Casella di testo:

Poeti della Luce

Poeti e scrittori per passione

Omaggio a Silvano  Baracco - alias Walko - .: Poesie e racconti

MADELAINE

 

di Walko & Gio Girisper

 

 

Primo Quadro

 

Un quartiere della periferia di Parigi, con i suoi palazzoni intervallati da piccole aiuole, identico al quartiere periferico di qualsiasi altra grande città.

Questo sabato mattina c’è grande concitazione sulla strada, vicino ad un palazzo: un assembramento di folla vociante, è arrivata anche una pattuglia della polizia.

Nel centro dell’assembramento una giovane donna, gli occhi spiritati di chi non dorme da giorni, i suoi occhi scuri inondati di lacrime, i capelli scuri, lunghi, scarmigliati; c’è un uomo elegante che la tiene per un braccio; di fronte a loro un uomo quasi anziano che continua a tirare su gli occhiali dalla punta del naso mentre discute frenetico e tutti intorno che urlano e indicano più volte quella giovane donna con un dito.

L’uomo elegante è un ufficiale giudiziario, l’uomo quasi anziano è il padrone di casa della giovane donna dai lunghi capelli scuri e l’ufficiale giudiziario si rivolge proprio a lui:

- Lei non capisce? Non vuole ragionare? Io qui rappresento la Legge, capito? La Legge!

- C’è una legge ben più alta e più importante di quella che lei rappresenta: è la legge… della dignità e dell’onore, della moralità e del diritto di vivere quieto e sereno!

 

La folla intorno approva rumorosamente, i poliziotti si sbracciano per mantenere l’ordine, perché l’assembramento non degeneri. L’ufficiale giudiziario riprende pacatamente il suo discorso.

- Questa legge di cui parla lei esula dalle mie competenze, cerchi di comprendere. Lo sfratto esecutivo della signorina è stato confermato da una sentenza, siamo d’accordo fin qui?

- Pienamente d’accordo!

- La situazione in essere le concede l’opportunità di usufruire di massimo sei mesi di proroga. E’ mia facoltà ridurre tale periodo sino a non meno di mesi tre… anche se non ne vedo in effetti le motivazioni da un punto di vista strettamente giuridico…

- Da un punto di vista morale! Morale!

-… giustappunto, volendo venirle incontro su questo piano, sebbene… ma sia! Non posso comunque esimermi, anche contro la mia volontà, dal concedere alla qui presente signorina i tre mesi di proroga che la Legge…

 

A questo punto la voce del pubblico funzionario viene coperta dalle grida del padrone di casa e della folla (“Tre mesi! Altri tre mesi! Vergogna! E’ una vergogna!”) che i tre poliziotti accorsi sul luogo stentano a contenere. La giovane donna tace. Piange in silenzio e tiene gli occhi bassi. Quando l’ufficiale giudiziario la invita a parlare, ad esprimere anche il suo punto di vista, lei ripete soltanto:

- Me ne andrei via anche adesso… ma così, sul momento… non so dove andare.

Subito la sua voce è coperta dagli urli della folla:

- E’ un problema tuo, arrangiati!

L’ufficiale giudiziario sbuffa, allarga le braccia e poi risale in auto, scortato da un poliziotto, mentre scuote la testa ed alza le spalle ripetendo quasi sconsolatamente tra il vociare che lo circonda e lo accompagna:

- Tre mesi. Altro non posso fare. Tre mesi di proroga e poi provvederemo allo sgombero.

 

Molti hanno accolto l’invito dei poliziotti e si sono allontanati. Qualcuno, che adesso sembra più calmo, è rimasto sul posto, ma adesso altri si avvicinano di nuovo alla giovane donna, la circondano davanti all'ingresso del palazzo, la prima a parlare è una donna:

- Svergognata! Sei una svergognata!

 

Secondo Quadro

 

- Che ne sapete di me?

Finalmente la giovane donna reagisce, si asciuga gli occhi e le guance con il dorso della mano.

- Che ne sapete di me? Da dove vengo, chi sono, cosa ho vissuto, cosa ho provato, cosa sento?

- Svergognata! Che cosa senti quando riduci questo quartiere di persone per bene ad uno squallido bordello? Quando ti accompagni ad un uomo diverso ogni notte e a volte anche a più di un uomo, tornando dalle tue scorribande sconosciute o aspettandoli a casa? Hai fatto gli occhi dolci a tutti i maschi del quartiere, senza curarti del fatto che fossero o no sposati, che fossero uomini o ragazzi! Hai fatto litigare mariti e mogli…

- Mi dispiace, di questo mi dispiace…

- Bugiarda! Sei solo una puttana…

- Del resto ho conosciuto uomini stanchi della loro donna, in molti casi usati e maltrattati…

- Vergogna! Osa venire a farci la morale! Osa venirci a insegnare come si conduce una famiglia per bene! Proprio lei!

- Non volevo dir questo… io… io non sono una bestia, capite? Ho le mie debolezze, ho i miei limiti, ho fatto degli sbagli… ma… sono anch’io un essere umano… come voi…

- Come noi? Come noi? Come osi metterci sul tuo stesso piano?

- Ognuno… ognuno ha un proprio mondo dentro di sé… fatto di tante cose, giuste, sbagliate… e… e a volte tutti insieme si può…

- Insieme! Che tu sia maledetta, troia di merda! Ora ti credi protetta dalla legge, ma la nostra legge è più forte, la nostra è la legge della moralità e del buon senso comune, la nostra è la legge della pacifica convivenza delle persone rette e per bene, qui nel quartiere siamo noi la legge e non ti sopporteremo un giorno di più!

