Scheda bibliografica:

Argomenti filosofici sulla
FRATELLANZA

Quello che segue un elenco parziale di libri e testi che ritengo di segnalare alla lettura e che mi propongo di integrare via via con altri titoli, evidenziando per ciascuno i concetti secondo me piu' rilevanti. Altri riferimenti sono presenti nelle schede bibliografiche in questo stesso sito.


1.
Il concetto di fratellanza, secondo Norberto Bobbio (Eguaglianza e liberta', ed. Einaudi, Torino 1995), diversamente da quelli di liberta' e di eguaglianza riguarda piu' il linguaggio religioso di quello politico.


2. L'INTOLLERANZA. Uguali e diversi nella storia
La tolleranza e' il cavallo di battaglia di organizzazioni come Amnesty International ed e' un argomento fondamentale per chiunque voglia comprendere meglio le radici della violenza e della violazione delle liberta' degli individui e dei popoli: "la storia della tolleranza non e' che la storia della lotta contro l'intolleranza" (Helmut Frenz, Riflessioni sulle nuove forme della tolleranza e dell'intolleranza nelle societa' industriali avanzate del mondo occidentale, nel libro cit., pag.201); e' la storia della persecuzione dei cristiani, dell'inquisizione, della caccia alle streghe, dello sterminio degli ebrei, del razzismo, dell'apartheid, della tortura, dei campi di concentramento e di lavoro, ecc. ecc. Piu' in generale, la storia della tolleranza e' la storia della lotta contro l'autoritarismo e il totalitarismo, e' la storia della conquista della liberta' e del diritto di autodeterminazione degli individui e dei popoli.
"L'idea e' la pratica della tolleranza", scrive Tzvetan Todorov nel libro citato (che raccoglie gli atti di un convegno di Amnesty International tenutosi a Bologna nel dicembre 1985, pagg.1,4,5), "sono in rapporto con i due grandi principi degli stati democratici moderni che designano le due parole-feticcio uguaglianza e liberta'". Per quanto concerne l'uguaglianza, continua Todorov, "e' evidente che sapro' essere tollerante verso gli altri esseri umani solo se parto dall'idea di una nostra comune partecipazione a una medesima condizione, affermando cosi' implicitamente che gli altri sono quanto a me degni di rispetto".
Storicamente, e' stata la diffusione della tolleranza religiosa ad anticipare e ad aprire la strada alle lotte per la tolleranza politica e, in ultima analisi, per la democrazia e la liberta' civile: come afferma Norberto Bobbio in un intervento chiarificatore nello stesso convegno promosso da Amnesty International, e ' con la distinzione fra religione e politica, e con la separazione che segue tra ideologia intollerante verso l'errore altrui (l'eresia) e stato tollerante verso l'errante (verso la persona fisica dell'eretico), che si pongono le fondamenta stesse dello stato democratico moderno.
In un intervento estemporaneo al dibattito che segui' le relazioni del citato convegno, Giuseppe Alberigo (ripreso anche dallo stesso Bobbio nella sua relazione sulle "Ragioni della tolleranza") proponeva una "visione orizzontale" di due concetti che hanno la medesima forza, il concetto di verita' e quello di persona umana: nella visione verticale, quella dell'intollerante, la verita' ha sempre la meglio sulla persona umana e l'intolleranza verso l'errore si traduce in intolleranza verso l'errante; nella visione orizzontale, al contrario, il valore "verita' " non ha la meglio sul valore "persona umana", e l'intolleranza verso l'errore si traduce in tolleranza verso l'errante.
Tolleranza e intolleranza hanno infatti due significati, chiarisce Norberto Bobbio, un significato forte (intolleranza negativa come violenza contro la persona umana; tolleranza positiva come rispetto per la persona umana) e un significato debole (intolleranza positiva come indignazione, sdegno morale nei confronti dell'errore; tolleranza negativa come indifferenza, cecita' di fronte ai valori).
