Noi leggiavamo un giorno per diletto -di Lanciallotto come amor lo strinse,-soli eravamo e sanza alcun sospetto.//Per più fiate gli occhi ci sospinse,-quella lettura, e scolorocci il viso,-ma solo un punto fu quel che ci vinse.//Quando leggemmo il disiato riso-esser baciato da cotanto amante,-questi, che mai da me non fia diviso,//la  bocca mi baciò tutto tremante.-Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:quel giorno  più non vi leggemmo avante.//Mentre che l'uno spirto questo disse,-l'altro piangea; sì che di pietade-io venni men, così com'io morisse.//E caddi come corpo morto cade.

Dante-Inferno-Canto Quinto-Versi 127/142

22-11-08

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POESIA

 

   

 

-ANTENATI 1975/1995 -

-STIGMA ( O SULLE TRACCE DI MELISENDA)

-FINIBUS TERRAE 1991

-LUCE-MITO-COLORE:-VOLI DI FARFALLE

 


-ANTENATI -

I - III - XXI XXII - XXIII - XXIV - XXV - XXVI - XXVII

 

I

Per le strade raccoglievi fianta

di cavalli ancora calda e portavi

bisacce sulle spalle scarnite

dove pane cipolle e qualche oliva

nera erano pranzo e cena,

e  sognavi tutte le notti la Fortuna

sepolta in un campo di grano.

 

Al tempo degli omogeneizzati,

delle vitamine sintetiche,

del burro di pura panna, abbiamo

seppellito ancora vivo la tua storia,

per non ricordare quant’era amaro

Il nero grasso di tabacco sulle dita.

Siamo fuggiti al Nord, lasciando

crescere la gramigna nel tuo orto,

e la morta taranta insepolta.

 

 

III

 

Non rimarrà di voi memoria:

forse qualche volto tramortito

in foto tra carte dimenticate

negli angoli oscuri dei ripostigli.

qualche frase o aneddoto

che racconteranno ai figli

i nostri figli, se pure tempo rimane

per raccontare. Già le vostre case

Si abbattono come ruderi fatiscenti.

sorgono grandi ville nella terra

rossa fra gli ulivi fruscianti

per i vostri eredi, e tace il traino

sull’asfalto, o si sente un solitario

tramestio di qualcuno che si attarda

 

 

.

Cespuglio n.7

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XXI

 

PROGRESS

 

Non vola più un passero per questo cielo.

L’ultimo l’ha trafitto un cacciatore per gioco.

 

Ruspe trattoti martelli pneumatici

Prodotti chimici cavi d’acciaio

Proiettili di luce.

 

Si, siamo in Progress!

Avremo un cielo brulicante di antenne

E pannelli solari e solfurei veleni.

Costruiremo il nostro geometrico mondo

Di sentinelle d’acciaio e cemento armato

Su questa terra di luci mannari.

 

Si è chiusa l’era della macchia

E degli stormi di passeracei

Che oscuravano il cielo di mio padre

Felice di darmi la sintassi

Per partecipare a premi letterari!

 

 

 

XXII

 

I DODICI

 

Quando monaci rissosi volavano

tra gli alberi e l’orizzonte

era il confine della terra, gatti

neri succhiavano latte da gonfie

mammelle di donna e spiriti invidiosi

passeggiavano oltre la gialla luce

dell’unico fanale sulla strada.

 

Uomini stanchi si lavavano

in bacinelle verderame

e la notte amavano donne nell’oscuro

silenzio con diritto di re.

 

Mia zia ebbe dodici figli e la cena

era un rito. Il padre tagliava

in trasparenze pane e vino e al centro

del tavolo regnava un grande piatto

di legumi.

 

Bimbo non piangere

o viene il lupo cattivo,

ninna nanna, ninna nanna.

Il succo di papavero nella bottiglia

ninna nanna, ninna nanna.

Il seno della madre sapeva di menta

ninna nanna, ninna nanna.

Dodici figli che parevano querce

ninna nanna, ninna nanna.

 

Lei aveva capelli neri sempre

unti d’olio d’oliva e la domenica

si mordeva le labbra a sangue.

Si pettinava sull’uscio di casa

con un pettine nero

ed aveva la testa brulicante

di pidocchi. Dormiva in una stanza

con undici fratelli

e la notte di San Giovanni rompeva

un uovo per decifrare il suo destino.

 

Nella terra il suo corpo

era un  ciottolo al sole

dolce al morso delle  tarante.

Undici fratelli la vegliavano

perché aveva neri capelli e neri occhi.

 

Quando il lupo mannaro ululava

negli ulivi e ogni suo capello nero

veniva raccolto perché il vento

non lo portasse via,

la zingara fece il malocchio al primo figlio,

il gatto nero tagliò la strada al secondo,

il terzo morì di vaiolo,

Mussolini mandò il quarto a morire in Africa,

il quinto emigrò il America e nessuno l’ha più rivisto,

il sesto lavora in Svizzera,

il settimo era un poliziotto e l’hanno ammazzato,

l’ottavo fa il muratore,

il nono l’extasy l’ha reso demenziale,

il decimo è un professore

e l’undicesimo un disoccupato;

e lei neri capelli neri occhi

continua a pettinarsi sull’uscio di casa.

 

Cespuglio n.15

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ESTATE

 

XXIII

 

Nel Sud siamo

smarriti in vortici di luce

che dilania orizzonti.

                   

Ulivi smembrati

e cicale polverizzate

 

Una lucertola assetata

non trova più le orme

 

All’ombra di un pino

dorme il silenzio.

 

 

XXIV

Una lucertola assetata

vola nel grembo di un fiore.

 

Siede l’ombra sotto un ulivo

e sorseggia il sonno.

 

Fantasmi di contadini cantano

e mietono il grano

Hanno falci lucenti

hanno occhi neri

hanno bocche nere di more.

Baciano ragazze piene

come spighe di grano maturo

E si fanno il segno della croce.

 

Ma un uomo è morto di notte

strozzato nel suo letto da tre nodi

di corda intorno al collo

per i suoi occhi neri di mora.

Me lo raccontano

come una favola antica

come una fascinazione

quando uomini e donne cantavano

cogliendo spighe d’oro,

si amavano come il vino

nel fuoco dei covoni

e avevano paura del malocchio.

 

 

XXV

Un segmento di lucertola

guizza sulle pietraie

nella luce che snida

il seme della vita.

 

Geme da ogni fessura

la terra

sotto un cielo di fosforo.

 

 

 

XXVI

Distendo al sole il corpo

mutilato

e mi lascio bruciare.

 

Come un sasso

muto

vorrei riposare

in un oceano di luce gialla.

 

Ma i papaveri sanguinano.

 

Un diavolo zoppo insegue nei campi

nere fanciulle in calore.

 

Io fui generato una notte

nel delirio del Dio che danza.

 

 

 

XXVII

Ulivi stritolati dal vento

che soffia sul mare una musica

azzurra. Un pescatore fuma

la sua pipa all’ombra della torre

 

di Carlo Quinto e si gratta la pelle

di lucertola. Se ascolti da una conchiglia

sentirai tamburi di pelle di capra

e l’urlo di nere donne in fuga.

 

I Turchi uccisero una fanciulla

con cento pugnalate.

 

Era la mia donna.

 

Fantasma n.20

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STIGMA... -O SULLE TRACCE DI MELISENDA 

Ib - IIIb - VIIb - IXb- XIIb - XIVb - XVb - XVIb

 

I

In fuga fuga dietro al tuo sorriso

che apre alla vita spente pupille

e muove paralizzati arti.

 

Forse a noi è data la tua luce?

 

Mille ombre aspettano che tu torni

per sollevarsi dalle cave nebbie.

 

Donaci il tuo canto nella notte,

il canto di Sirena delle tue labbra:

da rive oscure sussurri melodie

perdute per noi mutilati Ulisse!

 

 

III

Lontano un verde mare ti accarezza

Con dita di velluto

E un sole rosso brucia sabbie ardenti.                           

 

C’è una lunga strada

Che porta fino a te

Un mare scheggiato deserto.

 

Navigo su una corolla

Nuovo Rudel per la mia morte.

 

 

 

 

VII

Mi guardi con occhi aguzzi di pietà

Mi accarezzi con dita di latte

Implori il disamore

Perché il sacrificio si rinnovi.

