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PERSONALI

BIOGRAFIA E NOTE CRITICHE

SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1982

SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1985

NOTE CRITICHE PITTURA

“ LA POESIA CONTEMPORANEA” Prefazione di Bruno Maier

Di Guido Miano Editore – Milano 19

Sceda critica: Sezione “ Il dolore nella poesia Italiana di Sabino d’Acunto – nota critica di Claudio Toscani.

 

Praticamente un esordio, questo di Francesco Riso. Che se pure ha avuto qualche incitamento a continuare (“ La fiera letteraria” 27 febbraio 1977), ancora non ha avuto modo di mettere mano ad una plaquette in sé compiuta. ..  ora si presenta in quest’antologia con alcuni inediti non disprezzabili, anche se forse non del tutto esperti e raffinati, ma carichi d’intenzione. Nato a Corsano (Lecce), Francesco Riso canta la sua condizione di meridionale isolato, lontano da centri di cultura che lo possono mettere in grado di competere con versificatori di grido.. Ma si consoli il poeta: la poesia non ha mai disdegnato di nascere povera e da poveri. C’è un certo piglio di denuncia, nelle composizioni di Francesco Riso, che gli viene dalla storia della sua terra e dalla sua gente, oltre che dalla sua storia personale. Farà bene, Francesco Riso ad ascoltare in profondità questo canto e ricantarlo lui stesso neo versi che lo stanno aspettando, come un destino, come una rivalsa, come lo scopo della vita. (C.T.)

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 VERSI INSERITI NELL'ANTOLOGIA                                        

SOLITUDINE – II       

 

Il mio corpo accartocciato

Come una foglia secca.

 

Mi porta il vento del Sud

Nelle strade deserte.

 

Vorrei il cuore in frantumi

Disperso dal vento

A seminare la terra

Fiorirebbero milioni di parole

Amore.

 

INVISIBILE – IV

 

Invisibile

Percorri la tua strada

Perduto in solitudini accecanti.

Passi fra la folla

Inesistente

Corpo consumato

Da ricordi e pentimenti.

 

Invisibile

Pulviscolo di parole e pensieri

Vaganti nell’aria.

Nessuno ostacolo ferma la tua corsa

Accelerata verso quel nulla

Alle soglie della vita.

 

Invisibile

Ti trapassano tutte le cose

Senza lasciare traccia.

 

Invisibile

Vita inesistente vita.

 

FRAMMENTI – V

 

Frammenti

Che non legano

E stanno

Come cocci di un vaso

Caduto dall’alto.

 

Una vita

Non basta un’eternità

Per metterla insieme.

 

 

SCRITTORI ITAIANI DEL II DOPOGUERRA 1985

LA POESIA CONTEMPORANEA” Prefazione di Bruno Maier

Di Guido Miano Editore – Milano 1985

  Scheda critica: Sezione “ Il dolore nella poesia Italiana di Sabino d’Acunto – nota critica di Giorgio Berti

 

 In scheda non da notizie di opere pubblicate o altri cenni bio-bibliografici; se ne può dedurre di essere di fronte ad un inedito, che non dimostra però le incertezze e le ingenuità di un esordiente. Il suo breve corpus poetico si presenta ben strutturato intorno ad un nucleo organico puramente lirico, da cui ogni dato storico reale è tenuto rigorosamente lontano. Il suo è un discorso tutto metaforico che, strutturato in strofe, spesso evidenzia nell’uso dell’analogia, movenze ermetiche, confermate dall’essenzialità e secchezza di linguaggio. La lirica di Francesco Riso è cupa, lucidamente disperata; alla purezza di una luce lontana (luce che è amore, grazia, pienezza di vita) egli contrappone il costante quotidiano peso della fisicità, della carne dilaniata e intrisa di sangue. Una dolorosa ferita che, se trascende liricamente ogni realtà effettuale, non per questo è meno sentita e sofferta, mentre l’oggetto d’amore lontano è troppo evanescente, e comunque non è mai sinonimo di possesso riposante, ma di tormento e duro sacrificio di se. Francesco Riso ci offre una personale e sofferta versione di quell’angoscia esistenziale che caratterizza tanta parte della poesia del Novecento. (G

VERSI INSERITI NELL'ANTOLOGIA1985

ESTATE II

Smarriti in vortici di luce

Che dilania orizzonti

 

Ulivi in protoplasma

E cicale polverizzate.

