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CARTOLINE ILLUSTRATE

reggimentali e immagini dei bersaglieri

nella storia della corrispondenza e di altre comunicazioni

     

     

LA CARTOLINA ILLUSTRATA

Mandare messaggi o saluti personali su cartoncini era un'usanza già rinascimentale, che si arricchì nel passare degli anni di decorazioni e motivi stampati. Il cartoncino, arricchito anche da parole di ringraziamento, si lasciava come un biglietto da visita al termine di una festa, di un ballo, di un viaggio. Alla fine del 700, tipografi tedeschi stampavano questi cartoncini in serie con vedute di Berlino, che finivano in mano ai collezionisti o erano effettivamente usate per scambiarsi saluti. Il servizio postale allora imponeva che il cartoncino fosse imbustato. Nel 1865, un funzionario delle poste tedesche (Henrich Von Stephan) propose la stampa di cartoncini (11,5 cm x 8), già affrancati, da usare per il servizio postale. La sua idea fu accolta in Austria nel 1869. In Italia comparve come intero postale nel 1874 recando il francobollo "stampato" con l'effige del re e il valore. Sul fronte oltre al timbro dell'ufficio postale mittente, andava posto l'indirizzo del destinatario e del mittente. Sul retro si poteva scrivere o come avvenne in seguito inserire piccole vedute con saluti. Nel 1878 il congresso mondiale dell'Unione Postale stabilì la misura standard in 14 x 9 cm. Col passare del tempo la cartolina si arricchiva di fregi, bordi e colore. Il basso costo d'affrancatura e la reperibilità, ne fecero un grande canale di comunicazione fra le persone, anche con scopi pubblicitari quando le aziende e le istituzioni (emissioni commemorative) s'impadronirono della formula. L'ente posta in questo caso venne incontro alle nuove serie private, autorizzando l'apposizione materiale di un'affrancatura ridotta. Il salto alla cartolina illustrata era ormai cosa fatta. In Germania erano, infatti, sempre più diffuse cartoline dette "Gruss aus" "Saluti da" con vedute, scene di vita, costume.. ecc di piccole e grandi località. Dai luoghi di cura e vacanza, molto in voga nell'800, si passò ai piccoli paesi dove il titolare della privativa (monopolio statale del tabacco) faceva stampare in proprio queste cartoline illustrate.

Le cartoline postali divennero d'uso comune nelle caserme, nei convitti, in viaggio, arricchendosi di motivi e stili grafici o passando alla riproduzione fotografica di divise, personaggi e località. Durante la guerra, ed anche in prigionia, ai soldati erano fornite da diverse organizzazioni queste cartoline per comunicare coi propri cari. L'unico ostacolo era, agli inizi secolo, la grande percentuale d'analfabeti. Le cartoline furono anche pasquali, natalizie, d'amore, dei bambini, umoristiche …ecc.. La primogenita, quella in bianco senza immagini, ha continuato a vivere fino in anni recenti, nonostante la privacy gli avesse tolto molto del suo smalto. il penny  neroRicordiamo che i primi tentativi di servizi regolari di posta hanno inizio nel XVIII secolo. Ma fu solo nel 1837 che sorse in Inghilterra il servizio postale organizzato che conosciamo oggi. La riforma dell'inglese Rowland Hil prevedeva il pagamento anticipato della tariffa con l'eliminazione delle distanze nelle tariffe. Il pagamento anticipato toglieva l'alea del destinatario sconosciuto, morto o trasferito che non pagava un servizio prestato. Il nuovo sistema inoltre permetteva di spedire le lettere senza passare per l'ufficio postale (buche per lettere) e a tale scopo vennero ideate le buste e il francobollo che certificava il pagamento anticipato della corrispondenza. Si era visto che il tariffario complicato e il personale per gestire una simile struttura frenava l'uso della posta che al contrario aveva bisogno di espandersi per coprire il nuovo progetto a tariffa unica. Il progetto si trasformò nel 1840 in due francobolli il penny black (o penny nero) da 1 penny,e il 2 penny (o penny blu). Oltre ai due francobolli fu emessa una lettera postale già affrancata.

     

     

     
La disinfezione delle lettere e della posta

La posta è stata considerata per secoli un pericoloso veicolo di contagio: la carta era di per sé ritenuta suscettibile di ricevere, conservare e trasmettere il contagio. E’ facile pertanto immaginare la diffidenza da cui era pervaso chi - prima ancora del destinatario - doveva toccare una missiva lungo il viaggio che essa intraprendeva per giungere a destinazione. La disinfezione della posta (lettere, manoscritti, dispacci, giornali) è stata una delle più comuni misure messe in atto nell’intento di prevenire la diffusione di contagi. Lungo le strade consolari o comunque lungo i percorsi dei flussi postali si trovavano le stazioni di disinfezione dove un certo numero di addetti, forniti di guanti e grembiuli di tela cerata prendevano con lunghe pinze le lettere, le ponevano su un tavolo, le aprivano, le disinfettavano per poi raccogliere e bruciare ogni frammento di carta rimasto ??!!!. (nel dubbio di morbo veicolato). Si usavano per il fuoco legni odorosi, sostanze aromatiche oppure sterpaglie. Purtroppo la carta si bruciava facilmente per cui era necessaria una grande attenzione nei passaggi delle lettere sulla fiamma. Si spaccava nel senso della lunghezza l’estremità di una canna e nello spacco si infilava il foglio da passare sulla fiamma. L’immersione nell’aceto era anch’essa ritenuta un sistema molto sicuro di disinfezione. Le lettere erano aperte, spruzzate con l’aceto, quindi asciugate. Anche questo sistema aveva degli inconvenienti poiché non tutti gli inchiostri resistevano all’aceto ed alcuni manoscritti diventavano illeggibili: danno irreparabile quando si trattava di lettere commerciali o di documenti bancari. Nel tentativo di evitare una parte almeno dei suddetti inconvenienti, gli operatori cercavano di abbreviare al massimo il tempo dell’immersione. L’apertura delle lettere dava la possibilità di violare il segreto epistolare. In certe stazioni di disinfezione, l’operazione avveniva in presenza di un funzionario degli Affari Esteri o di un funzionario di Polizia. Solo nel 1886, a seguito della scoperta dell’agente eziologico del colera e dopo la Conferenza Sanitaria di Parigi (1855) le lettere furono considerate estranee alla possibilità di diffondere malattie e qualche tempo dopo fu sospesa la loro disinfezione.

     

   

L'episodio di Frassineto della II guerra d'Indipendenza in 2 versioni sopra e sotto

     