 

E la tua grazia mi vince

In mutevoli accordi

E sa rendermi agnello

Pronto al sacrificio.

 

Quanto dolore per imparare

 

 

 

IX

Sono un grumo di sangue impuro                  

un grido, un urlo, una bestemmia,

per Dio e per l'Uomo,

per te una vergogna.

 

Sullo specchio dell’acqua

il sogno muore nelle tue pupille

refrattarie e coperta dal Super-Io

imponi il castigo del mio corpo

canti le delizie del tuo ventre

perché più forte sia la sete e la pena.

 

Galleggiano sulla superficie acquosa

squame del tuo sorriso di pietra.

 

Fantasma n.5

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XII

 

IDOLO

Tu vieni da sacre lontananze

senza memoria e non sei scalfita,

commossa dalle mie preghiere.

Vivi, ma non sai di quale linfa.

Ti snodi sul divano, mistica anima,

Affondi la tua carne di rame

Risonante sulle coperte

D’un bianco irreale,

presenza piena totale, e mi neghi

le tue ninfe chiuse pietre di sogno.                            

 

-        Cantami! – dice-

conscia della sua grazia.

Sotto il suo sguardo di antiche promesse

Piego le ginocchia, poso la testa

Nel tuo grembo vasto come l’infinito

E prego la Primitiva Vergine che regna

Su cumuli di teschi risonanti.

 -Poeta non voglio essere – grido!

Rincorro echi di allucinazioni,

vibrazioni d’amore sofferto

non so da chi o da quanti.

- Hai tu contato i sacrifici?

Ti chiedo, come potessi sentirmi,

Dirmi la ragione di un sol verso.

 

Tu, sazia del tuo sorriso di Sfinge,

Chiudi nei tuoi segreti occhi antichi riti,

mi respinge nel magma delle finzioni

dove arde primavera di sogno

sotto un profondissimo cielo di pulviscolo

che muta idoli in vive forme

e schegge di mare trafiggono Rudel

nel suo ultimo viaggio.

 

Un corpo scorticato

Giace sulla sabbia del mare e gabbiani

Impazziti s’impiccano ai raggi del sole.

 

Approdato nel tuo regno di segni

Ossificati, ti serro nelle mie nude braccia,

nelle mie mani stanche di fantasmi;

mi chino sulla tua marmorea faccia

d’un bianco perlaceo,

ma non hanno memoria le tue labbra,

non ricordi che sempre sei vissuta,

che sempre qualcuno t’ha cercata.

 

 

XIV

(Anno del disabile 1981 )

 

Nel regno delle rappresentazioni,

dei plasmati idoli e miti

della società antropofaga,

sul palcoscenico del mondo

il tuo dramma mai rappresentato

si apre in trecentosessantacinque atti

dove tu non reciti.

 

Ora si apprestano a divorarti

sui loro altari.

Fanno il loro ingresso in scena

in pompamagna

arrivisti del problema

e avventurieri in cerca di gloria

sventolando astratte formule

sfrondate da sudati testi.

 

Ma il sogno assassino

succhia ancora il seno della madre

nuda della sua verginità di fronte al mondo

gli occhi chini a proteggere

il figlio segnato del suo ventre.

Gli altri fanciulli lo guardano

orco della favola

ascoltata sotto il camino che crepita

in una sera d’inverno

con il vento che s’imbuta nella cappa

e geme in vortici di anime infernali.

La lucerna ad olio guizza sulle pareti

ammassi di donne accovacciate

che recitano il rosario per la sua salvezza.

 

Alti stanno ancora nella campagna i Menhir!

 

Offeso dalle parole non dette,

da sguardi in fuga, il figlio

per forza amato impara il disamore.

Graffia il muro di vergogna

che si erge fra lui e gli altri,

ingoia il gelo di lunghe spade,

oscuri silenzi in solitudine

dove il pensiero si attorciglia

a ricomporre il feto

il caldo placentari o

dov’è l’enigma ancestrale

del gene mutilato

frutto del serpente e della mela.

 

Lei, meravigliata del verbo amare

mi guarda in trasparenza,

divora  senza gusto il dramma

vede e non vede nella caligine storica:

 

Guardati dal diavolo!

 

Non è dei vivi né dei morti!

 

Né del re né della regina!

 

Ragazza mia, il dio caprone

eczema del tuo pensiero

ti aspetta nel suo regno dove vivrai

la favola della Bella e la bestia

decapitata da ogni sortilegio.

 

 

Fantasma n.6

 

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XV- IL GOLGOTA

 

Come Cristi in croce esposti

sulla pubblica piazza

con gli occhi pieni d’orrore.

 

La folla inferocita urla:

che siano tolti e sepolti,

che non rimanga traccia

o segno o panno;

che si lavi il Golgota di sangue

con un diluvio,

che i legni brucino.

 

Maria scarnificata si denuda il seno

e grida:

figlio figlio figlio!

 

L’oriente è rosso d’amore.

 

Geme il cielo grumi di sangue.

 

A grappoli pendono dagli alberi

Giuda.

 

Lei terrorizzata

pietrifica un urlo di perdono

nelle pupille dilatate

e fugge via senza voltarsi

verso il fiume rosso

che ramifica

a dissetarsi.

 

Sempre sul Golgota ci saranno tre croci

per la sua felicità.

 

 

 

 

XVI- LETTERA A UN'AMICA

 

Amica mia,

il diverso, l’emarginato

nel futuro è inconcepibile.

Il gene manipolato darà

l’essenza dell’essere

in forme perfette,

in triangoli e cerchi,

e non brillerà più lo sperma

nel nero intrigo che ti nasconde

a fecondare la vita nostra

impura.

 

L’essere concepito sarà

brevettato

clonato

senza errori ed orrori

e Complessi di Edipo.

Non temerà l’ira divina

rotto il cordone ombelicale.

Privo di madre e padre

non sarà più figlio, ma solo essenza

infinita, perfetta, geometrica;

e forse allora sognerà

il bianco tondo del tuo ventre

il mio tremolante passo umano

in ritmi e cadenze d’infinito amore.

 

Da tanti anni il diavolo mi cammina a fianco

in simbiosi analogiche

che mi sento in diritto di sostituirlo.

 

Dio, perché mi hai cosi punita!

Singhiozza la madre serrando al petto

l’assurdo grumo di bellezze nude

che si appresta a scherno dei deliri del mondo.

 

E’ la vergogna del genere umano,

o il frutto divino

non riconosciuto, inchiodato alla Sua Croce?

 

 

 

Fantasma n.7

 

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...

 

 

FINIBUS TERRAE 

POEMETTO

         

   IC - IIC - IIIC - IVC - VC - VIC -VIIC - VIIIC - IXC - XC - XIC - XIIC - XIIIC - XIVC - XVC - XVIC - XVIIC - XVIIIC - NOTE

 

I

HALLEY

Aprile è stato il mese più lucente

 e crudele. Incendiando gli spazi

 siderali dopo lunghe attese

 messaggera del cosmo sei giunta

fino a noi.

                   Ma ora il cielo è piombo fuso

 

a Chernòbyl e soffia dalla Siberia

un vento gelido. Le rose

si sono disseccato in un sol giorno

e anche l’acqua nei pozzi ha sete

ha sete l’acqua dei fiumi.

 

Al Santuario di Leuca le folle

domenicali, profani pellegrini,

 si raccolgono mute davanti al mare

bianco sudano sull’orda dei pesci

impazziti ma non sanno più pregare

 

né i vivi né i morti e una nube spessa

e nera nega loro la tua luce.

 

Il marinaio, vecchio e stanco pescatore

di anime morte, dalla barba bianca

e lunga di secoli,

non trova più la rotta in alto mare

sulla bussola contaminata dallo iodio

e gabbiani dalle ali incatramate

di petrolio gli oscurano il cielo.

 

Eppure da Oriente ti seguimmo credendo

in te. Mostraci il tuo splendore, la notte

non dormiamo e i nostri corpi sono stanchi.

 

Dal mar Pacifico all’Indiano e nei deserti

infuocati mille occhi ti cercano nella notte.

Giotto ti viene incontro fino al sacrificio.

Svelaci i segreti che insegue la tua rotta.

Svelaci il germe della nostra esistenza.

