La nascita degli Stati Uniti d'America: dalle prime colonie inglesi all'indipendenza

 

 

1. La fondazione delle colonie inglesi

2. Lo sviluppo delle colonie

3. Le guerre contro francesi e indiani

4. I rapporti tra madrepatria e colonie dopo la guerra dei Sette anni

5. La guerra d'indipendenza

6. La pace di Parigi

7. Considerazioni finali

 

 

 

La fondazione delle colonie inglesi in America settentrionale

 

 

La colonizzazione inglese del Nord America fu spinta da una serie diversa di fattori che agirono in contemporanea tra la fine del XV e la metà del XVIII secolo. La colonizzazione del Nuovo Mondo fu la conseguenza della situazione interna dell’Inghilterra, ma anche della necessità per le grandi nazioni europee, fra cui l’Inghilterra, di contrastare l’espansione spagnola e portoghese in America, la quale se lasciata a se stessa avrebbe rovesciato la bilancia dei rapporti di forza fin troppo a favore dell’impero spagnolo. Nel 1494 le due potenze iberiche avevano firmato il trattato di Tordesillas, in base al documento l’America veniva spartita in due, la parte ad ovest del 60° parallelo alla spagna, quella ad est al Portogallo, le due nazioni rivendicarono per se stesse l’intero Nuovo Mondo. Alla fine del XVI secolo tuttavia erano da esplorare e colonizzare ancora gran parte delle terre nordamericane, anche se ufficialmente la Spagna avanzava pretese su di esse non era in grado, a causa degli impegni in Europa, di intraprenderne la conquista. La rinuncia della Spagna a conquistare il Nord America apriva la strada alla possibilità che altre potenze europee potessero insediarsi nella regione, per costruire propri imperi coloniali da contrapporre a quello spagnolo, l’Inghilterra era ovviamente tra queste.  La monarchia inglese per tutto il corso della seconda metà del XVI secolo era stata in guerra contro la Spagna e perciò nell’entourage della regina Elisabetta iniziò a maturare l’idea che un insediamento stanziale in America fosse necessario, sia per ampliare i domini inglesi oltremare, sia per contrastare l’avanzata spagnola nella regione. Il primo tentativo di fondare una inglese in America Settentrionale fu fatto nel 1583 da Sir Humprey Gilbert, tuttavia l’impresa fallì e i coloni tornarono indietro dall’isola di Terranova. Il secondo tentativo fu fatto molto più a sud pochi anni dopo, un gruppo di coloni guidati da Sir Walter Raleigh fondò una colonia sull’isola di Roanoke a largo della costa dell’attuale Carolina del Nord. Nel 1591 una spedizione inviata in soccorso alla colonia trovò l’isola completamente deserta, nessuno seppe mai cosa accadde ai coloni. Le prime esperienze britanniche di colonizzazione del nord America rilevarono l’impossibilità che a guidare la fondazione di una colonia potesse essere un solo uomo con un’iniziativa personale, dopo Roanoke furono gruppi organizzati di coloni, compagnie commerciali e la corona ad assumersi il compito di dirigere le fondazioni nel Nuovo Mondo.

Nel 1606 Giacomo I concesse la possibilità a due compagnie commerciali, la Compagnia di Londra e quella di Plymouth, di costruire in Nord America due colonie per produrre materie prime. Delle due spedizioni solo una ebbe successo e nel 1607 venne fondata Jamestown, la città inizialmente ebbe difficoltà a crescere a causa delle pessime condizioni del luogo in cui era sorta, trattandosi di un’area paludosa e acquitrinosa. Tuttavia grazie al supporto ricevuto dalla madrepatria, in termini di nuovi coloni e risorse, la colonia sopravvisse e crebbe, nonostante la pressione degli indiani che nel 1622 quasi la distrussero. Nel 1609 la Compagnia di Londra venne riorganizzata nella compagnia della Virginia e lo sforzo di colonizzazione proseguì, si incentivò l’arrivo di nuovi coloni con il sistema dei “diritti pro-capite”, ovvero in base al numero di persone che venivano portate nella colonia era concessa una quantità proporzionale di terra. Questo facilitò probabilmente la creazione dei grandi latifondi che caratterizzarono il sud dei futuri Stati Uniti sin dalla sua origine; la principale coltivazione dei latifondi virginiani divenne, a partire dagli anni’20 del XVII secolo, il tabacco. Nel 1619 inoltre venne creata a Jamestown la prima assemblea elettiva coloniale, volta a prendere decisioni amministrative e legislative riguardanti la vita della colonia, nel 1624 infine la colonia passò sotto il diretto controllo della corona britannica quando la compagnia della Virginia fallì.

L’origine del Maryland è diversa da quella della sua vicina. Il fondatore fu Georg Calvert, chiamato anche Lord Baltimore, un nobile cattolico interessato alla colonizzazione del nuovo mondo, nel 1632 il re Giacomo I gli concesse il possesso di una vasta area a nord del fiume Potomac, la nuova colonia doveva essere un feudo di Baltimore e un luogo dove i suoi correligionari (perseguitati in Inghilterra) potessero rifugiarsi. Calvert purtroppo morì prima che la patente reale fosse firmata, venne tuttavia consegnata a suo figlio Cecilius Calvert che nel 1633 inviò in America due navi per stabilire un primo insediamento nel feudo, anche in Maryland si affermò un sistema di divisione della terra simile a quello della Virginia, probabilmente a causa dell’influenza che ebbe la concessione feudale fatta ai Calvert all’inizio della storia della colonia. Tuttavia anche se in questa colonia si affermò il latifondo, i diritti feudali vennero cancellati ben presto e nacque un’assemblea legislativa che si riunì per la prima volta nel 1635. Anche la tolleranza religiosa verso i cattolici sparì presto, nel 1649 venne approvato il “Maryland Toleration Act” che sotto pressione di Lord Baltimore concedeva libertà di culto ai cattolici, ma appena sei anni dopo la legge venne abrogata rappresentando quindi solo un vano tentativo di evitare la diffusione del protestantesimo nella colonia.

Mentre la corona si interessava della fondazione delle colonie della Virginia e del Maryland più a nord gruppi di coloni si spingevano di propria iniziativa sul continente americano per fondare colonie. Nel 1620 la “Mayflower” lasciava l’Inghilterra alla volta del Nuovo Mondo, a bordo vi era un gruppo di separatisti anglicani che riuscì a condurre la nave verso l’attuale Massachusetts e a raggiungere la baia della città di Plymouth dove si stabilirono. I coloni della Mayflower conservarono la loro indipendenza fino al 1691 quando vennero assorbiti nella colonia del Massachusetts.

Il Massachusetts nacque da un grandioso progetto di insediamento mosso dai puritani inglesi. I futuri coloni erano intenzionati a lasciare la madrepatria sia per la ricerca di condizioni economiche migliori che per sfuggire alle tensioni religiose, Alexis de Toqueville tuttavia ha suggerito che lo spirito di conquista del Nuovo Mondo e la possibilità di modellare una società sulla base delle regole del puritanesimo sia stato un fattore altrettanto importante dei due precedenti nella spinta verso l’America. Nel 1629 il re Carlo I concesse alla compagnia del Massachusetts, un’organizzazione controllata dai puritani, la patente per fondare una colonia nella regione. I soci della compagnia decisero così di partire alla volta delle Americhe e nel 1630 diciassette navi trasportarono un migliaio di coloni nel Massachusetts, nel decennio successivo altre ventimila persone li seguirono. Si trattava di famiglie o a volte intere comunità che mosse dallo spirito della frontiera e dalla promessa della libertà religiosa lasciavano l’Inghilterra per cercare fortuna nella nuova colonia. Nel 1630 venne fondata Boston e negli anni successivi insediamenti sorsero nell’interno sotto forma di villaggi, la struttura sociale del New England (questo era il nome che venne dato all’attuale nord-est degli Stati Uniti) cominciò immediatamente ad essere diversa da quella delle colonie meridionali, caratterizzandosi per la presenza di unità territoriali in grado di coinvolgere direttamente la popolazione nell’autogoverno, sebbene a mantenere il potere furono i circoli legati al clero. L’importanza del credo puritano può essere capita dalla modifica della patente del 1629, la quale concedeva il diritto di governo della colonia agli azionisti della compagnia della baia e agli uomini liberi. Nel 1631 venne deciso di modificarla per adoperarla come costituzione della colonia, il governo venne affidato per legge solo ai membri della chiesa puritana e a partire da quel momento anche se il Massachusetts non fu una teocrazia subì profondamente l’influenza ecclesiastica. Il governo puritano impose una legislazione civile di spirito assai religioso, obbligando la cittadinanza a seguire una rigida condotta morale ispirata ai precetti biblici. Assieme al cambiamento religioso venne anche quello economico, ben presto i coloni puritani seppero trasformarsi in produttri di legname e con una florida attività di pesca, già dagli anni’30 cominciarono a vendere i loro prodotti (Legno, pesce e grano) alla madrepatria oppure alle sue colonie caraibiche, naturalmente questo fece prosperare il commercio e aprì la strada all’industria cantieristica che divenne ben presto la più importante della regione.