 

Ormai la folla la stringe d’attorno, quasi levandole l’aria, qualcuno la spinge contro la porta, lei si porta le mani al viso e inizia a singhiozzare. Un uomo si fa largo tra la folla e le si para davanti.

- Non possiamo infrangere la legge, non la possiamo costringere ad andarsene. Ma nessuno ci può impedire di esprimerle tutto il nostro disprezzo, come merita!

 

Così dicendo le sputa addosso e poi alza in alto la mano destra per colpirla. Madelaine toglie le mani dal viso e lo fissa in volto, in silenzio, con occhi pieni di lacrime che non esprimono rabbia, non esprimono neanche paura e non vogliono chiedere pietà. L’uomo esita un istante, poi porta più indietro la mano per colpirla con maggiore rincorsa.

 

 

Terzo Quadro

 

- FERMO!

Una voce improvvisa, profonda, possente. Una voce di tuono che copre il vociare indistinto e lo riduce al silenzio. E una mano che afferra in alto il polso dell’uomo. Nessuno si era accorto di quel giovane, che silenziosamente fendendo la calca è arrivato a ridosso della giovane donna e adesso la affianca, la prende per un braccio e la scuote, rivolgendo alla folla parole e sguardi di fuoco.

- Che cosa vogliamo farne di questa carne perversa? Uno schiaffo è l’inizio, e dopo? La prenderemo a calci, forse… la linceremo, forse? Voi, persone rette e per bene, vorrete macchiarvi la coscienza con un delitto, forse?

- Non si vuole certo arrivare a tanto, ché non ne vale la pena. Ma uno schiaffo… segno del nostro disprezzo… uno schiaffo lo merita e l’avrà.

- E sarai tu il giustiziere? Qualcuno di costoro ti ha eletto giudice, o ti ha investito del ruolo di esecutore d’una sentenza?

- Io o un altro è lo stesso. Noi siamo tutti d’accordo, la nostra comunità è solidale e coesa, quel che io faccio lo faccio a nome di tutti perché siamo una cosa sola, un tutt’uno…

- Non così è, amico mio, non così quando vendi a ciascuno di costoro nel tuo negozio una certa quantità di carne e aggiungi carta abbondante prima di posare l’involucro sul piatto della bilancia, così da pareggiare il costo della carne con quello della carta. In quello tu togli impropriamente a ciascuno del suo per aggiungerlo al tuo. E allora forse tu potresti essere il giustiziere: anche se affitti le case a prezzo alto e ne dichiari sulle ricevute meno della metà del pattuito, per non pagare le tasse. O tu, che giri per le case a propalare i segreti altrui, fino ai più delicati e dolorosi. O tu! Sì, proprio tu che spesso la sera alzi oltre il lecito il gomito al bar con gli amici, poi sali sulla tua auto per ritornare a casa, incurante dello stato di ebbrezza, così mettendo a repentaglio la tua vita e quella degli altri. O tu, che davanti ai tuoi superiori lucri il merito dei tuoi sottoposti, dichiarando come tuo proprio il loro operare, avanzando così in carriera oltre i tuoi meriti e a scapito di chi lo avrebbe meritato. O tu, che molte volte, nottetempo in un quartiere lontano, frequenti donne che vendono il loro corpo sul ciglio delle strade, arrecando in segreto le stesse offese alla morale che imputi pubblicamente a questa giovane donna. O tu, che passi tutto il tuo tempo accumulando beni e ricchezze e negando una minima parte del tuo esorbitante superfluo a chi ne ha disperato bisogno. O tu, così rispettabile e quieto per chiunque ti conosca, che nel segreto delle mura che ti proteggono dalla vista degli altri alzi le mani sui tuoi figli per un nonnulla, sfogando con violenza su di loro la tua rabbia repressa e nascosta al mondo circostante. Vi siete già nominati giudici. Chi di voi, ora, intende ergersi ad aguzzino?

 

Un momento di tesa indecisione percorre la folla. Poi l’uomo di prima riprende la parola:

- Chi sei tu, allora, per giudicarci? Non sei forse Manuel, il clochard? Un vagabondo, senza arte né parte, senza fissa dimora, senza una comunità di appartenenza?

- Sono quello che hai detto, infatti. Ma ti risulta che abbia mai arrecato male a qualcuno?

- Questo no. In tutta onestà… e per questo sei bene accetto e rispettato dalle persone del quartiere, non hai mai fatto male, non hai nemmeno mai chiesto nulla ad alcuno, non hai molestato persone, non hai mai dato scandalo. Forse… in fondo… ecco, forse proprio tu saresti il più indicato a dare a questa donnaccia quello che si merita, per quanto tu non faccia parte della comunità, pur vivendone ai margini e dunque in qualche modo…

 

A questo punto interviene il padrone di casa della giovane donna:

- Ma che dici? Non lasciamoci confondere dalle parole di un vagabondo! Noi siamo persone per bene! Certamente, con i nostri piccoli difetti, per lo più giustamente tenuti in segreto per non dare scandalo. Ma noi siamo nel giusto! Cosa ne sa costui, con i suoi discorsi astratti e privi di senso, della vita reale? Che ne sa lui di che cosa significa fare i conti con i problemi di ogni giorno, con il duro lavoro, con le spese, con le tasse, con la concorrenza? Che ne sa delle necessità di ciascuno, del bisogno che a volte si ha di sfogarsi?

- Lo so, invece. Lo capisco. Non lo approvo, ma posso capirlo. Ma non ti sembra che tutte quelle che tu chiami “necessità” abbiano la stessa dignità per ciascuna persona?

