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La gestione ordinaria degli elementi naturali e del paesaggio a livello
comunale
Dovendo scrivere qualcosa circa l’esperienza
pianificatoria che ho avuto la fortuna di poter portare avanti nel Comune
di Tricesimo grazie alla fiducia e alla collaborazione dimostratemi
dal personale tecnico e dagli amministratori di quel Comune, mi vengono
in mente soprattutto quelle che ritengo essere le potenzialità
dell’approccio originale adottato.
Penso alle conseguenze insite nella creazione di una moneta verde, il
VAP (valore ambientale – paesaggistico), che consente di porre
a confronto i metri quadri di un querco-carpineto con i centimetri di
diametro di un albero monumentale, con la superficie di un prato stabile
o con la normale moneta, l’euro, e, potenzialmente, con i metri
cubi di un ampliamento di un edificio e con i contributi di varia provenienza
nel campo agro-ambientale.
Penso anche a quanto sia fondamentale rilevare gli elementi naturali
direttamente in campagna, con l’ausilio sì di foto aeree
o altri sistemi di remote sensing, ma guardando con i propri
occhi i prati, gli alberi e i boschi per identificare quella che è
la nuova frontiera dello sviluppo, e cioè la qualità di
ciò che si ha davanti.
E penso a quanto l’ambiente sia in realtà un esercizio
di democrazia e un metro di giudizio sulla maturità di governati
e governanti e di quanta strada ci sia ancora da fare.
Terminati questi pensieri, forse destinati a rimanere inutilmente tali,
riporto per pigrizia un articolo di un paio d’anni fa scritto
per una rivista locale e rivolto alla popolazione Tricesimana per spiegare
questo nuovo piano che si ritrovavano ad avere.
I toni dell’articolo, per la funzione che doveva assolvere, non
sono di certo didattici ma ritengo illustrino adeguatamente le motivazioni
che stanno alla base della stesura del piano. Una scheda tecnica illustra
successivamente i punti salienti del piano.
“Perché questo piano? Un
po’ di domande e di questioni generali.
Il territorio di Tricesimo è per metà
occupato da coltivazioni agricole mentre il resto è suddiviso
più o meno in parti uguali tra zone urbanizzate (edifici e loro
pertinenze) ed aree naturali (principalmente boschi e prati stabili).
Cos’è quindi Tricesimo, un comune
agricolo? Direi di no, troppe ville padronali, villette e negozi. Una
lontana periferia udinese, allora, o un piccolo relitto naturale nascosto
a cavallo tra pianura e morene? Forse è un po’ tutte e
tre le cose: troppo vicino a Udine per non sentirne l’influenza,
troppo condizionato da un passato agricolo per non continuarne la tradizione
e troppo influenzato dalla presenza del Soima e del Cormor per essere
totalmente privo di ambienti naturali di un certo pregio.
Tricesimo è in sintesi un comune che per
la sua localizzazione e le sue caratteristiche ambientali ha una forte
connotazione di “cintura verde” del capoluogo friulano,
pur mantenendo una propria identità geografica e culturale distinta.
Può godere dei privilegi urbani senza privarsi delle bellezze
della natura e del calore umano propri dei piccoli centri. La “qualità”
è la sua vocazione, qualità agricola, residenziale, ricreativa
e ricettiva poiché vi sono tutte le premesse ambientali per lo
sviluppo di questi settori. Ma un concetto deve essere chiaro, anzi
chiarissimo e sul quale si deve essere tutti d’accordo: senza
un ambiente naturale ed un conseguente paesaggio di standard elevato
non può al giorno d’oggi esserci alcuna qualità
né residenziale, né agricola né di altro tipo.
Si provi a sradicare i boschi per avere campi più lunghi, abbattere
le piante più belle dei parchi per costruire villette, arare
i prati per avere più mais: una volta fatto tutto questo, quanto
potranno chiedere gli impresari edili per una casa costruita in mezzo
ad un deserto o ad un caotico prolungamento della periferia udinese
e quale azienda agricola potrà più sperare, per sopravvivere
in un mercato agricolo senza sostegno dei prezzi, di fare agriturismo
o vendere prodotti biologici degni di tale nome (e di tale prezzo)?
E questo non è un discorso ecologico-paesaggistico-ambientalista,
è un ragionamento economico che, analizzata la realtà
specifica del territorio tricesimano, vede nella qualità ambientale
presente e potenziale un valore aggiunto da non buttare nel cestino
dell’immondizia.
