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-ANTENATI
1975/1995 -
-STIGMA
( O SULLE TRACCE DI MELISENDA)
-FINIBUS
TERRAE 1991
-LUCE-MITO-COLORE:-VOLI
DI FARFALLE
-ANTENATI
-
I
-
III
-
XXI
- XXII
-
XXIII
-
XXIV
-
XXV -
XXVI
-
XXVII
I
Per le strade raccoglievi fianta
di cavalli ancora calda e portavi
bisacce sulle spalle scarnite
dove pane cipolle e qualche oliva
nera erano pranzo e cena,
e sognavi tutte le notti la
Fortuna
sepolta in un campo di grano.
Al tempo degli omogeneizzati,
delle vitamine sintetiche,
del burro di pura panna, abbiamo
seppellito ancora vivo la tua
storia,
per non ricordare quant’era amaro
Il nero grasso di tabacco sulle
dita.
Siamo fuggiti al Nord, lasciando
crescere la gramigna nel tuo orto,
e la morta taranta insepolta.
III
Non rimarrà di voi memoria:
forse qualche volto tramortito
in foto tra carte dimenticate
negli angoli oscuri dei ripostigli.
qualche frase o aneddoto
che racconteranno ai figli
i nostri figli, se pure tempo
rimane
per raccontare. Già le vostre case
Si abbattono come ruderi
fatiscenti.
sorgono grandi ville nella terra
rossa fra gli ulivi fruscianti
per i vostri eredi, e tace il
traino
sull’asfalto, o si sente un
solitario
tramestio di qualcuno che si
attarda
.
Cespuglio n.7
TORNA INIZIO PAGINA
XXI
PROGRESS
Non vola più un passero per questo
cielo.
L’ultimo l’ha trafitto un
cacciatore per gioco.
Ruspe trattoti martelli pneumatici
Prodotti chimici cavi d’acciaio
Proiettili di luce.
Si, siamo in Progress!
Avremo un cielo brulicante di
antenne
E pannelli solari e solfurei
veleni.
Costruiremo il nostro geometrico
mondo
Di sentinelle d’acciaio e cemento
armato
Su questa terra di luci mannari.
Si è chiusa l’era della macchia
E degli stormi di passeracei
Che oscuravano il cielo di mio
padre
Felice di darmi la sintassi
Per partecipare a premi letterari!
XXII
I DODICI
Quando monaci
rissosi volavano
tra gli alberi e l’orizzonte
era il confine della terra, gatti
neri succhiavano latte da gonfie
mammelle di donna e spiriti
invidiosi
passeggiavano oltre la gialla luce
dell’unico fanale sulla strada.
Uomini stanchi si lavavano
in bacinelle verderame
e la notte amavano donne
nell’oscuro
silenzio con diritto di re.
Mia zia ebbe dodici figli e la cena
era un rito. Il padre tagliava
in trasparenze pane e vino e al
centro
del tavolo regnava un grande piatto
di legumi.
Bimbo non piangere
o viene il lupo cattivo,
ninna nanna, ninna nanna.
Il succo di papavero nella
bottiglia
ninna nanna, ninna nanna.
Il seno della madre sapeva di menta
ninna nanna, ninna nanna.
Dodici figli che parevano querce
ninna nanna, ninna nanna.
Lei aveva capelli neri sempre
unti d’olio d’oliva e la domenica
si mordeva le labbra a sangue.
Si pettinava sull’uscio di casa
con un pettine nero
ed aveva la testa brulicante
di pidocchi. Dormiva in una stanza
con undici fratelli
e la notte di San Giovanni rompeva
un uovo per decifrare il suo
destino.
Nella terra il suo corpo
era un ciottolo al sole
dolce al morso delle tarante.
Undici fratelli la vegliavano
perché aveva neri capelli e neri
occhi.
Quando il lupo mannaro ululava
negli ulivi e ogni suo capello nero
veniva raccolto perché il vento
non lo portasse via,
la zingara fece il malocchio al
primo figlio,
il gatto nero tagliò la strada al
secondo,
il terzo morì di vaiolo,
Mussolini mandò il quarto a morire
in Africa,
il quinto emigrò il America e
nessuno l’ha più rivisto,
il sesto lavora in Svizzera,
il settimo era un poliziotto e
l’hanno ammazzato,
l’ottavo fa il muratore,
il nono l’extasy l’ha reso
demenziale,
il decimo è un professore
e l’undicesimo un disoccupato;
e lei neri capelli neri occhi
continua a pettinarsi sull’uscio di
casa.

Cespuglio n.15
TORNA INIZIO PAGINA
ESTATE
XXIII
Nel Sud siamo
smarriti in vortici di luce
che dilania orizzonti.
Ulivi smembrati
e cicale polverizzate
Una lucertola assetata
non trova più le orme
All’ombra di un pino
dorme il silenzio.
XXIV
Una lucertola assetata
vola nel grembo di un fiore.
Siede l’ombra sotto un ulivo
e sorseggia il sonno.
Fantasmi di contadini cantano
e mietono il grano
Hanno falci lucenti
hanno occhi neri
hanno bocche nere di more.
Baciano ragazze piene
come spighe di grano maturo
E si fanno il segno della croce.
Ma un uomo è morto di notte
strozzato nel suo letto da tre nodi
di corda intorno al collo
per i suoi occhi neri di mora.
Me lo raccontano
come una favola antica
come una fascinazione
quando uomini e donne cantavano
cogliendo spighe d’oro,
si amavano come il vino
nel fuoco dei covoni
e avevano paura del malocchio.
XXV
Un segmento di lucertola
guizza sulle pietraie
nella luce che snida
il seme della vita.
Geme da ogni fessura
la terra
sotto un cielo di fosforo.
XXVI
Distendo al sole
il corpo
mutilato
e mi lascio bruciare.
Come un sasso
muto
vorrei riposare
in un oceano di luce gialla.
Ma i papaveri sanguinano.
Un diavolo zoppo insegue nei campi
nere fanciulle in calore.
Io fui generato una notte
nel delirio del Dio che danza.
XXVII
Ulivi stritolati dal vento
che soffia sul mare una musica
azzurra. Un pescatore fuma
la sua pipa all’ombra della torre
di Carlo Quinto e si gratta la
pelle
di lucertola. Se ascolti da una
conchiglia
sentirai tamburi di pelle di capra
e l’urlo di nere donne in fuga.
I Turchi uccisero una fanciulla
con cento pugnalate.
Era la mia donna.

Fantasma n.20
TORNA INIZIO PAGINA
STIGMA... -O SULLE TRACCE
DI MELISENDA
Ib
-
IIIb -
VIIb -
IXb-
XIIb -
XIVb -
XVb -
XVIb
I
In fuga fuga dietro al tuo sorriso
che apre alla vita spente pupille
e muove paralizzati arti.
Forse a noi è data la tua luce?
Mille ombre aspettano che tu torni
per sollevarsi dalle cave nebbie.
Donaci il tuo canto nella notte,
il canto di Sirena delle tue
labbra:
da rive oscure sussurri melodie
perdute per noi mutilati Ulisse!
III
Lontano un verde mare ti accarezza
Con dita di velluto
E un sole rosso brucia sabbie
ardenti.
C’è una lunga strada
Che porta fino a te
Un mare scheggiato deserto.
Navigo su una corolla
Nuovo Rudel per la mia morte.
VII
Mi guardi con occhi aguzzi di pietà
Mi accarezzi con dita di latte
Implori il disamore
Perché il sacrificio si rinnovi.
E la tua grazia mi vince
In mutevoli accordi
E sa rendermi agnello
Pronto al sacrificio.
Quanto dolore per imparare
IX
Sono un grumo di sangue
impuro
un grido, un urlo, una bestemmia,
per Dio e per
l'Uomo,
per te una vergogna.
Sullo specchio dell’acqua
il sogno muore nelle tue pupille
refrattarie e coperta dal Super-Io
imponi il castigo del mio corpo
canti le delizie del tuo ventre
perché più forte sia la sete e la
pena.
Galleggiano sulla superficie
acquosa
squame del tuo sorriso di pietra.

Fantasma n.5
TORNA INIZIO PAGINA
XII
IDOLO
Tu vieni da sacre lontananze
senza memoria e non sei scalfita,
commossa dalle mie preghiere.
Vivi, ma non sai di quale linfa.