- Avete sentito? Ci mette al pari di questa svergognata, maledetto il giorno che le ho affittato il mio appartamento! Perché sono della stessa razza: lei una donnaccia, lui un vagabondo! Noi lo abbiamo accolto, lo abbiamo tollerato, rispettato… ed ecco come ci ripaga adesso: giudicandoci! Facendo la morale, lui, a noi! Lui che non sa niente della vita vera! Il dovere, il lavoro, gli impegni, l’arrabattarsi, il combattere e naturalmente anche il sacrosanto godere dei frutti di tutto questo darsi da fare. Facile per lui giudicare il nostro avere! Lui, che non ha niente!

- Che ne sai tu di quello che ho e di quello che sono? Tu dici di conoscere la vita, ma in realtà ne conosci solo una parte. Non hai pensato che potrebbe essere la parte meno importante? Non hai mai pensato che questa tua “vita vera”, come la chiami tu, così fuggevole e provvisoria, potrebbe farti da schermo impedendoti di vedere una realtà più grande? Tu mi vedi e mi giudichi sull’avere: “non ha niente”. E se invece questo mio apparente nulla avere nascondesse ai tuoi occhi la realtà nella quale tutto possiedo e tutto mi appartiene?

- Lo sentite? E’ pazzo! E’ un anarchico e un pazzo! I suoi discorsi insensati vogliono farci apparire la realtà come fosse chimera e le sue fantasie assurde come fossero la vera realtà. E per questo ci giudica indegni di giudicare e ingiusti al pari di questa donnaccia.

 

La folla comincia a bisbigliare, rompendo il silenzio che l’aveva avvolta. E più d’una voce comincia a levarsi:

- Ha ragione! E’ un clochard! E’ un pazzo! Non ha il diritto di giudicare la nostra rettitudine e di metterla in dubbio! Cerca di confonderci per difendere questa svergognata! Forse perché vuol conquistarsi i suoi favori, forse perché sono già amanti, a nostra insaputa! Noi siamo retti, noi siamo persone per bene, se abbiamo dei difetti è perché la vita ci costringe ad averne, perché la vita è questa ed è così, e noi non siamo vagabondi né sognatori, siamo persone concrete!

 

Il padrone di casa si avvicina alla giovane donna e la colpisce con un violento manroveschio sul viso, che la fa barcollare. Il clochard la sorregge e non parla, la tiene per un braccio ed alza verso il cielo uno sguardo sgomento.

Poi un fortissimo tuono improvviso introduce un acquazzone violento, che provoca il fuggi fuggi della folla, ognuno per proprio conto raggiunge il proprio rifugio. Rimangono solo Manuel il clochard e Madelaine, fermi sotto la pioggia: lei tiene lo sguardo a terra e resta in silenzio, lui tiene lo sguardo al cielo e non si capisce se si rivolge a lei o se parla fra sé e sé:

- C’era un tempo in cui si commettevano gli stessi sbagli di adesso, e come adesso si pretendeva di giudicare e di punire gli altri. Ma ora si arriva a giustificare i propri stessi sbagli e a non fermare il proprio desiderio di condanna, sentendosi senza alcun dubbio dalla parte del giusto. Che cosa ne sarà di questa generazione?

- Ti ringrazio per avere cercato di difendermi… ma adesso… cosa posso fare? Loro… non mi lasceranno più vivere.

- Vieni via. Andiamo via.

- Dove andrò?

- Se vuoi, potrai venire dove vado io. Se ti fidi di me.

- Non ti conosco, ma mi fido di te. Io ti seguirò. Verrò via con te.

- Però con me la vita sarà molto diversa da come l’hai vissuta fino ad oggi.

- Io non amo la vita che ho vissuto fino ad oggi. Ma non ne conosco un’altra.

- Te la farò conoscere e deciderai tu se è migliore o peggiore.

 

 

Quarto Quadro

 

Il clochard e la ragazza camminano in silenzio, lungo un campo della periferia; in lontananza si scorge la città, la vetta della Tour Eiffel sullo sfondo, ma Parigi sembra così lontana!

- Parlami di te.

 

“ Mi chiamo Madelaine. Ho avuto anch’io un amore. Io ho avuto un amore, più di dieci anni fa: era bello, era forte, era dolce; il suo sorriso riscaldava il cuore, era forbito il suo parlare, era pieno di attenzioni ogni suo gesto, era simpatico e buono, nonostante i suoi molti pensieri e quel suo lavoro molto impegnativo e difficile che molto spesso lo portava lontano. La vita era bella con lui: era bello ritrovarsi insieme al risveglio ogni mattina, attenderlo la sera al ritorno dal lavoro, cenare insieme, uscire insieme mano nella mano e poi andare insieme a coricarci, dormire insieme, fare l’amore con dolcezza… con amore. Poi. Poi all’improvviso. Poi all’improvviso tutto così diverso, tutto cambiato, tutto finito. Un’altra. Lui doveva scegliere, io l’avrei persino potuta… accettare. Per amore. Per amore. Per… ma lui doveva scegliere ed ha scelto… l’altra. E allora tutto… e allora tutto è diventato buio, tutto buio, buio. Il giorno era buio e la notte… la notte. E allora qualcosa andava fatto. Un altro amore no. No, un altro amore… sarebbe stato… impossibile, assurdo. C’era lo studio, mi sono buttata nello studio, mi sono laureata una volta e poi un’altra. Ma se pensavo a cosa poter fare… dopo… come abituarsi a quella solitudine, a quel silenzio che mi aspettava a casa, al buio, ogni giorno? Diversi uomini mi corteggiavano, mi ripetevano che ero bella, che ero viva. Anche le amiche a dirmi di non lasciarmi andare… ma io… ma io. Lui che poi si faceva vivo, ogni tanto, e mi dicevo che io gli appartenevo ancora, gli sarei appartenuta sempre… così… è cominciata così. Tradirlo, io dovevo tradirlo. Dovevo dare ad altri il mio corpo, fino allo spasimo, fino alla perdizione, fino all’abitudine, fino… fino ad oggi. ”

 

- Ti avevo chiesto di parlarmi di te, ma tu parli di lui. Parlami di te.