Breve storia del collezionismo di cartoline militari in Italia

La nascita della cartolina militare (reggimentale), si fa risalire attorno all’anno 1897. Sembrerebbe che il “creatore” di questa raccolta sia stato Gino Petropoli, ma i più identificano nel celebre pittore Quinto Cenni il vero ideatore, con il suo disegno di un episodio della Battaglia di S. Martino che raffigura i soldati del 78° Rgt. Fanteria. Comunque, sulla scia di questi iniziatori, tutti i Corpi, i Reggimenti, gli Istituti e le Scuole militari, cominciarono a far stampare  le “loro” cartoline. Afferma l’Artesi che: “…le cartoline edite dai vari, corpi destinate allo scambio di corrispondenza tra colleghi d’arme, si diffusero anche tra i non militari raggiungendo, per alcuni esemplari, livelli artistici che attestarono la produzione italiana a pari livello di quella estera””. La pubblicazione delle cartoline fu affidata a diverse case produttrici quali lo Stabilimento Doyen di Torino, Marzi di Roma, Alfieri e Lacroix di Milano. La raccolta divenne, in poco tempo, numerosa e già nel 1905 si contavano 8000 pezzi!. Su queste cartoline, vennero ricordati: anniversari, cinquantenari, centenari, concessioni di medaglie, episodi di valore singoli e collettivi, episodi di combattenti e di caduti, i fondatori del Corpo, pagine di altruismo durante avvenimenti luttuosi come terremoti, alluvioni, epidemie ecc…Presto nacquero anche dei cataloghi per inquadrare meglio questo tipo di collezione: uno dei primi comparve a Verona nel 1904 a cura di Hone Stiegel che catalogava 2500 cartoline; poi ne fu pubblicato un altro a Napoli a cura di Alberto Ciaramella. Negli stessi anni, Ulisse Topi iniziò una bella pubblicazione illustrata che  però fu sospesa e rimase incompleta. A Torino, nel 1904, il Barelli e a Roma il Garroni, pubblicarono dei cataloghi illustrati (oggi vere rarità) con i prezzi correnti delle cartoline reggimentali. Il migliore, per completezza, rimane il catalogo sulle cartoline dell’Arma dei Carabinieri edito nel 1941 da Arturo Falleri di Sesto Fiorentino. Prima della Grande Guerra (1914-1918), le cartoline riproducevano, per lo più, episodi delle Campagne di Indipendenza, ed alcune rammentavano le prime imprese in Africa. In occasione della Guerra di Libia si pubblicarono altre cartoline, poi, con la Guerra Mondiale, vi fu una fioritura di cartoline emesse anche dai reggimenti di recente formazione. Occorre sottolineare che queste cartoline hanno un valore “storico”, in quanto sono testimonianza di molti reparti creati proprio per la necessità della guerra. Le vecchie collezioni, dopo il 1920, acquistarono maggior interesse perché, con la progressiva smobilitazione dell’Esercito succeduta alla pace, molti reggimenti (specie quelli di Cavalleria) vennero soppressi e le loro cartoline rimasero attestazione delle memorie passate. Con l’avvento del Fascismo e durante i lunghi anni del Regime, vi fu una grande produzione di cartoline militari e di propaganda. Fra i produttori, gli editori Boeri di Roma e Duval di Milano, i quali si avvalsero di una nutrita schiera di illustratori: dal famosissimo Boccasile a Dudovich, da Ferraro a Pisani ecc… Vi fu, in questi anni, il risorgere delle cartoline reggimentali che si richiamarono a reparti speciali, come le unità delle Truppe Coloniali e le Camicie Nere. Anche con la Guerra di Spagna, alla quale parteciparono reparti di volontari e CC.NN., e la successiva Campagna d’Etiopia, vi fu una diffusione di nuove cartoline reggimentali legate a questi eventi. Con l’inizio della 2ª G.M., si assiste nuovamente alla proliferazione di reparti e, di conseguenza, ad una maggior crescita di diversi tipi  di  cartoline reggimentali. Dal termine  del II Conflitto mondiale ad oggi, le nuove cartoline edite dai vari reparti dell’Esercito Italiano sono numerose e, come dice Renato Artesi, il massimo collezionista italiano del settore,  svolgono “…una continuità di tradizione, unendo alla funzione di ricordare le tradizioni militari del passato, la celebrazione del nuovo ardimento e della nuova avventura…”. Gianfranco Pavoni

1a guerra Mondiale

Posto ristoro Stazione Milano  (vecchia stazione ferroviaria di transito): Militari di trasferta e feriti

     

     

     

La Posta Militare di Guerra -  La Grande Guerra

Mentre tutti gli avvenimenti portavano verso un conflitto, conflitto che esplose poi nell’estate del ‘14, ci si accorse che non esisteva neppure in piccolo, un nucleo attinente all'uso e al servizio della Posta Militare (P.M.) in tempo di guerra. L’organizzazione doveva essere costruita dalle fondamenta con regolamenti e strutture, ma non solo, questa doveva interagire col servizio civile. I punti principali: formazione del personale, locali, agevolazioni fiscali per la corrispondenza dal fronte al Paese e viceversa, organi a livello d’Armata (quattro direzioni) e a scendere i livelli inferiori (14 Uffici di C.d.A. 41 di Divisione e un ufficio autonomo della Carnia). Molto del personale venne militarizzato da quello civile. Il servizio, una volta a regime, seppe far fronte egregiamente sia alla durata del conflitto, che si allungava oltre le previsioni, che al numero dei mobilitati che decuplicava. Gli uffici di P.M. ebbero l'ordine, il 25/05/1915, di raggiungere le Intendenze e i rispettivi comandi. Il servizio iniziò a funzionare dal 30/05/1915. Con R.D. del 23/05/1915 n. 686 e 687 fu disposta la creazione di una cartolina militare in franchigia (senza spese di inoltro, non era imbustata) assegnata con la decade ai militari (da 3 a 7 cartoline). Il servizio postale fu efficientissimo visto che riuscì a smaltire 2.700.000 pezzi giornalieri. Ogni militare poteva comunque avere una corrispondenza più assidua con la famiglia ed in tal caso provvedeva con lettere che doveva affrancare. Il servizio di P.M. era possibile solo alle truppe mobilitate in zona d'operazioni, ai marinai imbarcati su navi da guerra e ai militari delle Piazze Marittime (La Spezia, Venezia, Taranto e Messina - Reggio Calabria). La P.M. confluiva in grandi centri di terraferma (Milano, Treviso, Bologna) dove veniva controllata e censurata poi passava al servizio civile (nei territori nemici occupati dalle forze italiane, anche per i civili era utilizzata la P.M.). Per il flusso contrario (l'indirizzo riportava il reparto e il generico "zona di guerra") la raccolta era civile poi era recapitata ai centri di smistamento (che erano in possesso di elenchi quotidianamente aggiornati dello spostamento delle truppe sulle varie zone d'operazione). Anche su questa tipologia operava la censura. Era qui in uso una busta verde a tariffa ridotta. CENSURA MILITARE (vedi anche sotto): da e per il fronte. Norme basilari per un corretto uso. Dalla corrispondenza non doveva trasparire il luogo d'impiego dei reparti (vietate cartoline illustrate), il morale del militare e le condizioni della famiglia. Nel caso in cui il contenuto veniva considerato (da parte del censore), compromettente, la cartolina non veniva inoltrata. A causa di continui capovolgimenti di fronti non tutta la P.M. fu soggetta a censura. Altri semplici scopi far si che in un’epoca di semianalfabetismo si sapesse dove scrivere il mittente e dove il destinatario e sul retro lo spazio limitato per le notizie. Si poteva scrivere fra militari con le stesse regole

     

     

Bersaglieri in Cina  

Fabbrica scatolette carne per militari di Bologna

 

Uffici postali italiani all'estero

 

LA POSTA ALL'ESTERO

Quando l’Italia unita aveva cominciato a navigare fuori dai suoi confini naturali, già tanti italiani l’avevano fatto a titolo individuale per motivi commerciali, demografici etc. Nel bacino del mediterraneo, in genere ottomano, bastava presentarsi al Bey dicendo che per le iniziative commerciali ci serviva  un ufficio anziché consolare postale e l’autorizzazione arrivava subito. Come si direbbe, la piccola politica delle cannoniere del resto eravamo in grado anche noi di farla. Facevamo tutto noi e non intralciavamo neanche l’opera del loro servizio nazionale perché la posta era di residenti italiani o europei e viaggiava sul primo piroscafo in partenza. Basta scorrere la lista appresso per notare che il  50% e nato così. I successivi sportelli nacquero sull’onda delle imprese coloniali (Cina, Assab) poi delle emigrazioni.  All’epoca della rivolta dei boxer a Pechino (sede collettiva delle Legazioni Occidentali) dal 21 Gennaio 1901 fu aperto un ufficio di posta militare per i soli militari italiani e il personale della legazione. Quando i territori coloniali finivano sotto l’amministrazione italiana finiva l’esigenza ridiventando normale amministrazione (Libia Egeo).

