|
|
|
||
23-11-08 |
![]() ![]() ![]() ![]()
|
SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1982 SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1985 “ LA POESIA CONTEMPORANEA” Prefazione di Bruno Maier Di Guido Miano Editore – Milano 19 Sceda critica: Sezione “ Il dolore nella poesia Italiana di Sabino d’Acunto – nota critica di Claudio Toscani.
“ Praticamente un esordio, questo di Francesco Riso. Che se pure ha avuto qualche incitamento a continuare (“ La fiera letteraria” 27 febbraio 1977), ancora non ha avuto modo di mettere mano ad una plaquette in sé compiuta. .. ora si presenta in quest’antologia con alcuni inediti non disprezzabili, anche se forse non del tutto esperti e raffinati, ma carichi d’intenzione. Nato a Corsano (Lecce), Francesco Riso canta la sua condizione di meridionale isolato, lontano da centri di cultura che lo possono mettere in grado di competere con versificatori di grido.. Ma si consoli il poeta: la poesia non ha mai disdegnato di nascere povera e da poveri. C’è un certo piglio di denuncia, nelle composizioni di Francesco Riso, che gli viene dalla storia della sua terra e dalla sua gente, oltre che dalla sua storia personale. Farà bene, Francesco Riso ad ascoltare in profondità questo canto e ricantarlo lui stesso neo versi che lo stanno aspettando, come un destino, come una rivalsa, come lo scopo della vita. (C.T.)
SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1985 “ LA POESIA CONTEMPORANEA” Prefazione di Bruno Maier Di Guido Miano Editore – Milano 1985 Scheda critica: Sezione “ Il dolore nella poesia Italiana di Sabino d’Acunto – nota critica di Giorgio Berti
“ In scheda non da notizie di opere pubblicate o altri cenni bio-bibliografici; se ne può dedurre di essere di fronte ad un inedito, che non dimostra però le incertezze e le ingenuità di un esordiente. Il suo breve corpus poetico si presenta ben strutturato intorno ad un nucleo organico puramente lirico, da cui ogni dato storico reale è tenuto rigorosamente lontano. Il suo è un discorso tutto metaforico che, strutturato in strofe, spesso evidenzia nell’uso dell’analogia, movenze ermetiche, confermate dall’essenzialità e secchezza di linguaggio. La lirica di Francesco Riso è cupa, lucidamente disperata; alla purezza di una luce lontana (luce che è amore, grazia, pienezza di vita) egli contrappone il costante quotidiano peso della fisicità, della carne dilaniata e intrisa di sangue. Una dolorosa ferita che, se trascende liricamente ogni realtà effettuale, non per questo è meno sentita e sofferta, mentre l’oggetto d’amore lontano è troppo evanescente, e comunque non è mai sinonimo di possesso riposante, ma di tormento e duro sacrificio di se. Francesco Riso ci offre una personale e sofferta versione di quell’angoscia esistenziale che caratterizza tanta parte della poesia del Novecento. (G VERSI INSERITI NELL'ANTOLOGIA1985
PROF. ENNIO BONEA DELL’UNIVERSITA’ DI LECCE, 1/10/1993 sul libro “ Finibus Terrae” : …Per quanto ormai geronto, mi ricordo chiaramente di Lei e di un suo dattiloscritto rimasto per anni in deposito che, a quanto mi scrive, divenne la “ Regina dei mari e delle terre”, che non ho mai avuto. Da quel dattiloscritto alla attuale raccolta il passo è lungo e la cadenza è più marcata e libera dagli inceppamenti…subregionali. Questa è una bella raccolta: contenuta nei testi pubblicati; omologa e centrata nei temi attuali, libera dal topos dell’inquinamento (dell’ambiente, della psicologia, dei sentimenti, della cultura); elegante nella struttura del linguaggio anche quando eccede alla terminologia gergale (non è riportata, nella nota specifica un “ fracidiosa di pag. 38); colta, senza supponenza nella contaminazione di “ appropriazioni”, “ prestiti”, “ suggestioni “, “ scheggiamenti” tratti dalla tradizione poetica esogena, senza privilegiamento della contemporanea sulla classica e sulla biblica, presenti in quantità non opprimente la vena salentina che solo i lettori salentini possono ricevere ed apprezzare. Una poesia fatta di emozioni fondamentali, che rifugge dal discrettivismo esteriore e dalle passioni familiste dalla nostalgia di un passato defunto e dalla consueta (a noi meridionali) lamentele per i diritti calpestati. Il passato è fuso col presente e il presente si proietta in attesa: chi è caro a dio a noi verrà. Complimenti sinceri e, pur soddisfatto di se, non si fermi.
ANNO 2004- CONCORSO LETTERARIA – “ NUOVE PAROLE” Via Laurania 4 – 96100 SIRACUSA
NOTA: Partecipato con Finibus Terrae riveduto e corretto nel 2004 – Vedere varianti sul testo nell’archivio.
Comunicato del concorso: “ Le comunico da subito che la sua silloge intitolata “ Finibus Terrae” ha ricevuto numerosi apprezzamenti, sia per lo stile decisamente incisivo e originale, sia per i contenuti, che denotano un’attitudine profonda e seria all’attività poetica. La Giuria ha pertanto deciso di segnalare la sua opera con la seguente motivazione: “ Per la travolgente macchinazione poetica, per l’esuberanza dimostrata dall’autore nel mettere in versi le più travagliate aspirazioni e i più oscuri disagi giovanili, per l’impegno sociale dei componimenti, per i colti rimandi extratestuali, per la bellezza degli effetti poetici resi con uno stile incisivo, questa Giuria, nell’impossibilità di assegnare ulteriori premi, ha deciso di assegnare alla silloge intitolata Finibus Terrae una menzione speciale”. Le ricordo inoltre che, nel dare notizia alla stampa locale, Lei potrà riportare integralmente il giudizio della Giuria, che per onore di cronaca ha operato nella città di Siracusa ed era composta da un giornalista, un docente universitario, un funzionario di un ente pubblico e una studiosa laureata in lingue e culture romanze. La Giuria è stata presieduta dal sottoscritto, iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti e dottore in Scienze della Comunicazione. F.to: Dott. G.Raudino – giornalista.
ANNO 2005
Premio RENATO FUCINI 2005 PER UN SONETTO E UNA RACCOLTA DI RACCONTI
Partecipato con il sonetto:
ARGYNNIS NIOBE – Ninfàlide
Il Mito spesso è un’oscena tragedia: figli innocenti sterminati e donne che gridano dolore tramutandosi in roccia per oscuro volere.
Nelle terre della morta taranta, arrivano sul mare dall’Oriente folle di sognatori disperati e Nìobe dalle ali di madreperl che vola triste tra ulivi argentati e sulle gialle ginestre. Qui il Mito tenta ancora le sue metamorfosi, arcaico testimone di lagrime di pietra e cimiteri marini dove Dina è un bianco teschio spolpato dai pesci a cento metri dalla riva di Finibus Terrae.
|