1. LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO.
1.1. Le teorie dello sviluppo e l’evoluzione degli approcci nel campo della cooperazione internazionale.Alla
fine della seconda guerra mondiale il processo di decolonizzazione, avviatosi
negli anni Venti, conobbe una forte accelerazione e portò alla ribalta
internazionale la problematica del sottosviluppo[1]. All’inizio degli anni Cinquanta,
infatti, con l’accelerazione del movimento di indipendenza dei popoli
colonizzati[2],
si pose sulla scena internazionale la questione del grave squilibrio che
esisteva tra il Nord ed il Sud del mondo, squilibrio che, da allora, non
ha mai smesso di aggravarsi. Il
riscatto dal colonialismo ed il superamento dell’arretratezza e del sottosviluppo
vennero posti, per la prima volta, come questioni di rilevanza internazionale,
in occasione della conferenza di Bandung (Indonesia) che vide riuniti,
nell’aprile del 1955, 23 paesi asiatici e 6 paesi africani, quasi tutti
di nuova indipendenza e impegnati a dare forma comune alle loro rivendicazioni.
Nasceva, in questo modo, l’ideologia del "Terzo Mondo", alternativa
a quella dei due blocchi.[3]
Ben presto, al gruppo afro-asiatico si unirono anche alcuni paesi dell’America
Latina dando una notevole consistenza numerica al movimento e inducendo
le Nazioni Unite[4] e le superpotenze ad una
maggiore attenzione ai problemi del Sud del Mondo (Villani, 1993). In
quel mondo diviso tra i due blocchi contrapposti, la competizione USA-URSS
per l’acquisizione di influenza si spostò nel Sud del Mondo, dando luogo
ad un profondo scontro ideologico, in cui si cercava di evitare che arretratezza
e povertà favorissero l’entrata dei paesi in via di sviluppo nell’opposta
area di influenza. L’importanza degli aiuti per lo sviluppo emergeva sempre
più sulle ali del successo della ricostruzione postbellica nell’Europa
occidentale, ottenuta grazie al Piano Marshall, piano di aiuti stanziato
dagli USA per la ricostruzione delle economie europee, ma soprattutto
per evitare che le difficoltà economiche spingessero qualche paese dell’Europa
occidentale verso scelte socialiste. Fin dagli anni Cinquanta la concessione
degli aiuti venne considerata un elemento indispensabile allo sviluppo
dei paesi del Sud del Mondo anche se i motivi fondamentali della cooperazione
trovano corpo soprattutto nell’esigenza politica di contenimento del blocco
contrapposto e nel conseguente interesse ad estendere influenza sui paesi
in via di sviluppo. Una
politica globale di cooperazione allo sviluppo iniziò negli anni Sessanta,
quando l’ONU proclamò il "primo decennio dello sviluppo"
e quando, all’interno dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e
lo Sviluppo Economico) si formò il DAC (Development Aid Committe) organismo
che ancora riunisce e coordina la cooperazione dei paesi industrializzati. Per
comprendere le strategie che nel corso del tempo hanno caratterizzato
la cooperazione Nord-Sud, occorre prendere in considerazione i diversi
approcci allo sviluppo[5].
Inizialmente lo sviluppo era identificato con la crescita; esso era concepito
sostanzialmente in "un processo di industrializzazione, modernizzazione
ed occidentalizzazione" (Zupi, 1997, p.16), ovvero verso l’unico
percorso possibile[6].
Rostow fu tra gli economisti che sostenne la tesi della crescita autosostenuta
e della modernizzazione, elaborando un modello di sviluppo economico,
articolato su cinque stadi[7],
il cui presupposto era che l’esperienza occidentale rappresentasse l’unica
strada percorribile dai paesi del Terzo Mondo per raggiungere la prosperità
economica (Bennett R., Estall R., 1993). Per aiutare i paesi in via di
sviluppo verso una crescita in grado di autosostenersi, era necessario
un forte trasferimento di capitali, a condizioni privilegiate (come accadeva
con l’aiuto), che alleviasse la carenza di capitali e che potesse favorire
il processo di industrializzazione (Lewis, 1988). Una
strategia messa in atto, soprattutto nei paesi latino-americani, fu quella
definita di "sostituzione delle importazioni" che avrebbe dovuto
riconvertire l’industria leggera di beni di consumo in quella produttrice
di beni intermedi, per poi affrontare la fase di produzione di beni capitali.
Questa politica[8]
venne perseguita attraverso un forte ruolo dello Stato nella pianificazione
economica e con l’importazione di tecnologie moderne e di alcune materie
prime che finirono però con l’aumentare la dipendenza dall’estero. In
effetti, la strategia di sostituzione delle importazioni ebbe esito negativo,
portando ad un forte indebitamento per le crescenti importazioni e di
conseguenza, a una maggiore subordinazione delle economie periferiche
alle economie centrali (Zupi, 1997). Il
tentativo di promuovere un modello alternativo a quello capitalista portò
alla definizione della teoria della dipendenza, uno dei contributi principali
del "terzomondismo", in base alla quale sviluppo e sottosviluppo
sono due fasi di uno stesso processo di espansione capitalistica, in cui
lo sviluppo del Centro si nutre del sottosviluppo della Periferia, sfruttata
senza riguardi (Sideri, 1988). Secondo quest’approccio diventava, quindi,
necessario ipotizzare lo sganciamento del Sud, improduttivo e sottosviluppato,
dal Nord, industrializzato e sviluppato. Da
questa lettura dello sviluppo che vede le relazioni Nord/Sud strutturate
in modo squilibrato e diseguale, ne deriva il cosiddetto "dialogo