- Costantinopoli
- Durazzo
- Gerusalemme
- Giannina
- Salonicco
- Scutari
- Smirne
- Valona
- Bengasi
- Tripoli
- Alessandria d'Egitto
- Assab
- Massaua
- La Canea - Creta (attivo dal 16 gennaio 1900 al 31 dicembre 1914)
- Buenos Aires
- Montevideo
- Pechino (attivo dal 20 settembre 1917 al 1921)
- Tientsin (attivo dal 20 settembre 1917 al 1921)
* Tunisi
* La Goletta
* Susa
*Tangeri (Marocco)

Solo col Trattato di Pace di Losanna nel 1923 si stipularono però i patti che portarono alla abolizione delle "Capitolazioni" ed alla definitiva chiusura degli altri uffici postali in territorio turco. Abbiamo detto prima che tanti italiani erano già all’estero ed uno di questi addirittura in Egitto a gestire le poste. Non era la posta Egiziana bensì una agenzia privata chiamata POSTA EUROPEA a cui facevano capo sia le spedizioni per l’estero che per l’interno successivamente. L’immigrazione e la presenza italiana allora in Egitto era molto forte, anzi si potrebbe dire che non c’era ingranaggio dello stato dove non si trovasse un italiano. Creatore di questa agenzia Carlo Meratti che la lascia al nipote TITO CHINI. Erano quelli gli anni della nascita servizio postale come ufficiale regolare con tanto di bolli e per l’Egitto quello dell’inizio dei lavori del canale in capo a  pochi anni. Un grande aiuto gli venne nel 1854 con l’inaugurazione della rete ferroviaria. In questo stesso anno fu firmato un accordo con l’amministrazione delle Ferrovie per il trasporto della corrispondenza tra Alessandria e il Cairo. Il servizio ora era concorrente del servizio ufficiale statale tanto che il 5 marzo 1862 il monopolio venne riconosciuto ufficialmente con un editto del Vicerè che riconobbe a Posta Europea l’esclusiva per dieci anni del Servizio Postale Egiziano e la incaricò anche della distribuzione in franchigia della posta governativa. L’affare era andato oltre le aspettative perché ora tutti scrivevano e si consigliava l’adozione del bollo prepagato. Anche il Vicerè si rese conto del giro di denaro che ne poteva nascere e in pratica nazionalizzò la società pagandola alla fine del 1864 fior di quattrini ma riservando la carica di Direttore all’Italiano Giacomo Muzzi. Il primo francobollo, stampato a Genova, fu emesso il 1° gennaio 1866. A Muzzi Bey succedette il francese Caillard dal 1876 al 1879 che sostituì sui francobolli l’italiano col francese (salvo poi ad essere il francese sostituito con l’inglese)

     

   

Come superare i muri

 

Lo spaccio

 

Dalla relazione di C. C. MARSHALL Capo di S.M. Usa Washington 1/7/43

Il Ministero della Guerra ha dedicato cure speciali al regolare funzionamento del servizio della posta per i soldati, come un, mezzo per mantenere alto il morale delle truppe, specialmente in zona di operazione. Durante lo scorso anno è stato istituito il cosiddetto Servizio Postale della Vittoria (V-mail service), per mezzo del quale le lettere vengono fotografate su una pellicola simile a quelle cinematografiche di piccolo formato. Questa pellicola, che contiene migliaia di lettere, viene inviata per via aerea al luogo di destinazione. Quindi, dalla pellicola vengono stampate copie delle lettere, in formato normale, da consegnarsi ai destinatari. Dal momento in cui incominciò questo servizio, 14 mesi fa, fino ad oggi sono state microfilmate e distribuite 110 milioni di lettere. Microfilmando le lettere, si risparmia il 99 percento del peso. Per ciò, che riguarda la lettura, il Servizio Biblioteche Militari (Army Library Service) ha inviato oltre oceano circa 94.000 assortimenti di riviste, e quasi 3 milioni di libri. Il giornale settimanale dell'esercito, intitolato "Yank" e pubblicato dalla Divisione Servizi Speciali, ha raggiunto una tiratura di 400.000 copie in tutto il mondo, mentre ai giornali militari locali, che sono già più di 900, si cerca di dare tutta l'assistenza possibile, distribuendo ad essi articoli e fotografie.

immagine fornita da Romain Wagner

     

     
The provision of a mail service to soldiers was a very ad hoc affair until 1882 when the British Army Post Office Corps (APOC) was raised from 24th Middlesex Rifle Volunteers to accompany the British Expeditionary Force sent to Egypt in the same year. Its task was to perform "Postal Duties in the Field". The 24th Middlesex Rifle Volunteers was recruited entirely from the staff of the British General Post Office, and was commanded by Lt Col JL du Plat Taylor, whose idea it was to have a Postal Corps. In 1913 the Army Post Office Corps was re-organised to form the Royal Engineers (Postal Section), under a Director of the Army Postal Service (DAPS), Lt Col W Price RE. The service remained part of the Royal Engineers until it was transferred to the Royal Logistic Corps on its formation in 1993. At the end of World War I (1914-18), the Royal Engineers (Postal Section) along with the Royal Air Force (RAF) helped to pioneer international airmail services, by setting up airmail routes between Folkstone, England and Cologne (Köln), Germany to service the British Army of the Rhine. During World War II (1939-45), they popularised the aérogramme, when they adopted it as the Air Mail Letter Card in 1941 to reduce the bulk and weight of mail so that it could be transported by air. In 1962 the Royal Engineers (Postal & Courier Communications), took over the responsibility for handling the Royal Navy’s mail and thereby became a provider of a tri-service facility based in the old Middlesex Regiment's Depot at Mill Hill. Most of the 'Posties' in the hangar-like sorting office were female.

     
primo bollo generico

Le poste italiane furono le ultime ad aprire un ufficio postale a Gerusalemme, precisamente il 1° Giugno 1908; tale ufficio fu chiuso a causa della guerra Italo-Turca il 1° Ottobre 1911 e riaperto il 1° Dicembre 1912; fu definitivamente chiuso il 30 Settembre 1914. Il corpo di spedizione in Palestina (Lawrence d’Arabia) composto anche da Bersaglieri si avvaleva nel 1917 degli uffici postali militari britannici  presenti in zona per le corrispondenze dei militari.

Isole dell'Egeo nel 1940 http://www.ilpostalista.it/sirotti/sirotti11.htm 
Nome ita. greco inglese         Km2  Abitanti (stima)
Calchi  
 Halchi   Chalki            30,3         800
Calino 
 Kalimnos Calymnos   128,2     15.500
Caso   
 Kassos   Cassos            69,4       1.250
Coo     
Kos         Cos               296        17.000
Lero   
  Leros       Leros             71,5       9.500
Lisso   
Lipsi        Lipsos            17,4          750
Nisiro
  Nissiros   Nisyros           48           2.500
Patmo
Patmos  Patmos            57,1         2.000
Piscopi
Tilos    Tilos                 64,3         1.000
Rodi  
 Rodos    Rhodes        1.412         57.000
Scarpanto
Karpathos -            306          6.750
Simi 
 Simi      Symi                63,6         4.750
Stampalia
Astipalea -            116,3        1.750
Castelrosso Kastellorizon -      19,6        1.250

 

Xavier Sager: cartolina francese serie bandiere

     
http://www.postaesocieta.it/magazzino_totale/pagine_miscellanea/portalettere_collettori.htm
IL PORTALETTERE sunto
Con il servizio postale era nata anche l'esigenza non solo di consegnare la posta al domiciliatario ma di convogliarla o raccoglierla presso i punti da cui era possibiel fare un servizio di trasporto. La prima definizione ufficiale di portalettere nel periodo in osservazione è riportata nel primo regolamento del Regno D'Italia che era stato creato per dare una struttura unitaria al servizio postale come mezzo di unificazione della Nazione. "Art. 146 - I Portalettere sono incaricati della distribuzione delle corrispondenze a domicilio, e della levata delle lettere dalle cassette postali." Tralasciamo alcune caratteristiche del portalettere che doveva naturalmente saper leggere e scrivere, far di conto, essere onesto, di buona salute e chi dice sapere anche il Francese (In Piemonte e ValdAosta) etc.. e non era poco. Con ciò non rivestiva un alto grado era il penultimo nella catena della sua categoria. Naturalmente poteva far carriera superando gli esami previsti ad ogni scalino gerarchico. Non si entrava allora, sembra, per conoscenze, raccomandazioni o per trucchi agli esami. Il servizio postale di consegna e raccolta da cassette in ambito cittadino o paesano è chiaramente semplice. Più complicato farlo in campagna o in montagna (uno che sapesse leggere e scrivere c'era sempre, poi i soldati andavano lontano a fare il servizio militare, dopo l'Unità, e a casa scrivevano) definiti uffici periferici e rurali. Naturalmente si andava in divisa ed occorreva portamento e non comuni doti fisiche. Si rappresentava lo stato !!! per chi lo avesse dimenticato. Il portalettere era anche soggetto a parecchi dettami e divieti di comportamento in particolare: era vietato cambiare itinerario, entrare nei caffè e nei bar, fumare, chiacchierare per via ecc. Ciò valeva per tutti i dipendenti statali. In un periodo in cui era abitudine che le lettere si ritirassero prevalentemente all'ufficio postale con l'indicazione della sola località (perciò spedite senza indirizzo completo), era compito del portalettere farsi parte diligente di chiedere ai suoi utenti notizie atte a rintracciare l'indirizzo dei destinatari delle lettere non potute recapitare. Le lettere erano spesso tassate a carico del destinatario (e il portalettere aveva già versato il corrispettivo in ufficio anticipatamente). Si tralascia i comportamenti in danno della amministrazione, penso tutt'ora validi, come consegnare

lettere a credito o con francobolli non annullati.
Di distribuire lettere mancanti di bollo di arrivo (i primi anni si affrancavano all'arrivo: non c'era molta fiducia nel fornitore del servizio)
Di lasciar leggere giornali e stampe che devono distribuire;
Di lasciar leggere gli indirizzi a persone che non ispettano......ecc..