Ti snodi sul divano, mistica anima,
Affondi la tua carne di rame
Risonante sulle coperte
D’un bianco irreale,
presenza piena totale, e mi neghi
le tue ninfe chiuse pietre di
sogno.
-
Cantami! – dice-
conscia della sua grazia.
Sotto il suo sguardo di antiche
promesse
Piego le ginocchia, poso la testa
Nel tuo grembo vasto come
l’infinito
E prego la Primitiva Vergine che
regna
Su cumuli di teschi risonanti.
-Poeta non voglio essere – grido!
Rincorro echi di allucinazioni,
vibrazioni d’amore sofferto
non so da chi o da quanti.
- Hai tu contato i sacrifici?
Ti chiedo, come potessi sentirmi,
Dirmi la ragione di un sol verso.
Tu, sazia del tuo sorriso di
Sfinge,
Chiudi nei tuoi segreti occhi
antichi riti,
mi respinge nel magma delle
finzioni
dove arde primavera di sogno
sotto un profondissimo cielo di
pulviscolo
che muta idoli in vive forme
e schegge di mare trafiggono Rudel
nel suo ultimo viaggio.
Un corpo scorticato
Giace sulla sabbia del mare e
gabbiani
Impazziti s’impiccano ai raggi del
sole.
Approdato nel tuo regno di segni
Ossificati, ti serro nelle mie nude
braccia,
nelle mie mani stanche di fantasmi;
mi chino sulla tua marmorea faccia
d’un bianco perlaceo,
ma non hanno memoria le tue labbra,
non ricordi che sempre sei vissuta,
che sempre qualcuno t’ha cercata.
XIV
(Anno del disabile 1981 )
Nel regno
delle rappresentazioni,
dei plasmati idoli e miti
della società antropofaga,
sul palcoscenico del mondo
il tuo dramma mai rappresentato
si apre in trecentosessantacinque
atti
dove tu non reciti.
Ora si apprestano a divorarti
sui loro altari.
Fanno il loro ingresso in scena
in pompamagna
arrivisti del problema
e avventurieri in cerca di gloria
sventolando astratte formule
sfrondate da sudati testi.
Ma il sogno assassino
succhia ancora il seno della madre
nuda della sua verginità di fronte
al mondo
gli occhi chini a proteggere
il figlio segnato del suo ventre.
Gli altri fanciulli lo guardano
orco della favola
ascoltata sotto il camino che
crepita
in una sera d’inverno
con il vento che s’imbuta nella
cappa
e geme in vortici di anime
infernali.
La lucerna ad olio guizza sulle
pareti
ammassi di donne accovacciate
che recitano il rosario per la sua
salvezza.
Alti stanno ancora nella campagna i
Menhir!
Offeso dalle parole non dette,
da sguardi in fuga, il figlio
per forza amato impara il disamore.
Graffia il muro di vergogna
che si erge fra lui e gli altri,
ingoia il gelo di lunghe spade,
oscuri silenzi in solitudine
dove il pensiero si attorciglia
a ricomporre il feto
il caldo placentari o
dov’è l’enigma ancestrale
del gene mutilato
frutto del serpente e della mela.
Lei, meravigliata del verbo amare
mi guarda in trasparenza,
divora senza gusto il dramma
vede e non vede nella caligine
storica:
Guardati dal diavolo!
Non è dei vivi né dei morti!
Né del re né della regina!
Ragazza mia, il dio caprone
eczema
del tuo pensiero
ti
aspetta nel suo regno dove vivrai
la
favola della Bella e la bestia
decapitata da ogni sortilegio.

Fantasma n.6
TORNA INIZIO PAGINA
XV- IL
GOLGOTA
Come Cristi in
croce esposti
sulla pubblica
piazza
con gli occhi pieni
d’orrore.
La folla inferocita
urla:
che siano tolti e
sepolti,
che non rimanga
traccia
o segno o panno;
che si lavi il
Golgota di sangue
con un diluvio,
che i legni brucino.
Maria scarnificata
si denuda il seno
e grida:
figlio figlio
figlio!
L’oriente è rosso
d’amore.
Geme il cielo grumi
di sangue.
A grappoli pendono
dagli alberi
Giuda.
Lei terrorizzata
pietrifica un urlo
di perdono
nelle pupille
dilatate
e fugge via senza
voltarsi
verso il fiume rosso
che ramifica
a dissetarsi.
Sempre sul Golgota
ci saranno tre croci
per la sua felicità.
XVI- LETTERA
A UN'AMICA
Amica mia,
il diverso,
l’emarginato
nel futuro è
inconcepibile.
Il gene manipolato
darà
l’essenza
dell’essere
in forme perfette,
in triangoli e
cerchi,
e non brillerà più
lo sperma
nel nero intrigo che
ti nasconde
a fecondare la vita
nostra
impura.
L’essere concepito
sarà
brevettato
clonato
senza errori ed
orrori
e Complessi di
Edipo.
Non temerà l’ira
divina
rotto il cordone
ombelicale.
Privo di madre e
padre
non sarà più figlio,
ma solo essenza
infinita, perfetta,
geometrica;
e forse allora
sognerà
il bianco tondo del
tuo ventre
il mio tremolante
passo umano
in ritmi e cadenze
d’infinito amore.
Da tanti anni il
diavolo mi cammina a fianco
in simbiosi
analogiche
che mi sento in
diritto di sostituirlo.
Dio, perché mi hai
cosi punita!
Singhiozza la madre
serrando al petto
l’assurdo grumo di
bellezze nude
che si appresta a
scherno dei deliri del mondo.
E’ la vergogna del
genere umano,
o il frutto divino
non riconosciuto,
inchiodato alla Sua Croce?

Fantasma n.7
TORNA INIZIO PAGINA
...
FINIBUS TERRAE
POEMETTO
IC -
IIC -
IIIC - IVC
-
VC
-
VIC -VIIC
-
VIIIC
-
IXC
-
XC
-
XIC -
XIIC -
XIIIC -
XIVC -
XVC -
XVIC -
XVIIC -
XVIIIC
-
NOTE
I
HALLEY
Aprile
è stato il mese più lucente
e
crudele. Incendiando gli spazi
siderali dopo lunghe attese
messaggera del cosmo sei giunta
fino a
noi.
Ma ora il cielo è piombo fuso
a
Chernòbyl e soffia dalla Siberia
un
vento gelido. Le rose
si
sono disseccato in un sol giorno
e
anche l’acqua nei pozzi ha sete
ha
sete l’acqua dei fiumi.
Al
Santuario di Leuca le folle
domenicali, profani pellegrini,
si
raccolgono mute davanti al mare
bianco
sudano sull’orda dei pesci
impazziti ma non sanno più pregare
né i
vivi né i morti e una nube spessa
e nera
nega loro la tua luce.
Il
marinaio, vecchio e stanco pescatore
di
anime morte, dalla barba bianca
e
lunga di secoli,
non
trova più la rotta in alto mare
sulla
bussola contaminata dallo iodio
e
gabbiani dalle ali incatramate
di
petrolio gli oscurano il cielo.
Eppure
da Oriente ti seguimmo credendo
in te.
Mostraci il tuo splendore, la notte
non
dormiamo e i nostri corpi sono stanchi.
Dal
mar Pacifico all’Indiano e nei deserti
infuocati mille occhi ti cercano nella notte.
Giotto
ti viene incontro fino al sacrificio.
Svelaci i segreti che insegue la tua rotta.
Svelaci il germe della nostra esistenza.
Svelaci il perché della vita e della morte
nostra
e forse anche tua. Noi qui scrutiamo i cieli.
Contiamo gli anni e i giorni che ci separano.
A te
tendiamo come il girasole sulle
tue
tracce, come i tre Re sui loro cammelli
impolverati. Noi qui aspettiamo un segno
che ci
illumini, un messaggio che ci porti
da
gente che di là forse ti aspetta.
Noi
qui moriamo in ogni istante e in ogni luogo
indifferenti a stragi e distruzioni,
di
tutte le brame carichi nella nostra magrezza
e dopo
il pasto abbiamo più fame di prima.
Uno
sciame d’isotopi sorvola il cielo
e
precipita sulla terra in pioggia acida.
E non
c’è albero che dia riparo
ma
solo sterili rami senza foglie
e
rocce arse e nere e senza acqua
E il
figlio di Maria ha sete
ma non
può bere latte di mammella
né
acqua di fonte.