Nord-Sud", cioè l’impulso ad iniziative volte al miglioramento dei
rapporti tra i paesi industrializzati e i paesi in via di sviluppo. Su
pressione di questi ultimi, nel 1964, fu convocata la prima conferenza
dell’ONU sul commercio e lo sviluppo, l’UNCTAD, che venne poi trasformata
in istituto specializzato e, quindi, in istituto permanente. In seno all’UNCTAD
emerse il cosiddetto "gruppo dei 77" (composto da paesi in via
di sviluppo), il cui obiettivo era di completare la liberazione dei paesi
in via di sviluppo dall’egemonia esterna attraverso il dialogo Nord-Sud
(Zupi, 1997). Sotto il profilo della cooperazione allo sviluppo, si afferma
l’opinione che gli aiuti da soli non possono essere utili se non si affiancano
a svolte nell’ordine economico internazionale, sradicando l’ordine mondiale
organizzato in ordine gerarchico e fondato sull’ineguaglianza. Al
di là del mutamento nella concezione dei rapporti Nord/Sud, negli anni
Settanta l’attenzione della cooperazione si diresse in maniera diretta
verso i problemi della povertà. Era emersa la differenza sostanziale tra
la crescita, che si focalizzava solo su variabili economiche, e sviluppo
che comprendeva anche variabili sociali e politiche[9]
(Riddel, 1993). La cooperazione allo sviluppo, fino a quel momento, si
era talmente preoccupata della crescita da aver perso di vista la povertà,
dimenticando che la crescita del Prodotto Nazionale Lordo ha ben poco
a vedere con la miseria, ma piuttosto con una più equa distribuzione del
reddito che resta il problema più grave del Terzo Mondo. Un approccio
esplicito in tal senso si sviluppò nella metà degli anni Settanta. La
teoria dei "BASIC NEEDS" "enfatizzava l’importanza di assicurare
a tutte le persone i mezzi di base del benessere: cibo, salute, istruzione"
(Rapporto UNDP, 1996, p.60), riportando la cooperazione verso l’obiettivo
centrale dello sviluppo ovvero il benessere umano, in particolare quello
dei poveri. La strategia volta alla soddisfazione dei "bisogni fondamentali",
come l’alimentazione, l’accesso all’acqua potabile, l’assistenza igienico-sanitaria,
fu favorita nel "Secondo decennio dello sviluppo" dell’ONU (1970-1980),
dalla Banca Mondiale, dalle più importanti organizzazioni internazionali,
da ONG, agenzie multilaterali e da quasi tutti i paesi del DAC che riformularono
i propri programmi sulla base di questo nuovo approccio (Bennet R., Estall
R., 1993). La
strategia dei BASIC NEEDS venne però superata dagli avvenimenti. Gli schocks
petroliferi, il primo nel 1973-74 ed il secondo nel 1979-80, che provocarono
una lievitazione senza precedenti dei prezzi del petrolio e un’impennata
di tutti i prezzi, stritolarono l’economia mondiale in una spirale inflazionistica
che si unì ad un generale ristagno dell’economia. Al rallentamento dell’economia
si combinò la crisi del debito estero[10]
che mise in ginocchio le economie dei paesi in via di sviluppo, soprattutto
quelle dei paesi latinoamericani, che sopportavano la quota maggiore del
debito (circa il 44% nel 1981) (Scarabino, 1993). Le idee dello sviluppo
centrato sull’uomo vennero messe da parte, mentre guadagnarono un ruolo
centrale i programmi di stabilizzazione e, poi, i programmi di aggiustamento
strutturale predisposti dal FMI e dalla Banca Mondiale. Questi piani di
aggiustamento strutturale, i cui obiettivi erano l’eliminazione del debito
estero e dell’inflazione, spinsero i paesi in via di sviluppo verso privatizzazioni
e tagli alla spesa pubblica, provocando notevoli costi umani e sociali.
In pratica, i programmi di aggiustamento finirono coll’aggravare gli squilibri
e le disparità sociali, regionali e nazionali (Ianni, 1997). I
costi dell’aggiustamento strutturale vennero denunciati nel 1987 dall’UNICEF
che pubblicò L’aggiustamento dal volto umano in cui si chiedeva al FMI e alla Banca
Mondiale di accordare maggiore attenzione alla povertà, dividendo il peso
dell’aggiustamento in modo più equo tra la popolazione. Nel
1990 l’approccio volto a migliorare le condizioni umane si concretizzò
nel Rapporto sullo sviluppo umano,[11]
pubblicato dall’UNDP[12],
che metteva la persona al centro dello sviluppo, uno sviluppo che permettesse
alle persone di ampliare la propria gamma di scelte, innalzando il livello
di benessere (Rapporto UNDP, 1990). "Lo sviluppo umano si deve realizzare
attraverso uno stretto collegamento dei processi che consentono
una crescita economica, con le attività che permettono il miglioramento
della salute, dell’educazione, della vivibilità dell’ambiente[13] e della democrazia di base"
(Catenacci, 1993, p.44). La teoria dello sviluppo umano riprende e approfondisce
l’approccio dei bisogni fondamentali, mettendo al centro dello sviluppo
l’uomo[14]
e focalizzando l’idea di sviluppo sul consolidamento di condizioni di
vita dignitose e vivibili e sull’ampliamento delle scelte e delle opportunità
della persona. In base all’idea di sviluppo umano, la persona assume un
ruolo centrale nella strategia da perseguire per lo sviluppo: "sviluppo
della gente, per la gente, da parte della gente" (Zupi, 1997, p.38). 1.2. Caratteristiche ed evoluzione normativa della cooperazione italiana.
La cooperazione italiana con i paesi in via di sviluppo[15] ha assunto dimensioni rilevanti
negli anni Ottanta in seguito alla crescente attenzione posta dalle
istituzioni e dall’opinione pubblica verso questo settore (ICEPS, 1991).