Quando ci si rese conto che serviva anche un servizio di campagna le cose complicarono perchè ai portalettere ora chiamati collettori venne dato un sacco di incomnbenze in più e qualifiche diversificate che non sto a riassumere ma che comportavano il maneggio di denaro (tassate) e di valori bollati. Nel percorso di distribuzione si consegnava la posta ma nel ritirarla andava anche affrancata. Non c'erano tabaccherie nei dintorni. E tutti questi potevano anche non essere dipendenti delle poste perchè in genere era il messo comunale o la guardia comunale che arrotondava lo stipendio scarpinando (pioggia, neve e tempesta) fino a che non fu inventata la bicicletta. L'unico con qualifica di dipendente era quello che passava da ogni collettore a ritirare o consegnare i sacchi della posta. Con le cassette postali o buche per le lettere e le altre innovazioni del progresso il lavoro si semplificò un pò. L'inurbamento poi fece il resto, come l'emigrazione che chiuse interi paesi isolati e dimenticati da Dio. Il completamento del servizio della consegna a domicilio della posta fu ultimato nel 1888.

     

     

Bersaglieri a Bordighera. Caserma a Ventimiglia ?

sempre Bordighera

     
ANALFABETISMO E CORRISPONDENZA DEI MILITARI

Premessa: La situazione della istruzione in Italia nei primi anni del secolo scorso era ancora un pesante retaggio della unificazione. Non tutta l’Italia era uguale: si andava a macchia di leopardo da nord a sud, fra città e campagna, fra mare e monti. Nel sud la situazione era più pesante ed in forza del fatto che molti degli italiani meridionali erano arruolati fra la truppa più bassa la situazione al fronte era di incomunicabilità con le famiglie a casa. Dal 1900 al 1920 la percentuale della popolazione analfabeta scende da un 48% a un 35%, dati raffrontabili in Europa solo con la Spagna. La spallata grossa all’analfabetismo verrà data durante il fascismo per chiudersi quasi del tutto col secondo dopoguerra. In questo contesto i cappellani militari oltre al servizio religioso e sanitario svilupparono un servizio civile al fronte a casa rimasto per anni sconosciuto.
“I cappellani furono invitati ad operare con generosità anche oltre l’ambito strettamente religioso: «Fatevi anche umili e buoni segretari dei soldati –
suggeriva ai suoi sacerdoti il vescovo castrense – e quando questi non possono o non sanno scrivere, fate voi per loro»”. “ I cappellani facilitarono il contatto tra il fronte e il paese aiutando anche i combattenti nella pratica della corrispondenza: quando i soldati erano analfabeti o semianalfabeti i cappellani si prestavano per leggere e scrivere. Soprattutto in prima linea erano forniti del necessario per la corrispondenza e lo distribuivano personalmente”. “Il carteggio di don Giovanni Rossi non può essere considerato, prescindendo dal fenomeno della posta durante la Grande Guerra, un fenomeno dalle proporzioni tanto gigantesche quanto inaspettate: i soldati e la famiglia, infatti, si scrissero in continuazione perché scriversi era l’unico modo per mantenere vivi, per lunghi periodi, i legami tra chi stata al fronte esposto al pericolo e chi era rimasto al paese. La lettera rinsaldava i vincoli più profondi e importanti con la famiglia, la moglie, la madre, i figli, il paese lontano, rafforzava gli affetti più cari e ne era al tempo stesso come l’anima. Per questo il combattente conservava le sue lettere molto gelosamente: stipate nel portafoglio, cucite nella giubba, inserite nella bandoliera o nello zaino tattico venivano tirate fuori e lette o anche soltanto guardate nei momenti di maggior pericolo o al contrario quando la noia aveva il sopravvento”. I cappellani rintracciabili alle case del soldato spesso ne diventavano i gestori come ufficiali “P”. Qui si potevano trovare cartoline, materiale per scrivere, libri, grammofoni con dischi, bocce, teatrino e cinematografo. La Grande Guerra è stata “una fucina di scrittura”, un volano per la sua diffusione di massa, soprattutto fra soggetti illetterati o precariamente alfabetizzati per i quali l’esperienza bellica rappresenta un’occasione di acculturazione. Il 75% delle testimonianze raccolte appartiene infatti a soldati semplici, molti dei quali di origine contadina (35%), provenienti dalla Liguria (45%), dal Piemonte (20%) ed anche dalle regioni meridionali. Le comunicazioni dei fanti-contadini impegnati al fronte testimoniano il faticoso passaggio dalla comunicazione orale alla scrittura e non di rado tracce di voce sono rimaste impresse nelle missive. Scrivere diventa l’unico strumento per dare e ricevere notizie, avanzare richieste, per non sentirsi completamente sradicati dal proprio contesto sociale. Si scrive perché si è ancora vivi, poi si desidera ricevere molta corrispondenza, e ciò significa non essere soli, la rassicurante prova che qualcuno a casa è in pensiero. Ma non si comunica solo con la famiglia: durante la guerra molti soldati intrattengono rapporti epistolari con le madrine e le volontarie dei Comitati di assistenza, oppure con il parroco del paese d’origine, una delle poche persone che, soprattutto nei piccoli centri di campagna, sappia leggere e scrivere, diventando per molte famiglie il mediatore comunicativo fra il fronte di guerra e la casa. Durante la Grande Guerra in Italia, nonostante un tasso di analfabetismo medio attestato intorno al 38%, con notevoli scompensi come detto, vengono movimentati giornalmente circa tre milioni di invii postali: “una miniera documentaria che resta e resterà forse per sempre nella sua maggior parte inesplorata, a motivo del suo carattere potenzialmente sterminato”.
passi da © Accademia Italiana di Filatelia e Storia Postale info@storiediposta.it 
Chiedo notizie o di vita o di morte - Lettere a don Giovanni Rossi cappellano militare della Grande Guerra - di Girolamo Borella, Daniela Borgato, Roberto Marcato - 270 pagine, formato 17x24, Museo Storico Italiani della Guerra Rovereto 2004

     

Modena Accademia

I due Cadorna all'epoca. Col terzo che si aggiungerà nella II guerra ci siamo finalmente liberati della Genia

   