E il
figlio di Maria ha fame
ma
nulla cresce sulle nere rocce
sulle
nere rocce della nostra follia.
Il
marinaio, vecchio e stanco pescatore
di
Sirene, dalla barba bianca
e
sporca di catrame, da uno squarcio
nella
nube tossica segue
lo
splendore della tua chioma all’orizzonte
in
fuga ormai nei cieli Australi,
il tuo
ritorno nel grembo di Oort.
Pensa
al nuovo annuncio da svelare.
Il
porto ormai non è lontano,
già
può vedere sul molo coppie di amanti
strette in un bacio salvifico.

Mediterraneo n.30
TORNA INIZIO PAGINA
II
In
attesa davanti al mare
ad
aspettare l’evento, il prodigio
che lo
salvi da una vita passata
senza
infamia e senza lode.
L’azzurro dei suoi occhi senza fine
guarda
Laura, lustra di ambra solare,
i
capelli sulla nuca annodati,
che
prende il sole distesa sulla sabbia
docile
alle sue forme.
I
glutei di bronzo rotondi e sodi
mandano bagliori di metallo infuocato.
La
trovò una notte d’agosto
a
Punta Méliso che si bagnava
nuda
nelle acque chiare e fresche
della
memoria ora infestate di alghe.
Pareva
uscita dal sonno del Tempo
o
parto del mare, come una Sirena.
Dopo
Ulisse il loro silenzio
è
pauroso, insopportabile.
Se
ritornassero a cantare ancora
su
questo mare ai naviganti erranti
se
ritornassero a cantare ancora
potremmo di nuovo morire felici.
-
-Per
piacere, Vecchio Lupo, non guardarmi così!
Non è
colpa mia se il mare avvelenato
vomita
sulla sabbia pesci morti
invece
di miti sacri.
Sarà
perché questa è l’ultima spiaggia
che
qui vengono a morire i delfini.
E di
che ti lamenti poi?
Non
sono venuta io a te dal mare?
Non
sono venuta a te dalle coste Africane
per
ballare e cantare al Nàutilus?
E
insieme a me sfileranno le Pizzicate,
le tue
Sirene nella loro ultima metamorfosi
dalla
cintula in giù tutte nude le vedrai.
Demenziale! Lo pensi veramente?
Pensi
che questo è tempo di follia,
che
questo è tempo da dimenticare?
Ma se
mai come ora mi moltiplico
in
infinite eterforme eterne!
Esteticamente vivo respiro mangio
in
sinergia proteine carboidrati e vitamine
e ciò
che un tempo non feci
faccio
oggi senza la tua parola.
Vedrai, lascerò il segno anche qui,
anche
qui i posteri mi dovranno cercare,
sui
nastri magnetici, non sui mottetti.
-
III
Come
sei splendida stasera, cara;
sei
veramente splendida!
Ma ora
non posso baciarti
con i
baci della mia bocca.
Devo
prima passare nella stanza iperbàrica,
fare
un bagno nell’ossigeno rarefatto
per
togliermi dalla pelle
tutti
i miasmi del giorno.
Poi
vedremo. Se
ne’
avrò
voglia.
Ma
sono così stanco, così stanco!
Per
tornare a casa ho attraversato
Piazza
San Babila
in una
nube di anidride carbonica
cosi
spessa che l’auto ansimava.
Un
inferno, un vero inferno!
Di
visibile non vi era che la grande bottiglia
Ramazzotti illuminata
da
potenti fasci di raggi cosmici
provenienti dal buco d’ozono.
Veramente una trovata, non trovi cara?
L’aria
era così ardente
che vi
faceva piangere tutte cosmeticamente.
Anna,
te la ricordi? Quella a cui ho rifatto
interamente i glutei consumati
li ha
persi sul ponte di Brooklyn,
e
sulle strade di Los Angeles
le
scarpe, di vera pelle
di
coccodrillo, si sono liquefatte.
Ora
dovrò rifarle anche i piedi.
Ma,
ascolti quello che dico cara?
Ascolti veramente? Abbassa il volume
per
piacere, di una ventina di decibel.
Grazie! Così va meglio. Molto meglio.
La
gente oggi era tutta un colloquio.
Facendo i conti, diceva un tassista,
ma
facendo proprio bene i conti
devo
aver filtrato
150
millirem di iodio 131,
75
di cesio 134 o
135, 10 di rutenio;
e sul
Viale Marche sono transitato
con
634 S02 e sulla via Juvara con 570 N02.
Tu che
dici cara,
che
frutto darà quest’anno il tuo susino?
E le
rose che fiori?
Ormai
non sapendo più cosa spunterà
credo
sia meglio inseminare sterpi,
forse
così avremo bambini.
Esci?
Anche questa sera esci cara?
Volevo
parlarti dell’invito
della
principessa Medea.
Questa
estate faremo una crociera
sul
suo yacht fino a Finibus Terrae
per
assistere alle danze dionisiache
delle
Tarantate.
Comunque se proprio devi uscire
indossa la maschera antismog a carboni attivi
e non
fermarti a lungo sulle strade,
i topi
potrebbero saltar fuori
e
tritare in poco tempo tutti i liposomi
con
cui ti ho rifatta.
No,
no! Non baciarmi, potresti contaminarti.
Ciao
cara, ciao.
Chi è
costei che sale dal deserto
in una
nube di fumo?
Nella
valle di Kiev
i
cedri non sono più cedri
e i
pini non sono più pini.
I
caprioli si guardano
e non
si riconoscono.
Hanno
smesso di saltellare.
Che
cos'è il nardo e la mirra
che
spalmerà sulla sua pelle
nera
come il carbonio?
Ossido
stillano le sue labbra
per
colui che viene.

Mediterraneo n.52
TORNA
INIZIO PAGINA
IV
-
Ma tu che
fai?
-
Mi chiese un giorno.
-
Scrivo
versi.
-
Gli
risposi.
-
E a
che servono?
-
-
A
niente e à nessuno.
-
-
E
quello che ho sempre pensato.
Il
canto è morto. Il loro silenzio
è la
nostra condanna.
-
-
Forse
-
dissi,
non sapendo che dire
-
cantano ancora, cantano sempre
ma non
per noi. Forse a Tienanmen,
a
Timisoara sfidando la forza col canto...
O
forse tacciono per vergogna
da
quando si stampano anche i Venerabili
gloria
dei nostri Quotidiani.
-
V
Solo
d’inverno, nel suo lungo dialogo
col
mare deserto, nel fragore dei flutti
rotolanti sulle acque dell’eterna strada
della
memoria, gli era parso spesse volte
di
sentire il loro canto stregato:
-
-
Vieni,
vieni, Vecchio Lupo di mare
si che
tu goda ascoltando la nostra voce,
la
parola mai detta e mai scritta.
-
Ma era
solo il rotolar del tuono.
Il
mito ormai taceva, non rispondeva
più
nessuno alle sue domande, solo la morte,
la
morte che correva sulle acque malate
trasportando a riva carcasse di delfini
barattoli e bottiglie vuote di messaggi.
VI
-
Da
quando le Dee sono fuggite
dalla
terra
-
mi
dice
-
inorridite
dal
potere della parola, l’uomo
abita
nella Notte dei Tempi.
Fuggendo le Dee ci hanno abbandonati
al
nostro destino senza canto
e i
Poeti, vergognandosi, parlano
solo
fra di loro e nessuno ascolta,
nessuno più si ferma nel silenzio.
Siedo
con lui sulla sabbia ardente
di
fronte al mare in ascolto, gli occhi
fissi
all’orizzonte aspettando il segno,
il
prodigio del canto, del verso
che
non odo, del verso che non trovo.
Dal
bar irrompono dal juke-box
cento
decibel potenti, vibranti.
Rimbalzano sulla strada e sulle acque
corrotte del mare e violentano l’ora
meridiana propizia alla svelamento.
-
Il
varco non può essere anche qui?
-
Chiedo.
-
Non in
quest’orda selvaggia di suoni
e di
turisti invasori persi
dietro
il loro sogno d’oblio
-
mi
dice.
-
Non in
questo totale accecamento.
-
E
m’invita nella barca a lasciare
le
magnifiche sorti e progressive.
-
Dobbiamo rendere la parola sacra.
Costringerle a tornare alla terra.