In realtà la cooperazione italiana ha origini più lontane che risalgono
agli anni Cinquanta, quando le motivazioni principali erano incentrate
sulla gestione dei rapporti con la Somalia[16]
principale oggetto, se non l’unico, dei rari provvedimenti legislativi
adottati dall’Italia nel settore (Isernia, 1995). Successivamente,
nel quadro del neonato Dac, costituitosi in seno all’OCSE, ma soprattutto
nell’alveo delle Nazioni Unite che con la risoluzione n.72 dell’Assemblea
del dicembre del 1961 decretavano il "Decennio per lo Sviluppo",
l’Italia approvò la sua prima legge per la cooperazione bilaterale con
la globalità dei paesi in via di sviluppo. La legge n.1594 del 1962 si
limitava a stanziare una certa somma da erogare per la ricerca, lo studio
e la progettazione di piani. Esaurite le risorse di questa legge ne seguirono
altre: "si trattava tuttavia di stanziamenti assai modesti e di disposizioni
frammentarie, mancanti assolutamente di quelle caratteristiche di omogeneità
e di coordinamento che caratterizzavano le legislazioni che negli altri
Paesi europei venivano a strutturare in modo organico le attività di cooperazione
allo sviluppo" (ICEPS, 1991). Alla
fine degli anni Sessanta, le pressioni internazionali per l’aumento degli
aiuti allo sviluppo da parte dei paesi occidentali [17]
e le pressioni del volontariato
civile spinsero per una disciplina più sistematica della materia. Si arrivò
in questo modo alla legge n.1222 del 1972 sulla "Cooperazione tecnica
con i paesi in via di sviluppo", con la quale veniva introdotta "una
regolamentazione organica e permanente per tutte le iniziative destinate
a promuovere il progresso tecnico, culturale, economico e sociale dei
paesi in via di sviluppo" (Catenacci, 1993, p.325) e, in conseguenza,
venne istituito nell’ambito del Ministero degli Affari Esteri (MAE), un
Servizio per la Cooperazione tecnica
con i paesi in via di sviluppo. Anche se questa legge accolse l’esigenza
di un maggiore coordinamento della cooperazione dal punto di vista delle
risorse finanziarie ed organizzative, i miglioramenti furono di scarso
rilievo ed anzi determinò il netto peggioramento della cooperazione bilaterale
che venne superata da quella multilaterale che assorbì negli anni Settanta
circa l’80% del volume totale
di assistenza (Isernia, 1995). Nella
seconda metà degli anni Settanta, sull’onda del dibattito internazionale
che si era aperto in seno alle Nazioni Unite fondato sull’esigenza di
migliorare la cooperazione allo sviluppo, vista l’interdipendenza tra
i paesi in via di sviluppo e i paesi industrializzati, anche in Italia
si aprì un ampio dibattito che sfociò nell’approvazione della legge n.38
del 1979 sulla "Cooperazione dell’Italia con i Paesi in Via di Sviluppo".
Novità saliente di questa legge era l’istituzione di una struttura indipendente
e specializzata nell’ambito del Ministero degli Affari Esteri, il Dipartimento
per la cooperazione allo sviluppo, con compiti di coordinamento di
tutte le attività di cooperazione con i paesi in via di sviluppo. Tuttavia,
l’approvazione di questa legge e la creazione di in dipartimento per la
cooperazione allo sviluppo non provoca un cambiamento sostanziale negli
orientamenti (o meglio nell’assenza di orientamenti) della cooperazione
italiana (Isernia, 1997). Rapidamente affiorarono, infatti, i vuoti organizzativi
che hanno poi a lungo paralizzato le attività di cooperazione, proprio
in una fase in cui nel paese aumentava l’attenzione dell’opinione pubblica,
e con essa della classe politica, nei riguardi dei temi del sottosviluppo
e della povertà nel mondo. A questo contribuì molto la campagna di sensibilizzazione
avviata nel 1979 dal Partito Radicale contro "la fame nel mondo",
che coinvolse anche il Parlamento nel tentativo di definire i contenuti
della cooperazione italiana e di spingere verso un aumento dei fondi (Isernia,
1995). Dopo
il vasto dibattito che aveva coinvolto l’intera realtà nazionale, la volontà
di garantire una maggiore presenza nelle aree del sottosviluppo portò
all’approvazione della legge n.73 dell’8 marzo 1985 relativa alla "Realizzazione
di programmi integrati plurisettoriali in una o più aree sottosviluppate
caratterizzate da emergenza endemica e da alti tassi di mortalità".[18]
La legge, che prevedeva un aumento del volume di spesa stanziato (circa
1.900 miliardi di lire)[19],
era dedicata allo specifico settore degli interventi straordinari e di
emergenza ma ottenne comunque il risultato di aprire la strada per definire
una disciplina globale del settore (ICEPS, 1991). Solo
due anni più tardi, infatti e nonostante le divergenze di opinioni, le
forze politiche sostenute da un consenso pressoché generale, giunsero
all’approvazione di una normativa organica della cooperazione allo sviluppo
con la legge n.49 del 26 febbraio 1987 sulla "Nuova disciplina della
cooperazione dell’Italia con i paesi in via di sviluppo". La legge
sanciva che "la cooperazione allo sviluppo è parte integrante della
politica estera dell’Italia e persegue obiettivi di solidarietà tra i
popoli e di piena realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo, ispirandosi
ai principi sanciti dalle Nazioni Unite e dalle convenzioni CEE/ACP"
[20] (art.1). Nell’art.2 la legge esprimeva chiaramente
il fine della cooperazione che è quello di provvedere "al soddisfacimento
dei bisogni primari e in primo luogo alla salvaguardia della vita umana,
alla autosufficienza alimentare, alla valorizzazione delle risorse umane,
alla conservazione del patrimonio ambientale, all’attuazione e al consolidamento
dei processi di sviluppo endogeno e alla crescita economica, sociale e
culturale dei paesi in via di sviluppo". Ma il merito maggiore di
questa normativa sta nell’aver dato una forma sistematica ad un settore
che è sempre stato caratterizzato dalla frammentarietà e, spesse volte,
dall’incoerenza degli indirizzi e delle azioni[21].
Alla resa dei conti, però, anche questa legge, pur meritoria, si è bloccata
nei meccanismi burocratici dell’amministrazione i cui ingranaggi hanno
finito con lo stritolare la già debole politica di cooperazione italiana,
portandola ancora una volta alla paralisi. 1.3. Le attuali tendenze della cooperazione italiana.La
crisi della cooperazione italiana raggiunge il suo culmine nei primi anni
Novanta con la riduzione progressiva dell’Aiuto pubblico allo sviluppo
(APS)[22]
portato nel 1995 ai livelli più bassi mai raggiunti in precedenza. L’APS
scende infatti, dallo 0,42% del PNL nel 1989 (il tasso più alto in assoluto)
allo 0,14 nel 1995, confinando l’Italia al nono posto tra i paesi OCSE
donatori[23].
La politica di cooperazione italiana paga in quegli anni gli effetti della
crisi fiscale che vive il paese e subisce i vincoli proposti dalle riduzioni
di bilancio, che determinano la contrazione della percentuale di spesa
da assegnare all’APS[24],
riducendo le già scarse risorse a disposizione della cooperazione e circoscrivendone
l’azione. Tuttavia
è necessario evidenziare che il taglio degli aiuti ha colpito in misura
superiore il canale bilaterale, cosicché oggi la maggior parte delle azioni
di cooperazione allo sviluppo si svolgono attraverso il canale multilaterale.
Infatti, impegni obbligatori con le banche e con i fondi internazionali,
gli impegni ai fondi che finanziano la cooperazione dell’Unione Europea,
costituiscono la componente principale dell’APS italiano, riducendo, in
questo modo, i programmi bilaterali italiani. Evidenziano questa situazione
i dati relativi a gli stanziamenti previsti dalla legge finanziaria. (vedi
tab.1). Tab.1
Distribuzione dell’APS secondo la legge del bilancio (1992/1996) (in miliardi).