La democrazia e la pace presuppongono una tolleranza forte (positiva) e una intolleranza debole (negativa), vale a dire una tolleranza che non si traduce in indifferenza per le tesi altrui, ovvero un'intolleranza nei confronti dell'eresia che non si traduce in violenza contro la persona dell'eretico; l'autoritarismo, il totalitarismo e la guerra impongono, al contrario, condizioni di intolleranza forte. La situazione attuale delle societa' capitalistiche, sempre secondo Bobbio, non sembra essere classificabile in nessuno dei due casi appena esaminati: la realta' delle democrazie capitalistiche sembra piuttosto essere quella di un eccesso di tolleranza in senso negativo, un eccesso di lasciar fare, di indifferenza o neutralita' nei confronti delle tesi e delle ragioni addotte dall'avversario, un avversario che puo' anche essere intollerante non soltanto verso la "nostra" eresia, ma anche verso il nostro essere "eretici", verso la nostra persona fisica.
Si pone dunque il problema del rapporto tolleranza/intolleranza (che non e' mai, comunque, un "gioco a somma zero") nei confronti dell'intolleranza altrui: e' giustificabile un atteggiamento di tolleranza nei confronti degli intolleranti ?
La questione, scrive John Rawls in un paragrafo de Una teoria della giustizia che gia' nel titolo e' significativo ("tolleranza per gli intolleranti"), "e' se essere intolleranti rispetto a un altro sia una motivazione sufficiente per limitare la liberta' di qualcuno"; e cosi' conclude: "i membri di una societa' bene-ordinata limitano la liberta' degli intolleranti solo nei casi speciali in cui e' necessario preservare l'eguale liberta' stessa" (pagg.188-191). Non esiste un criterio definitivo, sostiene Norberto Bobbio, per stabilire a priori se l'atteggiamento nei confronti dell'intollerante debba essere di tolleranza oppure di intolleranza; soluzioni storiche favoriscono ora l'una ora l'altra soluzione: nel caso del partito fascista, gli italiani risposero con la tolleranza all'atteggiamento di intolleranza, e sbagliarono; nel caso del partito comunista, la risposta e' stata ancora la tolleranza ma questa volta, in quello specifico contesto storico, e' stata corretta perche' in quel caso, come scrive John Rawls, "le liberta' di cui godono gli intolleranti potranno persuaderli a credere nella liberta'. Questa persuasione", continua Rawls, "funziona in base al principio psicologico per il quale coloro che beneficiano di una costituzione giusta, che tutela le loro liberta', tenderanno col tempo, e a parita' di condizioni, a sviluppare un senso di fedelta' verso di essa" (cit., pag.190).
L'atteggiamento di tolleranza verso gli intolleranti sembra prevalere nelle democrazie occidentali, mescolandosi a volte pericolosamente ad un atteggiamento di tolleranza debole, di indifferenza o cecita' verso i valori (e le tesi degli intolleranti); queste considerazioni portano ad esaminare l'intervento di Iva Illich nel convegno citato, sulla "metamorfosi del pagano": Illich, infatti, non accusa solo di indifferenza il mondo capitalistico moderno ma, anzi, di eccessiva "accondiscendenza missionaria" nei confronti del "diverso", di colui che, dal nostro punto di vista (che e' anche, per noi, il punto di vista della verita'), "non e' ancora quello che dovrebbe essere per il suo bene". La realta' contemporanea, secondo Illich, e' intrisa di un'intolleranza particolare, di un atteggiamento storicamente eccezionale: una sottile, multiforme, onnipresente accondiscendenza missionaria che deve la sua origine piu' profonda alla alla dottrina cristiana della conversione, e che fa si' che l'alterita', la diversita', diventi qualcosa che deve superarsi, e che deve superarsi per merito nostro. La diversita' come compito per chi la percepisce: il pagano come "altro" che e' "non-ancora-noi", il pagano come oggetto di un progetto.
Questa strana forma di intolleranza, sostiene Illich nel suo intervento, e' presente nel concetto di professionalita', in quello di terapia, in quello, importantissimo, di sottosviluppo: l'idea-guida e' quella dell'homo oeducandus, idea che implica (anzi, impone) la costituzione di una comunita' responsabile verso il bene del mondo, tanto responsabile da non tollerare gli irresponsabili, vale a dire i "diversi".