L’insofferenza per il regime di stretto controllo religioso sulla vita pubblica tuttavia generò ben presto insofferenze, che causarono emigrazioni dal Massachusetts verso nuove terre, fu così che nel 1638 nacque la colonia del Rhode Island. Il suo fondatore fu Roger Williams, un pastore anglicano che negava la giustezza del controllo religioso sulla società civile e perciò venne espulso dal Massachusetts, questi decise quindi di recarsi più a sud e nel 1636 fondò la città di Providence, l’attuale capitale del Rhode Island. Nel 1644 nella nuova colonia venne ratificata la libertà religiosa grazie ad una patente concessa dal parlamento inglese, Williams era riuscito quindi a superare i problemi per i quali era stato cacciato dalla sua precedente patria.

Il New Hampshire ebbe origine simile a quella del Rhode Island, fu infatti originato dai seguaci di Anne Hutchison, una donna che aveva messo in dubbio il controllo religioso sulla società, i quali cercarono nuove terre per non essere più soggetti alle leggi del Massachusetts.

Anche se due colonie del New England erano nate dai contrasti fra puritani e non, i primi riuscirono comunque a spingersi fuori dal Massachusetts, la ricerca di nuove terre più fertili spinse Thomas Hooker a sud-ovest della colonia originaria, nella valle del Connecticut fondò la città di Hartford per la quale scrisse una costituzione molto simile a quella del Massachusetts.

Il radicalismo puritano trovò il suo compimento nella fondazione della colonia di New Haven, poco più a sud di Harford, creata da gruppi di radicali religiosi puritani che decisero di attuare una rigidissima applicazione delle sacre scritture nella vita pubblica, arrivando persino a rifiutare il processo con giuria tipico della cultura giuridica anglosassone e applicato da tutte le altre colonie.

Nel 1642 lo scoppio della guerra civile in Inghilterra interruppe le migrazioni e la possibilità per la corona di favorire l’insediamento di nuove colonie nella regione, nel contempo il governo inglese fu nei impossibilitato, durante gli anni del conflitto e quelli successivi del protettorato di Cromwell, a esercitare una qualunque influenza sulle colonie del New England, che cominciarono ad autogovernarsi. Nel 1643 per far fronte alle minacce esterne, costituite dai Francesi del Quebec, dagli Olandesi di Nuova Amsterdam e dagli indiani, tutte le colonie del New England, ad eccezione del Rhode Island, decisero di riunirsi in una confederazione che durò fino al 1684, in questo periodo le colonie uscirono vincitrici dal conflitto contro gli indiani del 1675-76.

Nel 1660 la monarchia inglese venne restaurata e Carlo II salì al trono, nel 1663 e 1665 vennero concesse due patenti per la colonizzazione delle terre a sud della Virginia, la regione prendeva il nome di Carolina. Le patenti concesse da Carlo II stabilivano la divisione della regione in due parti, una settentrionale che venne colonizzata da gruppi di virginiani che vi importarono la coltivazione del tabacco, mentre la parte meridionale fu popolata da coloni provenienti dalle isole Barbados e dall’Inghilterra. La Carolina del Sud ebbe origine attorno al 1679 quando nacque l’insediamento di Charlestown, l’attuale Charleston, i suoi abitanti vi introdussero la coltivazione del riso e indaco e cominciarono a commerciare pelli con gli indiani, ma ancora più importante nell’economia della Carolina del Sud fu l’introduzione della schiavitù, importata dai coloni provenienti dai Caraibi che la usavano nelle piantagioni di canna da zucchero della regione. Entrambe le Caroline divennero colonie reali con un governatore supportato da un’assemblea elettiva che si occupava di legiferare per la colonia, ma sempre sotto la supervisione della monarchia britannica.

L’espansione inglese sulla costa atlantica del Nord America proseguì anche nella fascia di territorio compreso tra il New England e il Maryland. Nel 1664 Carlo II concesse a suo fratello Giacomo, il futuro re Giacomo II, il controllo della fascia di terra tra il Connecticut e il Maryland. All’epoca nella regione erano stanziati gli olandesi che avevano costruito una serie di avamposti commerciali e non apparivano interessati alla colonizzazione massiccia, il più importante di questi avamposti era Nuova Amsterdam che sorgeva sulla punta meridionale dell’isola di Manhattan. Nel corso della seconda guerra anglo-olandese (1665-1667) la Nuova Olanda, era questo il nome dato dagli olandesi alla regione, venne conquistata dagli inglesi e venne rinominata New York, in onore di Giacomo che era duca di York. New York divenne una colonia relativamente tollerante, la libertà di religione degli olandesi fu garantita così come il mantenimento delle usanze legislative più importanti, la relativa libertà della nuova colonia valse ad attirare immigrati sia dall’Inghilterra che dal New England.

Il duca di York, poco dopo la conquista della Nuova Olanda, decise di venderne la parte meridionale, compresa tra i fiumi Hudson e Delaware a due suoi amici: Lord Berkley e Sir John Carteret. Nacque così una nuova colonia, il New Jesey, che i due uomini si divisero nel 1674, al secondo andò la costa mentre Berkley si tenne l’interno, che poi vendette alla Società degli Amici.

La società era legata alla setta dei quaccheri, un gruppo di puritani ispirati a principi di uguaglianza e anti-clericali, che sperava di realizzare nel nuovo mondo una società ispirata ai suoi dettami. La società degli amici acquistò dagli eredi di Carteret anche il resto del New Jersey, che venne riunificato nel 1702 in un'unica colonia, ma la convivenza dei quaccheri con gli immigranti puritani del New England che s’erano stanziati nella regione fu assai difficile, cosa che li spinse a cercare nuove terre dove insediarsi.

William Penn era un influente quacchero legato agli ambienti della corte di Londra, nel 1681 il re Carlo II gli concesse il controllo del territorio al di la del fiume Delaware e nel 1703 acquistò anche la striscia di terra che stava tra il fiume e la colonia del Maryland che apparteneva al duca di York. Dal 1685 Penn cominciò a vendere i terreni delle sue concessioni ai quaccheri benestanti della madrepatria, mentre l’atmosfera di tolleranza religiosa che si andava delineando attirò immigranti anche da altre nazioni europee (olandesi e tedeschi), fu così che nacque la colonia della Pennsylvania, il governo che Penn scelse per la sua creazione fu simile a quello delle colonie del sud, con un governatore, un consiglio di nominati e un parlamento elettivo. I quaccheri che rivestivano grande importanza nell’assetto sociale della Pennsylvania mantennero il controllo politico sulla colonia fino alla guerra d’indipendenza. 

Nel 1703 le tre contee che costituivano la parte più meridionale delle proprietà di Penn venne organizzate in un’ulteriore colonia, che prese il nome dal fiume che la costeggiava: il Delaware.

L’ultima colonia inglese ad essere fondata nel territorio dei futuri Stati Uniti fu la Georgia, nel 1732 re Giorgio II concesse ad alcuni ricchi uomini d’affari la patente per fondare una colonia a sud delle Caroline, che prese il nome di Georgia. L’insediamento dei coloni nella regione fu reso difficile dalle scelte restrittive che vennero fatte sull’uso della manodopera schiava e sulle coltivazioni da impiantare, solo quando gli amministratori concessero l’uso di schiavi neri nelle piantagioni e permisero la coltivazione di riso e indaco (come in Sud Carolina) la popolazione della Georgia cominciò ad aumentare.

 

Lo sviluppo delle colonie

 

Nel corso del secolo prima dell’indipendenza le colonie americane attraversarono un lunghissimo periodo di crescita economica. Le premesse di questa crescita stavano nella ricchezza del territorio nord-americano e nel continuo aumento di popolazione, grazie all’immigrazione sia dalla Gran Bretagna che dal continente europeo. Il governo inglese dopo la gloriosa rivoluzione che condusse Guglielmo d’Orange al trono (1688) cominciò progressivamente a riacquisire il controllo totale sul governo delle colonie. La conseguenza fu che a partire dagli inizi del ‘700 il governo degli insediamenti nord-americani assunse pressoché la stessa struttura in tutte le colonie, ad un governatore di natura regia erano affiancati un consiglio di nomina reale e un’assemblea elettiva. L’assemblea era eletta da tutti i coloro che possedevano terre, paradossalmente questo non rappresentò un limite censitario eccessivo perché fra la popolazione coloniale circa il 70-80% dei maschi adulti era possessore di appezzamenti di terra. Una delle basi della democrazia americana risiede proprio nella partecipazione alla vita politica alla quale i coloni furono chiamati sin dalle origini delle loro istituzioni.

L’Inghilterra era intenzionata ad attuare una rigida politica mercantilista nei confronti delle colonie, come di qualunque altra parte del suo impero, allo scopo di garantirsi il ruolo di piazza di scambio tra le colonie stesse e il continente europeo. Nel 1696 venne costituito un nuovo ministero, del commercio e dell’industria, iniziò a occuparsi di imporre dei limiti alla crescita di alcuni settori produttivi delle colonie, fu così che nel corso dei decenni successivi e fino alla rivoluzione alle colonie vennero imposti limiti strutturali per la produzione di filati di lana, di prodotti d’abbigliamento e anche sui prodotti lavorati in ferro. Si trattava di una serie di mosse destinate a proteggere il ruolo primario dell’industria inglese e a fare dell’Inghilterra la base industriale dalla quale tutto l’impero doveva importare i propri manufatti, mentre la madrepatria acquistava materie prime dai possedimenti d’oltre mare. Le leggi imposte alle colonie tuttavia non finirono col danneggiare seriamente l’economia coloniale, in parte perché non applicate severamente e in parte perché evase attraverso il contrabbando o il commercio illegale.