Svelaci il perché della vita e della morte

nostra e forse anche tua. Noi qui scrutiamo i cieli.

Contiamo gli anni e i giorni che ci separano.

A te tendiamo come il girasole sulle

tue tracce, come i tre Re sui loro cammelli

impolverati. Noi qui aspettiamo un segno

che ci illumini, un messaggio che ci porti

da gente che di là forse ti aspetta.

Noi qui moriamo in ogni istante e in ogni luogo

indifferenti a stragi e distruzioni,

di tutte le brame carichi nella nostra magrezza

e dopo il pasto abbiamo più fame di prima.

 

Uno sciame d’isotopi sorvola il cielo

e precipita sulla terra in pioggia acida.

E non c’è albero che dia riparo

ma solo sterili rami senza foglie

e rocce arse e nere e senza acqua

E il figlio di Maria ha sete

ma non può bere latte di mammella

né acqua di fonte.

E il figlio di Maria ha fame

ma nulla cresce sulle nere rocce

sulle nere rocce della nostra follia.

 

Il marinaio, vecchio e stanco pescatore

di Sirene, dalla barba bianca

e sporca di catrame, da uno squarcio

nella nube tossica segue

lo splendore della tua chioma all’orizzonte

                          in fuga ormai nei cieli Australi,

                          il tuo ritorno nel grembo di Oort.

                          Pensa al nuovo annuncio da svelare.

                          Il porto ormai non è lontano,

                          già può vedere sul molo coppie di amanti

                          strette in un bacio salvifico.

 

 

 

Mediterraneo n.30

 

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             II

 

 

In attesa davanti al mare

ad aspettare l’evento, il prodigio

che lo salvi da una vita passata

senza infamia e senza lode.

L’azzurro dei suoi occhi senza fine

guarda Laura, lustra di ambra solare,

i capelli sulla nuca annodati,

che prende il sole distesa sulla sabbia

docile alle sue forme.

I glutei di bronzo rotondi e sodi

mandano bagliori di metallo infuocato.

La trovò una notte d’agosto

a Punta Méliso che si bagnava

nuda nelle acque chiare e fresche

della memoria ora infestate di alghe.

Pareva uscita dal sonno del Tempo

o parto del mare, come una Sirena.

Dopo Ulisse il loro silenzio

è pauroso, insopportabile.

Se ritornassero a cantare ancora

su questo mare ai naviganti erranti

se ritornassero a cantare ancora

potremmo di nuovo morire felici.

 

-       -Per  piacere, Vecchio Lupo, non guardarmi così!

Non è colpa mia se il mare avvelenato

vomita sulla sabbia pesci morti

invece di miti sacri.

Sarà perché questa è l’ultima spiaggia

che qui vengono a morire i delfini.

E di che ti lamenti poi?

Non sono venuta io a te dal mare?

Non sono venuta a te dalle coste Africane

per ballare e cantare al Nàutilus?

E insieme a me sfileranno le Pizzicate,

le tue Sirene nella loro ultima metamorfosi

dalla cintula in giù tutte nude le vedrai.

Demenziale! Lo pensi veramente?

Pensi che questo è tempo di follia,

che questo è tempo da dimenticare?

Ma se mai come ora mi moltiplico

in infinite eterforme eterne!

Esteticamente vivo respiro mangio

in sinergia proteine carboidrati e vitamine

e ciò che un tempo non feci

faccio oggi senza la tua parola.

Vedrai, lascerò il segno anche qui,

anche qui i posteri mi dovranno cercare,

sui nastri magnetici, non sui mottetti. -

 

 

 

          III

  Come sei splendida stasera, cara;

sei veramente splendida!

Ma ora non posso baciarti

con i baci della mia bocca.

Devo prima passare nella stanza iperbàrica,

fare un bagno nell’ossigeno rarefatto

per togliermi dalla pelle

tutti i miasmi del giorno.

Poi vedremo. Se ne’ avrò voglia.

Ma sono così stanco, così stanco!

Per tornare a casa ho attraversato

Piazza San Babila

in una nube di anidride carbonica

cosi spessa che l’auto ansimava.

Un inferno, un vero inferno!

Di visibile non vi era che la grande bottiglia

Ramazzotti illuminata

da potenti fasci di raggi cosmici

provenienti dal buco d’ozono.

Veramente una trovata, non trovi cara?

L’aria era così ardente

che vi faceva piangere tutte cosmeticamente.

Anna, te la ricordi? Quella a cui ho rifatto

interamente i glutei consumati

li ha persi sul ponte di Brooklyn,

e sulle strade di Los Angeles

le scarpe, di vera pelle

di coccodrillo, si sono liquefatte.

Ora dovrò rifarle anche i piedi.

Ma, ascolti quello che dico cara?

Ascolti veramente? Abbassa il volume

per piacere, di una ventina di decibel.

Grazie! Così va meglio. Molto meglio.

La gente oggi era tutta un colloquio.

Facendo i conti, diceva un tassista,

ma facendo proprio bene i conti

devo aver filtrato

150 millirem di iodio 131,

75 di cesio 134 o 135, 10 di rutenio;

e sul Viale Marche sono transitato

con 634 S02 e sulla via Juvara con 570 N02.

Tu che dici cara,

che frutto darà quest’anno il tuo susino?

E le rose che fiori?

Ormai non sapendo più cosa spunterà

credo sia meglio inseminare sterpi,

forse così avremo bambini.

Esci? Anche questa sera esci cara?

Volevo parlarti dell’invito

della principessa Medea.

Questa estate faremo una crociera

sul suo yacht fino a Finibus Terrae

per assistere alle danze dionisiache

delle Tarantate.

Comunque se proprio devi uscire

indossa la maschera antismog a carboni attivi

e non fermarti a lungo sulle strade,

i topi potrebbero saltar fuori

e tritare in poco tempo tutti i liposomi

con cui ti ho rifatta.

No, no! Non baciarmi, potresti contaminarti.

Ciao cara, ciao.

 

Chi è costei che sale dal deserto

in una nube di fumo?

Nella valle di Kiev

i cedri non sono più cedri

e i pini non sono più pini.

I caprioli si guardano

e non si riconoscono.

Hanno smesso di saltellare.

Che cos'è il nardo e la mirra

che spalmerà sulla sua pelle

nera come il carbonio?

Ossido stillano le sue labbra

per colui che viene.

 

 

Mediterraneo n.52

 

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                   IV

  -          Ma tu che fai? - Mi chiese un giorno.

-          Scrivo versi. - Gli risposi.

-          E a che servono? -

-          A niente e à nessuno. -

-          E quello che ho sempre pensato.

Il canto è morto. Il loro silenzio

è la nostra condanna. -

-          Forse - dissi, non sapendo che dire -

cantano ancora, cantano sempre

ma non per noi. Forse a Tienanmen,

a Timisoara sfidando la forza col canto...

O         forse tacciono per vergogna

da quando si stampano anche i Venerabili

gloria dei nostri Quotidiani. -

 

 

 

   V

Solo d’inverno, nel suo lungo dialogo

col mare deserto, nel fragore dei flutti

rotolanti sulle acque dell’eterna strada

della memoria, gli era parso spesse volte

di sentire il loro canto stregato:

-      - Vieni, vieni, Vecchio Lupo di mare

si che tu goda ascoltando la nostra voce,

la parola mai detta e mai scritta. -

Ma era solo il rotolar del tuono.

Il mito ormai taceva, non rispondeva

più nessuno alle sue domande, solo la morte,

la morte che correva sulle acque malate

trasportando a riva carcasse di delfini

barattoli e bottiglie vuote di messaggi.

 

 

      VI

 

  -     Da quando le Dee sono fuggite

dalla terra - mi dice - inorridite

dal potere della parola, l’uomo

abita nella Notte dei Tempi.

Fuggendo le Dee ci hanno abbandonati

al nostro destino senza canto

e i Poeti, vergognandosi, parlano

solo fra di loro e nessuno ascolta,

nessuno più si ferma nel silenzio.

 

Siedo con lui sulla sabbia ardente

di fronte al mare in ascolto, gli occhi

fissi all’orizzonte aspettando il segno,

il prodigio del canto, del verso

che non odo, del verso che non trovo.

Dal bar irrompono dal juke-box

cento decibel potenti, vibranti.