 

Una lucertola pietrificata

Non trova più le orme.

 

L’ombra di un pino

Soffoca il silenzio.

 

ESTATE X

 

Ulivi stritolati dal vento

Che soffia sul mare una musica azzurra.

 

Un pescatore fuma la sua pipa

All0ombra della torre di Carlo Quinto

E si gratta la pelle di lucertola.

 

Se ascolti da una conchiglia

Sentirai tamburi di pelle di capra

E l’urlo di nere donne in fuga.

 

I turchi uccisero una fanciulla

Con cento pugnalate.

 

Quella era la mia donna.

 

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NOTE...

 

PROF. ENNIO BONEA DELL’UNIVERSITA’ DI LECCE, 1/10/1993

sul libro “ Finibus Terrae” :

  …Per quanto ormai geronto, mi ricordo chiaramente di Lei e di un suo dattiloscritto rimasto per anni in deposito che, a quanto mi scrive, divenne la “ Regina dei mari e delle terre”, che non ho mai avuto.

Da quel dattiloscritto alla attuale raccolta il passo è lungo e la cadenza è più marcata e libera dagli inceppamenti…subregionali.

Questa è una bella raccolta: contenuta nei testi pubblicati; omologa e centrata nei temi attuali, libera dal topos dell’inquinamento (dell’ambiente, della psicologia, dei sentimenti, della cultura); elegante nella struttura del linguaggio anche quando eccede alla terminologia gergale (non è riportata, nella nota specifica un “ fracidiosa di pag. 38); colta, senza supponenza nella contaminazione di “ appropriazioni”, “ prestiti”, “ suggestioni “, “ scheggiamenti” tratti dalla tradizione poetica esogena, senza privilegiamento della contemporanea sulla classica e sulla biblica, presenti in quantità non opprimente la vena salentina che solo i lettori salentini possono ricevere ed apprezzare.

Una poesia fatta di emozioni fondamentali, che rifugge dal discrettivismo esteriore e dalle passioni familiste dalla nostalgia di un passato defunto e dalla consueta (a noi meridionali) lamentele per i diritti calpestati.

Il passato è fuso col presente e il presente si proietta in attesa: chi è caro a dio a noi verrà.

Complimenti sinceri e, pur soddisfatto di se, non si fermi.

 

ANNO 2004-

CONCORSO LETTERARIA – “ NUOVE PAROLE”

Via Laurania 4 – 96100 SIRACUSA

 

NOTA: Partecipato con Finibus Terrae riveduto e corretto nel 2004 – Vedere varianti sul testo nell’archivio.

 

Comunicato del concorso:

“ Le comunico da subito che la sua silloge intitolata “ Finibus Terrae” ha ricevuto numerosi apprezzamenti, sia per lo stile decisamente incisivo e originale, sia per i contenuti, che denotano un’attitudine profonda e seria all’attività poetica.

La Giuria ha pertanto deciso di segnalare la sua opera con la seguente motivazione:

“ Per la travolgente macchinazione poetica, per l’esuberanza dimostrata dall’autore nel mettere in versi le più travagliate aspirazioni e i più oscuri disagi giovanili, per l’impegno sociale dei componimenti, per i colti rimandi extratestuali, per la bellezza degli effetti poetici resi con uno stile incisivo, questa Giuria, nell’impossibilità di assegnare ulteriori premi, ha deciso di assegnare alla silloge intitolata Finibus Terrae una menzione speciale”.