Fonte:
Dgcs-Mae, Legge Finanziaria 28.12.1995, n.551. La
crescita del canale multilaterale, rispetto a quello bilaterale, è ancora
più evidente se si considera che dell’aiuto bilaterale fanno parte anche
i progetti multibilaterali, cioè quella parte di fondi bilaterali italiani
gestiti da istituzioni internazionali, come l’UNDP, Banca Mondiale, ecc..
La crescita del canale multilaterale è in realtà il risultato di un’esplicita
volontà dell’Unione Europea, le cui politiche verso i paesi in via di
sviluppo, concepite inizialmente come aggiuntive a quelle bilaterali dei
paesi membri, hanno conosciuto notevoli mutamenti con il passare del tempo.
In seguito agli intensi sforzi fatti sul terreno dell’integrazione economica
interna, nell’ottica di una costruenda nuova Europa, il ruolo dell’UE
nello scenario internazionale è di più ampio respiro; tutto questo si
è tradotto nell’esplicita volontà
di richiedere politiche allo sviluppo di portata globale, sempre
più coordinate a livello comunitario[25], favorendo in questo modo
il canale multilaterale. Nel caso dell’Italia, l’uso dei canali multilaterali
e multibilaterali è anche il frutto di altre considerazioni, in particolare
la convinzione che la riduzione del canale multilaterale potrebbe danneggiare
il rilievo internazionale dell’Italia in misura maggiore della diminuzione
dell’aiuto bilaterale; ma è anche la spia del malessere italiano nella
gestione della cooperazione bilaterale che ha finito con l’indirizzare
il governo italiano verso l’aiuto multilaterale o multibilaterale (AA.VV.,
1998)[26].
"La dispersività dell’intervento italiano in un eccessivo
ventaglio di paesi", sottolineata dalla III Commissione della Camera
dei Deputati incaricata di svolgere indagini conoscitive sulla cooperazione,
ha portato ad un cambiamento nella distribuzione geografica dell’APS italiano.
In particolare, nel biennio 1994-95 si è avuta una forte riduzione degli
aiuti destinati all’Asia, mentre la riduzione degli aiuti destinati all’Africa
sub-sahariana, all’America Latina e al Bacino mediterraneo è stata omogenea,
cosicchè la distribuzione relativa è rimasta invariata (Rhi-Sausi, 1996).
Vedi tab. 2. L’emergere
di crisi regionali in prossimità dei confini nazionali come nella ex-Jugoslavia
e nel bacino del Mediterraneo hanno però avviato ad un serio ripensamento
delle politiche di APS; si identificano come prioritari le finalità della
sicurezza e della stabilità (Rhi-Sausi, 1996). In base a questi orientamenti,
la legge finanziaria 2000 concentra l’80% delle risorse nei nei Balcani
(Albania, repubbliche dell’ex Jugoslavia), in Medio Oriente (Territori
palestinesi, Giordania, Libano, Siria), nell’Africa del nord (Egitto,
Tunisia, Algeria, Marocco), nel Corno d’Africa, in Cina ed in India. Nel
rimanente 20% si collocano le iniziative verso l’America latina[27],
l’Africa occidentale ed i Paesi dell’Asia non prioritari. Gli
scenari attuali della cooperazione italiana permangono molto confusi e
visto il perdurante stato di stallo ne appare irrinunciabile una profonda
revisione, a partire dalle procedure gestionali all’interno della DGCS-MAE
che attualmente rendono irrealizzabile persino l’utilizzo delle pur limitate
risorse bilaterali esistenti. Appare sempre più necessaria una riforma[28]
che precisi i ruoli e i procedimenti degli organismi della cooperazione
assicurando un forte coordinamento tra i vari organi e una coerenza nelle
politiche di cooperazione[29]. Tab.2 Distribuzione per area geografica nei bienni 1992-93 e 1994-95 (doni e crediti d’aiuto) (in miliardi di lire).
Fonte: Rhi-Sausi J.L., 1996, "La distribuzione geografica dell’APS italiano, 1994-1995", in Rhi-Sausi J.L., (a cura di), Ripensare la cooperazione. Rapporto CeSPI sull’aiuto pubblico allo sviluppo, Roma, CeSPI. 1.4. La cooperazione decentrata: il ruolo crescente delle ONG nella cooperazione allo sviluppo.La
crisi delle tradizionali politiche di cooperazione allo sviluppo, crisi
che ha interessato un po’ tutti gli stati donatori, e in particolare l’Italia,
ha fatto nascere l’esigenza di un cambiamento nell’approccio alla cooperazione
capace di dare più peso a
soggetti diversi da quelli tradizionali. In quest’ottica, significativo
è "l’approccio decentrato alla cooperazione, basato sulla cooperazione
tra comunità" (AA.VV., 1998),
su rapporti di partenariato tra enti dei paesi in via di sviluppo
e di quelli sviluppati[30].
Il partenariato Nord/Sud si fonda sull’idea di co-sviluppo, idea che punta
ad unire l’impegno allo sviluppo nel Sud del mondo e la lotta all’esclusione
sociale nel Nord del mondo (Ianni, 1999). La
cooperazione decentrata coinvolge una pluralità di soggetti pubblici e
privati: Regioni, Comuni[31],
ONG, associazioni, cooperative, volontariato, implicando una cooperazione
tra comunità dei paesi sviluppati e comunità dei paesi sottosviluppati,
in grado di valorizzare le capacità di cui sono portatori i soggetti presenti
sul territorio. Il rapporto del DAC del 1996 rimarca il peso della dimensione
locale, perché soltanto in questo modo il sud può diventare artefice del
proprio sviluppo (Ianni, 1999). Proprio per questo la partecipazione della
popolazione appare essenziale in un approccio che vuole coinvolgere i
soggetti nelle iniziative di sviluppo che riguardano direttamente le loro
esistenze. In
passato, la cooperazione partiva da un approccio dello sviluppo "dall’alto
verso il basso" considerava,
cioè, lo sviluppo come qualcosa da fare per la gente e non dalla gente.