Nel corso del XVIII secolo i futuri Stati Uniti andarono progressivamente specializzandosi in aree economico-produttive diverse, creando sistemi produttivi regionali basati su settori di punta assai diversi. Il New England divenne grande produttore di legname per costruzioni navali e di vascelli commerciali, facendo fiorire l’industria cantieristica, basti pensare che all’epoca della rivoluzione oltre un terzo della flotta mercantile inglese era stata costruita nel New England. Grazie alla possibilità di costruire un gran numero di navi a basso costo (vista la vicinanza del legname per le costruzioni), ben presto nella regione la pesca divenne un settore primario, che compensava la scarsa resa agricola del suolo, poco adatto alla coltivazione intensiva.

Le colonie centrali (New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware) si caratterizzarono sempre più come esportatrici di grano e ferro grezzo, il primo veniva venduto principalmente ai paesi dell’Europa meridionale, ciò fu dovuto al fatto che il grano fu tra i pochi prodotti non vincolati alle leggi commerciali, mentre il ferro veniva venduto all’industria siderurgica inglese. Gli incentivi che la madrepatria fornì alle colonie permisero una spettacolare crescita del settore della produzione del ferro grezzo, a metà del XVIII secolo le colonie inglesi del Nord America ne producevano il triplo della madrepatria. Le colonie meridionali risentirono della divisione della terra in enormi latifondi, caratterizzandosi sempre più come esportatrici di prodotti agricoli, in particolare riso, l'indaco e il tabacco, la produzione di quest’ultimo tra la fine del XVII secolo e quella del XVIII decuplicò il volume delle esportazioni facendo delle colonie il principale produttore mondiale di tabacco. 

L’industria manifatturiera, nonostante le restrizioni commerciali britanniche, crebbe in particolare negli aree centrali e nel New England, dove i laboratori per la produzione di pelletteria, calzature e abbigliamento erano a conduzione familiare e fornivano prodotti a basso costo per il mercato di ciascuna colonia, in quanto con una legge del 1699 era stato proibito di esportare filati di lana prodotti in una colonia al di fuori della stessa.

La società coloniale restava una società prevalentemente agricola, con circa il 90% della manodopera impiegata in questo settore, nonostante la grandissima crescita commerciale e dell’industria estrattiva il problema principale rimaneva lo sfruttamento della terra. Nel New England il problema era in parte risolto dalla conduzione familiare delle fattorie e dalla relativa scarsità della produttività del suolo che limitava sia la produzione, sia la manodopera richiesta.

Nelle colonie centrali il problema della manodopera agricola venne risolto da due fattori: la massiccia immigrazione e l’utilizzo dei contratti di servitù. Grazie alla relativa atmosfera di tolleranza religiosa e sociale e alla facilità del contrarre prestiti per l’acquisto della terra furono decine di migliaia gli immigranti provenienti dall’Europa che si trasformarono in agricoltori. Tuttavia questo non bastava a compensare la richiesta di manodopera, i proprietari della regione allora ricorsero all’istituto giuridico della servitù. Garantendo il viaggio verso l’America e una sistemazione adeguata ai firmatari del contratto di servitù, i latifondisti attirarono manovalanza a basso costo da utilizzare nella coltivazione del grano destinato all’esportazione, attraverso questi contratti i servi prestavano servizio nelle proprietà del padrone per un periodo (in genere quindicinale) prima di essere affrancati.

Nel sud fu la crescita dei latifondi e il progressivo spostamento verso l’interno delle aree coltivate, che condusse alla richiesta sempre più pressante di manodopera agricola. Il problema venne risolto inizialmente con l’introduzione dei contratti di servitù, tuttavia la quantità di manodopera che veniva procurata con questo sistema cominciò a divenire ben presto insufficiente, inoltre aveva un costo relativamente alto sul lungo periodo a causa dell’affrancamento che spesso comportava la perdita dei lavoratori che venivano emancipati. I latifondisti della Virginia e delle Caroline furono ben presto costretti a ricorrere alla schiavitù per sopperire alla mancanza di lavoratori. Dopo il 1700 la servitù venne progressivamente sostituita dalla schiavitù, sebbene prima di allora la popolazione afro-americana fosse già presente nelle colonie era assai scarsa nel complesso. Con il varo di leggi di segregazione razziale fatto negli anni 1660-1670, destinate a sperare i neri dalla servitù bianca si aprì la strada al massiccio insediamento di popolazione schiava che caratterizzò i primi decenni del settecento. Gli schiavi erano rapiti dalle regioni dell’Africa Equatoriale, in particolare dalla Guinea, ed erano trasportati in America dove venivano rivenduti nelle principali città portuali, in particolare Charlestown o Newport. Nel corso degli anni fra il 1700 e il 1763 la popolazione afro-americana delle colonie britanniche passò da 20.000 a 350.000 individui, gli schiavi erano addirittura la maggioranza della popolazione in Sud Carolina e arrivavano a costituire quasi metà della popolazione della Virginia, che era la più popolosa delle dodici colonie.

La popolazione del Nord America inglese crebbe rapidamente nel corso del ‘700, grazie anche alla progressiva spinta verso l’interno della popolazione. Fino agli inizi del XVIII secolo solo la costa era stata colonizzata, ma con la pace di Utrecht (1713) e la progressiva diminuzione della minaccia rappresentata dalla popolazione nativa si aprirono nuovi spazi all’insediamento. Le colonie meridionali si estesero fino ai piedi dei monti Appalachi, coprendo l’intera fascia pianeggiante che dalla costa si estendeva verso l’interno, mettendo a coltivazione nuove terre e abbandonando quelle costiere ormai esaurite. In Pennsylvania fu l’immigrazione tedesca a spingere verso l’interno, la popolazione raggiunse le vallate interne, ma dovette fare i conti con un terreno difficile e con gli indiani irochesi stanziati nella zona. Da New York i coloni si spinsero lungo la vallata del fiume Hudson fino alla valle del Mohawk nel centro dell’attuale stato di New York, ma come i coloni della Pennsylvania dovettero fermarsi a causa della presenza autoctona. Nel New England lo sforzo espansivo si concentrò verso nord, fu conquistata la costa del Maine e parte del Vermont, poco prima degli inizi della guerra dei sette anni l’area conquistata dai coloni inglesi era raddoppiata rispetto all’inizio del secolo. La popolazione rimaneva in gran parte rurale, solo poche città assunsero dimensioni degne di nota, fra queste spiccavano Boston, New York e Philadelphia, le prime due crebbero grazie alla loro funzione commerciale essendo i principali porti dell’intera regione, Philadephia raggiunse alla vigilia della rivoluzione la popolazione di 40.000 abitanti, diventando la seconda città dell’impero britannico perché posizionata nel punto di congiunzione tra le colonie meridionali e settentrionali.

 

Le guerre contro francesi e indiani

 

L’espansione inglese in Nord America dovette fare i conti con la presenza di molti rivali, sia europei che autoctoni, che minacciarono la sopravvivenza stessa delle colonie. Nel 1622 la Virginia venne messa al sacco dai nativi e oltre 350 coloni vennero uccisi, si trattò di una perdita gravissima se pensiamo che all’epoca la colonia aveva una popolazione di poche migliaia.

Gran parte delle colonie dovettero affrontare gli indiani man mano che si espandevano verso l’interno, inizialmente fu il New England a dover combattere per la propria sopravvivenza contro le tribù indiane. Nella guerra di re Philip la confederazione del New England combattè per due anni (1675-76) contro il popolo dei i Wampanoag, stanziato tra il Massachusetts meridionale, il Rhode Island, il Connetticut e l’isola di Long Island. Il conflitto fu assai sanguinoso, gli indiani riuscirono a distruggere totalmente o parzialmente ben 52 insediamenti inglesi sui 90 che si trovavano nel loro territorio. Tuttavia i coloni ebbero la meglio, anche se i morti tra gli europei furono circa un migliaio, dopo la definitiva sconfitta i Wampanoag si ridussero ad una popolazione di appena 400 unità, a fronte dei 12.000 che erano all’inizio della guerra.

Anche nel sud gli indiani entrarono in conflitto con l’espansionismo europeo, fra il 1711 e il 1718 le due Caroline affrontarono le tribù indiane dei Tuscarora e degli Yamassee. La violenza degli attacchi europei contro le tribù indigene fu drammatica, i villaggi e i campi venivano regolarmente devastati mentre non c’era pietà per nessuno, anche donne e bambini venivano regolarmente coinvolti nelle mattanze operate dai coloni.