Forse l'intolleranza speciale cui si riferisce Illich e' un'intolleranza debole? La risposta e' ambigua: dentro le democrazie capitalistiche possiamo quasi sempre dire di si; l'intolleranza debole, pero', non e' la regola per quanto riguarda i rapporti che intercorrono fra i paesi industrializzati da una parte e cio' che, con un'evidente intolleranza verbale, chiamiamo "Terzo mondo", vale a dire i paesi "sottosviluppati" (di nuovo un'intolleranza verbale).
Una distinzione importante e' allora quella che Bobbio ha evidenziato con grande acutezza all'inizio della sua relazione: la distinzione fra errore e diversita', e quindi l'atteggiamento di tolleranza/intolleranza verso l'errante da una parte e di tolleranza/intolleranza verso il diverso dall'altra. La "vecchia" intolleranza (l'intolleranza religiosa) era un'intolleranza verso l'errore e verso l'eretico; l'intolleranza che prevale nel nostro tempo e' l'intolleranza verso il diverso (l'ebreo, il negro, ecc.), che e' diverso in quanto tale, indipendentemente da cio' che fa o da cio' che dice.
Ora, chiarisce Bobbio, il problema della tolleranza o intolleranza verso l'errore (e l'errante) e' un problema di giustificazione: si tratta di enumerare le buone ragioni della tolleranza e di contrapporle alle cattive ragioni dell'intolleranza; il problema della tolleranza o intolleranza verso il diverso e', al contrario, un problema di discriminazione. L'intolleranza verso l'errore e' questione di scetticismo, l'intolleranza verso il diverso e' questione di fanatismo.
La distinzione fra intolleranza verso l'errore e intolleranza verso il diverso non e' di particolare rilevanza pratica: per un'organizzazione come Amnesty International ha poca importanza sapere se la vittima dell'intolleranza forte e' un eretico o un diverso, se a subire violenza e' un antifascista o un negro; una simile distinzione ha invece importanza teorica, nel momento in cui cerchiamo di comprendere meglio i fenomeni "autoritarismo" e "totalitarismo": si puo' considerare "autoritario" quel regime politico che presenta forme di intolleranza pubblica forte nei confronti o dell'errante o del diverso, mentre la logica totalitaria si differenzia perche' ha la capacita' unica, mostruosa, di colpire innocenti attribuendo loro tesi ed eresie che essi, in realta', non hanno ne' hanno mai pronunciato, e colpisce i diversi perche', in quanto diversi, sono anche in errore. Come ha ben dimostrato Hannah Arendt (Le origini del totalitarismo), il concetto-chiave di questa logica, manifestato chiaramente dalle due esperienze totalitarie del Xx secolo, quella nazista e quella comunista, e' il concetto di nemico oggettivo, il nemico che non esiste nella realta' come nemico, che non si oppone, ma che cosi' e' dichiarato dall'autorita' centrale, la quale sentenzia chi debba essere di volta in volta il nemico, indipendentemente da cio' che in concreto questi pensa, dice e fa.
Eretico e diverso vengono a coincidere nella logica totalitaria: il nazismo colpisce il diverso perche' lo considera in errore (l'ebreo e' sionista, cospira per il dominio del mondo); il comunismo colpisce l'errante in quanto diverso (l'anticomunista e' un borghese). Nel primo caso (nazismo) l'errore e' un'aggravante della diversita'; nel secondo caso (comunismo), la diversita' e' una prova dell'errore.
L'ebreo e' un diverso ma, in quanto sionista, e' anche in errore; e l'ebreo, per la logica totalitaria del nazismo, e' sempre sionista (e' sionista perche' ebreo). Il nemico della causa comunista e' in errore ma e' anche un borghese, vale a dire un diverso: il potere comunista colpisce l'errore presunto colpendo lo status diverso dell'individuo borghese in quanto e' manifestazione visibile, oggettiva, dell'errore.
L'intolleranza forte del totalitarismo e', per cosi' dire, multipla: intolleranza verso un nemico inesistente che viene immaginato come diverso e come errante. Il nemico e', insieme, diverso, errante e immaginario; le conseguenze, purtroppo, sono concrete e terrificanti:
leggiamole in alcune testimonianze agghiaccianti che ci vengono fornite proprio da Amnesty International (nel libro Omicidi politici governativi) e che descrivono il potere della morte dei Khmer Rossi in Cambogia.