Le ricordo inoltre che, nel dare notizia alla stampa locale, Lei potrà riportare integralmente il giudizio della Giuria, che per onore di cronaca ha operato nella città di Siracusa ed era composta da un giornalista, un docente universitario, un funzionario di un ente pubblico e una studiosa laureata in lingue e culture romanze. La Giuria è stata presieduta dal sottoscritto, iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti e dottore in Scienze della Comunicazione.

F.to: Dott. G.Raudino – giornalista.

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ANNO 2005

 

Premio RENATO FUCINI 2005

PER UN SONETTO E UNA RACCOLTA DI RACCONTI

 

Partecipato con il sonetto:

 

ARGYNNIS NIOBE – Ninfàlide                                    

 

Il Mito spesso è un’oscena tragedia:

figli innocenti sterminati e donne

che gridano dolore tramutandosi

in roccia per oscuro volere.

 

Nelle terre della morta taranta,

arrivano sul mare dall’Oriente

folle di sognatori disperati

e Nìobe dalle ali di madreperl

che vola triste tra ulivi argentati

e sulle gialle ginestre. Qui il Mito

tenta ancora le sue metamorfosi,

arcaico testimone di lagrime

di pietra e cimiteri marini

dove Dina è un bianco teschio

spolpato dai pesci a cento metri

dalla riva di Finibus Terrae.

 

Note: -Nelle terre della morta

taranta – Le terre del Tarantismo.

Dina: Una delle tante donne

morte nel Mediterraneo.

 

ANNO 2006-

ANTEREM- PREMIO DI POESIA “LORENZO MONTANO” anno 2006

VERONA –

Partecipato con la poesia “ La nave dei folli”-X componimento di " Finibus Terrae"

 

Premio di Poesia Lorenzo Montano, fondato nel 1986, per “Raccolta inedita”, “Opera edita”, “Una poesia inedita”, “Opere scelte”. Iniziative permanenti collegate al premio: Biennale di Poesia di Verona, Antologia della Biennale2, “Carte nel vento notiziario-on-line.

Centro di documentazione sulla Poesia contemporanea “Lorenzo Montano”.

Lettera ai partecipanti di particolare rilievo poetico:

Gentile Francesco Riso, anche la ventesima edizione del premio “Lorenzo Montano” si è caratterizzata per l’alta qualità dei lavori poetici pervenuti. Tra questi il suo. Solo dopo lunghi e approfonditi dibattiti le tre Giurie sono giunte alle conclusioni che qui alleghiamo. Le inviamo il verbale delle Giurie, al fine di continuare a mantenere un contatto aperto con quei poeti che, come Lei, riteniamo ricchi d’interesse e in grado di fornire ulteriori prove di qualità.

Ci è molto gradito inoltre, invitarla alla cerimonia conclusiva di questa ventesima edizione. Avrà cosi l’opportunità di conoscere altri poeti in un’occasione irripetibile per stabilire proficui contatti. E di ascoltare voci poetiche e interventi teorici senz’altro utili a una crescita conoscitiva, e a un ampliamento di orizzonti.

La premiazione è infatti l’evento finale( alle ore 18) di un’intera giornata dedicata all’incontro tra i poeti, che si configura come “ Seconda Biennale” di Poesia Percorsi del dire. Si terrà a Verona sabato 14 ottobre 2006, a partire dalle ore 9.00 presso il Palazzo della Gran Guardia, situato in Piazza Brà, in pieno centro storico, e si caratterizzerà come un evento ricco di letture poetiche, musica, filosofia, danza, video, recitazione. A questo proposito, le saremo gradi di una conferma della sua gradita presenza. La informiamo infine che nel mese di gennaio p.v. spediremo il bando della 21^ edizione in prima battuta a tutti coloro che hanno partecipato con testi di pregio a questa edizione, invitandoli a riproporsi. Ci auguriamo così di poterla avere nostro ospite nella prossima edizione della Biennale.