Rimbalzano sulla strada e sulle acque

corrotte del mare e violentano l’ora

meridiana propizia alla svelamento.

-         Il varco non può essere anche qui? - Chiedo.

-     Non in quest’orda selvaggia di suoni

e di turisti invasori persi

dietro il loro sogno d’oblio - mi dice. -

Non in questo totale accecamento. -

E m’invita nella barca a lasciare

le magnifiche sorti e progressive.

 

-     Dobbiamo rendere la parola sacra.

Costringerle a tornare alla terra. -

Continua la sua voce, ed io lo guardo

 nel sole che lo scarna e non so se abbia

cinquanta o cinquemila anni.

La fronte ha trame di rughe profonde

come il letto di un fiume asciutto e secco.

Sul braccio sinistro, all’interno

ha inciso un tatuaggio, una Sirena

azzurra che suona la lira e canta.

Lui l’aspetta fermo nella sua fede

e se un giorno, dai flutti e dagli scogli

un’armonia di note giungerà

al suo orecchio sarà divina voce

non accordo di fisici strumenti.

 

Mi porta sotto il promontorio Méliso

dove la roccia scoscesa sul mare

argina e rompe la furia delle acque

negli inverni tempestosi e disperde

il vento del sud che spazza a raffiche

la costa in ululanti e gelide schiere.

Dentro una grotta di calcari, il sole,

rifrangendosi nelle acque violacee

irraggia un pulsar luminosissimo.

Lo spazio è crivellato di diamanti.

Da uno spacco nella roccia prende

oggetti bianchissimi, luccicanti

fossili umani puri e tersi nella luce

e nel tempo in cui riposano.

-      Qui hanno abitato le Sirene - dice -

e questo è ciò che resta di loro.

Le ha uccise la nostra follia. Oggi

questo ci minaccia, la nostra

follia, perché siamo folli senza saperlo. -

 

 

 

Variazioni sull'infinito n.8

 

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   VII

ALLA CORTE DEL RE

 

Succede a volte che il tragico

per paura di svelarsi

indossi la maschera di Yorick,

e cosi camuffato reciti un atto drammatico.

Il mio destino, dice, é di amare Ofelia.

Il pubblico ride, si diverte e applaude.

Non ama il dramma, né la verità.

Ah Yorick, povero Yorick

nato a vestire re nudi

ed essere divorato dai vermicoli!

 

La luna, sempre più impoetica

da quando se ne studiano i frammenti

nei laboratori, nel cimitero rivela

il teschio di Yorick nelle mani di Amleto.

E così rosicchiato, cosi spolpato

da ogni dramma e commedia umana

che solo ora gli è permesso dire la verità.

C’è una verità più vera di questa

fossa nera e fonda

dove cantare le proprie canzoni

per amore di Ofelia?

 

 

 

 

    VIII

  CANZONE PER AMORE DI OFELIA

 

Per amore di Ofelia io recito

ciò che invece vorrei dire.

Ma quello che vorrei dire

solo cosi recitando può essere. detto,

altrimenti farei un dispetto

al Re alla Regina e a Ofelia.

 

Per amore di Ofelia io indosso

sempre una maschera indecente

che mi fa goffo e demente.

Ma solo cosi posso restare a corte.

Se mostrassi il mio vero volto

fuggirebbe il Re la Regina e Ofelia.

 

Per amore di Ofelia io parlo

di arguzie, banalità e ciance.

Ciò che invece vorrei dire

è un lungo silenzio senza fine.

Ma se tacessi senza ragione

offenderei il Re la Regina e Ofelia.

 

Per amore di Ofelia io veglio

per lenire piaghe, affanni

e inganni, essere triste e piangere

il pianto e la tristezza degli altri.

Se piangessi anche il mio pianto

fuggirebbe il Re la Regina e Ofelia.

 

Per amore di Ofelia io recito

e cosi recitando più

non so chi sono.

scambio le parti con me stesso,

non so se amo veramente o recitando,

ma ora sono un teschio e posso dirlo:

il mio triste destino é di amare Ofelia.

 

Variazioni sull'infinito n.11

 

  TORNA INIZIO PAGINA

 

           IX

  YORICK

 

Io, Yorick, trastullo per le umane passioni mi sono assunto un compito ingrato, quello di rendere la vita sopportabile ai sudditi di questo Regno.

Dico Regno, ma dovrei dire Mondo, se anche mio fratello William, buffone anche lui, presta le sue cure...

Rendere sopportabile la vita denuncia lo scacco del Creatore? Vuol dire che la vita è invivibile, terrifican­te, assurda; e che meglio sarebbe non essere nati come dirà un giorno quell’altro fratello amante di questa lu­na che rivela serena ogni montagna?

Così pare! Nascemmo al pianto. 2 Quindi al canto. Ad Elsinore la follia era un contagio.

Io che abitai per tanti anni dentro quelle mura, e che lottai ogni giorno per tenerla lontana dai miei ospiti pagando con la vita il sacrificio; io che scesi anzi tem­po nei regni sotterranei e conobbi gli spettri e le ombre della notte, che raccolsi su di me i germi delle malattie rendendomi folle per saturazione di finzioni fino a smar­rire la mia identità, io Yorick, non potetti evitare il fla­gello che si abbatté su colpevoli e innocenti ed ora la testa di Ofelia giace a poche spanne di terra dal mio te­schio e i vermi fanno banchetto della tenera carne.

Mi chiedo a cosa è valso il mio sacrificio se alla fine resta solo il silenzio!

Ora Ofelia giace al mio fianco corpo molle nella ter­ra nera.

Leggera, un soffio di vento al mattino nei chiarori rossastri che filtravano dalle feritoie, Ofelia portava il suo corpo radioso avvolto in candide vesti e cantava, mentre io respingevo spettri e streghe nelle segrete del castello da dove erano usciti la notte a banchettare sui corpi dei dormienti.

Dolce ancora nella memoria, quel canto, se così può esprimersi un teschio; voce infantile ma antica più del­le montagne, calda voce d’amore per il principe Amleto.

Ed io, Yorick, ne custodivo il segreto; vegliavo af­finché la follia bestia in agguato restasse rintanata nei recessi delle mura.

Per amore di Ofelia io soffrivo. Per amore di Ofelia io vivevo e recitavo. Alla mia morte la follia ha libera­to i suoi tristi folletti, ha invaso le menti, ha preso pos­sesso anche di lei e del principe Amleto che non sapeva più se era un saggio che recitasse la follia o un folle che recitasse la saggezza.

Ora siamo tutti qui, nella terra nera, ma la follia li­bera se ne va per il mondo. Ieri ad Elsinore, oggi a Cher­nòbyl, e domani chi sa dove, chi sa dove!

 

 

 

           X

  LA NAVE DEI FOLLI

 

Per sfuggire alla morte,

-      dimentichi di essere già morti-

la Nave dei Folli risalì il corso

del Po, aprendosi la strada a fatica

fra banchi di schiuma maleodorante

e cumuli di macerie. E non un fiore,

non c’era una ninfa sulle acque,

non c’era neanche acqua su quel fiume,

né movimento di corrente alcuno,

ma una poltiglia gravava sul fondo

soffocando le ultime spore

e sulle rive scheletri di alberi

neri senza nome.

 

Lo yacht della principessa Medea

-che con la carne del fratello ucciso

si era riplasmato il ventre -

-partì una mattina di agosto

per un lungo viaggio, un week-end

programmato con invitati eccellenti

e feste a bordo e defilè. Avrebbero

risalito il Po, disceso il Rodano

fino all’aperto mar Mediterraneo

diretti a Finibus Terrae per assistere

alla danza delle Tarante.

 

Il primo giorno si festeggiò Daniela

liftinizzata dagli occhi all’alluce.

-Noi siamo i cacciatori d’immortalità -

disse Asclepio, il marito, chirurgo - plastico

ricco e famoso. - Riprenderemo il nostro

antico splendore ora che usciti dalle tenebre

amministriamo la Luce, l’Energia. -

 

- Scalzeremo Iddio dal cielo. - Disse Anfiarao.

 

-- E perché? - disse Negàva, il politico.

--Lasciamogli il suo sterile cielo

e i suoi angeli. Anche Dio qualche volta

sbaglia luogo. A noi la ricca terra

dove ci scagliò la sua ira.