 

“ Non ho più avuto un amore, da allora. Sono stata con molti uomini, erano anche simpatici, molti erano buoni. Ma non li ho mai amati, non li ho voluti amare. Io forse non so che cosa sia esattamente l’amore. So che non era quello che pensavo. I miei genitori sono così diversi fra loro! Mia madre è di Marsiglia, discende da una famiglia nobile ed agiata: notai, giudici, ambasciatori. Lei ha avuto un’educazione raffinata ed austera e il suo carattere è… è così. Mio padre è un contadino, parigino della Parigi Grande, di campagna. Produce un vino buonissimo, sai? Ma non ha mai avuto il senso degli affari, non ha mai pensato ad arricchire, gli basta il minimo indispensabile, è libero… si sono innamorati, hanno avuto due figli, poi… erano troppo diversi. Loro si amano ancora, ogni tanto si incontrano, passano insieme una vacanza. Però da anni vivono lontani, mia madre è ritornata a Marsiglia. Io… io faccio avanti e indietro fra Marsiglia e Parigi… a volte vivo là, a volte qua. Anche adesso… adesso forse tornerò a Marsiglia, per un po’, non è una brutta città, tutt’altro sai, ed io non ci sto male. Anche se preferisco Parigi. Ma andrò a Marsiglia, poi… poi si vedrà. Troverò qualche giorno il mio posto nel mondo… forse. E allora mi sono detta che l’amore che vorrei… che avrei voluto… non era quello che credevo, non era quello dei miei genitori, non era nemmeno quello creduto di avere, insieme a lui. Mi sono detta che il vero amore forse non esiste. E ho conosciuto tanti uomini… ognuno con le sue idee, il suo modo di vivere e a modo suo di amare… qualcuno che non sa davvero cosa desiderare… qualcuno che forse sa cos’è l’amore, ma non può darlo… o non vuole… altri che non… non sanno che l’amore non è quello che… non sanno che l’amore è un’altra cosa… qualcosa di più grande… qualcosa che non so. Hanno avuto tutti il mio corpo… e basta. E lui ormai non dice più che gli apparterrò per sempre, perché anche lui lo ha saputo e adesso certamente mi disprezza, come e forse… e certamente più di quegli altri, quelli del quartiere. E loro in fondo non hanno nemmeno tutti i torti, se non quello di non voler capire… se non quello di credersi tutti giusti ad ogni costo, al punto di poter giudicare gli altri e condannarli. Loro credono… che la vita vera sia quella che vivono loro… e il vero amore… qui sbagliano. Ma in fondo loro non hanno nemmeno tutti i torti a disprezzarmi… ma lui … ecco, tutto qui. “

 

Il clochard cammina con una mano in tasca, nell’altra tiene un lungo ramoscello raccolto per strada e lo striscia per terra disegnando rette e cerchi sul terriccio, come se stesse scrivendo. Se Madelaine leggesse quello che il clochard Manuel sta scrivendo per terra, forse capirebbe. Ma la brezza leggera sposta il terriccio e cancella quelle parole ad ogni passo.

 

 

Quinto Quadro

 

- Mi parli ancora di lui. E’ così difficile dimenticare! E davvero troppo difficile perdonare?

- E’ difficile, sì. Certe volte forse è proprio impossibile. Troppo grande, troppo forte, troppo gravoso per le nostre forze.

- Lo so.

- Ma io, che non potrei mai dimenticare, forse ricordo tutto questo ormai senza rancore. Forse l’ho perdonato… forse… sì: ho perdonato.

- Lo so. Lo sapevo. Volevo sentirtelo dire.

- Perché?

- Perché adesso finalmente potrai parlarmi di te.

 

“ Amo camminare a piedi scalzi sull’erba e sulla sabbia ed amo sentire il profumo dell’erba e della terra bagnata. Però mi piace anche l’odore dell’asfalto di città mentre cadono le prime gocce di pioggia e amo camminare d’autunno con le mani in tasca sopra ai tappeti di foglie gialle e sollevarne dei mucchi a calci più su della mia testa e poi vederle ricadere piano piano all’intorno… e allora vorrei allargare le braccia e poi girare girare e girare, cantando a squarciagola, fino a cadere per terra fra le foglie… e riposarmici un po’, sorridendo con lo sguardo rivolto al cielo e… e sai com’è bello stare così, coricata su un prato, d’estate, con le braccia allargate e guardare le nuvole bianche che volano veloci nel cielo azzurrissimo? Da bambina sognavo spesso di salire sopra ad una torre altissima e poi di prendere le nuvole con una rete per le farfalle e depositarle in un secchio per portarmene un po’a casa e tenerle sotto al letto. Adesso invece sogno spesso una ragazza bellissima con grandi ali d’angelo che si innalza sopra la terra, come se fosse una palla ai suoi piedi, in un’esplosione di luce, con un bambino in braccio, appena nato. Forse è l’amore che sogno, forse è l’amore che non so. Io non potrò avere figli. Ne avrei paura, anche se forse… lo vorrei… perché… è proprio quello, forse, l’amore che mi manca. Ma non posso avere figli, non potrò mai essere madre. Però mi piace, senza ombra di invidia, guardare le giovani madri portare a spasso i bimbi con le carrozzelle e i passeggini e sostenere i loro primi passi… e accompagnarli lungo il cammino della vita. In fondo io non so ancora cosa volere e dove andare. So solo che amo sprofondare e volare fra le storie immaginate e raccontate dagli scrittori e dai poeti, amo viaggiare tra le pagine dei libri di storia e di geografia che mi parlano di popoli lontanissimi nel tempo e nello spazio, adoro lasciarmi andare e farmi cullare e trasportare altrove dalle note di una musica. Amo le rive dei fiumi, dei laghi, dei mari e amo le montagne innevate, rocciose o verdi di boschi. Amo le luci colorate, una città illuminata da mille finestre accese mi mette allegria e mi trasmette tanta tenerezza… ma amo anche il villaggio di campagna, il profumo di fieno, la gente semplice che si muove lentamente seguendo il ritmo delle stagioni, il giusto tempo del grano e quello della vite, l’esistenza quotidiana cadenzata dai rintocchi di campane e… forse… in fondo amo la vita, anche se è tutta un’altra vita da questa che ho vissuto finora, anche se… forse non esiste che nella mia fantasia e nei miei sogni. Esiste un luogo dove al mattino si possono aprire gli occhi e… ed essere travolti da una dolcezza infinita, da un candore e da una leggerezza… senza fine? “