Restando a disposizione per ogni ulteriore chiarimento, al solito indirizzo, al numero 3384628830 o preferibilmente via e-mail, ci è gradita l’occasione per salutarLa molto cordialmente.

La Segreteria Generale del Premio

Ranieri Teti

Via Zorzi 9,     37138 Verona, Italia

Tel.3384628830, fax 045563703

Premio.montano@anteremedizioni.it

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NOTE...

PROF. MARIO DE MARCO - UNIVERSITA' LECCE

       Francesco Riso, salentino di Corsano, è un artista dotato di rara e penetrante sensibilità. Egli da tempo si esprime con i versi, ma altrettanto lirismo si riscontra nelle sue opere pittoriche, frutto di una ricerca instancabile che non si fa sedurre dagli effetti estetici, poiché essa costantemente appare tesa a scarnificare il soggetto onde trarre da esso significati e simboli capaci di esprimere, con sapienti scelte formali e cromatiche, linguaggi sorretti dalla vis intuitiva e perciò capaci di stimolare il sentire del fruitore.

L’artista di Corsano nulla deve a scuole o accademie. Egli si è formato da solo, e questa sua condizione di autodidatta non è un limite, poiché immaginazione, sensibilità e creatività sorreggono ampiamente l’opera, che è dignitosa e sicura per quanto attiene il possesso e l’uso dei mezzi espressivi.

Francesco Riso, pertanto, appare sempre impegnato nell’affinamento proprio, ed ecco perché osservando i suoi dipinti si ha l’impressione di trovarsi quasi di fronte ad una produzione antologica, tante sono le diversità stilistiche, quasi che fossero testimonianze di scuole e di varie tendenze.

Tuttavia comuni denominatori connotano le opere del nostro artista, e intendiamo riferirci alla forte carica espressiva (di orientamento spesso espressionista) offerta da forti e vivide cromie, il cui linguaggio appare decifrabile anche alla luce della ricognizione analitica, poiché, non è ozioso ricordarlo, segni e scelte cromatiche costituiscono tante volte una trascrizione dell’inconscio.

La natura apparentemente fragile di Fratesco Riso non deve trarci in inganno. Egli ha dentro di se una forza titanica, la volontà prometeica lo sorregge e gli fa attingere vette altamente poetiche, disincantate, però, poiché il Nostro fa sempre i conti con la realtà e con le angustie dell’essere e dell’esistere.

Francesco rappresenta il paesaggio, che è quello del basso Salento, area incorrotta e rude ove gli uomini, come la natura, da sempre lottano per vivere. Il colore diviene calore, simbolo della terra riarsa, e pure simboli sono gli ulivi, i muretti e le costruzioni a secco, emblemi di una civiltà contadina ormai al tramonto. Francesco ci comunica diversi sentimenti, quello di una natura avara e pur insuperabile nella sua bellezza quando si tinge di verde e di fiori, quello di una natura che riesce a ristorare e a suscitare sia pur brevi vacanze interiori.

Anche i ritratti popolano le tele dell’artista di Corsano, e non si tratta di un pedissequo e pedante riporto della realtà. In queste rappresentazioni, che suscitano sentimenti di velata malinconia e di volizioni represse, si riscontra la plasticità volumetrica ma, a parte questa connotazione formale, ci si trova pure quella ricerca esistenziale di cui si accennava innanzi. Francesco, infatti, è un uomo che non si appaga dell’epidermico, egli sa andare dentro e dietro alle cose, in questo caso non copia il soggetto, ma lo interpreta o, in altri casi, proietta sulla tela la sua enorme volontà di vivere, di gioire, di godere, così come tutti gli umani agognano.

Poi la ricerca pittorica di Francesco Riso si stempera nella rappresentazione più pura, ossia si emancipa dal condizionamento formale, e questa via, che tenta creativamente la individuazione di risultati più propri e appaganti, ci sembra quanto mai interessante e testimonia la vitalità di questo artista, che con umiltà e dignità produce opere sicuramente apprezzabili e dignitose, che nulla spacciano né, tantomeno, alcunché millantano.