"Risulta da tali testimonianze che le uccisioni non erano semplicemente un atto di vendetta portato a termine nel momento caldo della vittoria, ma l'attuazione di direttive del governo centrale. (...) Le uccisioni nei confronti degli ex ufficiali e funzionari di Lon Nol riguardarono anche le loro famiglie. Venivano giustiziati mogli e figli allo scopo di evitare che potessero diventare oppositori del nuovo governo.
Alle uccisioni di ex membri della precedente amministrazione seguirono presto le esecuzioni dei membri della 'borghesia' e dell' 'intellighenzia'. Le considerazioni che erano alla base di questa pratica sono riflesse in un documento emesso dall'Ufficio Esecutivo del Comitato di Partito per la Regione Orientale:
'Dobbiamo accrescere la vigilanza rivoluzionaria rispetto a quegli elementi che hanno servito la macchina amministrativa sotto il regime precedente, quali tecnici, professori, medici, ingegneri e altro personale tecnico. La linea del nostro Partito e' quella di non impiegare queste persone in nessun ruolo. Se corriamo appresso a questa tecnologia, sentiremo che loro sono sottomessi e che noi li utilizziamo, ma cio' puo' creare la possibilita' ai nemici di infiltrarsi nelle nostre fila piu' profondamente con ogni anno che passa e questo e' un processo pericoloso.'
In linea con questo orientamento, gli intellettuali, spesso identificati rozzamente con tutti quelli che portavano occhiali, venivano individuati in vista di un trattamento particolarmente duro e in molte regioni del paese venivano giustiziati in maniera sommaria. Molti rifugiati hanno riferito che, dall'inizio del 1976, intellettuali, studenti, insegnanti, spesso descritti dai Khmer Rossi come 'i privi di valore', scomparivano dal posto di lavoro e si presumeva che fossero uccisi. Un ex quadro dei Khmer Rossi ha richiamato come, nella provincia di Kompong Cham, si decise 'di arrestare 'i privi di valore', e cioe' gli intellettuali, gli insegnanti e gli studenti che avessero superato la settima classe. il paese doveva eliminarli. Era questa la decisoone del Comitato Centrale, cosi' come era stata una sua decisione quella di eliminare i soldati nel 1975 e 1976'." (Amnesty International, Omicidi politici governativi, Roma 1983, pagg.38-39).
Il nemico e' l'oppositore (l'eretico), l'oppositore e' il borghese, cioe' l'intellettuale, cioe' colui che porta gli occhiali (il diverso).

3.
Nella tradizione marxista-leninista vi e' un'ulteriore distinzione del concetto di (in)tolleranza che, se e' di scarso interesse pratico, ci aiuta pero' a capire meglio un paradosso di questa tradizione, e cioe' la contraddizione latente fra umanesimo (che contiene in se' i principi di liberta', uguaglianza, solidarieta', pace, democrazia, ecc.) e totalitarismo (che contiene in se' i concetti di nemico oggettivo, lotta di classe, terrore come strategia politica, ecc.). Scrive Marx:
"(...) qui si tratta delle persone solo in quanto sono la personificazione di categorie economiche, che rappresnetano determinati rapporti e determinati interessi di classe. Il mio punto di vista, che considera lo sviluppo della formazione economica della societa' come processo di storia naturale, non puo' assolutamente fare il singolo responsabile di rapporti da cui egli socialmente proviene, pure se soggettivamente possa innalzarsi al di sopra di essi" (Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, Prefazione alla prima edizione, ed. Newton Compton, Roma 1970, pagg.6-7).
In questo famoso passaggio della Prefazione alla prima edizione de Il Capitale, Marx sembra proporci due diversi atteggiamenti di (in)tolleranza (tra loro contraddittori) nei confronti dell'individuo borghese da un lato e della classe borghese dall'altro: tolleranza verso il singolo individuo, il singolo borghese che non e' responsabile di rapporti sociali esistenti al di fuori e al di sopra di lui, e intolleranza verso la classe borghese, che e' invece secondo Marx l'incarnazione del male radicale dell'epoca.
