simile ad un generale con la fissa dei cimiteri descritto da Tobino. In questo caso, noi abbiamo sottolineato l'aspetto farsesco, perché la farsa è un genere che a me piace molto ed oggi, purtroppo, nessuno sa più fare.
Cosa ha tratto, invece, da "Guerra d'Albania" di Giancarlo Fusco?
Per il personaggio di Haber, mi sono ispirato anche al brano "Il soldato Sanna", tratto da "Guerra d'Albania" di Giancarlo Fusco: c'è un maggiore smarrito, impacciato, che scrive continuamente alla moglie, non sa come dare i comandi e si consola con un libro di Poliziano. Ho fuso queste caratteristiche con quelle del personaggio di Tobino. Scegliere Haber per interpretarlo può parere insolito, ma io lo conosco bene; si spaccia per un uomo forte, ma è un debole.
Quale personaggio le è piaciuto di più?
Il frate interpretato da Michele Placido, che è sollecito verso il prossimo ma anche sbrigativo. Il personaggio non esiste nel libro e mi sono ispirato ad un frate che ho conosciuto in Abissinia. Ho voluto Placido perché lo conosco da quando aveva venticinque anni e sapevo che era un personaggio adatto a lui; ha dei tratti che gli assomigliano, come quel modo di ammaestrare gli altri con gentilezza e umorismo. E' un prete che potrebbe essere un laico, si dedica agli altri ed è molto tollerante, anche rispetto all'Islam; è un uomo che provvede e confessa, ed è felice di aiutare il prossimo, trova così la propria gioia di vivere. In tutti i missionari c'è pure la componente dell' avventura, per questo sono belli e simpatici.

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