Le guerre contro le tribù indiane erano solo una parte dei conflitti che le colonie dovettero affrontare in Nord America, ben più importanti dal punto di vista della madrepatria britannica erano le guerre contro la Francia o la Spagna, che occuparono gran parte della storia coloniale prima dell’indipendenza. Fra il 1689 e il 1763, l’anno della definitiva sconfitta francese in Nord America, l’Inghilterra e la Francia furono in guerra per trentadue anni, combattendo ben quattro guerre. Nell’ottica dei coloni i conflitti che furono combattuti contro la Francia avevano una dimensione prettamente europea, legata alla volontà della Gran Bretagna di espandersi a danno della rivale d’oltre Manica. I coloni vissero quindi con marginalità i conflitti, almeno fino alla guerra dei Sette Anni, anche se questi coinvolsero direttamente le loro terre.

I Francesi s’erano stanziati in Nord America agli inizi del XVII secolo fondando Port Royal in Acadia, l’attuale Nuova Scozia, nel 1605 e Quebec, alla foce del fiume San Lorenzo, nel 1608. Gli esploratori e i commercianti francesi penetrarono risalendo il fiume fino ai grandi laghi, dove stabilirono una serie di avamposti militari e commerciali, arrivando poi a stringere trattati d’alleanza con le tribù indiane della zona. Nel 1682 i francesi presero possesso della foce del fiume Mississippi, fondando la città di Nouvelle Orleans e rivendicando il retroterra che prese il nome di Louisiana in onore del re sole. Risalendo il fiume giunsero nuovamente fino ai grandi laghi, entrando in contatto con gli stessi avamposti che essi stessi avevano stabilito. I francesi riguardo gli insediamenti scelsero un approccio diverso da quello inglese, preferirono insediarsi in poche città e creare una catena di empori commerciali e forti per proteggere i loro interessi. L’espansione francese proseguì ininterrotta fino ai primi decenni del ‘700, al termine di questo periodo i territori sotto il controllo commerciale francese si estendevano dalla Nuova Scozia (Acadia per i francesi) fino alla foce del fiume Mississippi, descrivendo un arco che passava lungo il fiume San Lorenzo, l’attuale Canada meridionale, i territori dei grandi laghi e le due sponde del grande fiume, fino alla città di New Orleans che divenne ben presto uno dei porti più importanti delle Americhe. I francesi inoltre fondarono molti forti che in seguito sarebbero diventati città americane, fra questi Fort Pontchartrain (la futura città di Detroit), Saint Louis e Fort Prudhomme (Memphis).

I francesi introdussero le piantagioni nella Louisiana e l’uso degli schiavi che caratterizzò quei territori fino alla Guerra civile americana (1861-1865), mentre nel nord divenne prevalente la vocazione commerciale con la crescita dell’esportazione di pelli verso l’Europa.

Del tutto secondaria era invece la presenza spagnola, la quale si limitava alla Florida, una colonia estremamente povera e poco sviluppata che non costituiva una minaccia per le ricche colonie inglesi situate più a nord.

Durante la guerra della Lega di Augusta (1689-97) e quella di successione spagnola (1702-1713) le due potenze si affrontarono in una serie di scontri anche in Nord America. Il New England e New York furono investite da una vera e propria invasione franco-indiana che condusse alla distruzione di vari insediamenti inglesi, fra cui la stessa città di New York. I coloni inglesi furono costretti ad adoperarsi per combattere da soli i francesi armando una propria milizia, la Gran Bretagna era infatti troppo impegnata sul continente europeo e nel Mediterraneo per poter inviare aiuti alle colonie. La milizia coloniale tuttavia seppe dar buona prova di se, inizialmente venne tentata un’invasione del Canada per saccheggiare le ricche città commerciali di Montreal e Quebec, ma quando gli assedi e le spedizioni compiute nella regione si rivelarono fallimentari, a causa dell’esiguità delle forze utilizzate dai coloni, essi decisero di concentrarsi su nuovi obiettivi più vicini al territorio del New England. Nel 1710 Port Royal venne conquistata dalla milizia coloniale, che fu ceduta con la pace di Utrecht all’Inghilterra, la città era il capoluogo della colonia dell’Acadia che da quel momento prese il nome di Nuova Scozia.

Anche nel corso della guerra di successione austriaca (1745-1748) gli inglesi del Nord America dovettero combattere quasi elusivamente con le proprie forze, tuttavia anche in questo caso riuscirono ad ottenere un successo militare di notevole peso con la conquista della città di Louisbourg, la quale si trovava sull’Isola del capo bretone, in una posizione strategica di altissimo valore dalla quale era possibile controllare il traffico commerciale verso il golfo di San Lorenzo. Con la pace di Aquisgrana (1748) la città ritornò nelle mani della Francia, lasciando gli equilibri della regione sostanzialmente immutati e il Canada ancora in mano francese.

I lunghi anni di conflitti tra i coloni inglesi e quelli francesi avevano generato un enorme astio tra le due parti, a spingere l’odio dei puritani era anche il cattolicesimo dei francesi, visto come una spada di Damocle che pendeva sulla costruzione della società ideale da loro progettata. In contrasto erano anche gli interessi economici, ben presto entrambe le fazioni cercarono di espandersi nelle vallate dell’Ohio e questo gettò le basi della successiva guerra tra coloni inglesi e francesi, oltre che tra le rispettive patrie.

I latifondisti della Virginia immediatamente dopo la guerra di successione costituirono la Compagnia dell’Ohio, ottennero anche dalla corona britannica la concessione d’usufrutto di decine di migliaia di ettari nella regione dell’Allegheny. I francesi tuttavia cominciarono ben presto a costruire forti nella stessa regione per imporre la loro egemonia, La reazione dei coloni fu quella di inviare un esercito di miliziani della Virginia al comando del colonnello George Washington, il futuro presidente degli Stati Uniti. Il colonnello marciò alla volta della valle dell’Allegheny, nell’estate del 1754, per occuparla prima che i francesi completassero la costruzione di una catena difensiva di fortezze. Washington trovò la strada sbarrata presso l’area dove oggi sorge la città di Pittsburgh, i francesi vi stavano costruendo Fort Duquesne, dopo aver combattuto con la guarnigione nemica il colonnello virginiano fu costretto alla resa e dovette ripiegare.

La sconfitta di Washington diede inizio ad una nuova guerra, non dichiarata fino al 1756, fra Francia e Gran Bretagna. Il governo inglese decise inviare in America truppe regolari per espugnare il forte francese, due reggimenti regolari al comando del generale Braddok partirono dalla madrepatria a primavera del 1755. La condotta del generale inglese fu assai sconsiderata, in quanto rifiutò l’aiuto delle guide indiane, tanto da causare la messa in fuga del suo esercito il 9 luglio di quell’anno. La sconfitta di Braddok lasciò praticamente senza difese le dodici colonie e si dovettero aspettare il 1756 per vedere nuove truppe britanniche sbarcare in Nord America.

La guerra dei sette anni (1756 – 1763) vide la Gran Bretagna e la Prussia combattere contro austriaci, francesi, spagnoli e russi. Gli inglesi non potendo competere numericamente con gli eserciti avversari sul continente europeo scelsero di combattere prevalentemente in India e America.

Nella fase iniziale della guerra le colonie furono lasciate a se stesse come era accaduto nelle guerre precedenti, venne convocato nel 1754 ad Albany un congresso delle colonie nel quale venne approvato il progetto proposto da Benjamin Franklin di creare una confederazione permanente delle colonie, con l’elezione di un parlamento elettivo e in grado di imporre tasse per finanziare un esercito in grado di opporsi a quello francese in Nord America, il progetto venne bocciato però dalle assemblee locali delle varie colonie, anche se costituì un interessante precedente nel progetto di costruzione della federazione degli Stati Uniti. La guerra prese una svolta nel continente americano con la nomina di William Pitt alla carica di primo ministro britannico, fatta da Giorgio II nel 1757, il nuovo premier decise un massiccio impegno militare in Nord America per strappare una vittoria strategica decisiva alla Francia. Venne inviata un’armata di 25.000 soldati regolari nelle colonie e altrettanti coloni furono reclutati come volontari nelle fila dell’esercito britannico in Nord America. La campagna contro le colonie francesi del continente assunse allora i toni di una marcia trionfale, nel 1757 l’esercito britannico prese Louisbourg e spingendosi nel Canada conquistò Fort Fronternac (Kingston) per poi marciare verso la valle dell’Allegheny dove espugnò, dopo quattro anni di tentativi, Fort Duquesne, che venne ribattezzato Fort Pitt in onore del primo ministro. La definitiva sconfitta francese avvenne nel 1758 con la battaglia della pianura di Abraham, presso la città di Quebec, dove gli inglesi sconfissero l’esercito francese del Canada definitivamente. Con la presa della città, che era la capitale del Canada francese e il principale punto strategico sul fiume San Lorenzo, la conquista totale del Nord America era un fatto assodato, poco dopo infatti venne presa Montreal e il Canada fu completamente occupato dai britannici.

La pace di Parigi (1763) ridisegnò completamente lo scacchiere del Nord America, gli inglesi ottennero il controllo di tutte le terre ad est del Mississippi, del Canada e della Florida. La Spagna invece ottenne il controllo della Louisiana in cambio della perdita della Florida e gli vennero restituite Cuba e le Filippine, occupate dagli inglesi durante la guerra. La Francia venne cacciata da tutti i suoi precedenti possedimenti nella regione e dovette rinunciare a qualunque espansione in Nord America.