Il marxismo, conseguentemente, si e' trovato di fronte ad un bivio: chi accentuava l'importanza dell'individuo (come ha fatto, per esempio, Rodolfo Mondolfo), propendeva per atteggiamenti di tolleranza, sia pure mescolati a forme di intolleranza debole verso l'eresia di cui l'individuo borghese era portatore; chi, viceversa, accentuava l'importanza della classe borghese, come ha fatto per esempio il leninismo, considerava l'intolleranza un atteggiamento non solo giustificabile ma addirittura inevitabile e necessario. Non si puo', infatti, essere tolleranti verso ogni singolo membro di un gruppo e, contemporaneamente, essere intolleranti verso il gruppo nel suo insieme.
La teoria marxista-leninista ci impone dunque di esaminare un'ulteriore distinzione nel concetto di (in)tolleranza: l'(in)tolleranza verso l'individuo e l'(in)tolleranza verso il gruppo; ad una simile distinzione era giunta inizialmente anche Amnesty International, occupandosi di singoli casi di intolleranza verso individui (art.3 dello Statuto).
L'atteggiamento di (in)tolleranza verso l'individuo ha infatti una relazione diretta con la problematica dei diritti umani e, piu' in generale, con la teoria morale; l'atteggiamento di (in)tolleranza verso il gruppo, invece, si collega ai problemi della pace e della guerra e, piu' in generale, alla teoria politica. Sviluppando un atteggiamento di intolleranza forte verso il gruppo, il totalitarismo impone la propria strategia del terrore agli individui, che altro non sono che "parti" del nemico oggettivo che e', appunto, il nemico pubblico (con una potenza crescente dell'intolleranza forte passando dall'autoritarismo al totalitarismo: si veda Hanna Arendt, Le origini del totalitarismo).
Adriano Prosperi introduce una ulteriore distinzione fra (in)tolleranza dall'alto e (in)tolleranza dal basso (cit. Convegno di Bologna, 1985): riferendosi alla storia dell'Europa del Cinquecento, Properi evidenzia che "e' proprio per opera di chi teorizzo' e pratico' la simulazione e la dissimulazione in materia di fede che si ebbero le formulazioni piu' esplicite della tolleranza (...) insomma, se dal punto di vista dei poteri costituiti esisteva il problema del tollerare o meno gli eretici, dall'opposto punto di vista di chi subiva senza accettarlo il potere del cristianesimo ufficiale esisteva pure una situazione che puo' essere definita di tolleranza. Del resto, una delle piu' precoci testimonianze di uso di questo termine nella forma astratta riguarda proprio un contesto di questo secondo tipo. Fu erasmo da Rotterdam a coniare l'espressione 'extrema tolerantia' per descrivere una situazione immaginaria sommamente angosciosa: quella di una definitiva vittoria dei 'barbari' Turchi e della necessita' per i cristiani di vivere sotto il loro giogo. Ai cittadini che si fossero trovati in quella condizione egli proponeva ninet'altro che una divisa di questo genere: simulare l'obbedienza, dissimulare in cuore la vera fede (...) questa pratica della tolleranza dal basso doveva trovare attuazione non tra i barbari ma nel cuore della civilta' cristina europea" (cit., pagg.24-25).
La potenza dell'intolleranza forte totalitaria, il fatto nuovo piu' angosciante accaduto nel XX secolo dopo la costruzione della bomba atomica, e' la convergenza di intolleranza dal basso e intolleranza dall'alto, verso l'individuo e verso il gruppo, attuata grazie alla complicita' delle "masse" con l'autorita' totalitaria; il vicino di casa, l'amico, il parente diventa spia, informatore, collaboratore dell'autorita' contro di me: per ogni uomo che lavora, un soldato che lo controlla. Il regime autoritario si differenzia da quello totalitario in un punto di fondamentale importanza: laddove nel totalitarismo vi e' identita' completa fra le varie forme di intolleranza (dall,alto e dal basso, verso l'individuo e verso il gruppo, verso l'eretico e verso il diverso), nel regime autoritario e' ancora possibile una forma di tolleranza dal basso verso il signolo individuo, nonostante la persecuzione di cui questi e' fatto oggetto da parte del potere costituito, ed e' questa tolleranza dal basso che in circostanze favorevoli puo' diventare opposizione esplicita, rivolta, ribellione, resistenza.