Qui la falsità è un dono, un’arte.

Non ci mimetizziamo sotto angeliche

spoglie, ma alla luce uccidiamo,

neghiamo la verità degli stolti

e successo, ricchezza e potenza

sono nostri. Oggi ognuno brama essere

più cattivo dell’altro.

Gloria a Dio nell’alto dei cieli!

 

- -Perfetta sono io - cantò Daniela

sfilando davanti a tutti sulla passerella

avvolta in trasparenti veli e chiffon.

-Perfetta, ma sterile! -

 

E perché gli immortali dovrebbero aver prole? -

La canzonò Medea, antica e nuova maga

della setta degli Argonizzati,

che negava il parto doloroso

e il Padre e il Figlio.

Medea, che scrutava nello specchio

il lento lavorìo delle ore

sulla sua pelle un tempo profumata

e tenera, che aveva orrore

del mutamento e della decadenza,

del suo ventre avvizzito

e del rancido odore della vecchiaia e della morte,

ora si specchia nell’acqua e non sanguina,

nell’acqua si specchia e si riconosce,

perché niente più scorre nell’acqua,

l’acqua che ha perduto la memoria,

la grande Madre inorridita e morta

che ancora culla il corpo di Assirto

smembrato. -

                                                    -  Sterile si. Ma perfetta!

E di tutti i miei gioielli m’inghirlando. -

 

Ascoltate! Ascoltate! - Gridò Anfiarao,

contattista di Fratellanza Cosmica.

--- Il Fluido degli Splendenti

scende su di noi. Ci plasma

a loro immagine e somiglianza.

Io sono vissuto centoquaranta volte

sempre più Splendente.

Se volete vi do la formula magica.

Prendete l’Uno, azzeratelo.

Sommate l’Uno al Ventuno,

estraete 44 da 22,

moltiplicate per il resto,

dividete il Tutto e

C-fos il Gene eterno otterrete. -

 

--Splendido! - Cantò Flogisto, il cantante.

-- Splendido Splendente!

Non più Estratti di Testicoli di Scimmie,

Respiro delle Vergini,

Brodo di Tartaruga,

Sugo di Carne di Gufo Tritato;

ma Lunga Vita Cellulare,

Acceleratori di Vitalità,

C-fos, Moltiplicatore Instancabile, Gene,

Gene del mio Genio Canoro,

sotto il promontorio Peloro

sfiderò quelle Vecchie Cornacchie

che disperate si getteranno dalla rupe

alle note della mia chitarra.

Splendido! Splendido Splendente! -

 

Aglaia, vecchia baldracca dal seno

splendente di sebo, modella

di un pittore che spese la sua arte

ad inseguire le sue curve oscene;

Eufròsine, attrice dall’ampia bocca

che sorbiva gaiamente una coppa

di Siero Vitale sorretta su cuscini

al silicone e Talìa intenta a tergersi

una purulenta bava che le colava

dal possente naso erano le ultime

tre Grazie rimodellate da Asclepio.

 

A Marsiglia Aglaia ingaggiò un gigolò

potente e bello più di Adone

a cinque milioni al giorno,

ed ora se lo trastullava

fra le cosce rimodellate

marmoree al tatto e roventi al sole.

 

Nel mare Mediterraneo la nave

tagliò un banco di alghe virulenti

e fetide estese fino all’orizzonte.

Pesci boccheggiavano asfissiati

sul gommoso vello. Liquami e tanfo.

Tanfo e liquami. Desolata landa

di spettrale biancore maculato

di pustole. Sepolcro di correnti

vivificatrici. Agonia e morte.

 

Al promontorio Circeo la grotta

della maga un covo di trafficanti

di droga. Napoli, squallore, fogna,

 nafta e mafia. Il mar non si commosse

alloro passaggio e sull’arida

schiena dello sterminator Vesevo

l’umile ginestra chinò la testa.

Ormai ne uccideva più la mafia  che la vetta.

 

Sotto il promontorio Peloro

Flogisto, maestoso e plastico,

celiando Orfeo toccò le corde

della sua chitarra.

Ma non rispose suono alcuno,

né voce si levò nell’aria ardente

e senza mutamento.

Non brezza di vento increspava

le acque, né vivida corrente

sottomarina.

Silenzio di pietra.

Silenzio di tomba.

Bianco appiccicoso silenzio.

-      Non abita più nessuno lassù?

-      Nessuno più vive nelle spelonche?

Gridò Flogisto rivolto alle rocce nere,

alle antiche nere rocce

che tristi e solenni si ergevano 

sull‘Assenza

sulla Privazione

sulla Cecità.

Il sole spolpava le ultime immagini.

Tacevano le Sirene.

Taceva Scilla e Cariddi

e tonni e delfini e Horcynus Orca.

 

Poi quel silenzio fu rotto da un colpo secco.

Uno schianto percorse la nave da poppa a prua.

Era scoppiato il seno destro di Aglaia

sparando nell’aria a raggiera sfere di liposomi.

Lei si guardò con orrore la voragine apertasi

sul petto grondante brandelli di pelle ai lati.

L’orrore transitò da sguardo a sguardo.

 

Era notte sul mare. Solcavano

lo Ionio quando un topo si insinuò

con destrezza scheletrica nel letto

di Aglaia. Non un grido umano

violò la notte alta, ma dalla nave

saliva uno squittìo omicida.

Turbe sbucavano da ogni angolo,

da ogni foro. Neri, ratti e striduli

sferravano morsi nell’epidermidi

autorigeneranti.

 

 

 

Variazioni sull'infinito n.18

 

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      XI

  PERFORMANCE

  Non sono Parténope.

Non sono Leucosìa né Ligeia

 ma appartengo alla loro stirpe

sono una Coccodè

e ho vinto anche un premio “Culetto d’Oro” in un convito platonico.

 

Dicono che sono una gallina

un’oca

ma ho frequentato prestigiose scuole:

Canopo di Alessandria

Belit-Ishtar a Babilonia

e per finire John Casablanca.

So cantare recitare e ballare.

É il mestiere che ho sempre fatto da quando fui stuprata a dieci anni da Teseo.

Aveva forti braccia quel Mandrake.

Gli scivolai fra le cosce

e gli accarezzai la barba bianca e lunga indicandogli i grandi eroi in battaglia dalle mura di Troia.

Quello è Agamennone il bestiale.

Poi vedi Aiace e l’astuto Ulisse che una notte tra profumi d ‘incenso

al ritmo dei cimbali e dei tabla

al settimo velo mi concupì nel sangue con la testa mozza di Giovanni.

 

Sulla spiaggia di Tripoli invano attesi Rudel

partito dalla lontana Provenza con la vela e il remo a cercar la sua morte.

Non mi morì fra le braccia come vuole la leggenda e

quell’Arterio Sbrasone che tre volte con la bocca tremante baciarlo mi fa.

Peri nei flussi estremi.

Peri.

Ma se non fosse morto sarebbe fuggito alla mia vista.

 

Mio zio Fuberto

il canonico

quel trucido arrazzato

mandò i suoi loschi sicari a castrare un mio drago

finché fui costretta a rinchiudermi nel monastero di Argenteuil

dove mi trovò quel Geronto Rabarbaro

che per lungo digiuno parea fioco.

Miserere di me gridò

perché gli occhi porto per fuggire intenti dove vestigia uman la rena stampi.

Ma io che posso farci se testi sacri e profani mi vogliono

come strada per l’inferno o il Paradiso?

Non posso amare nessuno sulla terra.

Sono condannata all’infelicità e all’infedeltà perenne

a rifugiarmi nei bordelli o nei monasteri

-      e non è che io distingua gli uni dagli altri -

ad essere rapita da Re Principi e Servi

ma soprattutto dai Poeti

che più che come moglie mi cercano come amica

anzi come concubina e prostituta.

O come l’eternamente Altra

perché se mi manifesto

se appaio

non mi riconoscono più

mi ripudiano

dicono che la luce che mi rivela mi corrompe

un lampo e poi il buio

come sulle strade di Parigi

-.quando stordì col mio profumo quel Maledetto Trippato.

Ma credete che se mi fossi fermata sarei in quel sonetto?

 

Sempre in lutto dunque.