-
Continua la sua voce, ed io lo guardo
nel
sole che lo scarna e non so se abbia
cinquanta o cinquemila anni.
La
fronte ha trame di rughe profonde
come
il letto di un fiume asciutto e secco.
Sul
braccio sinistro, all’interno
ha
inciso un tatuaggio, una Sirena
azzurra che suona la lira e canta.
Lui
l’aspetta fermo nella sua fede
e se
un giorno, dai flutti e dagli scogli
un’armonia di note giungerà
al suo
orecchio sarà divina voce
non
accordo di fisici strumenti.
Mi
porta sotto il promontorio Méliso
dove
la roccia scoscesa sul mare
argina
e rompe la furia delle acque
negli
inverni tempestosi e disperde
il
vento del sud che spazza a raffiche
la
costa in ululanti e gelide schiere.
Dentro
una grotta di calcari, il sole,
rifrangendosi nelle acque violacee
irraggia un pulsar luminosissimo.
Lo
spazio è crivellato di diamanti.
Da uno
spacco nella roccia prende
oggetti bianchissimi, luccicanti
fossili umani puri e tersi nella luce
e nel
tempo in cui riposano.
-
Qui
hanno abitato le Sirene
-
dice
-
e
questo è ciò che resta di loro.
Le ha
uccise la nostra follia. Oggi
questo
ci minaccia, la nostra
follia, perché siamo folli senza saperlo.
-

Variazioni sull'infinito n.8
TORNA
INIZIO PAGINA
VII
ALLA
CORTE DEL RE
Succede a volte che il tragico
per
paura di svelarsi
indossi la maschera di Yorick,
e cosi
camuffato reciti un atto drammatico.
Il mio
destino, dice, é di amare Ofelia.
Il
pubblico ride, si diverte e applaude.
Non
ama il dramma, né la verità.
Ah
Yorick, povero Yorick
nato a
vestire re nudi
ed
essere divorato dai vermicoli!
La
luna, sempre più impoetica
da
quando se ne studiano i frammenti
nei
laboratori, nel cimitero rivela
il
teschio di Yorick nelle mani di Amleto.
E così
rosicchiato, cosi spolpato
da
ogni dramma e commedia umana
che
solo ora gli è permesso dire la verità.
C’è
una verità più vera di questa
fossa
nera e fonda
dove
cantare le proprie canzoni
per
amore di Ofelia?
VIII
CANZONE PER AMORE DI OFELIA
Per
amore di Ofelia io recito
ciò
che invece vorrei dire.
Ma
quello che vorrei dire
solo
cosi recitando può essere. detto,
altrimenti farei un dispetto
al Re
alla Regina e a Ofelia.
Per
amore di Ofelia io indosso
sempre
una maschera indecente
che mi
fa goffo e demente.
Ma
solo cosi posso restare a corte.
Se
mostrassi il mio vero volto
fuggirebbe il Re la Regina e Ofelia.
Per
amore di Ofelia io parlo
di
arguzie, banalità e ciance.
Ciò
che invece vorrei dire
è un
lungo silenzio senza fine.
Ma se
tacessi senza ragione
offenderei il Re la Regina e Ofelia.
Per
amore di Ofelia io veglio
per
lenire piaghe, affanni
e
inganni, essere triste e piangere
il
pianto e la tristezza degli altri.
Se
piangessi anche il mio pianto
fuggirebbe il Re la Regina e Ofelia.
Per
amore di Ofelia io recito
e cosi
recitando più
non so
chi sono.
scambio le parti con me stesso,
non so
se amo veramente o recitando,
ma ora
sono un teschio e posso dirlo:
il mio
triste destino é di amare Ofelia.

Variazioni sull'infinito n.11
TORNA
INIZIO PAGINA
IX
YORICK
Io,
Yorick, trastullo per le umane passioni mi sono assunto
un compito ingrato, quello di rendere la vita
sopportabile ai sudditi di questo Regno.
Dico
Regno, ma dovrei dire Mondo, se anche mio fratello
William, buffone anche lui, presta le sue cure...
Rendere sopportabile la vita denuncia lo scacco del
Creatore? Vuol dire che la vita è invivibile,
terrificante, assurda; e che meglio sarebbe non essere
nati come dirà un giorno quell’altro fratello amante di
questa luna che rivela serena ogni montagna?
Così
pare! Nascemmo al pianto.
2
Quindi
al canto. Ad Elsinore la follia era un contagio.
Io che
abitai per tanti anni dentro quelle mura, e che lottai
ogni giorno per tenerla lontana dai miei ospiti pagando
con la vita il sacrificio; io che scesi anzi tempo nei
regni sotterranei e conobbi gli spettri e le ombre della
notte, che raccolsi su di me i germi delle malattie
rendendomi folle per saturazione di finzioni fino a
smarrire la mia identità, io Yorick, non potetti
evitare il flagello che si abbatté su colpevoli e
innocenti ed ora la testa di Ofelia giace a poche spanne
di terra dal mio teschio e i vermi fanno banchetto
della tenera carne.
Mi
chiedo a cosa è valso il mio sacrificio se alla fine
resta solo il silenzio!
Ora
Ofelia giace al mio fianco corpo molle nella terra
nera.
Leggera, un soffio di vento al mattino nei chiarori
rossastri che filtravano dalle feritoie, Ofelia portava
il suo corpo radioso avvolto in candide vesti e cantava,
mentre io respingevo spettri e streghe nelle segrete del
castello da dove erano usciti la notte a banchettare sui
corpi dei dormienti.
Dolce
ancora nella memoria, quel canto, se così può esprimersi
un teschio; voce infantile ma antica più delle
montagne, calda voce d’amore per il principe Amleto.
Ed io,
Yorick, ne custodivo il segreto; vegliavo affinché la
follia bestia in agguato restasse rintanata nei recessi
delle mura.
Per
amore di Ofelia io soffrivo. Per amore di Ofelia io
vivevo e recitavo. Alla mia morte la follia ha liberato
i suoi tristi folletti, ha invaso le menti, ha preso
possesso anche di lei e del principe Amleto che non
sapeva più se era un saggio che recitasse la follia o un
folle che recitasse la saggezza.
Ora
siamo tutti qui, nella terra nera, ma la follia libera
se ne va per il mondo. Ieri ad Elsinore, oggi a
Chernòbyl, e domani chi sa dove, chi sa dove!
X
LA NAVE DEI FOLLI
Per
sfuggire alla morte,
-
dimentichi di essere già morti-
la
Nave dei Folli risalì il corso
del
Po, aprendosi la strada a fatica
fra
banchi di schiuma maleodorante
e
cumuli di macerie. E non un fiore,
non
c’era una ninfa sulle acque,
non
c’era neanche acqua su quel fiume,
né
movimento di corrente alcuno,
ma una
poltiglia gravava sul fondo
soffocando le ultime spore
e
sulle rive scheletri di alberi
neri
senza nome.
Lo
yacht della principessa Medea
-che
con la carne del fratello ucciso
si era
riplasmato il ventre -
-partì
una mattina di agosto
per un
lungo viaggio, un week-end
programmato con invitati eccellenti
e
feste a bordo e defilè. Avrebbero
risalito il Po, disceso il Rodano
fino
all’aperto mar Mediterraneo
diretti a Finibus Terrae per assistere
alla
danza delle Tarante.
Il
primo giorno si festeggiò Daniela
liftinizzata dagli occhi all’alluce.
-Noi
siamo i cacciatori d’immortalità -
disse
Asclepio, il marito, chirurgo
-
plastico
ricco
e famoso.
-
Riprenderemo il nostro
antico
splendore ora che usciti dalle tenebre
amministriamo la Luce, l’Energia.
-
-
Scalzeremo Iddio dal cielo.
-
Disse
Anfiarao.
--
E
perché?
-
disse
Negàva, il politico.
--Lasciamogli
il suo sterile cielo
e i
suoi angeli. Anche Dio qualche volta
sbaglia luogo. A noi la ricca terra
dove
ci scagliò la sua ira.
Qui la
falsità è un dono, un’arte.
Non ci
mimetizziamo sotto angeliche
spoglie, ma alla luce uccidiamo,
neghiamo la verità degli stolti
e
successo, ricchezza e potenza
sono
nostri. Oggi ognuno brama essere
più
cattivo dell’altro.
Gloria
a Dio nell’alto dei cieli!