L'intolleranza forte totalitaria invece non distingue nemici reali da nemici immaginari, oppositori da innocenti, eretici da diversi, individui da gruppi: essa e' intolleranza in quel significato totale che puo' essere attribuito solo alla morte, la morte violenta voluta dall'uomo che non e' naturale ma artificiale, che non e' biologica ma politica, e che non riconosce giustizia o verita', liberta' o uguaglianza, ma solo distruzione e cioe', in ultima analisi, che non riconosce altro principio al di fuori di se stessa: la morte, appunto.
Al principio assoluto della morte, essenza del totalitarismo, si puo' rispondere efficacemente solo con un principio altrettanto assoluto: con lo stesso principio della morte, e cioe' con la guerra e la vittoria militare sul totalitarismo, oppure col principio della vita, e cioe' con la lotta alla morte comunque intesa, con la potenza della tolleranza forte. Nell'era delle armi nucleari il principio della morte (la guerra) non e' piu' realisticamente perseguibile come mezzo per sconfiggere il totalitarismo.
Nell'era delle armi nucleari, alla potenza dell'intolleranza forte totalitaria e' necessario contrapporre la potenza della tolleranza forte umanistica, una potenza che, per essere veramente totale, deve rifarsi a quell'unico principio che puo' realisticamente contrapporsi alla morte come principio totale: il principio della vita, dell'amore per la vita, cio' che Erich Fromm ha chiamato biofilia (Psicanalisi dell'amore).
Il principio totale della biofilia permette e giustifica l'intolleranza verso l'errore (intolleranza debole) ma impone la tolleranza sia nei confronti dell'errante che del diverso (tolleranza forte); il principio totale della biofilia implica un atteggiamento di tolleranza che si riconduce al significato etimologico e letterale della parola: tolleranza come resistenza agli attacchi altrui. La necrofilia del potere totalitario puo' essere sconfitta dalla biofilia del potere umanistico, che e' fondato sul principio dell'amore per la vita, precondizione di ogni altro valore umano e percio' valore primo, prioritario rispetto ad altri valori, siano essi di liberta' o di uguaglianza; la potenza totalitaria puo' dunque essere sconfitta sconfiggendo il nucleo di morte che e' essenza della sua esistenza: il trionfo di valori di liberta', uguaglianza, pace, democrazia e', infatti, prima di tutto, il trionfo della vita sulla morte, della biofilia sulla necrofilia, dell'amore sull'odio, dell'umanesimo sul totalitarismo, e' il trionfo della tolleranza forte sulla potenza omicida dell'intolleranza.

4.
Secondo Thomas Nagel (I paradossi dell'uguaglianza), i conflitti piu' difficili non riguardano interessi ma l'importanza di valori (pag.193; aborto, Israele, pag.211); la "tolleranza liberal" riconosce un'imparzialita' di ordine superiore (pag. 194 e seg.), l'Autore invita a distinguere l'imparzialita' tra persone dall'imparzialita' tra concezioni del bene (pag.198).
Le divergenze sui valori fondamentali ed il conflitto di interessi universali (il contrasto fra ricchi e poveri su scala planetaria, pag.212) rendono impossibile un governo mondiale legittimo, che peraltro qualora fosse possibile non sarebbe piu' necessario: se tutte le nazioni del mondo diventassero democrazie liberali basterebbe infatti un sistema di intese multilaterali (pag.217). La liberta' di espressione solitamente esclude l'istigazione alla violenza e la calunnia, e puo' essere limitata in circostanze eccezionali (guerra, pag.181).
Talvolta, osserva l'Autore, non esistono soluzioni ragionevoli (salvare due bambini con un solo giubbotto, pag.215), inoltre l'altruismo genera punti di vista conflittuali (pag.205) e pertanto Nagel e' pessimista sulle capacita' della politica di rendere prioritaria la solidarieta' verso l'umanita' rispetto alle identita' etniche o religiose, perche' la solidarieta' e' sempre esclusiva e spesso si concretizza in ostilita' attiva verso gli estranei (pag.220).
La nostra prospettiva personale (come individui ma anche come stati) puo' essere perseguita serenamente solo nel contesto di un ordine sociale giusto (interno ed internazionale, pagg.221-222).

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