La guerra dei Sette Anni fu un momento decisivo per la storia coloniale britannica in Nord America, perché da allora la Gran Bretagna fu padrona di un immenso impero al quale non erano poste minacce esterne (Spagnoli e indiani non potevano essere serie minacce a causa della rispettiva debolezza) ma proprio in questo dominio, che conobbe una progressiva separazione ideale dalla madrepatria, si getteranno i semi dell’indipendenza americana.

 

I rapporti tra colonie e madrepatria dopo la Guerra dei sette anni

 

La Gran Bretagna si ritrovò padrona di un territorio immenso, che di conseguenza comportava spese amministrative altrettanto grandi. Dopo la guerra inoltre c’erano varie questioni da risolvere e che furono origine di altrettanti conflitti tra madrepatria e colonie, tuttavia non bisogna considerare le colonie del 1763 come già pronte all’indipendenza, fu il decennio successivo a condurre verso questa strada. La prima delusione per i coloni fu il limite, imposto nel 1763, all'espansione di coloni nell'interno, il governo inglese infatti decise che i coloni della costa non potevano spingersi oltre la "linea delle cascate", riservandosi il diritto di gestire l'insediamento ad ovest della catena degli Appalachi. Al termine della guerra dei Sette Anni il governo britannico decise di imporre una serie di tassazioni alle colonie per ripagare i debiti contratti nel corso del conflitto e per finanziare la maggiore presenza sul territorio coloniale dei propri funzionari. Il primo ministro Grenville era deciso a stanziare nelle colonie una guarnigione permanente di 10.000 uomini, inoltre il ministro progettava di rendere finalmente efficiente il sistema doganale delle colonie, attraverso una ristrutturazione che obbligava i funzionari doganali inglesi a vivere in America anziché permettere la delega del proprio lavoro ad agenti locali in sub-appalto, una pratica estremamente diffusa e che stava alla base dell’inefficienza delle dogane americane. Uno dei problemi principali che affliggevano il controllo doganale era il contrabbando, un fenomeno estremamente diffuso e che causava notevoli perdite all’erario britannico, per combatterlo Grenville organizzò pattugliamenti della costa e pose i processi per contrabbando sotto il controllo dei tribunali della Royal Navy, evitando così le giurie dei tribunali coloniali che spesso erano indulgenti con i contrabbandieri. Nel 1764 venne introdotta una nuova tassa sullo zucchero, che aumentò i dazi su molti prodotti delle colonie, mentre abbassò quelli sull’importazione di melasse, poco dopo fu introdotta anche una legge monetaria che impediva l’utilizzo della cartamoneta come denaro a corso legale. Le imposizioni fiscali furono percepite come una vera e propria violazione della libertà personale nelle colonie, la maggiore tassazione approvata a Londra senza il consenso delle assemblee locali secondo molti esponenti giuridici dell’America britannica violava le prerogative del governo, il quale non poteva imporre tasse senza l’approvazione dei consigli locali. Inoltre sottoponendo gli evasori e i contrabbandieri ai tribunali della marina si evitava il processo per giuria, ciò agli occhi dei coloni era scandaloso perché violava le consuetudini in merito alle libertà fondamentali garantite dalla legge britannica, che costituivano il modello al quale gli americani si erano ispirati nella costruzione del sistema giuridico coloniale.

Nel 1765 il parlamento inglese approvò lo “Stamp act” con il quale veniva imposta una tassa su tutte le pubblicazioni, ciò ovviamente coinvolgeva tutti coloro che scrivevano, dai tipografi fino agli avvocati. La tassazione sulla stampa amplificò al movimento d’opposizione alle tasse imposte dalla madrepatria, nell’ottobre di quello stesso anno a New York si riunì un congresso contro la legge e ben presto cominciarono disordini in tutte le colonie che sfociarono nel boicottaggio delle merci inglesi. I commercianti inglesi vennero pesantemente danneggiati dal boicottaggio e cominciarono a protestare presso il governo perché ritirasse lo “Stamp act”, nella primavera del 1765 il governo Rockingham decise di abolire la tassa contestata, mettendo fine al boicottaggio dei prodotti inglesi da parte degli abitanti dell’America britannica. Assieme all’abolizione dello “Stamp Act” venne approvata anche una legge, il “Declatory Act”, nella quale il parlamento britannico si garantiva il diritto di approvare leggi valide anche per le colonie americane. L’atto segnava l’apertura del conflitto sulle prerogative per l’approvazione di leggi tra le colonie e la madrepatria, che avrebbe condotto poi alla dichiarazione di indipendenza appena undici anni dopo; ma al momento dell’emanazione dell’atto la reazione nelle colonie fu minima, quasi passò inosservato, non si verificarono incidenti come era successo con l’approvazione della tassa sulla stampa.

Nel 1767 il nuovo primo ministro inglese, Townshend, decise che era necessario aumentare le entrate della corona per risanare ulteriormente il bilancio. Vennero approvate una serie di tassazioni sul commercio da e per le colonie su varie merci e venne anche deciso di dare esecuzione al “Mutintity Act”, approvato nel 1765 ma sospeso a causa delle agitazioni contro lo “Stamp Act”. In base al quest’ultima legge le colonie avrebbero dovuto provvedere con i loro bilanci alla fornitura di caserme per i soldati dell’esercito britannico in Nord America, quasi tutte le colonie acconsentirono ma New York non accettò di dare luogo al quanto prescritto dalla legge. New York era anche il quartier generale dell’esercito inglese nelle colonie e quindi era inammissibile per la corona accettare il rifiuto della colonia di concedere acquartieramenti alle truppe regie. Il governo di Londra decise quindi di sospendere l’assemblea legislativa della colonia fino a quando questa non avesse approvato l’atto, ma la conseguenza fu un escalation della tensione fra le colonie e la Gran Bretagna.

Il diritto della madrepatria di imporre tasse alle colonie venne discusso da tutte le assemblee coloniali, oltre che dall’opinione pubblica, si giunse alla conclusione che era illegittimo per la Gran Bretagna imporre tassazioni alle colonie. Due manifesti, quello di John Dickinson intitolato “lettere di un agricoltore dalla Pennsylvania” e la “lettera circolare” redatta da John Adams e approvata dall’assemblea del Massachusetts, divennero i pamplet dell’ondata di protesta che investiva tutte le colonie. Dal dibattito presto si arrivò all’ostruzionismo nei confronti dei funzionari britannici, specie di quelli doganali, impedendogli di svolgere il loro compito regolarmente, inoltre venne imposto un nuovo boicottaggio dei prodotti inglesi. Boston divenne il centro di un vasto di movimento di opposizione passiva al governo britannico e qui ci fu il primo vero incidente che vide coinvolti coloni e esercito: nel giugno 1768 lo sloop “Liberty” aveva rifiutato di pagare i dazi ai funzionari del porto di Boston, i quali avevano cercato di sequestrare la nave causando una rivolta popolare guidata dall’esponente radicale John Hancock. L’esercito inglese intervenne per ripristinare l’ordine in città, ma il 5 marzo 1770 si verificò una sparatoria e cinque civili furono uccisi, causando un’ondata di sdegno popolare. Pochi sanno che in realtà l’esercito inglese aprì il fuoco solo dopo gravissime provocazioni, che avevano probabilmente messo a rischio la sicurezza stessa dei soldati, i quali avevano reagito non per compiere un sopruso ma semplicemente per difendersi dalla minaccia della folla. La propaganda anti-inglese tuttavia sfruttò l’incidente, abilmente guidati da Samuel Adams, un giovane uomo d’affari di Boston, i rivoltosi riuscirono a far credere all’opinione pubblica delle colonie che i soldati avessero sparato al solo scopo di terrorizzare la folla; l’idea propugnata da Adams ebbe successo e nelle colonie si ritenne che l’esercito inglese avesse agito deliberatamente contro la cittadinanza di Boston.

Il sentimento antibritannico cominciò a farsi vivo fra gli americani probabilmente dopo i fatti di Boston, tuttavia negli anni successivi non si verificarono incidenti a causa dei dissidi interni alle colonie stesse, le quali erano tutt’altro che unite sia nelle questioni interne che in quelle con la madrepatria. I conservatori, generalmente latifondisti, erano profondamente preoccupati dalla possibilità che la protesta popolare potesse orientarsi contro di loro e quindi ben presto cominciarono nuovamente a guardare favorevolmente alla corona. Anche l’opinione pubblica delle colonie ben presto cominciò a dimenticare i fatti di Boston e a cercare di evitare lo scontro con la madrepatria, la quale rimaneva veramente ostile solo ad una piccola parte della popolazione. Non va dimenticato che il senso di appartenenza all’Inghilterra e alla cultura britannica era avvertito molto sinceramente dalla maggior parte dei coloni, i quali erano orgogliosi dell’Heritage culturale e politico ricevuto dall’Inghilterra. Quando il nuovo primo ministro britannico, Lord North, decise di abolire le tasse approvate dal suo predecessore (ad eccezione di quella sul Tè), le agitazioni cessarono nuovamente e parve che finalmente si fosse giunti ad una situazione di compromesso tra madrepatria e colonie.