Oggi prevale una visione dello sviluppo che procede "dal
basso verso l’alto", cosicché la partecipazione delle popolazioni
locali ai processi di sviluppo appare "un imperativo: una condizione
di sopravvivenza" (UNDP, 1994), per rispondere realmente alle esigenze
delle persone e delle comunità locali. In
questo contesto appare essenziale il ruolo delle Organizzazioni Non Governative
(ONG)[32],
sempre attente alle problematiche e ai bisogni locali, capaci di "suscitare
e mobilitare per lo sviluppo risorse e capacità nascoste, disperse o malamente
utilizzate" (Hirschman, 1988). Le
ONG, nate nel secondo dopoguerra come iniziative a carattere fondamentalmente
caritatevole ed umanitario hanno fatto segnare, a partire dai primi anni
Settanta, una crescita straordinaria, stimolate anche dalle azioni di
organismi internazionali, come la FAO. Le ONG hanno avuto il merito di
battersi "per l’affermazione del principio dell’autosviluppo dei
paesi del Terzo Mondo quale unica possibile forma di crescita in grado
di assicurare un reale progresso attraverso lo sviluppo integrale dell’uomo
nella società" (Valentini, 1988). L’importanza delle ONG risiede
nella loro capacità di incoraggiare la partecipazione popolare nei processi
di sviluppo e nella capacità di sollecitare i governi dei paesi industrializzati
e dei paesi in via di sviluppo a porre lo sviluppo umano al centro delle
loro strategie (UNDP, 1994).
In
Italia le ONG nascono negli anni Sessanta dando corpo alle esperienze
di volontariato emerse negli anni precedenti. Nei primi anni esse avevano
una matrice ideologica essenzialmente cattolica mentre a partire dalla
fine degli anni Sessanta assume un più forte rilievo la presenza laica
il cui impegno, almeno inizialmente, è principalmente politico, in vista
dell’aiuto ai cambiamenti degli assetti politici nei paesi dell’Africa
e dell’America Latina (Ianni, 1997). Oggi si assiste ad una proliferazione
incessante di organismi non governativi il cui mondo appare sempre più
variegato.[33]
Oltre le differenze di matrice culturale ed ideologica non va dimenticata
la distinzione tra organismi che hanno ottenuto il riconoscimento di idoneità
del Ministero degli Affari Esteri (MAE),[34]
quelli privi di idoneità che rappresentano la parte numericamente più
considerevole e inoltre le ONG che hanno rapporti con l’Unione Europea.
Nel 1988 gli organismi privi di idoneità MAE risultavano essere 761 su
857 (solo 86 erano quindi gli organismi dotati di idoneità); nel 1995
si è registrato un incremento delle ONG con idoneità MAE divenute 126
a cui vanno sommati i 37 organismi che hanno solo contributi dell’UE (Ianni,
1997). Nella seconda metà degli anni Novanta la crisi in cui è rimasta
imbrigliata la cooperazione pubblica italiana ha indotto le ONG italiane
ad intensificare le relazioni con l’Unione Europea, determinando l’aumento
dei programmi finanziati dalla Commissione Europea e la riduzione del
ruolo della cooperazione italiana nei finanziamenti dei progetti delle
ONG (AA.VV., 1998). La
crisi della cooperazione italiana ha avuto ripercussioni anche sulle priorità
geografiche della cooperazione non governativa. Tradizionalmente i progetti
di cooperazione delle ONG sono orientate verso l’America Latina, in cui
si ha la maggiore concentrazione, verso l’Africa e, dagli anni Novanta
in poi verso la "nuova" area dei paesi dell’Est europeo (Ianni,
1997). Tuttavia la generale riduzione dell’APS italiano ha fatto sì che
in molti paesi, principalmente latino-americani, le uniche forme di cooperazione
italiana superstiti fossero unicamente quelle non governative (AA.VV.,
1998). Nella realtà latino-americana (vedi tab.3), contraddistinta da
profonde contraddizioni, le ONG sono riuscite a stimolare e mobilitare
risorse umane e materiali da investire in progetti di sviluppo, ponendo
"l’autosviluppo" al centro delle strategie di cooperazione (De
Clementi, 1988). Le ONG hanno avuto il grande merito di educare le popolazioni
locali allo sviluppo favorendo la loro partecipazione ai progetti attraverso
forme di associazionismo. Nei paesi dell’America Latina è vasto il fermento
delle popolazioni verso forme di aggregazioni che hanno come fondamento
la comunità locale, urbana o rurale. Nel degrado delle aree urbane, come
nella miseria delle campagne, "i naufraghi dello sviluppo" trovano
"nella solidarietà col gruppo sociale di appartenenza possibilità
di lotta, vie di sopravvivenza e modalità di sviluppo" (De Clementi,
1988). Le ONG, grazie alla loro capacità di adattamento e di flessibilità,
si sono rivelate capaci di valorizzare questa ricchezza del tessuto sociale
e culturale delle comunità del Sud del mondo coinvolgendo gli attori locali
in processi di sviluppo endogeno. Per
anni la cooperazione governativa si è preoccupata di costruire strade,
acquedotti, dighe senza preoccuparsi di mettere a punto le capacità della
comunità locale di gestire queste grandi opere. La cooperazione non governativa
ha invece formato e potenziato le ricchezze
per poter costruire la possibilità di un governo locale e di un’amministrazione
decentrata. La
cooperazione non governativa consente, quindi, il collegamento con le
basi associative e popolari dei paesi in via di sviluppo, svolgendo "un
ruolo fondamentale nella promozione di interventi di sviluppo basati sul
territorio e fortemente improntati allo sviluppo umano" (Catenacci,
1993). Tab.3
Paesi latino-americani con maggior numero di progetti di ONG italiane
nel 1992.