     
Cenni storici sulle origini della Posta
(
Tratto e rielaborato da: ROMA Il Museo della Posta a cura di Cesare Della Pietà; Franco Maria Ricci Editore S.p.A. Milano 1988
In Egitto, fu un faraone della XIX dinastia (1293-1185 a.C.) a creare i primi corrieri, sopratutto per usi statali. Essi diramavano per tutto il regno editti e decreti, e recavano alle autorità locali gli ordini del faraone. Furono poi i Romani con Augusto a creare il cursus publicus, stazioni di posta organizzate scaglionate ogni 10/15 km. Diocleziano riformò il sistema dividendolo in tre sezioni : cursus publicus fiscalis, per il trasporto di tutto quello che riguardava il servizio di stato; angarie , per il trasporto lungo le vie Militari, cioè principali; parangariae, per il trasporto sulle strade secondarie o traverse, a uso quasi esclusivo dei privati. Le invasioni barbariche naturalmente distrussero tutta l'organizzazione fino a Carlo Magno che reintrodusse il servizio assoggettandolo al pagamento di dazi di transito per coprire le spese organizzative (stazioni di posta, ben fornite di cavalli e carri, attiva la sorveglianza contro eventuali atti di brigantaggio, perfetta la manutenzione delle strade, angarie poi angariare). La chiesa poi sfruttando i pellegrini riusciva a far pervenire messaggi anche nei più remoti luoghi d'Europa e lo stesso facevano gli ordini fra le varie case. La consegna in questo periodo prevedeva il pagamento a destino essendo incerta la missione. Più facile per le città della Lega Anseatica del Mar Baltico (sul mare o su fiumi navigabili) l'inoltro della posta.
Nel Ducato di Milano fu Gian Galeazzo Visconti, fra il 1387 e il 1402, a istituire un servizio di corrieri a cavallo sottoposti a regolamenti ferrei che si appoggiava ai cavallari delle varie città per le cavalcature. Da Milano a Roma allora si impiegavano tre giorni e mezzo al posto di 11. Venezia, il maggior centro commerciale d’Europa, aveva saputo naturalmente organizzare un regolare scambio postale con tutti i Paesi del continente e del Mediterraneo, con cui era in rapporto non soltanto attraverso le sue navi, ma anche per via di terra, mediante corrieri a piedi e a cavallo. Nel XIV secolo un decreto del Maggior consiglio riunì tutti questi agenti, per lo più reclutati nel Montenegro, nella compagnia dei corrieri della Serenissima: La repubblica Veneta riuscì ad ottenere dalla Curia romana la facoltà, per i messi della città di Bergamo, di trasportare attraverso i territori ecclesiastici le corrispondenze proprie e quelle provenienti dalla Svizzera e dalla Germania, in cambio, le lettere dei rappresentanti pontifici venivano portate a destinazione gratuitamente.
Non era in questo diversa da tante altre imprese private analoghe sorte in varie città d’Italia, ma di essa faceva parte un personaggio chiamato Omodeo Tasso. La tradizione vuole far discendere i Thurn und Taxis, germanizzazione del cognome italiano Torre e Tasso da quei Torrioni che contesero a lungo ai Visconti la signoria di Milano. Nel XV secolo i due rami principali di quella famiglia si stabilirono l’uno a Gorizia, feudo imperiale appartenente alla Casa d’Austria, l’altro a Bergamo, territorio veneziano; entrambi si occuparono di iniziative postali. A Gorizia, Ruggero I Thurn und Taxis, Gran Cacciatore dell’Imperatore Federico III (1433-1490) aveva organizzato fra il Tirolo e la Stiria una linea di corrieri, affinché il suo sovrano potesse ricevere prontamente le notizie d’ Italia; mentre a Bergamo, Omodeo Tasso era fra i promotori di quella compagnia che ottenne il riconoscimento ufficiale della Repubblica Veneta, poi privilegi e concessioni da papi e da principi italiani e stranieri. Le corrispondenze venivano spedite con grande esattezza, a giorni designati, dall’Italia a Praga, Magonza e Francoforte nel territorio imperiale, a Perpignano, Burgos, Barcellona e Madrid in Spagna; tanto che l’imperatore, in premio, concesse ai Tasso di inquartate nel loro stemma gli emblemi della posta. Quella dei Tasso era dunque l’azienda postale più estesa e meglio organizzata d’ Europa all’inizio del Cinquecento: Fu Carlo V a trasformare l’organizzazione tassiana in un colosso internazionale.
Nel 1516 Carlo V, l'imperatore padrone d'Europa quello sui cui confini non tramontava mai il sole, stipulò con Francesco Tasso e suo nipote Giovanni Battista un trattato che trasformava praticamente in ente pubblico la loro azienda privata. Gli agenti della posta diventavano pubblici ufficiali, impegnandosi a prestare il loro servizio con solenne giuramento di fedeltà: in cambio ricevevano l’immunità fiscale e la tutela del sovrano, che garantiva l’aiuto e la protezione delle autorità civili e militari. Essi dovevano rispondere del proprio operato al capo supremo delle poste, come questi rispondeva, con la vita e con i beni, della regolarità del servizio di fronte all’ imperatore

     

     

Questo capitolo è dedicato alle cartoline disegnate (o foto) viaggianti come corrispondenza anche per i soli saluti ma in nessuna occasione ho parlato della affrancatura che compare occasionalmente qui è la anche sul fronte  della cartolina. Naturalmente le cartoline venivano affrancate (o erano in franchigia) ma ho ritenuto di dedicare ai francobolli solo una sezione storica. I Francobolli, validi anche su buste civili, hanno una storia complessa descritta per alcune particolarità ai link http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/moneywar.htm

e

http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/moneywar1.htm

Un caso curioso è quello che cito qui sotto relativo ad un bollo (come altri stampato ma non utilizzato). Non si dovrebbe classificare come rarità perche ufficialmente sul mercato non doveva esserci ma c'è arrivato, e c'è arrivato in circostanze misteriose e inspiegabili !?.

   

http://www.issp.po.it/quaderni.htm

Il «Pinocchio di Trieste» sunto estratto da il Piccolo di Trieste del 11/7/09 di ROBERTO CARELLA
Un francobollo legato ai fatti del 1954 è ricomparso dalle “segrete” in cui si credeva riposto e conservato perche mai utilizzato all’epoca con la sovrastampa AMG-FTT zona A o Allied Military Governement Free Territory of  Trieste (o VG se erano per la Venezia Giulia) Governo Militare Alleato (in Italia) Libero (o controllato) territorio di Trieste. Proprio nei giorni della riconsegna di Trieste all’Italia era in uscita questo francobollo sul famoso burattino di Lorenzini (Collodi). Tutto era pronto ma i fatti andarono oltre il programma. Come scriveva Alberto Diena «il francobollo con la sovrastampa era stato già regolarmente preparato dalla tipografia romana in 220 mila esemplari, ma poi venne distrutto totalmente. !!..». Tre fogli comunque rimasero al ministero e ancora oggi (forse) sono rinchiusi nei caveau del museo dell’Eur (uno venne mostrato per la prima volta al pubblico pochi anni fa proprio a Trieste al museo postale). Ma siamo in Italia. E nulla è certo. Infatti 20 esemplari nuovi più due annullati vennero alla luce diversi anni dopo, nel 1972. Probabilmente erano stati distribuiti alle autorità o maggiorenti del tempo, come si usava allora…ma ora un foglio intero. Ndr: Da dove viene ??. Il «Pinocchio di Trieste» non è mai stato distrutto ? Chi ci ha guadagnato ?.

LA GUERRA DI CRIMEA

CASSETTINA TELEGRAFICA

      