- -Perfetta
sono io
-
cantò
Daniela
sfilando davanti a tutti sulla passerella
avvolta in trasparenti veli e chiffon.
-Perfetta, ma sterile!
-
E
perché gli immortali dovrebbero aver prole?
-
La
canzonò Medea, antica e nuova maga
della
setta degli Argonizzati,
che
negava il parto doloroso
e il
Padre e il Figlio.
Medea,
che scrutava nello specchio
il
lento lavorìo delle ore
sulla
sua pelle un tempo profumata
e
tenera, che aveva orrore
del
mutamento e della decadenza,
del
suo ventre avvizzito
e del
rancido odore della vecchiaia e della morte,
ora si
specchia nell’acqua e non sanguina,
nell’acqua si specchia e si riconosce,
perché
niente più scorre nell’acqua,
l’acqua che ha perduto la memoria,
la
grande Madre inorridita e morta
che
ancora culla il corpo di Assirto
smembrato.
-
-
Sterile si. Ma perfetta!
E di
tutti i miei gioielli m’inghirlando.
-
Ascoltate! Ascoltate!
-
Gridò
Anfiarao,
contattista di Fratellanza Cosmica.
---
Il
Fluido degli Splendenti
scende
su di noi. Ci plasma
a loro
immagine e somiglianza.
Io
sono vissuto centoquaranta volte
sempre
più Splendente.
Se
volete vi do la formula magica.
Prendete l’Uno, azzeratelo.
Sommate l’Uno al Ventuno,
estraete 44 da 22,
moltiplicate per il resto,
dividete il Tutto e
C-fos
il Gene eterno otterrete.
-
--Splendido!
-
Cantò
Flogisto, il cantante.
--
Splendido Splendente!
Non
più Estratti di Testicoli di Scimmie,
Respiro delle Vergini,
Brodo
di Tartaruga,
Sugo
di Carne di Gufo Tritato;
ma
Lunga Vita Cellulare,
Acceleratori di Vitalità,
C-fos,
Moltiplicatore Instancabile, Gene,
Gene
del mio Genio Canoro,
sotto
il promontorio Peloro
sfiderò quelle Vecchie Cornacchie
che
disperate si getteranno dalla rupe
alle
note della mia chitarra.
Splendido! Splendido Splendente!
-
Aglaia, vecchia baldracca dal seno
splendente di sebo, modella
di un
pittore che spese la sua arte
ad
inseguire le sue curve oscene;
Eufròsine, attrice dall’ampia bocca
che
sorbiva gaiamente una coppa
di
Siero Vitale sorretta su cuscini
al
silicone e Talìa intenta a tergersi
una
purulenta bava che le colava
dal
possente naso erano le ultime
tre
Grazie rimodellate da Asclepio.
A
Marsiglia Aglaia ingaggiò un gigolò
potente e bello più di Adone
a
cinque milioni al giorno,
ed ora
se lo trastullava
fra le
cosce rimodellate
marmoree al tatto e roventi al sole.
Nel
mare Mediterraneo la nave
tagliò
un banco di alghe virulenti
e
fetide estese fino all’orizzonte.
Pesci
boccheggiavano asfissiati
sul
gommoso vello. Liquami e tanfo.
Tanfo
e liquami. Desolata landa
di
spettrale biancore maculato
di
pustole. Sepolcro di correnti
vivificatrici. Agonia e morte.
Al
promontorio Circeo la grotta
della
maga un covo di trafficanti
di
droga. Napoli, squallore, fogna,
nafta
e mafia. Il mar non si commosse
alloro
passaggio e sull’arida
schiena dello sterminator Vesevo
l’umile ginestra chinò la testa.
Ormai
ne uccideva più la mafia che la vetta.
Sotto
il promontorio Peloro
Flogisto, maestoso e plastico,
celiando Orfeo toccò le corde
della
sua chitarra.
Ma non
rispose suono alcuno,
né
voce si levò nell’aria ardente
e
senza mutamento.
Non
brezza di vento increspava
le
acque, né vivida corrente
sottomarina.
Silenzio di pietra.
Silenzio di tomba.
Bianco
appiccicoso silenzio.
-
Non
abita più nessuno lassù?
-
Nessuno più vive nelle spelonche?
Gridò
Flogisto rivolto alle rocce nere,
alle
antiche nere rocce
che
tristi e solenni si ergevano
sull‘Assenza
sulla
Privazione
sulla
Cecità.
Il
sole spolpava le ultime immagini.
Tacevano le Sirene.
Taceva
Scilla e Cariddi
e
tonni e delfini e Horcynus Orca.
Poi
quel silenzio fu rotto da un colpo secco.
Uno
schianto percorse la nave da poppa a prua.
Era
scoppiato il seno destro di Aglaia
sparando nell’aria a raggiera sfere di liposomi.
Lei si
guardò con orrore la voragine apertasi
sul
petto grondante brandelli di pelle ai lati.
L’orrore transitò da sguardo a sguardo.
Era
notte sul mare. Solcavano
lo
Ionio quando un topo si insinuò
con
destrezza scheletrica nel letto
di
Aglaia. Non un grido umano
violò
la notte alta, ma dalla nave
saliva
uno squittìo omicida.
Turbe
sbucavano da ogni angolo,
da
ogni foro. Neri, ratti e striduli
sferravano morsi nell’epidermidi
autorigeneranti.

Variazioni sull'infinito n.18
TORNA
INIZIO PAGINA
XI
PERFORMANCE
Non
sono Parténope.
Non
sono Leucosìa né Ligeia
ma
appartengo alla loro stirpe
sono
una Coccodè
e ho
vinto anche un premio “Culetto d’Oro” in un convito
platonico.
Dicono
che sono una gallina
un’oca
ma ho
frequentato prestigiose scuole:
Canopo
di Alessandria
Belit-Ishtar a Babilonia
e per
finire John Casablanca.
So
cantare recitare e ballare.
É
il
mestiere che ho sempre fatto da quando fui stuprata a
dieci anni da Teseo.
Aveva
forti braccia quel Mandrake.
Gli
scivolai fra le cosce
e gli
accarezzai la barba bianca e lunga indicandogli i grandi
eroi in battaglia dalle mura di Troia.
Quello
è Agamennone il bestiale.
Poi
vedi Aiace e l’astuto Ulisse che una notte tra profumi d
‘incenso
al
ritmo dei cimbali e dei tabla
al
settimo velo mi concupì nel sangue con la testa mozza di
Giovanni.
Sulla
spiaggia di Tripoli invano attesi Rudel
partito dalla lontana Provenza con la vela e il remo a
cercar la sua morte.
Non mi
morì fra le braccia come vuole la leggenda e
quell’Arterio Sbrasone che tre volte con la bocca
tremante baciarlo mi fa.
Peri
nei flussi estremi.
Peri.
Ma se
non fosse morto sarebbe fuggito alla mia vista.
Mio
zio Fuberto
il
canonico
quel
trucido arrazzato
mandò
i suoi loschi sicari a castrare un mio drago
finché
fui costretta a rinchiudermi nel monastero di Argenteuil
dove
mi trovò quel Geronto Rabarbaro
che
per lungo digiuno parea fioco.
Miserere di me gridò
perché
gli occhi porto per fuggire intenti dove vestigia uman
la rena stampi.
Ma io
che posso farci se testi sacri e profani mi vogliono
come
strada per l’inferno o il Paradiso?
Non
posso amare nessuno sulla terra.
Sono
condannata all’infelicità e all’infedeltà perenne
a
rifugiarmi nei bordelli o nei monasteri
-
e non
è che io distingua gli uni dagli altri
-
ad
essere rapita da Re Principi e Servi
ma
soprattutto dai Poeti
che
più che come moglie mi cercano come amica
anzi
come concubina e prostituta.
O come
l’eternamente Altra
perché
se mi manifesto
se
appaio
non mi
riconoscono più
mi
ripudiano
dicono
che la luce che mi rivela mi corrompe
un
lampo e poi il buio
come
sulle strade di Parigi
-.quando
stordì col mio profumo quel Maledetto Trippato.
Ma
credete che se mi fossi fermata sarei in quel sonetto?
Sempre
in lutto dunque.