Fonte: Freres, 1997, La cooperacion al desarrollo bilateral de la Union Europea con America Latina, Madrid, Aieti. 1.5. Scenari attuali della cooperazione allo sviluppo.Alla
fine degli anni Ottanta, lo scenario internazionale conosce una successione
di mutamenti politici, economici, sociali e culturali tali da portare
ad una lunga fase di transizione verso una ridefinizione degli assetti
internazionali. La fine del bipolarismo
porta ad un maggiore disordine internazionale e ad un moltiplicarsi
delle spinte nazionalistiche[35]. Le
trasformazioni degli ultimi anni hanno posto le politiche di cooperazione
allo sviluppo di fronte alla sfida di adeguarsi ad un mondo in continua
trasformazione. La fine dell’opposizione Est-Ovest pone in una luce diversa
anche i rapporti Nord-Sud, in una realtà in cui l’interdipendenza globale
rende inevitabile risolvere molti problemi (povertà, ambiente, flussi
di rifugiati ed immigrati) a livello internazionale (Ianni, 1997). Alla
tradizionale distinzione tra Nord e Sud del mondo si contrappongono un
nord ed un sud globali in cui le aree di emarginazione sono trasversali
alla consueta distinzione geografica (Ianni, 1999). La
globalizzazione ha trasformato l’economia internazionale in una "dittatura
dei mercati" che fa spostare migliaia di miliardi di dollari al giorno
laddove conviene: "ma se le forze del mercato hanno agevolato un
sostanzioso aumento dei flussi finanziari dai paesi sviluppati verso quelli
in via di sviluppo, hanno anche contribuito ad allargare drammaticamente
il divario fra ricchezza e povertà" (Curtis, 1998, p.4). In effetti,
negli ultimi anni, vi è stata una notevole crescita dei flussi finanziari
privati verso i paesi in via di sviluppo[36], attratti da condizioni
vantaggiose per i capitali stranieri; tuttavia le risorse finanziarie
private quasi mai si sono indirizzati verso settori essenziali, quali
la sanità, l’istruzione, le infrastrutture urbane, la protezione ambientale,
cosicché la relativa crescita ha finito con l’inasprire povertà ed iniquità. È
inquietante la constatazione che il processo di globalizzazione, che promuove
la crescita economica attraverso la liberalizzazione e la deregulation dei mercati, ha accresciuto nei paesi in via di sviluppo,
incapaci di sostenere i ritmi di una concorrenza globale intensificata,
le ineguaglianze, l’esclusione sociale e i livelli di povertà anziché
ridurli (Curtis, 1998). I paesi in via di sviluppo si barcamenano nel
tentativo di soddisfare i bisogni primari, mentre nei paesi industrializzati
la concorrenza globale accelera l’innovazione tecnologica, la qualità
dei prodotti, rendendo sempre più incolmabile il divario tra nord e sud
del mondo (Paloscia, 1996). Ma
nell’epoca del mondo rappresentato come un "villaggio globale",
dell’economia che si manifesta come mercato globale, l’interdipendenza
è la categoria che regola i rapporti Nord/Sud e che fa sì che le conseguenze
del sottosviluppo siano negative non solo per i paesi esclusi dallo sviluppo,
ma anche per i paesi che ne fanno parte. Anche se la globalizzazione dell’economia
non ha fatto altro che allargare le ineguaglianze tra Nord e Sud del mondo
elargendo i propri benefici ai soli paesi industrializzati[37],
il Terzo Mondo ha cominciato a "viaggiare" verso il Nord, portando
con sé i propri problemi. Si pensi ad una delle situazioni più discusse
nel mondo industrializzato, in particolare in Europa, che è quella degli
immigrati provenienti dalle aree marginali del pianeta, che fuggono da
carestie, da guerre, da disastri ambientali, ecc. per andare verso le
arre del benessere. "La
crescente interdipendenza mondiale portata dalla globalizzazione significa
che la povertà, l’esclusione sociale (...) sono il risultato degli stessi
processi internazionali" (Curtis, 1998, pp.16-17). Il carattere globale
ed interdipendente dei processi economici dà ai paesi sviluppati responsabilità
maggiori ed implica un cambiamento nel rapporto con il Terzo Mondo, rapporto
basato, questa volta, sulla parità degli interessi per sviluppare un partenariato
equo ed effettivo nella cooperazione internazionale. In
uno scenario in cui si ha la messa in discussione dello Stato sociale[38]
con la riduzione della spesa per i vincoli di bilancio ed in cui le tradizionali
politiche di cooperazione allo sviluppo appaiono in difficoltà, incapaci
di adeguarsi ai cambiamenti politici, economici e sociali del mondo[39],
occorre una loro profonda evoluzione, a cominciare dai modelli teorici
che le sostengono. In
particolare, "si è raggiunta la consapevolezza che la crescita dei
beni, della loro quantità e qualità, non si traduce di per sé in una crescita
delle opportunità di scelta" (Ianni, 1997, p.57). Approcci diversi
allo sviluppo[40]
diventano i nuovi paradigmi su cui si fondano oggi le nuove strategie
dello sviluppo, paradigmi individuati per uno sviluppo umano, sostenibile
e partecipativo[41]. Viene cioè posto l’accento
su uno sviluppo che possa garantire i bisogni essenziali (salute, educazione,
ecc.) e le aspirazioni più importanti dell’uomo (diritti umani, libertà
politiche), senza compromettere le possibilità delle generazioni future
di portare avanti processi di sviluppo attraverso analoghe possibilità,
risorse e capacità. In particolare, la nuova dimensione della cooperazione
allo sviluppo appare quella partecipativa attuata attraverso quelle strategie
il cui cardine è costituito dalla partecipazione delle popolazioni locali[42].
La partecipazione dei beneficiari dei progetti di sviluppo è sempre più
indispensabile alla qualità della cooperazione, assicurando la partecipazione
nella progettazione e nella realizzazione dei programmi di sviluppo; una
forma di cooperazione che pone al centro della propria azione le
identità locali e i valori fisici, culturali, storici ed architettonici
che queste esprimono. Contrapposta
al "villaggio globale" si pone, insomma, la "città dei
villaggi", in cui le azioni della cooperazione internazionali interagiscono
con le specificità dei luoghi e pongono al centro dalla loro azione le
comunità locali. La globalità che pure segna i problemi dello sviluppo,
attribuendo loro un carattere interdipendente e oltrepassando la tradizionale
distinzione nord-sud, non cancella la specificità con cui i problemi dello
sviluppo insorgono nei singoli contesti locali. La comunità diventa centrale
per la formulazione dei suoi bisogni e nella ricerca delle probabili soluzioni
(Ianni, 1999). Il territorio,
col suo patrimonio materiale e culturale, non è più semplice supporto,
bensì fattore di sviluppo (Ziparo, 1996). La
nuova cooperazione si va delineando come aiuto all’autodeterminazione
e alla valorizzazione delle diversità locali per uno sviluppo che vuole
essere endogeno, favorendo la gestione partecipata del territorio. Alla
base di questo approccio vi è, infatti, "la convinzione che gli esseri
umani siano gli agenti del cambiamento e che i popoli debbano definire
il proprio sviluppo" (Curtis, 1998, p.17). 2. ESPLOSIONE URBANA [1]
L’espressione "paesi sottosviluppati", venne usata per la
prima volta dal presidente degli USA, Truman, che annunciò nel 1949
un piano di aiuti in favore di questi paesi. Questa espressione venne
poi sostituita dalle Nazioni Unite, con quella di Paesi in via di
sviluppo (Barbina, 1995). [2]
Mentre le colonie dell’America Latina ottennero l’indipendenza nel
XIX secolo, i paesi asiatici
e africani riuscirono ad ottenere l’indipendenza tra gli anni Cinquanta
e Sessanta del XX secolo. [3]
Nel 1948, anno in cui l’URSS isolò Berlino, comincia "ufficialmente"
la guerra fredda, periodo caratterizzato dall’aspra contrapposizione
tra URSS e USA e le rispettive zone di influenza, in cui ogni blocco
era portatore di una visione del mondo irrigidita in chiave ideologica. [4]
Nel culmine della guerra fredda, non fu possibile alcuna nuova ammissione
all’ONU. Solo nel 1955, un accordo tra USA e URSS aprì le porte delle
Nazioni Unite a numerosi stati di nuova indipendenza, che crearono
pressioni affinché l’ONU estendesse i suoi compiti anche ai temi dello
sviluppo (Conforti, 1995). [5]
Per una breve sintesi dei principali approcci sullo sviluppo, cfr.