L’illusione durò appena tre anni, nel 1773 venne approvato il “Tea Act”, il quale autorizzava la compagnia delle Indie Orientali a vendere il tè al dettaglio senza dover ricorrere ai commercianti delle colonie come intermediari. Questa legge aveva lo scopo di aumentare gli introiti della compagnia di stato, ma ovviamente danneggiava pesantemente i commercianti coloniali e perciò ebbe come immediata conseguenza quella di far ricominciare le agitazioni. Specialmente nelle città portuali il fermento contro la tassazione del tè e contro il Tea Act divenne molto forte, a Charlestown ne venne impedita la vendita, mentre a New York e Philadelphia fu impedito alle navi che lo trasportavano di attraccare, l’episodio più famoso fu però il cosidetto “Boston Tea Party”. Il 16 dicembre 1773 un gruppo di coloni, travestiti da indiani e guidati da Samuel Adams, abbordò le navi della compagnia delle indie alla fonda nel porto di Boston, per poi rovesciare il carico di tè in mare. Il governo britannico questa volta decise di non tollerare l’atteggiamento rivoltoso degli americani e decise agli inizi del 1774, con una serie di leggi repressive (Coercive acts), di chiudere il porto di Boston fino a quando non fosse stato rimborsato il tè perduto, di riformare la costituzione del Massachusetts per limitare l’influenza dell’assemblea locale sull’esecutivo di nomina reale, in modo da poter avere da Londra un maggiore controllo sulla colonia e di trasferire in Inghilterra, per il processo, i casi di omicidio riguardanti i funzionari pubblici inglesi. Lord North non era disposto a tollerare ulteriori atti di sfida al governo e perciò ottenne facilmente dal parlamento inglese l’approvazione delle leggi, le quali però fecero insorgere ulteriormente le colonie, permettendo così che si saldassero intorno alla causa del Massachusetts che rischiava la perdita di ogni autonomia effettiva. La stampa radicale delle colonie si adoperò in tutti i modi per dipingere nel più tetro dei modi le azioni del governo inglese, paventando la creazione di una monarchia assolutistica e la perdita dell’autonomia da parte degli americani. La propaganda finì col convincere l’opinione pubblica del fatto che era necessaria un’azione comune da parte di tutte le colonie, fu per questo che l’assemblea della Virginia redasse un documento nel quale si auspicava una riunione dei rappresentanti delle dodici colonie per cercare una posizione comune sulla questione, la convocazione del primo Congresso Continentale venne stabilità per il 5 settembre 1774.

 

La guerra d'indipendenza

 

La situazione cominciò a degenerare rapidamente nell’autunno-inverno successivo alla convocazione del congresso. La protesta dei coloni cominciò ad assumere i contorni della rivolta armata; dapprima gli inglesi tentarono nuove conciliazioni, ma le proposte del primo ministro North fatte al congresso e alle colonie rimanevano troppo vaghe e generiche perché potessero condurre ad una pacificazione vera e propria. A primavera il generale Gage fu incaricato dal governo inglese di requisire le scorte di armi e polvere da sparo catturate dai coloni del New England, il generale nell’aprile del 1775 inviò una colonna di 700 uomini a Boston per adempiere alla missione, ma a Lexington le giubbe rosse trovarono la strada sbarrata dalla milizia coloniale, fu il primo scontro tra le truppe britanniche e i coloni ribelli. Proseguendo nella loro marcia verso Boston gli inglesi si scontrarono nuovamente con la milizia presso Concord e solo al prezzo di oltre 270 morti riuscirono ad entrare a Boston. La milizia coloniale per tutta risposta cinse d’assedio la città, sperando di costringere Gage alla resa.

Il congresso coloniale nel frattempo elaborava una strategia comune per le colonie, votando la creazione di un’armata continentale di 20.000 da porre sotto il comando di George Washigton, che il 15 giugno divenne generale supremo dell’esercito coloniale. Washigton era uno dei tanti coloni che avevano acquisito esperienza militare contro i francesi nella guerra dei Sette Anni, era un proprietario di piantagioni della Virginia e la sua nomina servì a rassicurare i conservatori su eventuali derive populiste del congresso, il quale risentiva già della pesante influenza dei radicali, molto forti grazie al legame con la stampa e abilmente guidati da Sam Adams. Appena due giorni dopo la nomina di Washigton, gli inglesi cercarono di rompere l’assedio di Boston marciando contro le posizioni fortificate dei ribelli intorno alla città. Lo scontro che ne nacque prese il nome di battaglia di Bunker Hill (17 giugno 1775) e sebbene si trattasse di una vittoria inglese, costò talmente cara alle giubbe rosse che il loro comandante, generale Howe, preferì evitare di lanciare ulteriori offensive nel New England, a primavera dell’anno successivo addirittura decise di ritirarsi da Boston alla volta di Halifax (ex Louisbourg) per rafforzare le proprie forze. La ritirata di Howe fece cadere Boston nelle mani dei coloni, inoltre dirigendosi in Nuova Scozia il generale lasciava il territorio delle dodici colonie completamente sguarnito dalla presenza militare britannica.

A luglio il congresso coloniale approvò due risoluzioni, una nella quale spiegava la necessità di imbracciare le armi per difendere l’autonomia fiscale e amministrativa violata dal Coercive atc, mentre la seconda chiamata “petizione del ramoscello d’ulivo” (Olive branch petition) venne indirizzata al re Giorgio III, garantendo che in nessun caso le colonie si sarebbero costituite come stati indipendenti, tuttavia la situazione non inizio a raffreddarsi come i congressisti avevano sperato e in inverno la milizia coloniale tentò di invadere il Canada.

Le truppe americane marciarono a nord e il 13 novembre 1775 conquistarono la città di Montreal, sperando che questo inducesse i canadesi a sollevarsi contro la corona, ma la regione era molto più fedele a Londra di quanto i rivoltosi avessero creduto. Con l’emissione del “Quebec Act”, avvenuta l’anno precedente, il governo aveva concesso ai coloni francesi della regione autonomia giuridica e libertà religiosa, accattivandosene le simpatie. La scelta tra la perdita dei diritti acquisiti con l’atto e la rivolta assieme ai puritani anti-cattolici del New England lasciò pochi dubbi ai canadesi, che rimasero fedeli sudditi della corona. L’invasione fallì definitivamente il 30 dicembre, quando l’esercito americano uscì decimato dal tentativo di assaltare la fortezza di Quebec, venendo costretto alla ritirata verso sud.

Nell’inverno fra il 1775 e il 1776 i sostenitori della conciliazione e della permanenza delle colonie nell’impero britannico erano ancora la maggioranza nel congresso coloniale, a cambiare la situazione furono le scelte del re Giorgio III. Il sovrano scelse di reagire alle iniziative coloniali con estrema durezza, prima respinse i propositi concilianti della “Olive branch” e il 22 dicembre promulgò un atto con il quale veniva negata la protezione della corona alle colonie ribelli, contro le quali veniva anche dichiarato un embargo commerciale, poco dopo il parlamento inglese approvò lo stanziamento di fondi per il reclutamento di 30.000 mercenari tedeschi da inviare in Nord America per mettere fine alla sommossa. I sostenitori dell’indipendenza approfittarono di questi fatti, mettendo in atto una straordinaria propaganda a favore della loro causa, riuscirono a rovesciare buona parte dell’opinione pubblica dalla loro parte. Dipingendo Giorgio III come un tiranno dispotico e l’Inghilterra come la predatrice delle libertà, i radicali ottennero che i governi locali delle colonie ordinassero ai loro delegati di votare per l’indipendenza dalla madrepatria, la quale divenne lentamente effettiva grazie a vari provvedimenti emessi tra primavera ed estate del 1776, dapprima il congresso aprì i porti americani alle navi straniere (in barba alle leggi britanniche che lo proibivano), successivamente venne approvata la costituzione di governi di stato indipendenti dalla ex-madrepatria (10 giugno) e infine il 4 luglio 1776 venne firmata dai delegati la dichiarazione d’indipendenza che sanziona ancora oggi la nascita ufficiale degli Stati Uniti d’America.

La dichiarazione, oltre a costituire nei fatti una dichiarazione di guerra al Regno Unito, apriva due questioni fondamentali nella storia americana dei primi anni: quella del lealismo e della ricerca di un’alleanza con altre potenze europee, molti s’erano convinti che solo quest’ultima avrebbe consentito alle colonie di raggiungere l’autonomia auspicata.

Il lealismo invece ha costituito a lungo un problema per la storiografia, spesso volta a dipingere le 12 colonie come un’entità compatta contro la madrepatria, in verità è difficile stimare quanta parte degli americani fosse realmente favorevole o sfavorevole all’indipendenza. Le teorie oggi più accreditate affermano che forse il lealisti rappresentavano buona parte della popolazione, se non addirittura la metà, costituendo la maggioranza nelle colonie centrali (New York, New Jersey e Pennsylvania) ed una minoranza forte in tutte le altre colonie, tranne nel New England dove la spinta per l’indipendenza era più forte che altrove. I lealisti ben presto subirono le angherie degli indipendentisti, i quali non esitarono a gettare in carcere o a uccidere i loro stessi compatrioti quando necessario alla causa dell’indipendenza; dal canto loro i lealisti combatterono numerosi tra le fila dell’esercito britannico o come milizie fedeli alla corona, compiendo brutalità gravi quanto quelle degli indipendentisti. La rivoluzione americana va vista anche come una guerra civile interna alle colonie, oltre che come un conflitto per l’indipendenza, perché al termine della stessa la società americana ne uscì profondamente ridisegnata a causa delle violenze compiute da entrambe le fazioni.