 

Lecce, 2/VIII/1988

                                                                    f.to Mario De Marco

 

 

 

PROF. HERVE’ A. CAVALLERA – Tricase

Articolo scritto in occasione della mostra a Torre Vado – Galleria Pro-Loco dall’11 al 20 agosto 1993 – presentavo sia lavori sui “ Fantasmi” sia la serie “ Variazioni sull’infinito”

L'OCEANO DEI COLORI NELLA PITTURA DI FRANCESCO RIS

La pittura di Francesco Riso si caratterizza come un processo di dissoluzione del figurativo. Con quest'ultimo, infatti, il Riso già nel 1983 perviene a risultati interessanti ove peraltro è rintracciabile il segno di una lacerazione intellettuale, espressione della lettura della crisi sociale, che trova eco nei paesaggi dai colori accesi e dagli insiemi destabilizzanti. E' una fase pittorica in cui i tentativi d’innovazione appaiono come rottura nell'equilibrio tradizionale della prospettiva, espressione di una insoddisfazione interiore che anela a nuove forme. Così, non senza qualche sosta nel figurativo tradizionale, il Riso, comincia a vanificare l'oggetto accentuando la tensione e passando sempre di più alla scelta del colore. E' un processo vissuto non senza ripensamenti e rivisitazioni suí generís di campagne, di corpi, di ambienti. Il Riso si orienta in tal modo verso la sensazione dissolta in colore cui approda nel 1989 e rafforza nelle pitture del 1990‑91 con la scelta dell'acrilico, che costituisce il punto d'arrivo del cammino, come è attestato dal ciclo Variazioni sull'infinito".

 

Il Riso, che ama altresì frequentare il mondo della poesia, ha in tal modo messo da parte una mera rappresentazione del quotidiano visivo, quale appare nella visione immediata, ed è pervenuto all'abbandono nelle forme del colore, entro cui la passionalità non è spenta, ma è scomposta, sparsa in rivoli molteplici e indefiniti e senza meta. La rabbia contenuta ‑ a tratti delle iniziali pitture ha ceduto il posto ad una compostezza nervosa e in movimento, quale è appunto la vastissima pluralità dei colori che assorbono l'osservatore come dinanzì all'estendersi del cielo stellato.

Il passaggio dalla corposità materiale della terra e della carne al multicolore indefinito, che la scelta dell'acrilico così bene favorisce, esprime in tal modo non tanto una fuga ma un approdo. La consapevolezza di una realtà ribelle e violenta malamente nascosta dalle apparenze di ogni giorno, dal Riso individuata nei quadri della prima maniera, porta il pittore al tentativo di andare oltre il quotidiano spostando l'attenzione alla ricchezza infinita del colore e dello spazio. Ivi l'animo del Riso si diffonde e pare seguire la varietà delle combinazioni entro cui possono leggersi tanto cose e che non consentono né un inizio né una fine, bensì un vagare senza meta. Questo concetto di movimento che caratterizza i più recenti risultati pittorici del Riso è infatti lo spostamento, sul piano dell'indefinito, dei sogni del pittore. Saltata la riconciliazione con l'oggetto, non resta che il viaggiare nell'oceano dei colori, per non fermarsi mai. I problemi rimangono relegati negli spazi conclusi e per ciò spesso gravidi di tensione, di rabbia, di morte. Nelle variazioni dell'infinito non ci sono più né tensioni né morti, bensì un continuo stupore dinanzi ai colori che si autopresentano sì da trascinare con loro e il pittore e l'osservatore.

 

Anno  1993

 

                                                                                  Hervé A. Cavallera

 

 

 

 

PROF, VITTORIO BALSEBRE – Lecce

Francesco Riso è pittore e poeta efficace, con il suo corredo di parole fra nuove e antiche, le quali respirano l’aria delle “ origini”, dove affondano le radici della cultura mediterranea, in quel mondo proprio, particolare del Salento. Terra di memorie ben conosciute, ormai, dalla cultura. E qui s’innesta, con il talento che lo distingue, un lessico moderno, connesso con la grande lezione filmica, ed, a volte, con l’immediatezza televisiva, che giunge, per vie misteriose, addirittura al teatro schekespiriano.