cap.3 par.1. [6]
Le realtà che non si adeguavano all’unico itinerario percorribile
erano escluse dal progresso e vivevano in una condizione di sottosviluppo,
condizione propria dei paesi del Terzo Mondo. [7]
Secondo Rostow il primo stadio è quello delle "società tradizionali",
il secondo è quello "delle premesse del decollo" , il terzo
`e quello "del decollo", il quarto stadio è quello "della
maturazione" e l’ultimo è "l’età dei consumi di massa"
(Bennett R., Estall R., 1993). Questi stadi conducevano, inevitabilmente,
ad un sistema produttivo e ad una società capitalista. [8]
Secondo lo strutturalisomo latino-americano, ad impedire investimenti
interni è il regime commerciale internazionale in cui i paesi in via
di sviluppo rappresentano fonti di materie prime e sbocchi per i manufatti
del Nord. Di qui l’esigenza di perseguire una poliitca di sostituzione
delle importazioni che avrebbe permesso la costituzione di un’economia
forte (Zupi, 1997). [9]
Cfr. cap 2. [10]
Cfr. cap 2 par.1. [11]
Cfr. cap 3 par.1. [12]
L’UNDP, istituto specializzato delle Nazioni Unite, è stato istituito
nel 1965 con l’obiettivo di offrire assistenza tecnica e personale
specializzato ai paesi in via di sviluppo. [13]
Per la dimensione ambientale dello sviluppo,
cfr. cap.3 par.1. [14]
Viene qui ripresa la posizione Kantiana secondo cui occorre "trattare
l’umanità come un fine, mai come un mezzo" (Rapporto UNDP, 1994). [15]
Ricordiamo che in base alla graduatoria della Banca Mondiale, appartengono
ai paesi in via di sviluppo i paesi a basso reddito (cioè con un reddito
procapite annuo non superiore, nel 1997, ai 785 dollari) e i paesi
a reddito medio-basso (con un reddito compreso tra i 785 e i
3.125 dollari). Vi sono poi, alcuni paesi in via di sviluppo che stanno
guadagnando terreno sui paesi sviluppati e che appartengono alla categoria
dei paesi a reddito medio-alto (con reddito compreso tra 3.125 e 9.665
dollari). Infine i paesi a reddito alto sono quelli appartenenti all’Oecd
e alcuni dei paesi produttori di petrolio, che hanno un reddito superiore
ai 9.655 dollari (Balbo, 1999).
[16]
Per avviare all’indipendenza la Somalia (colonia italiana), le Nazioni
Unite ne affidarono all’Italia l’amministrazione fiduciaria, che cessò
nel luglio del 1960 (Conforti, 1995). [17]
Nel 1969 venne pubblicato il Rapporto Pearson che, sulla base
dei risultati del primo decennio dello sviluppo, indicava tra gli
obiettivi da perseguire nel futuro, l’aumento del volume di assistenza
(Isernia, 1995). [18]
Per la gestione dei progetti relativi, veniva istituito un apposito
Servizio Speciale, il Fondo Aiuti Italiani (FAI). [19]
Questi fondi dovevano essere utilizzati entro 18 mesi dall’entrata
in vigore della legge, poi prorogati fino alla data di entrata in
vigore della nuova legge, in ogni caso non oltre il 28 febbraio 1987.
Una normativa generale dell’intera materia si rendeva necessaria entro
quella data. [20]
La politica comunitaria di cooperazione allo sviluppo vide la luce
nel 1958, al momento dell’entrata in vigore del Trattato, che sanciva
il legame tra la Comunità e i paesi in via di sviluppo, in particolare
le colonie e i territori d’oltremare. In seguito al processo di indipendenza
si sono conclusi i primi accordi di cooperazione: le Convenzioni di
Yaoundè del 1963 e del 1969 con 18 paesi africani. Successivamente
si ebbero le Convenzioni di Lomè con i paesi di Africa, Caraibi e
Pacifico (ACP), rinnovate più volte. Le Convenzioni di Lomè, che rappresentano
il più importante accordo di cooperazione globale che copre tutti
i settori della società. (Livi, 1997; Stocchiero, 1997) prevedono
l’attuazione di programmi di sviluppo finanziati attraverso il Fondo
Europeo di Sviluppo (FES) e la Banca Europea per gli Investimenti
(BEI), alimentati dalle quote dei paesi membri della Comunità. Inoltre,
mediante fondi ordinari, si promuovono programmi di sviluppo in altri
paesi (i "non ACP"), come alcuni del Mediterraneo (Catenacci,
1993). [21]
L’esigenza di coordinamento ha portato all’istituzione della Direzione
Generale per la cooperazione allo sviluppo (DGCS), costituito nell’ambito
del MAE, con compiti di svolgimento delle attività di cooperazione.
Essa è nata dalla fusione del Dipartimento per la cooperazione allo
sviluppo, istituito nel
1979 e del FAI (Fondo Aiuti Italiani), che agivano separatamente,
senza alcun coordinamento (ICEPS, 1991) [22]
L’APS costituisce l’insieme delle risorse destinate alla cooperazione.