 

Il clochard seduto sopra ad una panchina, gira un trifoglio fra due dita, la fissa dritta nello sguardo e sorride.

 

 

Sesto Quadro

 

Hanno raggiunto camminando un vecchio capannone sventrato, di cui sono rimasti soltanto l’inteialatura di ferro e di acciaio ed il tetto di tela squarciato in molti punti. Camminano fra gli archi metallici nella polvere, fra oggetti dimenticati, borse di plastica, fogli di giornali: è come un mondo diverso e misterioso che Madelaine non ha mai visto e non le piace: c’è qualche cosa di inquietante, di brutto, di doloroso in questo mondo lontano.

Mentre camminano in silenzio, si accorgono di due gambe che spuntano dietro ad un pilone. Si avvicinano e gli girano intorno: è un ragazzo appoggiato al pilone con la schiena, la testa leggermente reclinata su un fianco, un filo di bava che gli scende dall’angolo della bocca, ha gli occhi arrossati, le palpebre pesanti, li guarda dal fondo di una sofferenza e di una disperazione senza fine e senza ritorno.

Il clochard si accovaccia accanto a lui e lo fissa diritto negli occhi, gli appoggia una mano sui capelli e comincia a pettinarlo, o ad accarezzarlo. Il ragazzo si scuote.

- Che cosa vuoi… cosa volete? Andate… andate via… via! Non vedete? Mi sono… mi sono pisciato addosso e forse… sto per vomitare… andate via… lasciatemi in pace!

- E tu? Dove andrai?

Il ragazzo comincia a piangere.

- Io… io dove andrò? Da nessuna parte… sto male… resterò qui… non ho più la forza… la forza di alzarmi e se… e se mi alzo è per andare a cercare un’altra dose e poi… un’altra e… e poi un’altra e un’altra… e… fino… alla fine.

- E non vorresti vivere un’altra vita, una vita diversa da questa che hai vissuto in questi ultimi anni?

- Troppo tardi… amico… troppo tardi. Ormai sono… qui… e qui… resto… sai, ho provato prima a tirarmi su ma… non ce l’ho fatta… è lì che mi sono pisciato… credo anche di essermi cacato sotto… che vergogna… che schifo. Sai… amico… credo di avere toccato proprio… il fondo e… e che non andrò davvero da nessuna parte perché… di qui… non potrò più alzarmi… mai più. Avvisate voi… la mia famiglia… loro non hanno più notizie di me da… da tanto tempo… vi dico… vi dico dove stanno…

- Sarebbe più semplice che ci tornassi tu da loro, direttamente, e che gli dicessi che hai deciso di ricominciare tutto daccapo, di cominciare a vivere.

- Allora… non hai capito… amico… io sto… io sto morendo.

 

Madelaine comincia a piangere e grida di cercare un medico, di chiamare un’ambulanza, ma Manuel la prende per le braccia e le dice di stare calma, un medico a questo punto arriverebbe appena in tempo per constatare il decesso, per overdose di eroina. Si riavvicina al ragazzo, che sta lentamente scivolando su un fianco.

- Eppure tu vuoi vivere! Tu vuoi vivere!

- Io… forse vorrei… vorrei… vivere… ma…

- Tu vuoi ricominciare a vivere!

- Io… io… aiutami… ti prego… se puoi… aiutami…

- Posso! Ma tu lo vuoi?

- Lo… lo voglio…

- Allora… ALZATI!

 

Il ragazzo appoggia le mani a terra, piega le gambe, punta tutte le sue forze sui piedi e sulle mani, poi sulle ginocchia, sul bacino. E’ in piedi davanti a loro, ancora un po’ barcollante, ma acquista lucidità e forze ogni momento, anche le palpebre si sollevano. Rimane immobile, diritto. Guarda stupefatto il clochard e la ragazza che lo sta fissando incredula e piange e sorride nello stesso tempo. Si rivolge al clochard.

- Chi sei?

- Sono un uomo che non ha un posto dove posare il capo per dormire, questa notte.

- Ti ospito io. Vi ospito entrambi… non ho molto spazio a disposizione ma ci arrangeremo…

- No, questa notte ho altro da fare e anche tu. Non tornerai alla baracca dove vivi e non c’è altro ad attenderti che la disperazione. Non ricordi? La tua famiglia ti aspetta.