Non certo il “gergo” dei poeti maledetti, pur nel mistero di un verso che sfugge al controllo e si insinua fra i concetti. Sorgono allora altisonante, fra ritmi descrittivi, come un canto aulico. Così come si potrebbe sentire l’eco sublime del ricordo, ormai assunto, che alterna a quello, quasi popolare e tutto si uniforme, si amalgama alla fluidità stilistica, consonante con la poetica di fondo. Sembra che se tutto fosse intimo e consueto da tempo. Dove abbiamo già udito queste voci amiche?

E’ forse un inganno voluto, ma la vena sincera scorre placida e soave. La fantasia mediterranea, il ritmo sonoro e modulatamene perfetto, che non cera mai sorpresa.

Ed un poeta mai rinuncia alla sua “ vena “ creativa allorché trasferisce la sua poetica, appunto, sul piano della figuratività pittorica o scultorea. Cambia la tecnica, ma l’inventiva è sempre pregnante. Avanza in una organica continuità, dove la personalità si fa ancora più completa e definitiva, ove l’immagine prende il posto del “ verbo”.

Ed ecco che la fantasia corre dal figurativo al simbolico, alla astrazione formale. Sono gli stessi colori, la stessa forma, gli stessi contenuti che il Croce chiamava “ lirismo poetico” qualsiasi tecnica si adottasse. La stessa fervida immaginazione che sostiene, in definitiva, il racconto. Ed ecco che il tema dominante si rivela nella crisalide che diventa “farfalla”. La stasi e il movimento si alternano, in una dinamicità singolare, con la “ pausa”. Il vedutismo, sui generis, diventa fantasmagorico, nella sua particolare aromaticità, nel suo moto non solo percettivo, ma attivo. Temi ricorrenti i “ FANTASMI”, che da una lieve parvenza formale e cromatica, giungono presto alle vere latitudini dell’invenzione formale e cromatica, ove il pensato e lo immaginato, si concretizzano, diciamo cosi, nel tessuto pittorico, pur non sempre amalgamandosi del tutto.

Il “ VOLO DI FARFALLE” segue più o meno lo stesso percorso, in un andamento di sublimazione, con più accentuato senso spaziale e dinamico.

Le variazioni sull’“INFINITO” assumono senso cosmico, pur seguendo la stessa poetica.

Ci troviamo di fronte a temi vari fra il cosiddetto “ figurativo” e l’astrazione ch’è, per me, l’essenza stessa di tutta l’arte. Un figurativo carico di un certo simbolismo, come spesso accade, qui, nel Salento. Tutto si lega ad un’astrazione più congeniale. Le OCEANICHE sono simili alle astrazioni COSMICHE su l’INFINITO. Le tracce di una tragedia, sono fortemente connaturate. Direi insite, nella pittura di F.R. con l’intromissione di figure femminili. Così anche l’ULIVO segue un andamento formalmente lirico dissolto.

Nello “ STUPRO”, ricompare, se mai ne fosse stata assente, nuovamente la drammaticità dell’evento che i “CESPUGLI” cercano di autodefinirsi in intricati segni del tempo, prospettandosi nella natura circostante. Qua e là appare qualche figura, come “ NUDO”, direi in modo consuetudinario, che sembra dissolversi espressionisticamente, come in “ ADAMO ED EVA”.

Tutta questa pittura, come d'altronde la poesia del Nostro, è rivissuta liricamente, con impeto e slancio” immaginativo, con serietà di afflati creativi, che, particolarmente nella poesia, si fa discorso di elevato valore.

Lecce autunno 1993

Vittorio Balsebre

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 23-11-08