Sempre
sospesa sulla punta delle loro penne
--o
sulla punta del loro pene che è lo stesso
-
o
coperta la fronte di ghiaccioli
o
sospiro metafisico
attesa
dall’infinito
come
da questo mio Sapiens che si arrovella la sacra testa
sulle sue Sirene
e non
sa che un chirurgo-plastico mi ha rimodellato la coda in
bellissimi arti.
Altre
non è da attendere.
Quante
mutazioni.
quante
metamorfosi ho subito.
Alfin
stanca di stare dietro a tele e maglie rotte
di
risplendere per delega
ho
deciso di apparire in diretta in questa mia performance
fuggendo il Classico
il
Romantico
il
Neorfismo
e ogni
Sperimentazione e Avanguardismo
avendo
orrore di ogni genere di Arte.
Questa
estate ho trovato un posto incantevole.
Qui
pare sia passato un mio antico conoscente
che
veleggiando da Troia verso il Tevere
qui
sia approdato dedicandomi un tempio.
Terra
ancora antica dove il perenne ulivo fa ombra a spettri
di
capre e pecore che brucano le amare giade dell’insonnia.
Al
Nàutilus danzo col dio che mi possiede,
Baccante sempre errante,
bandita e venerata
Musa
corrotta e corruttrice
filatrice d’inganni.
-
Ma ora
balliamo
balliamo alla luna
alle
stelle
nostre
sorelle.

Variazioni sull'infinito n.20
TORNA
INIZIO PAGINA
XII
PIZZICATA
Rullar di tamburi
urla
fischi
grida tribali
rumor
di sonagli
rombi
acuti
sibilìi
stridor di ferri
riempivano l’aria acida della notte
in
trance
ipnotici
in
grumi di vestiti
in
frenetici ritmi
robotizzati
nel
piacere dell’annullamento
roteavano
spettrali corpi
dall’informe massa
dell’oblio
dal
grado zero
della
coscienza
staccandosi dalle luci stroboscòpiche
gli
venne incontro
disarticolandosi
dalla
vita in su
dalla
vita in giù
roteando
la
meccanica testa
acida
di sudor gocciolante
attillata nei suoi jeans
dove
un taglio alla fontana ad arte
in un
punto strategico
faceva
esplodere
nello
spazio Ludico
una
porzione di dorata carne glutea
-
Sapiens
-
disse
-
O
Sapiens mio
sono
in Nirvana in Extasy
non
m’importa proprio un kakkio
di
niente
cosi
sboccata
così
sballata
così
fracidiosa
ma
sono cosi felice di
non
essere
non
dovere
non
potere
non
volere
sono
felice di
non
sono
non
sono
no
o
Sapiens lascia
lascia
stare il tuo faticoso endecasillabo
segui
invece questo ritmo dionisiaco
del
kakkio
slam
giù
sterrata
svaccata
su
facciamoci una scopata metafisica non
ah
come sono brava anch’io a far rima
come
su
come
sempre
come
prima

Variazioni sull'infinito n.24
TORNA
INIZIO PAGINA
XIII
Mi
sballo una canna insieme a un cucador
che
viene in un bit e si addormenta ai miei piedi.
Eppure
vedendomi era tutto in EXTASY.
Cazzo
mi disse sei metafisica
e
vestiva timberland
burlington
best
company
camicia di flanella
e
moncler.
Altro
di lui non so.
Non so
neanche se c’era qualcuno
dentro
a quei vestiti con cui ho ballato al Nàutilus
dove
si riunisce la schiera degli eletti del Dio.
Però
mi ha promesso un film da protagonista:
Ad Est
dove volano le cicale
dopo
la morte delle formiche.
XIV
L’estate è finita e il mare vomita
sulla
sabbia i resti morti dei turisti
partiti per il loro inverno interminabile.
Sarà
lungo l’inverno anche da noi
e non
sappiamo se ci sarà data un’altra primavera.
Dormiremo fra le zolle della terra nera
come
germogli di vite irrorati da captan
in
compagnia di lombrichi giganteschi
in
attesa che la luce ci riveli
nella
nostra incertezza. Se avremo freddo
nessun
fuoco ci riscalderà, nessun vino.
Anche
Laura è partita col suo nuovo amante
senza
lasciare indirizzo, tanto ha detto
che
potrebbe essere in ogni luogo,
che
non c’è posto sulla terra dove lei
possa
resistere più di una stagione.
l ’ho
seguita avvinghiata alla vita del suo gagivaman
i
capelli d’oro a l’aria sparsi
ed ora
sul lungomare non passeggia più un sogno.
Deserto il Nàutilus, deserto il porto, le case, le
strade
pattumiere per cani e gatti che si disputano
la
notte lacerata dai loro latrati.
Leuca
dorme nel suo biancore di fantasma
e il
faro scova un mare butterato
come
la carcassa di un animale preistorico.
Anche
noi siamo vecchi. Troppo vecchi!
Sento
le ossa scricchiolare sotto la pelle
come
se dentro si fosse annidato un tarlo.
Ma
resisteremo, come sempre resisteremo!
Non
siamo forse i cercatori di una forma
a cui
non crediamo noi per primi?
di una
pace che inseguiamo certi che non esiste?
E non
è la prima volta
che
l’anima mia è triste fino alla morte.
Ma
siamo duri, testardi, incorruttibili.
Come
fossili avvolti nella loro eternità
ci
fortifichiamo nella bufera e nell’infamia.
Se
avevamo qualche perla l’abbiamo data ai porci
e con
la nostra carne hanno banchettato i vermi.
Ci
resta solo lo scheletro, sparse ossa,
questo
vuoto teschio dove il vento si aggira
tentando un verso, un suono, un nome.
Ho
pescato su tutti i mari della terra
e
camminato per deserti e selve selvagge.
Ho
visto santi, tiranni e disperati;
fame,
orrore, follia e stermini
e la
stupidità regnare ovunque.
Chi
potrebbe più minacciarmi o impaurirmi?
Una
seconda morte è impossibile.
XV
LA TEMPESTA
I
venti scendono minacciosi
cavalcando nere nubi. Falangi
temporalesche squarciano e sventrano
lo
spazio. Soffiando e ululando
si
avventano sul mare e sulla terra
da
opposte direzioni con la forza
di
uragani e spazzano via tutto in un turbine.
Invisibili mani gigantesche
sconvolgono le acque, le aprono fino
agli
abissi profondi; le centrifugano,
le
rovesciano tuonando
finché
non appare il verde smeraldo
e
l’azzurro dimenticato ai piedi
delle
onde vorticose rotolanti
sulla
superficie spumosa.
Nel
porto le barche vengono squassate
contro
il molo. Le reti, le nasse
le
sartie imbrigliate e inghiottite
fino
al centro della terra.
I
pescatori si lanciano grida
l’un
l’altro ciechi e sordi nella tempesta:
Uomo
in mare! Uomo in mare! Uomo in mare!

Variazioni sull'infinito n.25
TORNA
INIZIO PAGINA
XVI
Sug1i
scogli d’improvviso le vide
e le
senti. Forme incerte, nell’ora
violetta del tramonto, nei bagliori
della
tempesta, riapparse
per
sortilegio dall’acqua verde,
l’acqua che risuonò al loro canto
quando
folli naviganti si chiusero
le
orecchie, rompendo il patto d’alleanza
incatenando il canto con l’astuzia.
Le
acque tumultuose, spumeggianti
di
primitiva forza, infrangendosi
sulle
nere rocce della scogliera
stendevano nello spazio fremente
quinte
di pulviscolo biancastre.
E
risuonarono i picchi delle onde,
risuonarono gli abissi profondi
quanto
Parténope vibrò le corde
della
sua cetra e Leucosia il flauto.
Finalmente il mare gliele rendeva,
rispondeva alla sua voce stanca,
gli
dava il segno della sua potenza
il
premio della sua resistenza
e
della sua fede. Si tuffò,
si
immerse nel liquido elemento
che lo
inghiottì, emerse in docili
vortici di spuma mentre Ligeia,
chiara
voce, levò il suo canto.
XVII
CANTO DELLE SIRENE AD ULISSE
Sciogliti dall’albero che ti lega
alla
tua paura. Apri le orecchie.
Lasciati scivolare dolcemente
e
dolcemente annullati
nella
volontà dell’impotenza.
Solo
cosi potrai vedere e udire
le
Antiche Fanciulle mai nate
votate
al canto perenne
che
solo i morti possono negare.