- Hai ragione… io non so chi sei e perché hai fatto questo ma… sento che lo hai fatto con amore.

 

Il ragazzo prende una mano del clochard e gliela bacia, poi fugge via di corsa.

- Manuel… credi che davvero tornerà dai genitori?

- Lo farà. Lui adesso ha deciso di vivere.

- Ma… come hai fatto?

- Basta volerlo davvero. Basta crederci.

 

 

Settimo Quadro

 

La giovane donna ha quasi dimenticato com’è iniziato quel giorno: lo sfratto, la folla, le accuse, lo schiaffo del padrone di casa. Ha poi passato tutto il giorno con quel clochard così strano, così affascinante, senza nemmeno toccare cibo. E’ calata la notte e ora lui le ha offerto un po’ di pane raffermo che tiene nel suo sacco e qualche sorso di vino rosso da una fiaschetta che porta appesa al collo, hanno raggiunto un ponte sulla Senna e sono scesi accanto alla sponda del fiume.

- Manuel, lo sai, forse… potrei persino innamorarmi di te.

- Potresti amarmi. Lo so. In effetti hai già cominciato ad amarmi, come del resto anch’io ti amo.

- Tu… mi ami?

- Ti amo come amo il ragazzo che abbiamo incontrato nel magazzino abbandonato, e come amo tutti costoro, questa è la mia famiglia: i barboni che vengono qui a dormire, sotto questo ponte sulla Senna, come quelli che dormono alla stazione, sulle panchine dei parchi, sui marciapiedi e nei ricoveri sparsi per la città.

- E’ un amore… diverso…

- E’ l’amore.

- Forse… è proprio l’amore che non so, proprio quello che cerco e che vorrei. Potrò restare con te?

- Hai visto cosa posso offrirti? Il ponte per tetto, il fiume per bagno, cartoni per materasso e giornali vecchi per lenzuola. Come ha detto giustamente il tuo ex padrone di casa, io non ho niente.

- Ma non avendo niente, tu… possiedi tutto e tutto ti appartiene… ed esiste un amore diverso da quello che si pensa… ed esiste un mondo diverso da quello fugace che con la sua apparente realtà chiude la vista… al vero.

- Non è così per tutti. Non lo è più per te, dolcissima sorella, perché ti si sono aperti gli occhi. E questa è la nostra cena. Poi sarà bene andare subito a dormire, la notte comincia a raffreddarsi.

 

Detto questo, prende il pane, recita una breve preghiera di ringraziamento, lo spezza e lo divide con la giovane donna. Allo stesso modo divide con lei il vino della fiaschetta. Dopo si coricano sopra ai cartoni, lui la aiuta a coprirsi con i giornali e quindi ad avvolgersi dentro ad un altro cartone, poi si fanno vicini, lei gli prende una mano e gliela bacia, lui le accarezza la fronte ed una guancia.

- Buona notte, buon clochard.

- Buona notte anche a te e… sai? Esiste un luogo dove al mattino si possono aprire gli occhi ed essere travolti da una dolcezza infinita, da un candore e da una leggerezza senza fine.

 

E lei, all’improvviso, capisce.

 

 

 

 

 

 

CAPO D’ORIENTE

 

(di Walko & Gio Girisper)

 

C’è una sola parola proibita qui a Capo d’Oriente: se la pronunci si trasforma in una nuvola, ed il sole presto si nasconde. Non sappiamo se questo sia un lembo di terra che si allunga nel mare di nessuno; non si sa se sia un’isola. Lascia fare al destino. Forse è solo una spiaggia infinita che comincia dal nulla e finisce al principio di Dio, che ci viene in vacanza, anche fuori stagione, un po’ padre un po’ madre e un po’ bimbo com’è, quando toglie il cappello e si siede sul suo cavallo a dondolo di legno, e comincia a cantare in silenzio, l’importante è saperlo ascoltare. Lascia fare al silenzio.

Succede a volte di scivolare nel sonno, osservando l’orizzonte senza chiedersi cosa ci sia più in là. E risvegliarsi al mattino guardandosi negli occhi un po’ sorpresi, come volessero dire: “oh bella, tu…!”

Ci si passa a turno un dito sulle labbra, per non parlare adesso, per non dire. Forse Dio sta cantando, forse Dio sta dormendo, sta sognando di giocare a palla con i nostri pensieri, con i nostri passati, che stanno chiusi dentro ad una mano, non importa se finiscono in mare: oramai sono così leggeri che anche l’onda più lieve li riporterà a riva, e potremo riprenderli e dividerli e forse confonderli e di nuovo confonderci e dirci, in silenzio, che era giusto così, che ora è meglio così. Lascia fare al sorriso.

C’è sempre il sole qui a Capo d’Oriente, anche quando il cielo è colorato di onde e di saette e sta piovendo quasi a dirotto, come adesso. C’è un Re che ti saluta con la mano e non vuol ricordare, e non vuole sapere: se lo guardi negli occhi e sorridi lui sorride e comincia a cantare sottovoce una musica nuova. C’è un’amaca tra gli alberi e non c’è umidità, non ci sono zanzare. C’è una goccia di pioggia che scende sul cuore, c’è una goccia di rugiada che scende sul sole, c’è una goccia di sudore che scende sullo sguardo, c’è una goccia di sperma che scende sul sorriso. C’è un piano ribaltato ad ogni sguardo e un orizzonte rovesciato ad ogni voce. C’è una musica dolce che invita alla danza del ventre, c’è la notte che il sonno non viene e c’è il sonno che bacia il pomeriggio, accarezza il mattino. E poi c’è la Puttana del Re, che si scosta i capelli dagli occhi e sorride di nuovo. Lascia fare alla vita.

