Politica e Giustizia

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POLITICA E GIUSTIZIA

Le interferenze del potere politico sui processi penali in corso a Milano nei confronti anche di importanti uomini pubblici, tra cui il Presidente del Consiglio – già denunciate con il documento del 7 dicembre su ‘Università e Questione Giustizia’ – proseguono e anzi s’intensificano con un crescendo inquietante.

Prima la minaccia di sanzioni ai giudici, rei di avere ‘disatteso’ una sentenza della corte costituzionale, che essi avevano invece interpretato, a nostro parere correttamente e, comunque, nell'esercizio delle loro esclusive competenze. Poi l’infamante accusa di esercitare le funzioni giurisdizionali ‘a fini di lotta politica’, solo perché nell’esercizio dell’azione penale e nella conduzione di quei processi si è seguito il principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Ora è il guardasigilli stesso ad intervenire sul processo Sme-Ariosto con un provvedimento amministrativo del 31 dicembre che, in contrasto con le consolidate prassi, nega la proroga per l’esercizio delle sue funzioni ad uno dei componenti del tribunale trasferito ad altro ufficio; e si spinge anzi ad affermare l’illegittimità della proroga già concessa.

Il provvedimento non ha in sé alcun effetto sull’attività dibattimentale sinora compiuta, che resta valida in quanto svolta da giudici pienamente ‘capaci’ ai sensi dell’art 33 comma 2° c.p.p. che espressamente considera "non… attinenti alla capacità del giudice le disposizioni sulla destinazione del giudice agli uffici giudiziari"; e su questa base ben giustamente il tribunale ha respinto l’eccezione difensiva che pretendeva l’immediata sospensione del dibattimento per irregolare costituzione del collegio giudicante. Nondimeno, l’iniziativa del guardasigilli rappresenta un’incognita per la futura prosecuzione del processo: se al giudice fosse interdetta la permanenza nelle sue funzioni, l’intero dibattimento dovrebbe essere rinnovato davanti ad un diverso collegio, con dispendio di tempo tale da rendere fortemente probabile la prescrizione dei reati e in palese violazione del principio costituzionale sulla ragionevole durata.

Alle inusitate interferenze del potere politico si aggiungono poi altri allarmanti segnali.

Suona in particolare intimidatoria l'accusa rivolta ai giudici dai difensori e da esponenti della maggioranza di aver attuato un "golpe giudiziario" o di essersi messi "fuori del sistema", per il fatto di aver respinto le eccezioni avanzate dalla difesa. Nessuno nega il diritto dell’imputato di contestare ogni violazione, anche microscopica, delle forme legali; né di scegliere la linea difensiva che egli ritiene più opportuna e che qui si è evidentemente concentrata sul tentativo di invalidare il processo anziché sul merito delle accuse. Ma non sono consentite diffamazioni così gratuite di un collegio giudicante. Né sembra consono alla dialettica del "giusto processo" che di fronte al rigetto delle loro richieste i difensori minaccino, nella qualità di parlamentari, interpellanze al governo, quando esistono le impugnazioni per rimediare ad ogni eventuale violazione della legge.

Desideriamo perciò ancora una volta esprimere la nostra solidarietà ai giudici che stanno oggi difendendo da ogni intimidazione la legalità processuale, l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la separazione dei poteri su cui ancora si basa il nostro stato di diritto.

7 gennaio 2002

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Per l'elenco dei firmatari dell'appello, clicca QUI.
fonte: CRIMEN Rassegna Telematica di Diritto e Procedura Penale. Dipartimento di Scienze Giuridiche Università degli Studi di Ferrara.

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