 
“Telegrafo” Chappe.
Nello scorrere decine di immagini della campagna di Crimea del 1854 salta all’occhio una strana installazione con tanto di antenna a pupazzo con braccia mobili di cui ben pochi sanno origine e utilità. Così si dice on line e brevemente traduco. “La telegrafia aerea come era iniziata nel 1793 così finiva”. La cosa strana di questo “reportage” era l’uso della parola Telegrafo che per tutti all’epoca era quello a filo a linea inventato pochi anni prima con batterie elettriche per il segnale ma del tutto inesistente in questa regione russa.
Lo strumento di cui stiamo parlando è infatti ottico e la dizione esatta sarebbe Semaforo, "trasmettere portare dei segni" lontano e non "scrivere lontano" (telegrafo). Claude Chappe lo aveva inventato al tempo della rivoluzione francese e consisteva, in parole povere, in questo manichino gigante (vedi foto) le cui posizioni codificate (all’inizio) corrispondevano alle normali lettere alfabetiche e numeri. Di torre in torre come al tempo dei romani o delle invasioni saracene (o di specchio in specchio) si mandavano i segnali che con un cannocchiale (invenzione del 6/700) venivano ritrasmessi. Il tutto di giorno. Fra le tante imprese scientifiche propugnate e finanziate dalla rivoluzione (pesi e misure) questa è sicuramente la meno nota.
Le vecchie codifiche (romani e saraceni) erano segnali semplici nel gergo militare che servivano ad allertare le difese: questo invece era un vero e proprio sistema di comunicazioni che serviva ad accorciare le distanze. Il mondo sembra andato lontano ma fra nave e nave in navigazione si usano ancora segnali ottici a codice morse, almeno fino a qualche anno fa. Chappe, insieme al fratello Ignace, presentò all’Assemblea Legislativa francese, il 22 maggio 1792, l'invenzione del telegrafo ottico o semaforico. L’Assemblea decise di adottarlo e nel 1794 venne installato tra Parigi e altre città. La necessità di miglioramento delle comunicazioni (e di diffusione delle idee) spazzò via anche la vecchia organizzazione delle poste (private) con una riforma attuata sulla base del principio che il servizio postale era di tutti i cittadini e quindi doveva essere accessibile, poco costoso e organizzato dallo stato. Il sistema delle codifiche delle lettere alfabetiche apparve da subito macchinoso e lento e si preferì optare per un vocabolario di migliaia di parole o frasi scritte in 92 pagine nel tempo poi aumentate. Bastava indicare la pagina e la riga nello “sbandieramento” e la frase era fatta. Nel 1799 si contarono già 150 stazioni in tutta la Francia e nel 1840 quasi ogni paese europeo disponeva di una o più linee di questo tipo.
-Ist. Istr. Secondaria Sup. “ ETTORE MAJORANA” 24068 SERIATE (BG)
Dopo vari miglioramenti Claude decise di limitare le posizioni del regolatore a 2 (verticale e orizzontale) e le
posizioni degli indicatori a 7 (con rotazione di angoli di 45°). Così i codici possibili divennero 92. Chappe preparò un libro di 92 pagine con 92 messaggi (lettere, sillabe, parole frasi di uso frequente) per ogni pagina. Per trasmettere un messaggio si trasmettevano solo due codici: il numero di pagina e il numero corrispondente al messaggio all’interno della pagina. Così le trasmissioni di frasi divennero molto veloci.

   

                   

   

Ma chi era Chappe ?.
Claude Chappe (1763 -1805) era il nipote di un barone francese nato nel piccolo villaggio di Brûlon nella regione di Sarthe nel Nord-ovest della Francia. La sua formazione avvenne come scontata in istituti religiosi tanto che alla fine entrò in seminario intenzionato a dedicarsi allo studio delle scienze fisiche applicate. Succedeva che se non eri erede del titolo nobiliare non ti restavano molte possibilità: o la carriera militare o quella ecclesiastica. Dopo aver letto del lavoro fatto in passato, fece vari esperimenti giungendo alla fine all’apparecchio descritto. La sua “macchina” fu sperimentata per la prima volta nel 1791. Il suo progetto rispondeva in pieno alla mentalità e alle necessità dell'epoca e Chappe aveva compreso che per sviluppare un sistema di queste dimensioni era necessario il supporto del potere politico-militare che in questo momento la rivoluzione, fattore fortemente esplosivo e espansivo, era l’unica in grado di offrirgli (come per la posta). L’Assemblea lo giudicò quindi positivamente e il 1 Aprile ne approvò l'adozione. Velocemente si cominciarono ad installare alcune linee tra Parigi e altre città francesi. La prima linea di telegrafo ottico di Chappe venne messa in funzione nel 1794 fra Parigi e Lilla al confine belga; in sei mesi di lavoro vennero approntate 22 stazioni (su rilievi, o torri e campanili già esistenti) che collegavano Lilla con Parigi, una distanza di oltre 240 chilometri. In soli 2 minuti si inviavano messaggi alla velocità di 500 Km/h; per lo stesso percorso a mezzo corrieri si sarebbero impiegate almeno 30 ore su strade poco sicure. I bracci ruotanti erano verniciati in modo da essere più facilmente visibili all'orizzonte. Per Chappe il vocabolario (cioè il codice di trasformazione del segnale in messaggio) era l'aspetto più importante tanto che poteva benissimo essere variato in codice militare (segreto) variando i libri. Il vocabolario doveva comunque essere segreto per ragioni di sicurezza nazionale. Chappe si esprimeva in questo senso in una lettera diretta al fratello Ignace nel febbraio del 1794. Il vocabolario venne infatti consegnato ai membri del Comitato per la Salute Pubblica ed il codice secretato; il suo controllo divenne un affare politico-militare!. Non a caso poco dopo anche le nazioni con cui la Francia era in guerra si munirono di sistemi analoghi anche se non ne raggiunsero l'efficienza e la diffusione. Naturalmente di segreto non c’è mai nulla dovendo utilizzare tante installazioni e tanto personale.
Napoleone fece un uso massiccio del telegrafo Chappe e sotto i suoi ordini nuove linee vennero costruite ed altre estese fuori dalla Francia. Quando Napoleone cadde nel 1814 le maggiori linee tele-ottiche avevano raggiunto anche capitali estere. Ad esempio l'iniziale Parigi-Lilla venne estesa fino a Bruxelles Anversa e Amsterdam (Olanda). La linea transalpina Parigi-Lione-Torino (Francese) raggiunse anche Milano, Mantova e Venezia. Quando nel 1843 il primo segnale di un telegrafo elettrico (elettrico! con filo) collegò Parigi a Rouen, la rete semaforica Chappe serviva ancora 29 città Francesi con 534 stazioni distribuite a circa 9 Km l’una dall’altra. Al “telegrafo” Chappe fa riferimento anche letterariamente Dumas con il suo “Conte di Montecristo”, che si inserisce sulla linea corrompendo un funzionario e trasmettendo notizie false di borsa che danneggiano il suo nemico Danglars facendogli perdere grosse somme.
Ma torniamo alla Crimea. Dopo la dichiarazione di guerra contro la Russia, la Francia inviò una squadra di civili addetti al telegrafo per stendere fra corpi e corpi e gli alleati una rete (anche mobile) di comunicazione. Solo due muli per portare il materiale necessario e venti minuti per renderlo operativo. Se finora abbiamo speso parole sulla velocità di trasmissione e ritrasmissione dobbiamo anche notare che qualcuno in rete dice: Este sistema permitía enviar un mensaje entre París y Lille, separadas más de 200 km, en sólo 2 minutos. Pero leerlo e interpretarlo podría tomar alrededor de 30 horas. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

Il sistema dei braccini che si muovono a molti ricorderà il segnalamento ferroviario pre e post elettrico.

Posta militare francese in Crimea

L’immagine nel francobollo qui sopra  si riferisce ad uno sviluppo ulteriore pre telegrafo. Breguet, Louis (Parigi 1804 - 1883) Orologiaio e costruttore di apparecchi di fisica costruì un telegrafo elettrico a due aghi, sperimentato a Rouen (1846-52), con cui venivano riprodotti i segnali del telegrafo aereo di C. Chappe. http://www.majorana.org/drupal/files/Il telegrafo di Chappe.pdf
 

   

 

Società dei Bersaglieri a Denver secolo XIX

   

LA CENSURA POSTALE

Di censura postale (ma non esisteva solo questa a disposizione del potere) abbiamo accennato sopra per quanto riguardava i periodi bellici), Da quando esiste la posta la tentazione di sbirciare dentro per vedere cosa dicevano i sudditi è sempre stata grande.