Poi viene un’altra volta il tempo di tornare, di partire. Viaggiatori insaziabili, pellegrini instancabili di spirito e di carne, cercheremo e sapremo domani, od un giorno lontano, facendo finta di non saperlo ancora, qual è l’ultima spiaggia più ad ovest di Capo d’Oriente.

 

 

 

 

 

 

 

PABLO-SARA DE LA NOCHE

 

 

 

Succede che la notte trattenga nella mano la carezza del sonno, e non è sempre il momento di restare sdraiati ad aspettare l’alba o di costruirsi, nel vano movimento tra le stanze, la spossatezza che declina a caso il ritratto infedele della sonnolenza.

Fuori la notte si raccoglie nell’ora che non è più abbastanza presto per proseguire e non è ancora abbastanza tardi per ricominciare: è quando la città sembra un pianeta abbandonato, il cielo rosso per le luci riflesse sopra la coltre di vapore alto, che divide il pianeta abbandonato dall’infinito di stelle e di mistero, i piccoli rumori a prendersi la rivincita sulla consuetudine, come comparse che diventano protagonisti: una goccia, un ticchettio, uno scricchiolio, un respiro.

La rabbia e la malinconia sfumano ad ogni passo senza la fretta di un arrivo stabilito, che sia diverso dal ritorno che si è deciso senza orario prefissato e compiuto attraverso strade opposte a quella di partenza, come se in questo spazio limitato potesse darsi e viversi la vera essenza del viaggio. Un viaggio fra le vie conosciute, fra le ultime novità non registrate, fra il mille volte visto distrattamente e mai catalogato e, naturalmente ed immancabilmente, fra i ricordi di fatti e di cose, di sguardi e di voci; finché la pensosa illusione del pianeta abbandonato si dissolve in un incontro inatteso, che in principio è violenza e fastidio, ma ben presto occasione di nuovo sapere, di scambio e di condivisione.

 

Sono tornato qui, dove non sono mai vissuto, per ritornare ad essere quello che non sono mai stato. Mi chiamo Pablo perché mio padre che si chiamava Antonio e mia madre che si chiamava Lina volevano darmi un’identità definita già nel nome che non avesse, o non mostrasse, appigli ad una possibile confusione e ad un passato lontano, così che fossi uomo argentino di Buenos Aires già allo scandire del nome. E invece adesso eccomi qui, a ritornare italiano senza esserlo stato finora e a cercare di essere finalmente quello che forse non so, che forse non vorrei o non volevo sapere, e infine sono. Forse ho tradito, se me ne sono andato senza poter più capire, senza voler più sopportare, senza voler pensare di poter fare qualcosa. Avrei potuto unirmi a chi vuole cambiare, ma avrei potuto unirmi, io mai definito se non da un nome accettato per forza e giammai per natura e per sentire? Unirmi a chi non sa come chiamarmi? Io, disunito per destino, unirmi a chi? E allora accetterò questa vigliaccheria per tutti i giorni a venire, con la pena di una lacrima al giorno versata sulla consapevolezza dell’impotenza compresa e del non ritorno deciso. Se frugo nelle tasche vi trovo ancora gli ultimi ricordi, ed è qualcosa di atroce e inevitabile questo trattenere sgualcito che rimorde, questo desiderio di mostrare che grida; ecco un ritaglio di giornale: sembra ingiallito dal tempo e invece data appena qualche ora.

 

“Martes 19 de noviembre, 11:34 PM

Murió otro bebé de 9 meses por desnutrición en Tucumán.

A San Miguel de Tucuman un bebé de 9 meses murió hoy por desnutrición en un hospital tucumano, según confirmaron las autoridades del centro asistencial. El menor de 9 meses fue identificado como Rodolfo Ruiz, y pesaba siete kilos, y falleció en el hospital del Niño Jesús, en donde estaba internado desde hace algunos días.”

 

Rodolfo Ruiz: nessuno mai potrà scrivere il romanzo della tua vita d’uomo.

Dell’Argentina ricordo i grandi viali alberati di Buenos Aires e i palazzoni bianchi di una strada di periferia, le facce scure e gli occhi grandi dei bambini per le strade e nel parco del “barrio porteño” di Belgrano; ricordo un’epoca trascorsa e ormai forse persino dimenticata, un tempo di grandi speranze e grande disperazione e rabbia, ricordo le urla e le lacrime, i pugni alzati e le fotografie levate in alto da madri precipitate nell’angoscia del silenzio e dell’assenza venuti a violentare e a sostituirsi alla normalità del loro amore materno, verso quei loro coraggiosi niños desaparecidos. Quel coraggio di cui Pablo piange con dignità una mancanza che brucia, di fronte al nulla che offre questa Argentina di oggi, e non si può giudicarlo, e non si può consolarlo. Estrae dalla sua tasca un altro foglio sgualcito e me lo mostra: è il ritaglio ingiallito e sanguinante di un articolo reso anonimo dalla sforbiciata che ne ha ridotto l’integrità originale.