Vieni,
sulle note della mia voce
della
mia voce che declina il tempo
il
tempo infinito della trama
che
mai si scioglie e mai si annoda.
Vieni
nell’Aperto della parola.
Sciogli i nodi che ti serrano.
Libera
i tuoi desideri.
Succhia il mio dolce capezzolo
dove
attingerai la parola sacra
la
parola che viene dal silenzio
il
silenzio che rigenera il canto.
Vieni,
dove lo spazio non si arresta
dove
il tempo sempre scorre
puoi
fermarti presso di noi a pensare.
Sciogliti dall’albero che ti lega.
Apri
le orecchie ai tuoi compagni.
L’inganno che tessete é a vostro
danno.
Non dovete fuggire il vostro
destino ma interrogano.
Sciogli i nodi. Sciogli la cera.
Libera
i sensi. Alza la vela.
Chi è
caro a Dio a noi verrà.
XVIII
METAMORFOSI
Il suo
corpo riavvolto nelle acque
placate e limpide si disarticola
e
tendini e muscoli si rifondano.
Attraversa gli stadi evolutivi
procedendo dalla parola al suono,
dal
suono al segno, dal segno al silenzio.
Le
braccia si ritraggono a pinne
pettorali avvolte da una pelle
bianca
e levigata. Una forza
potente riplasma i suoi arti inferiori
in
sintesi di muscolo codale
e il
muso lungo, a becco, che fende
l’acqua salmastra. Saetta al riverbero
della
luce a respirare e ricade,
corpo
fusiforme, nel suo elemento
primario che si apre e lo accoglie in delirio.
Con un
senso estraneo sonda i fondali.
Ode il
gorgoglio delle acque avvolgenti
la sua
pelle tesa e liscia, il guizzare
festoso dei pesci intorno, il suo canto,
voce
antica che lo chiama, lo invita
a
ritornare nei profondi silenzi.

Variazioni sull'infinito n.34
TORNA
INIZIO PAGINA
NOTE A “FINIBUS TERRAE”
FINIBUS TERRAE: S. Maria
di Leuca. Il Santuario dedicato a S. Maria di Finibus
Terrae, meta di pellegrinaggio, sorge dove un tempo
esisteva un tempio dedicato a Minerva o Atena.
I I
-
HALLEY:
-
Nel mese di aprile del
1986 sono successi due eventi significativi per il
contenuto di questo
-
componimento, il
passaggio della cometa Halley e il disastro di
Chernòbyl.
-
II- T.S.
Eliot: La terra desolata, I, i.
25 -
Vangelo S. Matteo, 2, 1.
30 -
Giotto: La sonda spaziale italiana mandata
incontro ad
Halley.
40 -
Petrarca: Canzoniere, L, 3.
43 -
Dante: Inferno, I, 49-50.
44 -
Dante: Inferno, I, 99.
62 -
Oort: Ipotesi fisica di una grande nube in cui
stazionano
le comete che sarebbero
poi disturbate da Nemesi, una stella,
che le spingerebbe verso
la terra.
II
4 -
Dante: Inferno, ‘IL 36.
13 -
Punta Méliso: Terminale del promontorio Est di
5. Maria
di Leuca.
33 -
Nàutilus: Discoteca di 5. Maria di Leuca.
36 -
Dante: Inferno, X, 33.
43 -
R. Barilli: Corso di Estetica.
III
i -
Bibbia: Cantico dei cantici, 1, 15.
5 -
Stanza iperbarica: Usata dai sommozzatori per
la decompressione.
E piena di
ossigeno rarefatto. Il personaggio la
usa per rallentare
l’invecchiamento.
12 - Piazza
5. Babila: Milano, come Viale Marche e Via Juvara dei
versi 40 e 41.
63 - Bibbia:
Cantico dei cantici, 3, 8.
65 - Kiev:
La valle di Chernòbyl.
IV
10 -
Tienanmen: Piazza di Pechino teatro
della rivolta studentesca nel maggio/giugno ‘89.
11 -
Timisoara: città, della
Romania insorta nel dicembre ‘89.
V
7 -
Omero: Odissea, Libro XII, 52.
VI
1 - M.
Heidegger: Perché i Poeti?
20 -
Montale: Le occasioni: La casa dei doganieri, 19.
26 -
Leopardi: La ginestra, 51.
VII
3 -
Yorick: Buffone, personaggio della tragedia “Amleto” di
Shakesperare. Yorick non compare direttamente nella
tragedia. Amleto parla di lui nel cimitero, atto V,
scena I, tenendo in mano il suo teschio. L ‘amore di
Yorick per ofelia è pura invenzione.
IX
Nota I - Leopardi: La sera del
dì di festa, 3-4.
Nota 2 - Leopardi: Ultimo canto di
Saffo, 48.
Nota 3 - Shakespeare: 4mleto, atto
V scena Il.
X
-
La Nave dei Folli. Il titolo è stato
ripreso da un articolo uscito sul settimanale Panorama
del2l.5.89. La Nave percorre in parte il viaggio degli
Argonauti alla ricerca del Vello d’oro. I personaggi di
questo viaggio sono tutti alla ricerca dell’Eterna
Giovinezza.
-
Medea: Personaggio della Mitologia
greca. Maga.
Aiutò Giasone a rubare il Vello d’oro e mentre
fuggiva con lui uccise il fratello Assirto per ritardare
l’inseguimento del padre.
-
Asclepio: Medico sulla nave Argo.
-
Anfiarao: Indovino sulla nave Argo.
-
Setta degli Argonizzati: Setta
spiritualistica dei nostri giorni.
-
Fratellanza Cosmica: IDEM.
-
C-fos: Alcuni scienziati hanno scoperto
che i geni del cromosoma 1~ sono i responsabili
dell’invecchiamento. Il ge-ne C-fos si blocca impedendo
la replicazione della cellula.
-
Promontorio Peloro: Punta di Faro,
estremità orien. della Sicilia a NE di Messina.
-
Vecchie Cornacchie: Le Sirene. Il luogo
dove le Sirene risiedevano non è mai stato certo: fra
l’isola di Circe e Scilla, ma anche lungo le spiagge
occidentali dell’Italia meridionale o presso il
Promontorio Peloro.
-
Promontorio Circeo: Promontorio del
Lazio.
-
Leopardi: La ginestra, 1-3.
-
Orfeo: Prese parte al viaggio degli
Argonauti.
Quando attraversarono il mare delle Sirene
cantò una melodia cos( bella che nessuno ascoltò le
Sirene.
XI
- Parténope,
Leucosia, Ligeia: Le tre Sirene.
-
Culetto d’oro: I concorsi di bellezza
erano famosi nei Con-viti antichi, in particolare in
Grecia.
e.... Più erotici sono i concorsi
in cui rivaleggiano le compagne dei commensali, le
danzatrici, le musiciste: si fanno paragoni tra loro
seni, le loro natiche, o altre parti del corpo ancora
più intime. “: da CCJ
bassifondi dell’antichità di Catherine Salles.
-
Canopo di Alessandria: Santuario della
prostituzione sacra nell’antichità.
10 -
Belit-Ishtar a Babilonia: IDEM
11 - John
Casablanca: Organizzatore di concorsi per Top Model.
21 - Jaufré
Rudel: Trovadore sec. XII, autore della Canzone “Amore
da lungi”. La Canzone è stata ripresa da G. Carducci.
22 -
Petrarca: Trionfo d’amore, 52-53.
24 - Arterio
Sbrasone: O. Carducci.
29 - Il
Canonico Fuberto: Zio di Eloisa amata da Abelardo
teologo e filosofo sec. XII.
33 - Geronto
Rabarbaro: Dante.
34/35 -
Dante, Inferno I, 63-65.
36 -
Petrarca: Canzoniere, XXXV, 3-4.
52 -
Baudelaire: I fiori del male, XCIII, 11.
54 -
Maledetto Trippato: C. Baudelaire.
59 -
Montale: Mottetti, XII, 1.
64 - Luzi:
Onore del vero: L ‘osteria, 21.
80 - V.
Bodini: Foglie di tabacco, 13-14.
XIII
18 -
Petrarca: Canzoniere, XC, 1.
19 - V.
Bodini: La luna dei Borboni, 1, 3.
34 - Vangelo
S. Marco, 14, 34.
XV
7/8 - Omero: Odissea, Libro XII,
177.