I canali principali dell’APS sono: ·
il canale
bilaterale che è dato dalle iniziative pattuiti direttamente tra l’Italia
ed il paese destinatario; gli strumenti attraverso cui si realizza
sono il credito d’aiuto ed il dono; ·
il canale
multilaterale che si realizza attraverso il finanziamento ad organismi
internazionali, o attraverso la partecipazione alla costituzione di
capitali presso banche e fondi internazionali di sviluppo; ·
il canale
multibilaterale che si realizza attraverso il finanziamento ad organismi
internazionali per l’attuazione di progetti definiti in modo bilaterale
tra l’Italia ed il paese destinatario (Catenacci, 1993). [23]
Si tratta di una percentuale di molto inferiore allo 0,7% del PNL,
percentuale che, secondo il DAC, i paesi donatori dovrebbero destinare
all’aiuto allo sviluppo. [24]
Mentre nel 1994 era lo 0,37% del bilancio,
nel 1992 costituiva lo 0.84%. [25]
Chiara dimostrazione della volontà di conferire alla politica di sviluppo
dell’UE la dimensione
di una politica comunitaria a tutti gli effetti è l’inclusione di
esplicite disposizioni relative alla politica di sviluppo nel Trattato
sull’Unione Europea, entrato in vigore nel 1993. In precedenza la
CE non disponeva di un’idonea base giuridica per la
politica di sviluppo che si fondava su vari articoli del trattato
che però non si riferivano espressamente a tale
politica. [26]
Cfr. AA.VV., 1998,
'Italia', in AA.VV., La realtà
della cooperazione internazionale 1997-1998. L’aiuto allo sviluppo
nel rapporto annuale delle ONG internazionali, edizione italiana
a cura di MOVIMONDO e MANI TESE, Torino, Rosenberg &Sellier. [27]
In alcuni di questi paesi l’unica forma di cooperazione italiana è
data da quella non governativa, cfr. infra. [28]
A partire dal 1995 è stato avviato un processo di riforma che ha incluso
il governo, il parlamento e tutti i soggetti interessati alla cooperazione.
Nel settembre 1999 il
Senato ha approvato un disegno di legge di riforma del settore, che
attende ora l’approvazione della Camera dei Deputati. [29]
Spesso le varie azioni della cooperazione italiana hanno risposto
a finalità completamente diverse, dando luogo ad una politica dispersiva
e dispendiosa, con continui cambiamenti negli orientamenti. [30]
I mutamenti politici ed economici che hanno attraverso il mondo, la
generale crisi della cooperazione, il progressivo indebolimento dello
Stato nazionale e l’emergere di localismi sono tutti elementi che
hanno giocato un ruolo importante nell’elaborazione del l’approccio
decentrato alla cooperazione. [31]
Il ruolo degli enti locali italiani nell’attività di cooperazione
risulta ancora contraddittorio. Infatti, mentre la legge 49/87 fa
una vaga apertura agli enti locali, assegnando loro in minimo ruolo
propositivo ed esecutivo, la legge 412/91 ne limita fortemente il
ruolo. D’altro canto la legge 68/93 prevede la possibilità che i comuni
assegnino ad attività di cooperazione lo 0.80% delle prime tre voci
dei loro bilanci. Proprio
per questo appare necessaria una regolamentazione della cooperazione
decentrata che renda chiaro lo stesso concetto di cooperazione decentrata
e che definisca il ruolo degli enti locali (Rhi-Sausi, 1996). [32]
Le ONG, secondo la definizione data dall’UNDP, costituiscono "organizzazioni
di volontari che lavorano con
e molto spesso in difesa di
altri" (UNDP, 1994 ). [33]
Una latente esigenza di coordinamento ha portato le ONG a raggrupparsi
in federazioni. Le principali sono: la FOCSIV (Federazione degli Organismi
Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) nata nel 1969 riunendo
le ONG di ispirazione cattolica; il COCIS (Coordinamento delle Organizzazioni
non governative per la Cooperazione Internazionale allo sviluppo),
venuto alla luce nel 1985 raggruppando le ONG di ispirazione laica
ed il CIPSI (Coordinamento Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale)
anch’esso di ispirazione cattolica (ICEPS, 1991). [34]
Il riconoscimento di idoneità MAE, oggi disciplinato dalla legge 49/87,
è la condizione per accedere ai benefici di legge (tutela dei volontari
e dei cooperanti, contributi e finanziamenti ai progetti). L’idoneità
può essere riconosciuta per cinque tipi di attività: ·
progetti
nei pvs; ·
selezione,
formazione ed impiego dei volontari in servizio civile; ·
formazione
dei cittadini dei pvs; ·
informazione; ·
educazione
allo sviluppo. (ICEPS, 1991). [35]
Dalla fine degli anni’80 sono nati, in modo più o meno traumatico,
23 nuovi stati (Ianni, 1999) [36]
Nel 1996 questi flussi erano pari a 234 miliardi, mentre il flusso
di aiuti pubblici è stato "solo" di 55 miliardi di lire
(Curtis, 1998). [37]
Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del commercio (OMC),
grazie alla globalizzazione
e al conseguente aumento degli scambi, tra il 1995 ed il 2001
il reddito mondiale dovrebbe aumentare tra i 212 e i 510 miliardi
di dollari. Tuttavia il gruppo dei paesi più poveri ha visto dimezzarsi
la quota di commercio, scesa allo 0,3% (Balbo, 1999). [38]
In diverse contesti, si assiste al generale ridimensionamento del
ruolo svolto dallo Stato, con il conseguente smantellamento del welfare state. Tutto questo mette in crisi un modo di intendere lo
sviluppo ed il ruolo dello Stato nello sviluppo. La crisi dello Stato
nazionale, con l’impoverimento delle sue funzioni, implica la crisi
del paradigma cooperazione inteso in senso tradizionale, cioè come
aiuto tra Stato e Stato (Ianni,
1997). [39]
Emblematica è la crisi della cooperazione pubblica italiana. cfr.
par.2. [40]
In particolare si pensi all’emergere delle teorie relative allo sviluppo
umano e dello sviluppo sostenibile. Cfr. par.1 cap.2. [41]
Lo sviluppo umano pone al proprio centro l’uomo e la possibilità di
ampliare le proprie scelte; lo sviluppo sostenibile pone al proprio
centro l’equilibrio ambientale e la solidarietà tra le generazioni;
lo sviluppo partecipativo ritiene fondamentale la possibilità per
le comunità del luogo verso cui si dirige il progetto di sviluppo
di partecipare ai processi di sviluppo (Ianni, 1999). [42]
La partecipazione delle persone nei processi economici, sociali, culturali
e politici che si ripercuotono nelle loro vite, permette di "suscitare
e mobilitare" le risorse latenti all’interno di una comunità.
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