Sempre sospesa sulla punta delle loro penne

--o sulla punta del loro pene che è lo stesso -

o coperta la fronte di ghiaccioli

o   sospiro metafisico

attesa dall’infinito

come da questo mio Sapiens che si arrovella la sacra testa sulle sue Sirene

e non sa che un chirurgo-plastico mi ha rimodellato la coda in bellissimi arti.

 

Altre non è da attendere.

 

Quante mutazioni.

quante metamorfosi ho subito.

Alfin stanca di stare dietro a tele e maglie rotte

di risplendere per delega

ho deciso di apparire in diretta in questa mia performance

fuggendo il Classico

il Romantico

il Neorfismo

e ogni Sperimentazione e Avanguardismo

avendo orrore di ogni genere di Arte.

 

Questa estate ho trovato un posto incantevole.

Qui pare sia passato un mio antico conoscente

che veleggiando da Troia verso il Tevere

qui sia approdato dedicandomi un tempio.

Terra ancora antica dove il perenne ulivo fa ombra a spettri

di capre e pecore che brucano le amare giade dell’insonnia.

 

 Al Nàutilus danzo col dio che mi possiede,

Baccante sempre errante,

bandita e venerata 

Musa corrotta e corruttrice

filatrice d’inganni.

 

-       

 

Ma ora balliamo

balliamo alla luna

alle stelle

nostre sorelle.

 

 

 

 

Variazioni sull'infinito n.20

 

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     XII

PIZZICATA

  Rullar di tamburi

urla

fischi grida tribali

rumor di sonagli

 

rombi acuti

sibilìi

stridor di ferri

riempivano l’aria acida della notte

 

in trance

ipnotici

in grumi di vestiti

in frenetici ritmi

robotizzati

nel piacere dell’annullamento

roteavano

spettrali corpi

 

dall’informe massa

dell’oblio

dal grado zero

della coscienza

staccandosi dalle luci stroboscòpiche

gli venne incontro

disarticolandosi

dalla vita in su

dalla vita in giù

roteando

la meccanica testa

acida di sudor gocciolante

attillata nei suoi jeans

dove un taglio alla fontana ad arte

in un punto strategico

faceva esplodere

nello spazio Ludico

una porzione di dorata carne glutea

 

-      Sapiens - disse - O Sapiens mio

sono in Nirvana in Extasy

non m’importa proprio un kakkio

di niente

cosi sboccata

così sballata

così fracidiosa

ma sono cosi felice di

non essere

non dovere

non potere

non volere

sono felice di

non

sono non

sono no

o Sapiens lascia

lascia stare il tuo faticoso endecasillabo

segui invece questo ritmo dionisiaco

del kakkio

slam

giù

sterrata

svaccata

su facciamoci una scopata metafisica non

ah come sono brava anch’io a far rima

come su

come sempre

come prima

 

 

Variazioni sull'infinito n.24

 

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          XIII

 

   Mi sballo una canna insieme a un cucador

che viene in un bit e si addormenta ai miei piedi.

Eppure vedendomi era tutto in EXTASY.

Cazzo mi disse sei metafisica

e vestiva timberland

burlington

best company

camicia di flanella

e moncler.

Altro di lui non so.

Non so neanche se c’era qualcuno

dentro a quei vestiti con cui ho ballato al Nàutilus

dove si riunisce la schiera degli eletti del Dio.

Però mi ha promesso un film da protagonista:

Ad Est dove volano le cicale

dopo la morte delle formiche.

 

 

    XIV

  L’estate è finita e il mare vomita

sulla sabbia i resti morti dei turisti

partiti per il loro inverno interminabile.

Sarà lungo l’inverno anche da noi

e non sappiamo se ci sarà data un’altra primavera.

Dormiremo fra le zolle della terra nera

come germogli di vite irrorati da captan

in compagnia di lombrichi giganteschi

in attesa che la luce ci riveli

nella nostra incertezza. Se avremo freddo

nessun fuoco ci riscalderà, nessun vino.

 

Anche Laura è partita col suo nuovo amante

senza lasciare indirizzo, tanto ha detto

che potrebbe essere in ogni luogo,

che non c’è posto sulla terra dove lei

possa resistere più di una stagione.

l ’ho seguita avvinghiata alla vita del suo gagivaman

i capelli d’oro a l’aria sparsi

ed ora sul lungomare non passeggia più un sogno.

Deserto il Nàutilus, deserto il porto, le case, le strade

pattumiere per cani e gatti che si disputano

la notte lacerata dai loro latrati.

Leuca dorme nel suo biancore di fantasma

e il faro scova un mare butterato

come la carcassa di un animale preistorico.

 

Anche noi siamo vecchi. Troppo vecchi!

Sento le ossa scricchiolare sotto la pelle

come se dentro si fosse annidato un tarlo.

Ma resisteremo, come sempre resisteremo!

Non siamo forse i cercatori di una forma

a cui non crediamo noi per primi?

di una pace che inseguiamo certi che non esiste?

E non è la prima volta

che l’anima mia è triste fino alla morte.

Ma siamo duri, testardi, incorruttibili.

Come fossili avvolti nella loro eternità

ci fortifichiamo nella bufera e nell’infamia.

Se avevamo qualche perla l’abbiamo data ai porci

e con la nostra carne hanno banchettato i vermi.

Ci resta solo lo scheletro, sparse ossa,

questo vuoto teschio dove il vento si aggira

tentando un verso, un suono, un nome.

 

Ho pescato su tutti i mari della terra

e camminato per deserti e selve selvagge.

Ho visto santi, tiranni e disperati;

fame, orrore, follia e stermini

e la stupidità regnare ovunque.

Chi potrebbe più minacciarmi o impaurirmi?

Una seconda morte è impossibile.

 

 

     XV

  LA TEMPESTA

  I venti scendono minacciosi

cavalcando nere nubi. Falangi

temporalesche squarciano e sventrano

lo spazio. Soffiando e ululando

si avventano sul mare e sulla terra

da opposte direzioni con la forza

di uragani e spazzano via tutto in un turbine.

Invisibili mani gigantesche

sconvolgono le acque, le aprono fino

agli abissi profondi; le centrifugano,

le rovesciano tuonando

finché non appare il verde smeraldo

e l’azzurro dimenticato ai piedi

delle onde vorticose rotolanti

sulla superficie spumosa.

Nel porto le barche vengono squassate

contro il molo. Le reti, le nasse

le sartie imbrigliate e inghiottite

fino al centro della terra.

I pescatori si lanciano grida

 l’un l’altro ciechi e sordi nella tempesta:

Uomo in mare! Uomo in mare! Uomo in mare!

 

 

 

Variazioni sull'infinito n.25

 

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     XVI

Sug1i scogli d’improvviso le vide

e le senti. Forme incerte, nell’ora

violetta del tramonto, nei bagliori

della tempesta, riapparse

per sortilegio dall’acqua verde,

l’acqua che risuonò al loro canto

quando folli naviganti si chiusero

le orecchie, rompendo il patto d’alleanza

incatenando il canto con l’astuzia.

 

Le acque tumultuose, spumeggianti

di primitiva forza, infrangendosi

sulle nere rocce della scogliera

stendevano nello spazio fremente

quinte di pulviscolo biancastre.

E risuonarono i picchi delle onde,

risuonarono gli abissi profondi

quanto Parténope vibrò le corde

della sua cetra e Leucosia il flauto.

 

Finalmente il mare gliele rendeva,

rispondeva alla sua voce stanca,

gli dava il segno della sua potenza

il premio della sua resistenza

e della sua fede. Si tuffò,

si immerse nel liquido elemento

che lo inghiottì, emerse in docili

vortici di spuma mentre Ligeia,

chiara voce, levò il suo canto.

 

             XVII

CANTO DELLE SIRENE AD ULISSE

Sciogliti dall’albero che ti lega

alla tua paura. Apri le orecchie.

Lasciati scivolare dolcemente

e dolcemente annullati

nella volontà dell’impotenza.

Solo cosi potrai vedere e udire

le Antiche Fanciulle mai nate

votate al canto perenne

che solo i morti possono negare.

 

Vieni, sulle note della mia voce

della mia voce che declina il tempo

il tempo infinito della trama

che mai si scioglie e mai si annoda.

Vieni nell’Aperto della parola.