XVI
14 - Aperto:
Termine ripreso dal saggio di M. Heìdegger, “L’origine
dell’opera d’arte”.
31 - Bibbia:
Ecclesiaste, 7, 26. La citazione “E capì come la donna
è più amara della morte... chi è caro a Dio la
sfuggirà”, è stata capovolta.
Chiarimento di alcuni vocaboli usati nel
gergo
giovanile e utilizzati nel componimento XI:
-
Arrazzato -Eccitato
sessualmente.
-
Arterio -Padre,
persona adulta.
-
Bestiale -Straordinario,
eccezionale.
-
Drago -Persona
capace, in gamba. Amante.
-
Geronto -Persona
adulta, vecchia.
-
Mandrake -Eccezionale,
straordinario, come il personaggio dei fumetti.
-
Rabarbaro -Tipo chiuso e
scontroso.
-
Sbrasone -Spaccone,
smargiasso, fanfarone.
-
Trippato -Eccitante,
fantastico (da sballo).
-
Trucido -Vo/gare,
rozzo, sporco.
TORNA
INIZIO PAGINA
-LUCE-MITO-COLORE-:
-VOLI...
ARGINNIS PAPHIA -
ARGYNNIS NIOBE -
VANESSA CARDUI
-
vanessa
io
-
LIMENITIS CAMILLA
-
PARNASSIUS
APOLLO
-
DEILEPHILA DAPHNIS
NERII -
APATURA ILIA
-
POLYOMMATUS ICARUS
-
HERSE CONVOLVULI
-
DANAUS PLEXIPPUS
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ARGINNIS PAPHIA – Ninfàlide
Sospesa a un filo di seta,
leggera
Crisalide, sciogli l’ultimo
atto
Della tua metamorfosi, apri le
ali
Dorate e plani libera
nell’azzurro.
Danzare è la tua essenza, il
cielo terso
Di primavera la tua scena,
trascritti
Nel cerchio di fuoco che bella
Ninfa
Ti generò presso la sacra fonte
il Mito.
Ora nuova Tersìcore sei tornata
A intrecciare per noi fluidi
sogni,
malie, avvolta in squame
lucenti.
Giri in tondo con grazia,
disegni
nell'azzurro cielo , ma non ci
sveli
Il mistero della tua
metamorfosi.
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MITO |
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ARGYNNIS
NIOBE - Ninfàlide
Il Mito spesso è un’oscena
tragedia:
figli innocenti sterminati e donne
che gridano dolore tramutandosi
in roccia per oscuro volere.
Nelle terre della morta taranta,
arrivano sul mare dall’Oriente
folle di sognatori disperati
e Nìobe dalle ali di madreperla
che vola triste tra ulivi argentati
e sulle gialle ginestre. Qui il
Mito
tenta ancora le sue metamorfosi,
arcaico testimone di lagrime
di pietra e cimiteri marini
dove Dina è un bianco teschio
spolpato dai pesci a cento metri
dalla riva di Finibus Terrae.
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MITO |
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VANESSA CARDUI - Ninfàlide
Ninfa piena di pittura, mosaico
Di pastelli di Degas, a primavera
Riempi di voli vellutati campi,
boschi e valli, come le antiche
belle Ninfe che turbavano i sogni
di dei e mortali. Nelle foreste
ombrose della Grecia, danzavano
Dioniso in estasi, satiri lascivi
E uomini saggi che perdevano
Il senno. Tutto cambia e ritorna
Per te uguale: il cardo che ti
offre
Le sue gemme, le tue ali dagli
occhi
Lucenti, mentre io ti osservo
volare
Via lontana e sparire nella luce
E mi sento sempre più pietra fissa
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MITO |
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vanessa io - Ninfàlide
Tutti nell’attesa del tuo
risveglio,
Vanessa Io, Sacerdotessa di Era.
L’inverno è stato un lungo letargo;
ma ora la primavera rompe
i suoi sigilli, venti leggeri
soffiano nell’aria, le corolle
dei fiori si aprono all’azzurro
cristallino e riempiono la terra
di profumi e di nettare per te.
Occhi di Argo in volo svolazzi
Festosa la tua danza nuziale,
annunciando che il tempo del gelo
è finito, che nuova emolinfa
ti scorre nel cuore.
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MITO |
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LIMENITIS CAMILLA - Ninfàlide
Scolpita nella notte dalla luce
Divina che t’illumina
Di lampi blu nel nero vellutato.
Sogno fantasmatico.
Una musica elettronica
È il battito delle tue ali in
battaglia
Sui fiori di caprifoglio.
Hai la perfezione del canone
artistico,
scultura di basalto virtuale.
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MITO |
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PARNASSIUS APOLLO - Papiliònide
Vecchio Apollo corroso dal tempo,
ultimo dio della perfezione Greca,
bianco come un fantasma
plani solenne e calmo
su Delfi infestata d’erbacce.
Indosso hai i segni rossi e neri
Di tante battaglie vittoriose,
di mostri e serpenti sconfitti,
di tempeste e uragani placati.
Apollo, Dio della bellezza
E dell’’armonia classica,
Signore un tempo della lira
E del canto, l’estate è finita,
la Pizia ormai è una santona
demente, non ci sono più vergini
da inseguire, o da conquistare,
Dafne è diventata una velina,
il cielo è nero e carico di nubi
tempestose e l’autunno vicino:
è tempo di letargo.
|
MITO |
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.jpg) |
DEILEPHILA DAPHNIS NERII- Sfìngide
Vergine solare, l’ulivo, il pesco,
l’alloro ti hanno dipinta con
pennelli
di Monet un manto impressionista,
di riflessi blu, verdi e rosa.
Hai sulle ali i colori della natura
Quando schiude le sue corolle
E si offre alla meraviglia dei
sensi,
sei un
estasi poetica.
Ti libri veloce dalle sponde
dell’Asia alle terre mediterranee
per riprodurti. Solchi pianure,
oceani, monti e ovunque ti fermi,
fra gli oleandri in fiore, sui
cardi,
sui prati profumati di primavera,
testimoni che la bellezza esiste
in
frammenti lucenti di tempo,
brevi.
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MITO |
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APATURA ILIA - Apatùridi
Non toccatela o va in mille pezzi.
Si traveste di luce per
meravigliarci.
La luce l’attraversa, la illumina,
si rifrange e riflette su mille
squame,
si stempera in riverberi metallici.
Impalpabile diafana bellezza
Si rompe al tocco di crudeli dita
In miriade di cellule nello spazio,
in atomi dispersi nel vento.
Non si può afferrare senza romperla
In pulviscolo nel sole.
E’ fatta solo per essere osservata.
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MITO |
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POLYOMMATUS ICARUS - Licènide
Fatto dalla stessa trasparenza
Dei sogni, del blù più terso,
del viola più soffice.
Specchio d’infinito desiderio.
Plani sul mare liquido
di lapislazzuli pazzo di gioia
verso la fiamma che ti consuma.
Sei giovane e sfidi l’alte quote,
l’immenso cosmo, il padre Sole.
Bruciare d’amore è il tuo destino
In una sola stagione, Icaro,
L’ultimo volo, poi riposerai
Nel
suo grembo azzurro:
e tutto ciò che è stato e non è
stato
sarà solo pulviscolo di atomi,
fotoni impazziti.
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MITO |
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HERSE CONVOLVULI - Sfìngide
Fenice risorta dalle ceneri
Ogni primavera, la più veloce
sfingide,
emblema dell’eterna bellezza
che si rinnova nel tempo.
Ti guardo danzare nello spazio
E non hai età. Dal Giurassico
Sei giunta fino a noi, e domani
Ritornerai la stessa sul convolvolo
A succhiare il nettare della vita.
Muori e risorgi senza l’orrore
Del tempo che passa e minaccia
Noi mortali in preda
a metamorfosi virtuali.
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MITO |
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DANAUS
PLEXIPPUS - Danaidhe
L’estate è stata feroce,
ha bruciato ogni filo d’erba.
In autunno sei emigrata
In cerca di eucalipti e pini
più freschi, o ti sei ibernata,
lasciando un vuoto cielo
di rimpianti e tristi ricordi.
Verrano altre piogge d’oro
Dei tuoi voli luminosi,
altri raggi di sole generosi
schiuderanno nuove ninfe
per altri amanti del Mito.
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MITO |
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INIZIO PAGINA
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