 

” En estos momentos tan particulares de la Argentina, no puedo dejar de recordar aquellos tiempos de adolescente -la década del 70-, y la forma en que de a poco nos han ido quitando toda una identidad y junto con ella nuestras esperanzas. Lógicamente que aprovechando la dicotomía este-oeste fue como comenzó la decadencia ideológica primero con el Plan Conintes (¿conmoción interna del estado?) , y luego con la Doctrina de la Seguridad Nacional (¿seguridad para quiénes?), así nos obligaron a padecer la Dictadura Militar que se llevó no solo a miles de los nuestros, sino que fue el comienzo de la economía de mercado, el modo de vida liberal, el neoliberalismo y la globalización. En aquellos momentos Alzogaray, Neustadt, Grondona (padres y mentores de los actuales De Pablo, Longobardi, y Hadad) y otros tantos más negaban una realidad: los asalariados participaban en él 35 % del Ingreso Nacional, la Deuda Externa era de 7.800 millones de dólares, representábamos el 16% de la economía de América y los intereses de la deuda un 15% de las exportaciones. Pero ellos que se empecinaban en cambiar, y hoy casi olvidamos aquellos tiempos de nuestra argentina.

A la luz de estas realidades y con el fin de implementar una nueva "argentina potencia", no fueron pocos los gerentes contratados como los que llegando por el voto popular son responsables de la actual situación económica, política, social y laboral de nuestro país: Krieger Vasena, Martínez de Hoz, Sigaut, Alemann, Dagnino Pastore, Whebe, Sorrouille, Rapanelli, E. González, R. Fernández, Machinea, López Murphy, Di Tella, D. Marx, Liendo, Caro Figueroa, Alfonsín, Menem, De la Rúa. Sin dudas que el dilecto alumno Domingo Felipe Cavallo, Doctor en Economía de Harvard (1977), premiado como: Economista del año-Hombre del año-Ministro de finanzas del año (1992), Águila de las Américas (1995); conspicuo empleado de las dictaduras: Subsecretario de Desarrollo en Córdoba (1969/70), Director y Vicepresidente del Banco Córdoba (1971/73), Subsecretario del Interior de la Nación (1981), Presidente del BCRA. (1982) e incondicional de presidentes democráticos: Ministro de Relaciones Exteriores (1989/91), Ministro de Economía (1991/96 y 2001) es el máximo responsable de la actual situación que atraviesa la patria. Sus operaciones: nacionalización de la deuda externa privada, convertibilidad, privatizaciones, desguace del estado, megacanje, reducción de sueldos y jubilaciones, déficit cero y demás artimañas que contaron siempre con el apoyo y complicidad de los centros financieros internacionales.

Hoy nuestro país presenta estos datos, impensados hace un cuarto de siglo atrás:

53 % del PBI va al pago de la Deuda Externa

10 % más rico de nuestra sociedad se lleva el 37,2% del ingreso

40 % más pobre sólo accede al 15% de la riqueza

2.000.000 de personas tienen un $ 1 diario para vivir

45 % de las familias se encuentra por debajo de la línea de pobreza

15.700.000 de personas están en la miseria

2.100.000 de personas están desocupadas

2.100.000 de personas están sub-ocupadas

399.000 de personas más con problemas de empleo en el último año

16,4 % es el índice de desempleo

36,4 % de los desocupados tiene estudios terciarios o universitarios completos

37,6 % de los subempleados tiene un nivel alto de instrucción

90 % de los trabajadores ganan menos que el año anterior

300.000 adolescentes dejan la escuela media por año

30 % de los jóvenes no terminó la escuela primaria

15 % de los jóvenes no tiene trabajo ni estudia

3.500.000 de personas sin trabajo tienen menos de 24 años

4.500.000 (el 44 %) de chicos menores de 14 años están en la pobreza

4600 comercios cerraron en los últimos 5 años en Capital Federal

27 % de los comercios cerraron en los últimos 5 años en Capital Federal

160.000 millones es la deuda externa (¿ ?)

220.000 millones será la deuda externa en 2004 (¿ ?)

12.700 millones salieron del sistema en el último mes y medio (¿ ?)”

 

Sono tornata qui, dove non sono mai vissuta, per ritornare ad essere quella che non sono mai stata. Mi chiamo Sara perché mio padre che si chiamava Antonio e mia madre che si chiamava Lina non sapevano e non vollero mai sapere che l’unica possibile identità definita già nel nome che non avesse, o non mostrasse, appigli ad una possibile confusione e ad un futuro disperato, per me non poteva essere quella di un uomo argentino di Buenos Aires, ma forse solo quella di una donna del mondo già allo scandire del nome. E invece non mi è stato possibile uscire dal marasma delle entità di mezzo, da questa terra di nessuno e di niente fra i due confini impenetrabili e protetti di quelle terre uguali e contrarie che chiamano normalità. Non resta altro destino per me che questo andare verso un altrove che si moltiplica ad ogni passo e ad ogni fermata che compio sopra il tragitto di una ricerca di pace senza fine, come non resta che urlare al mondo tutto il mio amore e tutto il mio pianto, insieme all’impotenza, per la mia terra da cui sono respinto, là dove il destino della gente comune, della gente normale, non ha più energia e speranza. Come potrebbe mai averne per chi come me vive quella propria normalità che è inaccettabile agli occhi degli altri e indefinibile ai propri?

 

Succede che la notte trattenga nella mano la carezza del sonno, e viene il momento di attraversare la notte per costruirsi una possibile chiave che declina a memoria il ritratto fedele della consapevolezza.

Fuori la notte concede l’occasione di avvicinarsi e conoscere, mentre il pianeta abbandonato mostra i suoi primi segni di risveglio, lampi di umanità negata e di realtà non saputa o dimenticata.

Pablo-Sara ha sguardi e gesti di donna, rabbia e forza di uomo, lacrime di essere umano. Pablo-Sara è un soggetto argentino e italiano, cittadino del tutto e del nulla, fuggiasco e ribelle, coraggioso e codardo.

Pablo-Sara sei tu, sono io, siete voi.

Pablo-Sara siamo noi.