 

Sciogli i nodi che ti serrano.

Libera i tuoi desideri.

Succhia il mio dolce capezzolo

dove attingerai la parola sacra

la parola che viene dal silenzio

il silenzio che rigenera il canto.

 

Vieni, dove lo spazio non si arresta

dove il tempo sempre scorre

puoi fermarti presso di noi a pensare.

 

Sciogliti dall’albero che ti lega.

Apri le orecchie ai tuoi compagni.

L’inganno che tessete é a vostro

danno. Non dovete fuggire il vostro

destino ma interrogano.

 

Sciogli i nodi. Sciogli la cera.

Libera i sensi. Alza la vela.

Chi è caro a Dio a noi verrà.

 

 

  XVIII

METAMORFOSI

Il suo corpo riavvolto nelle acque

placate e limpide si disarticola

e tendini e muscoli si rifondano.

Attraversa gli stadi evolutivi

procedendo dalla parola al suono,

dal suono al segno, dal segno al silenzio.

 

Le braccia si ritraggono a pinne

pettorali avvolte da una pelle

bianca e levigata. Una forza

potente riplasma i suoi arti inferiori

in sintesi di muscolo codale

e il muso lungo, a becco, che fende

l’acqua salmastra. Saetta al riverbero

della luce a respirare e ricade,

corpo fusiforme, nel suo elemento

primario che si apre e lo accoglie in delirio.

 

Con un senso estraneo sonda i fondali.

Ode il gorgoglio delle acque avvolgenti

la sua pelle tesa e liscia, il guizzare

festoso dei pesci intorno, il suo canto,

voce antica che lo chiama, lo invita

a ritornare nei profondi silenzi.

 

 

Variazioni sull'infinito n.34

 

 

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NOTE A “FINIBUS TERRAE”

  FINIBUS TERRAE: S. Maria di Leuca. Il Santuario dedicato a S. Maria di Finibus Terrae, meta di pellegrinaggio, sorge dove un tempo esisteva un tempio dedicato a Minerva o Atena.

I                I

-               HALLEY:

-               Nel mese di aprile del 1986 sono successi due eventi significativi per il contenuto di questo

-               componimento, il passaggio della cometa Halley e il disastro di Chernòbyl.

-                    

II-        T.S. Eliot: La terra desolata, I, i.
25  
-   Vangelo S. Matteo, 2, 1.
30  
-   Giotto: La sonda spaziale italiana mandata incontro ad
           Halley.
40  
-   Petrarca: Canzoniere, L, 3.
43  
-   Dante: Inferno, I, 49-50.
44  
-   Dante: Inferno, I, 99.
62  
-   Oort: Ipotesi fisica di una grande nube in cui stazionano
           le comete che sarebbero poi disturbate da Nemesi, una stella,
           che le spingerebbe verso la terra.

             II

4 -   Dante: Inferno, ‘IL 36.
13  
-   Punta Méliso: Terminale del promontorio Est di 5. Maria
           di Leuca.
33  
-   Nàutilus: Discoteca di 5. Maria di Leuca.
36  
-   Dante: Inferno, X, 33.
43  
-   R. Barilli: Corso di Estetica.

               III

i -        Bibbia: Cantico dei cantici, 1, 15.
5   
-   Stanza iperbarica: Usata dai sommozzatori per la decom­pressione.

             E piena di ossigeno rarefatto. Il personaggio la
           usa per rallentare l’invecchiamento.

12 -    Piazza 5. Babila: Milano, come Viale Marche e Via Juvara dei versi 40 e 41.

63 -    Bibbia: Cantico dei cantici, 3, 8.

65 -    Kiev: La valle di Chernòbyl.

             IV

10   -   Tienanmen: Piazza di Pechino teatro della rivolta studen­tesca nel maggio/giugno ‘89.
11  
-   Timisoara: città,  della Romania insorta nel dicembre ‘89.

             V

7     -   Omero: Odissea, Libro XII, 52.

              VI

1 -      M. Heidegger: Perché i Poeti?

20 -    Montale: Le occasioni: La casa dei doganieri, 19.

26 -    Leopardi: La ginestra, 51.

             VII

  3 -      Yorick: Buffone, personaggio della tragedia “Amleto” di Shakesperare. Yorick non compare direttamente nella tra­gedia. Amleto parla di lui nel cimitero, atto V, scena I, te­nendo in mano il suo teschio. L ‘amore di Yorick per ofelia è pura invenzione.

IX

  Nota I - Leopardi: La sera del dì di festa, 3-4.

Nota 2 - Leopardi: Ultimo canto di Saffo, 48.

Nota 3 - Shakespeare: 4mleto, atto V scena Il.

       X

-  La Nave dei Folli. Il titolo è stato ripreso da un articolo uscito sul settimanale Panorama del2l.5.89. La Nave per­corre in parte il viaggio degli Argonauti alla ricerca del Vello d’oro. I personaggi di questo viaggio sono tutti alla ricerca dell’Eterna Giovinezza.

-  Medea: Personaggio della Mitologia greca. Maga.

Aiutò Giasone a rubare il Vello d’oro e mentre fuggiva con lui uccise il fratello Assirto per ritardare l’inseguimento del padre.

-  Asclepio: Medico sulla nave Argo.

-  Anfiarao: Indovino sulla nave Argo.

-  Setta degli Argonizzati: Setta spiritualistica dei nostri giorni.

-  Fratellanza Cosmica: IDEM.

-  C-fos: Alcuni scienziati hanno scoperto che i geni del cro­mosoma 1~ sono i responsabili dell’invecchiamento. Il ge-ne C-fos si blocca impedendo la replicazione della cellula.

-  Promontorio Peloro: Punta di Faro, estremità orien. della Sicilia a NE di Messina.

-  Vecchie Cornacchie: Le Sirene. Il luogo dove le Sirene ri­siedevano non è mai stato certo: fra l’isola di Circe e Scil­la, ma anche lungo le spiagge occidentali dell’Italia meri­dionale o presso il Promontorio Peloro.

-  Promontorio Circeo: Promontorio del Lazio.

-  Leopardi: La ginestra, 1-3.

-  Orfeo: Prese parte al viaggio degli Argonauti.

Quando attraversarono il mare delle Sirene cantò una me­lodia cos( bella che nessuno ascoltò le Sirene.

         XI

  -  Parténope, Leucosia, Ligeia: Le tre Sirene.

-  Culetto d’oro: I concorsi di bellezza erano famosi nei Con-viti antichi, in particolare in Grecia.

e.... Più erotici sono i concorsi in cui rivaleggiano le com­pagne dei commensali, le danzatrici, le musiciste: si fanno paragoni tra loro seni, le loro natiche, o altre parti del cor­po ancora più intime. “: da CCJ bassifondi dell’antichità di Catherine Salles.

-  Canopo di Alessandria: Santuario della prostituzione sa­cra nell’antichità.

10 -    Belit-Ishtar a Babilonia: IDEM

11 -    John Casablanca: Organizzatore di concorsi per Top Model.

21 -    Jaufré Rudel: Trovadore sec. XII, autore della Canzone “Amore da lungi”. La Canzone è stata ripresa da G. Carducci.

22 -    Petrarca: Trionfo d’amore, 52-53.

24 -    Arterio Sbrasone: O. Carducci.

29 -    Il Canonico Fuberto: Zio di Eloisa amata da Abelardo teo­logo e filosofo sec. XII.

33 -    Geronto Rabarbaro: Dante.

34/35 -            Dante, Inferno I, 63-65.

36 -    Petrarca: Canzoniere, XXXV, 3-4.

52 -    Baudelaire: I fiori del male, XCIII, 11.

54 -    Maledetto Trippato: C. Baudelaire.

59 -    Montale: Mottetti, XII, 1.

64 -    Luzi: Onore del vero: L ‘osteria, 21.

80 -    V. Bodini: Foglie di tabacco, 13-14.

            XIII

  18 -    Petrarca: Canzoniere, XC, 1.

19 -    V. Bodini: La luna dei Borboni, 1, 3.

34 -    Vangelo S. Marco, 14, 34.

             XV

  7/8 - Omero: Odissea, Libro XII, 177.

         XVI

14 -    Aperto: Termine ripreso dal saggio di M. Heìdegger, “L’o­rigine dell’opera d’arte”.