Anche se il capo XI della dichiarazione dei diritti dell’uomo della rivoluzione francese diceva - La libre communication des pensées et des opinions est un des droits les plus précieux de l’Homme : tout Citoyen peut donc parler, écrire, imprimer librement, sauf à répondre de l’abus de cette liberté, dans les cas déterminés par la Loi. Il dans le cas … faceva cadere l’asino perche da allora i governi la censura la applicano (quasi sempre) con leggi come quasi sempre sono governi eletti e riconosciuti dal popolo (qualche volta). In caso di guerra democratici o no i controlli sono sempre stati fatti ma la guerra è il risultato di una non guerra che dura anche anni e in questi anni si sviluppa la quarta colonna, quella dei delatori e delle spie o come diceva Mussolini dei disfattisti (di cui si sente ancor oggi la mancanza).
Ancor oggi quindi persone che poco hanno a che fare con la legge sicuramente vi spieranno e la giustificazione sarà sempre per la sicurezza dello stato. I padri fondatori della Repubblica Francese sicuramente peccavano di ottimismo. Durante il periodo fascista era ad esempio in funzione una censura mascherata applicata dal famigerato "Servizio Statistica Militare" ma dal fascismo c’era da aspettarsi questo e altro. Il risultato come sempre quando si ha in mano una statistica sembra essere quello esattamente opposto. Oggi ci affideremmo ai sondaggi che ci dicono o danno il polso del paese. Allora la “Statistica…” diceva molte cose che se Mussolini avesse digerito e assimilato gli avrebbero impedito i guai in cui si cacciò e cercò. Volendo poi di guerre all’epoca e tutt’ora ce ne sono tante e un tentacolo della censura sicuramente è sempre operante nel paese.  L'area mediterranea (balcanica) e mediorientale sviluppa comunicazioni che per sicurezza qualcuno intercetta.  Le informazioni corrono poi su mezzi diversi dalla posta normale e questi sono forse più vulnerabili perché dei controlli neanche ce ne accorgiamo. Non si aprono buste ma file e il timbro non lo vedete.
All’epoca quindi le comunicazioni sottoposte a censura non concernevano solo gli oggetti postali ma ovviamente TUTTI i possibili canali che potevano trasmettere notizie, compreso pacchi, vaglia, telegrammi, telefoni, radio ecc.. Scopo della censura militare è non dare al nemico informazioni sul tuo paese e sulle tue forze militari e una spia che si rispetti naturalmente non sceglie questo canale. Scopo della censura nella grande guerra (R.D. 23/5/1915) fu anche quello di non allarmare il paese che restò all’oscuro per molto tempo della coglionaggine dei suoi dirigenti e capi. Lo sforzo censorio era rivolto soprattutto ad evitare diserzioni e disfattismo, o casi di resa al nemico dei combattenti fatta nella speranza che la prigionia fosse meglio del fronte dove si rischiava la pelle.
Con Regio Decreto venne quindi istituita la censura postale da attuarsi con opportune commissioni militari e civili su tutta la posta inviata sia dai militari che dalla popolazione civile. Erano escluse le corrispondenze diplomatiche e quelle di servizio degli uffici statali o militari. Il sistema censorio dipendeva dal Servizio Informazioni del Comando Supremo Militare.  Le buste da censurare (ma anche cartoline aperte) interne o per l’estero e viceversa erano aperte, veniva bollato con numero del censore il foglio della corrispondenza, ispezionata la busta per accertare eventuali scritti interni (specie sulle alette gommate di sigillatura e sotto il francobollo), quindi venivano richiuse con fascette di censura (nastro gommato prestampato con "VERIFICATO PER CENSURA" o simili) e a cavallo di questa fascetta impresso un timbro personale in gomma del censore e quello della zona postale di appartenenza. Eventuali frasi non concesse di lieve entità erano cancellate con inchiostro di china. Ogni sospetta corrispondenza o loquacità del mittente veniva segnalata alla autorità militare. La posta proveniente dai militari, indirizzata all'estero (ordinaria, assicurata e raccomandata) non era bollata dai reparti di partenza ma dagli uffici di censura militare per non lasciare traccia sulle lettere del bollo dei vari uffici di posta militare di origine (che erano numerati ma non identificabili materialmente sul territorio per i profani).  Potrà sembrare strano ma i soldati scrivevano spesso a casa e assommando la posta civile al concentramento di Treviso arrivavano milioni (3/4) milioni di pezzi. Evidente quindi che nei giorni di Caporetto quando tutta la struttura andò in tilt rimasero bloccati (e poi distrutte per impossibilità di verifica) milioni di pezzi che potevano anche servire ad avvertire la famiglia di averla scampata bella.
La posta militare comprendeva anche la posta dei prigionieri di guerra che era censurata prima sul suolo nemico, poi le cartoline (in partenza solo queste erano concesse!) erano prese in carico dalla Croce Rossa Internazionale attraverso alcuni punti di frontiera con la Svizzera e fatti pervenire all'ufficio censura prigionieri di guerra presso il Ministero delle Poste per una successiva censura italiana ( la Croce Rossa Italiana, nella prima guerra mondiale, era stata militarizzata e praticava la censura dei prigionieri di guerra); dopo questa seconda (o terza) censura era "liberata". Durante il conflitto per evidenti problemi di mancanza di uomini il servizio di consegna a domicilio venne svolto da donne. Durante la guerra nasce anche il servizio di posta aerea, Torino-Roma e viceversa. La Posta aerea era in funzione da alcuni anni, in via sperimentale. Con la fine della guerra, quella che era stato uno strumento dei bersaglieri, la bicicletta, venne adottata dai postini a causa della mancanza e onerosità dei combustibili. Anche i prezzi nel dopoguerra si erano adeguati alla penuria dei beni, penuria che per un po’ era rimasta sotto l’amministrazione della “tessera annonaria”. L'affrancatura della corrispondenza normale passò, nel giro di due anni, da 15 a 20 centesimi poi da 20 a 60 centesimi.

Libia 1912

   

Trento italiana

   

   
La censura postale militare nella Seconda Guerra Mondiale
La censura messa in atto dal regime già negli anni ‘30 si allargò con i conflitti di Spagna, Etiopia poi quello mondiale praticamente formando un tutt’uno dal ‘35 al ‘45 compresi quindi 11 anni. Gli scopi sempre quelli. Per lo svolgimento e per gli attori presenti sul territorio nazionale bisogna però distinguere in periodi e autorità. Anche in questo secondo conflitto mondiale la censura era organizzata in posta estera, posta interna e posta militare. Di regola il francobollo veniva applicato all’ufficio postale per evitare le solite scritte sotto. Dopo l'8 Settembre ‘43 i tedeschi sui territori occupati censuravano tutto, sia in entrata che in uscita dai confini italiani ma mettevano le mani anche sulla posta interna già censurata dagli italiani. E’ noto il caso del Magg. Rizzati - ”Questo Rizzati, cocciuto e testardo è un vero italiano. Uno di quelli che sanno ancora scrivere la Storia” a dire questo era Benito Mussolini nella residenza di Gargnano, sgualcendo fra le mani una lettera che lo definiva "Maddalena Pentita", sequestrata al maestro elementare Mario Rizzati, a tempo perso comandante paracadutista della Folgore, prima del Regno poi della Rsi. Il Capo della segreteria particolare di Mussolini aveva ricevuto la lettera dal servizio censura, lettera quella di Rizzati inviata a una amica e che non era mai giunta a destinazione. Mussolini ci sarebbe anche passato sopra ma i tedeschi, che avevano occhi e orecchi dappertutto, non volevano. Concordarono che il maestro avrebbe chiesto scusa per iscritto. Rizzati non incontrò mai il Duce e non ne ebbe più neanche l’occasione perché due mesi dopo moriva col suo ex XII battaglione ora I della rinata Folgore repubblicana a Castel di Decima (periferia di Roma), ultima barriera agli americani che entravano nella città eterna il 4 giugno 1944.
La posta militare, come sempre, era censurata in partenza ma la vastità dei fronti ed i centri sempre pochi che se dovevano occupare facevano si che passassero anche mesi prima che la missiva arrivasse a destino (in seguito a proteste si cambiò il sistema). Per il militare imbarcato la censura era effettuata a Roma al Ministero della Marina, dove da sempre era concentrata la corrispondenza dei marinai anche civili. Per i militari della Regia Marina dislocati nelle basi costiere e nei porti su suolo italiano esistevano degli uffici di censura locale che provvedevano al controllo, prima di immetterla nel circuito postale. Per i prigionieri di guerra ci si rifaceva ad una convenzione del 1929 del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) in territorio elvetico che smisterà tutte le corrispondenze, ma le limitazioni erano più del consentito. Per questo si distribuivano nei campi di prigionia cartoline precompilate dove alle proprie condizioni di vita si doveva solo mettere delle x !!!. Si dice che la posta arretrata vene smaltita nel 1952 !!!. I prigionieri però non ritornarono prima del 1946 e molti in Russia anche dopo. Gli Stati Uniti, per seguire il dettato della convenzione di Ginevra che imponeva di consegnare la posta dei prigionieri nel minor tempo possibile, organizzarono spedizioni di corrispondenza dei detenuti negli U.S.A. (italiani e tedeschi) con navi civili di paesi neutrali ed anche a mezzo della Croce Rossa Internazionale; le navi in questione attraversavano l'Atlantico sulla rotta New York-Lisbona-Marsiglia-Genova. In questo caso le corrispondenze subivano ben tre censure: una a New York (che era effettuata entro le 24 ore dal ricevimento) poi la censura tedesca a Monaco di Baviera, e all'arrivo in Italia anche una censura italiana. Sul finire del ‘44 si ebbero trasporti aerei dagli U.S.A. che avrebbero dovuto in teoria accelerare l'inoltro, ma le catastrofiche condizioni del Reich (che ora ricevevano la posta tramite la Svizzera) impedivano di smaltire i sacchi che restarono come detto inevasi per anni. Nel nord Italia la censura (Trieste esclusa) cessò alla fine del 1945, in Germania si andò oltre. La Sicilia, la prima ad essere occupata cessò la censura fascista per inaugurare quella alleata. Il 21 novembre 1943 con un ordine del Ten. Colonnello Charles Poletti Capo degli Affari Civili della Sicilia o Governatore, veniva costituito l'Ispettorato Generale delle Poste e Telegrafi della Sicilia con funzioni di collegamento con le Autorità Alleate e con prerogative simili a quelle di una Direzione Generale delle Poste sparita assieme ai suoi funzionari nei mesi estivi (sbarco) e autunnali (armistizio). L’Ispettorato Generale resterà in vita fino al 10 febbraio 1944 quando la Sicilia e altre regioni dell’Italia del sud saranno restituite all’Amministrazione del Governo italiano che al momento legiferava da Cassino in giù. Questo per quanto riguarda le poste: per quanto riguarda la censura continuò fino a che si accorsero che non essendoci scambi col continente era del tutto inutile operare.