 

La Gran Bretagna agli inizi del conflitto poteva apparire dotata di una potenza enormemente superiore a quella dei ribelli, sia in termini economici che militari. In verità la marina e l’esercito inglese negli anni precedenti la guerra d’indipendenza avevano sofferto pesantemente delle politiche di finanziarie restrittive, la conseguenza era stata un grave peggioramento delle condizioni della Royal Navy che versava in uno stato drammatico: carenza di uomini, armamenti vecchi e numero delle navi insufficiente ai compiti che la dichiarazione d’indipendenza rendeva urgenti. In una situazione peggiore era l’esercito, ridotto a poche migliaia di uomini malamente pagati e addestrati, per questo nell’immediato il governo di Londra fu costretto a ricorrere all’arruolamento dei mercenari tedeschi. I problemi riguardavano non solo la situazione delle forze armate, ma anche la strategia del conflitto nel suo complesso, il Regno Unito avrebbe dovuto combattere una guerra a oltre 5000 chilometri dalla madrepatria, contro una popolazione in gran parte ostile alle truppe inglesi e in un territorio vasto come l’Europa occidentale, in cui le vie di comunicazione erano tutto sommato poco sviluppate. Considerando che l’esercito britannico non aveva mai superato le 150.000 unità nel corso della sua storia fino a quel momento e la dimensione dello scenario di guerra, appare chiaro come le difficoltà inglesi furono enormi, inoltre in America gli inglesi non poterono mai inviare un numero eccessivo di soldati a causa della distanza dall’Inghilterra, che ovviamente influiva sulla capacità di funzionamento del sistema logistico, ponendovi notevoli limiti.

La situazione americana non era molto migliore, i coloni non avevano nei fatti un esercito e la milizia coloniale era del tutto inadeguata alla situazione, visto il suo scarso addestramento e la completa assenza di rifornimenti di polvere da sparo e moschetti. Il generale Washington riuscì a sopperire alla mancanza di rifornimenti entro la fine dell’estate del ’76, creando depositi e raccogliendo tutta la produzione di armi che le colonie producevano o compravano dai francesi. Tuttavia anche l’arruolamento delle truppe era problematico, la relativa autonomia degli stati aveva finito con l’impedire al congresso continentale di avere voce in capitolo sulla questione del reclutamento obbligatorio, l’esercito delle colonie era composto da volontari e il più delle volte il loro numero fu assai esiguo, tant’è che raramente superarono la cifra di 20.000 uomini. La ferma era assai breve, tre mesi, e difficilmente i soldati prolungavano tale periodo. La scarsità di ufficiali era un’altra grave mancanza delle colonie, le quali non avevano una vera e propria tradizione militare in grado di produrre cervelli militari, ma solo professionisti di altri campi prestati al compito del comando militare (Washington stesso, ricordiamolo, era un proprietario di piantagioni della Virginia).

Howe, dopo essersi ritirato da Boston, cominciò a progettare nuove operazioni contro i rivoltosi, verso l’inizio dell’estate del ’76 era giunto alla conclusione che il suo obbiettivo doveva essere New York. La città era al centro della linea commerciale fra l’Atlantico e il Canada che passava per il fiume Hudson e quindi rivestiva un’enorme importanza strategica, era inoltre la città americana con la maggiore presenza di lealisti e un utile base per avanzare in New Jersey e Pennsylvania, altri due centri del lealismo. Prendendo le colonie centrali la posizione dei rivoluzionari si sarebbe indebolita di molto perché il territorio degli Stati Uniti sarebbe stato diviso in due parti, quindi più facilmente conquistabili. Il 2 luglio le truppe inglesi cominciarono a sbarcare presso Staten Island, un’isola della baia di New York, decidendo di usarla come base per la flotta e per condurre operazioni anfibie nella baia. Washigton aveva deciso di difendere New York e aveva portato il suo esercito a Long Island per minacciare i piani di Howe. Il 27 agosto gli inglesi e i rivoluzionari si scontrarono per il possesso dell’isola tenuta dagli americani, Howe inflisse una durissima sconfitta a Washington e lo costrinse a ritirarsi verso nord, rinunciando però ad inseguirlo, poco tempo dopo il generale inglese entrò a New York e stabilì così una duratura testa di ponte sul territorio delle colonie. Gli inglesi si spinsero nel New Jersey occupandolo nel corso dell’autunno e poi più a sud verso il Delaware, agli inizi dell’inverno erano alle porte di Philadelphia, ma Howe preferì rinunciare ad un assedio nella stagione invernale e preferì ritirarsi a svernare a New York, lasciando nel New Jersey guarnigioni di mercenari tedeschi a presidio delle città più importanti.

L’esercito di Washington, nel frattempo, era riuscito a recuperare le perdite subite a Long Island in agosto e approfittando del ritiro di Howe decise di intraprendere operazioni offensive nel New Jersey, conquistando Princeton e Trenton. Howe attese l’estate successiva per riprendere le operazioni offensive, da New York salpò alla volta della baia di Chesapeake dove sbarcò a luglio del 1777. La baia è l’estuario del fiume Delaware, risalendolo verso nord si lambisce il confine tra la Pennsylvania e il New Jersey, passando per la città di Philadelphia, che era sede del congresso continentale e quindi capitale dei ribelli, prendere al città avrebbe assestato un duro colpo alla rivoluzione americana. Con una lenta ma brillante avanzata Howe marciò sulla capitale dei ribelli, l’11 settembre sbaragliò nuovamente l’esercito di Washington che sbarrava la strada verso la città e il 26 dello stesso mese Philadelphia fu catturata dalle truppe inglesi. Gli americani tentarono un ritorno offensivo marciando da nordovest verso Philadelphia, nella speranza di prendere di sorpresa Howe, ma il tentativo fu vano perché vennero nuovamente sconfitti a Germantown il 4 ottobre.

La guerra nelle colonie centrali nei primi due anni era andata assai male per i rivoltosi, ma nell’inverno del 1777 i coloni conseguirono la loro prima vittoria militare su una forza regolare inglese. Nel corso del estate la Royal Navy aveva trasportato un grosso contingente inglese in Canada, partendo la Quebec l’esercito inglese avrebbe marciato sul nord della valle del fiume Hudson, stabilendo il contatto con le guarnigioni inglesi lasciate da Howe l’estate precedente nel nord della colonia di New York. Dopo aver attuato questa mossa gli inglesi avrebbero tagliato definitivamente fuori il New England dal resto delle colonie e il grosso delle loro forze avrebbe potuto entrarvi per mettere fine alla resistenza rivoluzionaria. Nel dicembre del’77 il generale John Burgoyne marciava da Montreal verso Albany per attuare il piano britannico, ma a causa del clima gelido, delle imboscate delle truppe coloniali e dell’eccessivo numero di carri per il rifornimento (che ne rallentavano la marcia) gli inglesi finirono col subire enormi perdite. Quanto il contingente fu isolato e impossibilitato a tornare in Canada allora gli americani decisero di ingaggiarlo in battaglia: a Saratoga il 17 ottobre Burgoyne venne sconfitto dalle forze del generale Gates, che per altro erano superiori a lui di oltre tre volte. La vittoria di Saratoga e il fatto che Howe dopo la presa di Philadelphia aveva rinunciato a distruggere le forze di Washington per rimanere in città, fecero si che le speranze americane potessero continuare a vivere, fu grazie alla vittoria conseguita da Gates che gli americani poterono ottenere l’aiuto della Francia.

Il ministro degli esteri francese Vergennes aveva aiutato le colonie sin da quando avevano cominciato la rivolta, erano i francesi a rifornire delle armi pesanti gli americani e la Francia fu la prima nazione a riconoscere l’indipendenza degli Stati Uniti, sperando che questo potesse rovesciare il risultato della guerra del sette Anni, riportando il giglio in America settentrionale i francesi speravano di ottenere parte dei territori persi e quindi probabilmente l’aiuto prestato alle colonie era dovuto più al revanscismo che ad una reale condivisione della causa rivoluzionaria.

Il 1778 vide un radicale cambiamento nella strategia da parte britannica, venne nominato un nuovo comandante in capo, sir Henry Clinton, che decise di attaccare gli stati meridionali ritenendo che fosse troppo difficile vincere nel New England senza aver prima sconfitto la Georgia, le due Caroline e la Virginia. Clinton decise di ritirarsi da Philadelphia e di stabilirsi a New York con il grosso del suo esercito, mentre l’offensiva nel sud venne affidata al generale Cornwallis che alla fine del 1788 occupò Savannah causando la caduta dell’intera Georgia in brevissimo tempo. Tuttavia la situazione per la Gran Bretagna era assai grave, la minaccia di un’invasione francese era vigorosa e la Royal Navy era stata assai mal ridotta dai tagli alle spese militari negli anni precedenti la rivoluzione, a causa di questo le forze armate britanniche faticarono a mantenere il controllo dei mari quando la Francia entrò in guerra, la situazione divenne peggiore nel 1779 quando la Spagna e l’Olanda si allearono con i francesi contro l’Inghilterra, gli alleati poterono prendere il controllo di molte isole caraibiche di proprietà inglese e ostacolare il trasporto delle truppe verso il Nord America.