31 -    Bibbia: Ecclesiaste, 7, 26. La citazione “E capì come la don­na  è più amara della morte... chi è caro a Dio la sfuggirà”, è stata capovolta.

  Chiarimento di alcuni vocaboli usati nel gergo

giovani­le e utilizzati nel componimento XI:

 

-      Arrazzato    -Eccitato sessualmente.

-      Arterio          -Padre, persona adulta.

-      Bestiale         -Straordinario, eccezionale.

-      Drago          -Persona capace, in gamba. Amante.

-      Geronto       -Persona adulta, vecchia.

-      Mandrake    -Eccezionale, straordinario, come il personaggio dei fumetti.

-      Rabarbaro   -Tipo chiuso e scontroso.

-      Sbrasone     -Spaccone, smargiasso, fanfarone.

-      Trippato      -Eccitante, fantastico (da sballo).

-      Trucido         -Vo/gare, rozzo, sporco.

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-LUCE-MITO-COLORE-:

-VOLI...

ARGINNIS PAPHIA -  ARGYNNIS NIOBE - VANESSA CARDUI  -  vanessa io - LIMENITIS CAMILLA  - PARNASSIUS APOLLO - DEILEPHILA DAPHNIS NERII - APATURA ILIA - POLYOMMATUS ICARUS - HERSE CONVOLVULI -

DANAUS PLEXIPPUS


 

 

ARGINNIS PAPHIA – Ninfàlide

 

Sospesa a un filo di seta, leggera

Crisalide, sciogli l’ultimo atto

Della tua metamorfosi, apri le ali

Dorate e plani libera nell’azzurro.

 

Danzare è la tua essenza, il cielo terso

Di primavera la tua scena, trascritti

Nel cerchio di fuoco che bella Ninfa

Ti generò presso la sacra fonte il Mito.

 

Ora nuova Tersìcore sei tornata

A intrecciare per noi fluidi sogni,

malie, avvolta in squame lucenti.

 

Giri in tondo con grazia, disegni

nell'azzurro cielo , ma non ci sveli

Il mistero della tua metamorfosi.

 

MITO

ARGYNNIS NIOBE - Ninfàlide

 

Il Mito spesso è un’oscena tragedia:

figli innocenti sterminati e donne

che gridano dolore tramutandosi

in roccia per oscuro volere.

 

Nelle terre della morta taranta,

arrivano sul mare dall’Oriente

folle di sognatori disperati

e Nìobe dalle ali di madreperla

 

che vola triste tra ulivi argentati

e sulle gialle ginestre. Qui il Mito

tenta ancora le sue metamorfosi,

arcaico testimone di lagrime

 

di pietra e cimiteri marini

dove Dina è un bianco teschio

spolpato dai pesci a cento metri

dalla riva di Finibus Terrae.

 

MITO

VANESSA CARDUI - Ninfàlide

 

Ninfa piena di pittura, mosaico

Di pastelli di Degas, a primavera

Riempi di voli vellutati campi,

boschi e valli, come le antiche

 

belle Ninfe che turbavano i sogni

di dei e mortali. Nelle foreste

ombrose della Grecia, danzavano

Dioniso in estasi, satiri lascivi

 

E uomini saggi che perdevano

Il senno. Tutto cambia e ritorna

Per te uguale: il cardo che ti offre

Le sue gemme, le tue ali dagli occhi

 

Lucenti, mentre io ti osservo volare

Via lontana e sparire nella luce

E mi sento sempre più pietra fissa

 

MITO

vanessa io - Ninfàlide

 

Tutti nell’attesa del tuo risveglio,

Vanessa Io, Sacerdotessa di Era.

 

L’inverno è stato un lungo letargo;

ma ora la primavera rompe

i suoi sigilli, venti leggeri

soffiano nell’aria, le corolle

dei fiori si aprono all’azzurro

cristallino e riempiono la terra

di profumi e di nettare per te.

 

Occhi di Argo in volo svolazzi

Festosa la tua danza nuziale,

annunciando che il tempo del gelo

è finito, che nuova emolinfa

ti scorre nel cuore.

 

 

MITO

LIMENITIS CAMILLA - Ninfàlide

 

Scolpita nella notte dalla luce

Divina che t’illumina

Di lampi blu nel nero vellutato.

Sogno fantasmatico.

Una musica elettronica

È il battito delle tue ali in battaglia

Sui fiori di caprifoglio.

Hai la perfezione del canone artistico,

scultura di basalto virtuale.

 

 

MITO

PARNASSIUS APOLLO - Papiliònide

 

Vecchio Apollo corroso dal tempo,

ultimo dio della perfezione Greca,

bianco come un fantasma

plani solenne e calmo

su Delfi infestata d’erbacce.

Indosso hai i segni rossi e neri

Di tante battaglie vittoriose,

di mostri e serpenti sconfitti,

di tempeste e uragani placati.

 

Apollo, Dio della bellezza

E dell’’armonia classica,

Signore un tempo della lira

E del canto, l’estate è finita,

la Pizia ormai è una santona

demente, non ci sono più vergini

da inseguire, o da conquistare,

Dafne è diventata una velina,

il cielo è nero e carico di nubi

tempestose e l’autunno vicino:

è tempo di letargo.

 

MITO

DEILEPHILA DAPHNIS NERII- Sfìngide

 

Vergine solare, l’ulivo, il pesco,

l’alloro ti hanno dipinta con pennelli

di Monet un manto impressionista,

di riflessi blu, verdi e rosa.

Hai sulle ali i colori della natura

Quando schiude le sue corolle

E si offre alla meraviglia dei sensi,

sei un estasi poetica.

 

Ti libri veloce dalle sponde

dell’Asia alle terre mediterranee

per riprodurti. Solchi pianure,

oceani, monti e ovunque ti fermi,

fra gli oleandri in fiore, sui cardi,

sui prati profumati di primavera,

testimoni che la bellezza esiste

in frammenti lucenti di tempo,

brevi.

MITO

APATURA ILIA - Apatùridi

 

Non toccatela o va in mille pezzi.

Si traveste di luce per meravigliarci.

La luce l’attraversa, la illumina,

si rifrange e riflette su mille squame,

si stempera in riverberi metallici.

 

Impalpabile diafana bellezza

Si rompe al tocco di crudeli dita

In miriade di cellule nello spazio,

in atomi dispersi nel vento.

Non si può afferrare senza romperla

In pulviscolo nel sole.

E’ fatta solo per essere osservata.

 

MITO

POLYOMMATUS ICARUS - Licènide

 

Fatto dalla stessa trasparenza

Dei sogni, del blù più terso,

del viola più soffice.

Specchio d’infinito desiderio.

 

Plani sul mare liquido

di lapislazzuli pazzo di gioia

verso la fiamma che ti consuma.

Sei giovane e sfidi l’alte quote,

l’immenso cosmo, il padre Sole.

 

Bruciare d’amore è il tuo destino

In una sola stagione, Icaro,

L’ultimo volo, poi  riposerai

Nel suo grembo azzurro:

 

e tutto ciò che è stato e non è stato

sarà solo pulviscolo di atomi,

fotoni impazziti.

 

MITO

HERSE CONVOLVULI - Sfìngide

 

Fenice risorta dalle ceneri

Ogni primavera, la più veloce sfingide,

emblema dell’eterna bellezza

che si rinnova nel tempo.

 

Ti guardo danzare nello spazio

E non hai età. Dal Giurassico

Sei giunta fino a noi, e domani

Ritornerai la stessa sul convolvolo

A succhiare il nettare della vita.

 

Muori e risorgi senza l’orrore

Del tempo che passa e minaccia

Noi mortali in preda

a metamorfosi virtuali.

 

MITO

DANAUS PLEXIPPUS - Danaidhe

 

L’estate è stata feroce,

ha bruciato ogni filo d’erba.

 

In autunno sei emigrata

In cerca di eucalipti e pini

più freschi, o ti sei ibernata,

lasciando un vuoto cielo

di rimpianti e tristi ricordi.

 

Verrano altre piogge d’oro

Dei tuoi voli luminosi,

altri raggi di sole generosi

schiuderanno nuove ninfe

per altri amanti del Mito.

 

MITO

 

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Ultimo aggiornamento:  22-11-08