La domanda successiva che nasce spontanea è:
come assicurare questa qualità ambientale che, di fatto, è
una entità vaga, complessa, variabile e sfuggente? E soprattutto
che presenta un problema di fondo non di poco conto: e cioè riguarda
quasi sempre gli “altri”. Il panorama che godo da casa mia
è fatto di boschi, alberi, campi, prati, ecc. che non sono di
mia proprietà ma dei miei vicini. Posso forse dir loro cosa fare
e cosa non fare di questi elementi che costituiscono il “mio”
panorama? Posso impedire loro di dissodare tutto e modificare gli scoli
delle acque, arare, costruire o far diventare il mio panorama un deposito
permanente di attrezzi in disuso e carabattole varie? Difficile se non
c’è uno strumento al di sopra delle parti (e quindi uno
strumento normativo pubblico) e soprattutto se non ci si rende conto
che è comunque una faccenda reciproca: i miei vicini costruiscono
il mio panorama che dà valore ai miei terreni (o alla mia casa)
ma nello stesso tempo la mia casa, i miei alberi e i miei prati sono
il “loro” panorama che dà valore ai loro terreni
e alle loro case.
L’ambiente e il paesaggio sono quindi un
bene comune, di tutta la cittadinanza. Quindi conviene un po’
a tutti “cedere” di un passo e rinunciare alla frase “sul
mio posso fare tutto quello che mi pare” in favore della frase
“sul mio posso fare tutto quello che mi pare purché non
danneggi gli altri”. Definire un po’ meglio il “purché
non danneggi gli altri” (dal punto di vista dell’ambiente
e del paesaggio, dato che per il resto ci sono il Codice Civile e mille
altre norme) è il difficile ma necessario compito che si è
dato il Comune di Tricesimo il quale ha recentemente adottato un piano
del “verde” (il Piano degli elementi naturali e paesaggistici
del Comune di Tricesimo) che intende mettere un po’ di ordine
nelle questioni dell’ambiente naturale, questioni già affrontate
anche se per forza di cose in modo generico dai piani regolatori comunali.
Questi ultimi si occupano infatti prevalentemente di case, strade e
di tutto ciò che riguarda l’edificare, il ristrutturare,
l’ampliare, specificando nel dettaglio dove e come si può
lavorare con cemento e mattoni per rispettare una certa razionalità
urbanistica e realizzare degli interventi che non stonino con l’ambiente
costruito circostante.
Sono tali e tanti i problemi che i piani regolatori
devono affrontare che quando si arriva ai capitoli sull’ambiente
naturale, sia esso urbano (la tutela degli alberi più grandi
e belli) che rurale (si possono estirpare i boschi, dissodare i prati
stabili, ecc.?), si incontrano spesso norme generiche e a volte vaghe
perché, in effetti, la gestione della natura è tutt’altra
questione, un universo completamente diverso. Questa genericità
è ancora più evidente quando si parla di leggi regionali
o nazionali (come la ex legge Galasso), che cercano di salvare in extremis
quel poco di natura che è rimasto. Questi strumenti normativi
non sanno rispondere a due domande fondamentali: è veramente
poca la natura rimasta a Tricesimo? E soprattutto: è una natura
di “qualità” quella che c’è o si tratta
di quattro alberi, magari di origine nordamericana (come l’ ”acacia”
che è così presente nelle nostre campagne), piantati cinquant’anni
fa da un agricoltore? E così, nell’incertezza, di solito
si vincola tutto in blocco, senza graduare la tutela in base all’effettivo
valore di quel dato bosco (o albero, o prato, …) o si demanda
la decisione ad una commissione edilizia che non sa, in assenza di norme
precise e di componenti laureati in materie ambientali, che pesci pigliare.
Il piano del “verde” di Tricesimo cerca
di riempire questo vuoto che non è solo un buco normativo ma
soprattutto di strategia. Cosa fare dell’ambiente naturale? Farlo
diventare un Far West, dove tutto è lecito, o una riserva indiana,
intoccabile ed immobile? Il piano cerca di andare al di là di
queste posizioni ideologiche che hanno contraddistinto in passato gli
accesi scontri tra ambientalisti da un lato e i “consumatori”
(di risorse) dall’altro e propone una strategia di sviluppo sostenibile
non generica ma basata sulla conoscenza dettagliata di ciò che
c’è nel territorio e degli interventi che possono migliorarne
la qualità o portare ad un suo peggioramento. Ci sono anche altre
questioni che il piano ha voluto affrontare, come l’abbandono
delle zone agricole marginali (ad esempio la valle del Cormor), i pericoli
idrogeologici derivanti dall’esecuzione di nuovi interventi, il
motocross ed altre ancora.
Ci si rende conto, dopo quanto scritto fin qui,
che le questioni affrontate sono molto complesse perché la natura
è ricca di sfumature ed in costante evoluzione e l’uomo
è un essere molto suscettibile, che protesta quando il vicino
taglia un albero che “era lì da quando ero bambino”
ma che sulla sua proprietà non vuol sentirsi dire da nessuno
di non tagliare gli alberi. Ne è risultato un piano altrettanto
complesso nella sua costruzione ma piuttosto semplice nel suo utilizzo.”

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