Nonostante le difficoltà il generale Cornwallis riuscì a prendere la capitale della Carolina del Sud, Charlestown, nel maggio del 1780 sconfiggendo la guarnigione americana e catturando oltre 5000 uomini. Per l’esercito coloniale fu una sconfitta gravissima, che spianò la strada alla penetrazione nell’interno da parte del generale inglese, tuttavia gli inglesi dovettero fare il conto con una durissima resistenza partigiana, che rallentò pesantemente l’avanzata verso nord del generale Cornwallis. Le battaglie tra gli inglesi e coloniali continuarono per tutto il 1780-81, con la prevalenza dei britannici in quasi tutti gli scontri, ma alla fine le truppe di Cornwallis furono pesantemente logorate e il generale inglese decise di fuggire verso nord alla volta della Virginia.

Washigton, con l’aiuto del corpo di spedizione francese, decise di inseguire gli inglesi e riuscì a intrappolarli presso la città di Yorktown, sulla costa della baia di Chesapeake. Cornwallis sperava che la Royal Navy sarebbe riuscita a controllare la baia e a rinforzare le sue truppe per poter intraprendere operazioni offensive in Virginia, ma incredibilmente i francesi riuscirono a conquistare (per la prima volta in un secolo) la superiorità su un tratto di mare così vasto, la conseguenza fu che gli inglesi non poterono essere rinforzati, ne fuggire via mare, Yorktown venne accerchiata dai franco-americani e costretta alla resa, il 19 ottobre 1781 Cornwallis depose le armi e oltre 7000 inglesi furono presi prigionieri dagli alleati.

Yorktown rappresenta il momento definitivo di svolta nella guerra, fu allora che il parlamento britannico si convinse dell’impossibilità di vincere in America e cominciò a spingere per una trattativa di pace con i coloni, il primo ministro Lord North venne costretto alle dimissioni e fu rimpiazzato da Rochingham, il quale era favorevole ad un accordo con i coloni. La Gran Bretagna era stata pesantemente danneggiata dalla guerra, i commerci erano paralizzati e l’economia soffriva delle spese militari resesi necessarie, nel contempo le colonie delle Antille erano andate perdute e la Spagna premeva su Gibilterra.

 

Il trattato di pace di Parigi

 

La conferenza di pace fu fatta a Parigi, i delegati americani furono Franklin, John Jay e Adams, si adoperarono immediatamente per ricavare agli Stati Uniti una certa autonomia dalla Francia nelle trattative, contrariamente agli ordini ricevuti dal congresso. Il trattato fu firmato definitivamente da tutte le potenze coinvolte il 3 settembre 1783, gli Stati Uniti venivano riconosciuti indipendenti dalla Gran Bretagna, la quale cedeva loro tutti i territori situati ad est del fiume Mississippi e a sud dei grandi laghi, la Spagna acquisì il controllo della Florida e dell’isola di Minorca, all’America venne riconosciuta anche la libertà di pesca nell’Atlantico settentrionale e viceversa agli inglesi il congresso americano promise di restituire le proprietà confiscate ai cittadini britannici durante la guerra e di riconoscere i crediti britannici sul territorio statunitense.

La sconfitta delle Gran Bretagna fu causata più da un crollo psicologico interno e dell’azione delle potenze europee che da un’effettiva vittoria militare degli americani. Quando Cornwallis si arrese a Yorktown gli inglesi avevano ancora 30.000 uomini nelle colonie, controllavano gran parte di New York e del New Jersey, oltre alle coste della Carolina e della Georgia. Tuttavia gli inglesi preferirono cedere agli americani quanto chiedevano piuttosto che cercare di conquistare nuovamente le colonie, le quali risultavano estremamente difficili da controllare. Nel corso della conferenza di Parigi gli inglesi furono assai accomodanti con gli Stati Uniti, accettando di cedere territori che gli americani non avevano richiesto come la regione tra gli Appalachi e il Mississippi, nella speranza che questo avrebbe svincolato gli americani dalla Francia e riportato un riavvicinamento economico e politico tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti.

 

Considerazioni finali

 

Le colonie crearono la loro indipendenza sulla base di un’ideologia libertaria, rifacendosi alle tesi di importanti intellettuali inglesi che affermavano che per sua natura il potere è oppressivo, l’intera necessità dell’indipendenza degli Stati Uniti è stata creata intorno alla presunta violazione dei diritti fatta dalla Gran Bretagna ai danni delle colonie. I coloni basando la loro cultura politica sul radicalismo inglese anti-statale, nato attorno agli intellettuali del XVII secolo come Harrington e Sidney e poi sviluppatosi attorno all’opposizione Whig del parlamento londinese, ritenevano che lo stato dovesse richiedere alla società civile il meno possibile. Il rifiuto ideologico, di parte dei cittadini delle colonie, di pagare le tasse richieste dalla madrepatria era orientato in questo senso, nonostante le pretese della Gran Bretagna fossero tutt’altro che irragionevoli o non necessarie, i coloni rifiutarono di accettarle perché violavano i loro diritti di autogoverno comunitario.

Questi fatti stanno anche alla base della debolezza della prima organizzazione costituzionale che l’America ricevette: gli Articoli della Confederazione, scritti nell’estate del 1776, furono la carta costituzionale degli Stati Uniti, in essi si riconosceva il diritto del governo federale a battere moneta, a controllare la politica estera e a regolare i rapporti con gli indiani. Tuttavia non erano previsti organi giudiziari federali e l’esecutivo aveva potere assai scarso, al governo federale era inoltre proibito imporre tasse e creare una regolamentazione unitaria per il commercio. Le conseguenze di questo sistema furono la grandissima autonomia degli stati, negli anni in cui gli articoli della confederazione furono in vigore (1781-1789) come costituzione degli Stati Uniti. Una debolezza della quale fu responsabile anche il congresso, il quale perse rapidamente di credibilità e affidabilità quando gli inglesi presero Philadelphia nel settembre del 1777. Negli anni successivi infatti il congresso peregrinò per varie città, fino a stabilirsi a New York nel 1785, tuttavia le riunioni erano spesso disertate e gli stati nominavano i loro rappresentanti senza criteri di rappresentanza, fu solo con la riforma costituzionale del 1787-1789 che presidenza e congresso cominciarono ad esercitare un effettivo potere sul governo degli USA, in precedenza gli stati si autogovernarono sulla base delle carte costituzionali che avevano elaborato autonomamente.

Le costituzioni elaborate dagli stati erano il frutto dell’esperienza di autogoverno degli anni precedenti alla rivoluzione e nel contempo dell’eredità politica proveniente dalla madrepatria, la prima di queste costituzioni fu la “Dichiarazione dei diritti” della Virginia, la quale garantiva a tutti i cittadini della colonia le libertà fondamentali (espressione, religione, riunione, diritto al processo con giuria), essa fece sostanzialmente da modello per tutte le altre costituzioni statali. Dobbiamo aggiungere però che la cittadinanza effettiva era legata al possesso della terra, perciò in realtà nella maggior parte degli stati sacche di popolazione vennero escluse dalla partecipazione politica, anche se durante la rivoluzione e nella fase immediatamente successiva essa tese comunque ad allargarsi, permettendo l’accesso alle popolazioni dell’interno che ne erano generalmente escluse prima del 1776.

La rivoluzione americana fu un evento che cambiò la storia del mondo, specie di quello anglosassone, ma dei tratti classici della rivoluzione possiede poco. Nella definizione di rivoluzione ci troviamo generalmente di fronte allo sconvolgimento di una società e al rimpiazzo della classe dirigente di un paese con una nuova, nulla di tutto ciò accadde nella “rivoluzione” americana. Le classi dirigenti delle colonie furono le stesse che condussero la guerra d’indipendenza contro la madrepatria inglese e al termine della stessa non furono rimpiazzate o rovesciate, ma semplicemente continuarono a mantenere le loro posizioni di potere e solo il ricambio generazionale provvide a cambiarle, con dirigenti provenienti da ambienti del tutto simili a quelli dei loro predecessori, inoltre a fare la rivoluzione furono gli stessi dirigenti che mantenevano il controllo della vita politica delle colonie negli anni precedenti la rivoluzione. Per questo più che di rivoluzione americana di dovrebbe parlare esclusivamente di “guerra d’indipendenza”, ovvero della rivolta per ottenere l’emancipazione dalla madrepatria condotta a scopi economico-politici più che radical-rivoluzionari, l’indipendenza non aveva come obbiettivo finale quello di cambiare la società delle colonie, ma liberarne completamente la gestione interna dal controllo della Gran Bretagna.

 

Bibliografia:

W.S. Churchill: L'età della rivoluzione - in Storia dei popoli di lingua inglese Vol. III

Maldwyn A. Jones: Storia degli Stati Uniti d'America

A. Toqueville: La democrazia in America.

Gordon S.Wood: The creation of American Republic, 1766-1789

Edumud S. Morgan: The birth of republic, 1763-1789

 

I testi qui riportati sono solo alcuni di quelli consultati dall'autore, inseriti a scopo indicativo come consiglio di lettura per chi volesse approfondire gli argomenti dell'articolo.

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