   

Brigantaggio

Assedio Gaeta ? all'interno di un frantoio

   

Caserma Asti

Caserma San Remo

   
BANDIERA A LAMPO DI COLORE

I mezzi di trasmissione in dotazione alla fanteria sono telefono, radiotelegrafo, radiotelefono; fototelegrafo (odierno fax), bandiere a lampo di colore o da segnalazione, teli da segnalazione, cartucce da segnalazione, razzi, staffette a piedi, in bicicletta, in motociclo. In circostanze particolari possono essere assegnati alle unità di fanteria: fototelefoni; colombi viaggiatori (per collegamenti unidirezionali esterni), ecc.; occasionalmente e eccezionalmente possono essere usati mezzi acustici (trombe, sirene, megafoni, ecc.), mezzi balistici (lancia messaggi), cani da guerra. Quando i mezzi regolamentari vengono a mancare, ogni possibile ripiego deve essere escogitalo per ristabilire il collegamento. Questo quanto sinteticamente enunciavano le istruzioni del manuale di addestramento della fanteria (ne erano in dotazione da 2 a 6 per compagnia con 4 o più addetti.
Ma cos’era la BANDIERA A LAMPO DI COLORE anzidetta (ma siamo dopo la grande guerra col regolamento) inventata però a conflitto avviato. Si tratta, come nella maggior parte delle segnalazioni ottiche, di usi visivi estemporanei dell’alfabeto Morse. La bandiera di segnalazione a lampo di colore è costituita da un telo e da tante strisce (vedi immagine da Uniformi e armi 184), le quali possono essere capovolte mediante una leggera trazione esercitata su un lato del telo. Questa trazione determina l’improvviso cambiamento di colore della bandiera: il rosso rappresenta l’attesa o l’intervallo, il bianco invece rappresenta il punto o la linea. Breve il punto (durata per la linea di tre volte superiore al punto).
La manualità di tenere il drappo era diversa, considerando che si poteva anche essere esposti al tiro, indiretto poiché era un osservatore nemico che vedendoci eventualmente fare segnalazioni con uno strumento molto visibile avrebbe dato le coordinate alla retrostante artiglieria.

   
Si poteva quindi con un solo braccio ed attacco estraneo al corpo, ad un punto fisso qualsiasi esercitare la trazione. Questo sistema permetteva al segnalatore allontanarsi dalla bandiera e quindi, in caso, lontano dalle offese nemiche ravvicinate.
La comunicazione: Alla fine della trasmissione di ogni parola, il segnalatore mittente resta nella posizione di 'attesa' fino a che non riceve dal segnalatore ricevente il segnale 'avanti'. Se il segnalatore o il capo-posto si accorgono di aver commesso un errore, trasmettono il segnale 'errore' e attendono che la stazione ricevente trasmetta lo stesso segnale. Dopo qualche istante di attesa, la comunicazione riprende regolarmente. Alla fine della trasmissione si comunica il segnale 'fine di trasmissione' o all’occorrenza il segnale 'ripeti il telegramma'. Quando si vuol far ritirare la postazione con la quale si corrisponde, si trasmette il segnale 'togliere il posto fino a che la postazione corrispondente non risponde 'capito'.

   

   

     

Riassunto dal sito http://www.accademiadiposta.it/it/posta-e-francobollo-una-storia-da-collezione/parte-prima-l-evoluzione-della-posta.html
Presupposti per il bisogno di un servizio postale

Perché una lettera possa esistere devono combinarsi quattro importanti circostanze, che nella storia umana si sono verificate con molta gradualità nel tempo, nei secoli.
1. Devono essere in molti a saper leggere e scrivere, cosa che solo nell’ultimo secolo si è verificata.
2. Occorre che la gente abbia occasione di allontanarsi da casa, altrimenti non c’é bisogno di scrivere. La gente si allontanava perché le migrazioni si conoscono da millenni, ma praticamente era come morta, difficilmente l’avresti rivista o avresti comunicato con lei. Gran parte della gente poi nasceva viveva moriva senza allontanarsi dal paesello.
3. È necessario un materiale comodo per scrivere, facile da trovare e non troppo costoso; e purtroppo i fogli di papiro o di pergamena non rientravano in questa categoria. Solo la diffusione della carta in Europa.
4. Occorre qualcuno che porti la lettera a destinazione. E questo era un altro grande problema perché a permetterselo erano solo il potere e i ricchi che poi erano la stessa cosa. Gli altri ricorrevano a qualche viandante, ben felice dell’accoglienza e dell’obolo che lo attendeva alla consegna. E i più fortunati erano quelli che risiedevano sulle rotte dei pellegrini che da tutta Europa affluivano a Roma, e viceversa. Per posta quindi si indicava il posto dove si cambiavano i cavalli o si mangiava e riposava.
La lettera come status symbol
I ritratti, proprio perché dei potenti, ci danno il grado di utilizzo della posta come lettera e messaggio in cui l’effigiato, solitamente un mercante, è al tavolo di lavoro, circondato da oggetti e simboli della sua “arte” e del suo grado, tra cui appunto lettere, sovente molte lettere.

   

Tra il 200/300 (1200), con il rifiorire dei commerci e delle arti e la conseguente nascita di una nuova classe sociale sempre più ricca e potente, quella che poi si sarebbe chiamata borghesia (cioè gli abitanti dei borghi, le città, in antitesi alla maggioranza che abitava nelle campagne), aumentarono anche i bisogni di comunicazione a distanza. E se qualche potente banchiere — di quelli che si arrischiavano a prestar soldi persino ai Re — si poteva permettere di utilizzare propri messi, come facevano i potenti, anche in funzione della riservatezza dei messaggi, poi pensò bene di metterli a disposizione anche della propria clientela o di consentire al messaggero di raccogliere anche le lettere di altri, in modo da dividere un po’ i costi. Il risultato? Sulla piazza comparvero dei veri e propri imprenditori della comunicazione o della spedizione.
I corrieri (il mezzo), allenati fin da piccoli alla corsa e alla resistenza, svolgevano il loro lavoro a piedi. Specie sulle grandi distanze l’uomo è infatti in grado di reggere gli sforzi quanto un cavallo, che necessita di frequenti soste o di cambi. Il guadagno era buono per l’epoca (ad esempio 18 fiorini d’oro per il viaggio da Prato a Barcellona, da eseguire via terra in 21 giorni, 22 d’inverno). Poi, a metà 400, anche gli scarsellieri cominciarono a convertirsi alla cavalcatura, almeno su percorsi e distanze adatti a un cavallo, o accordandosi per trovare cavalcature fresche alle stazioni di posta. Alla fine qualcuno si rese conto che questa attività poteva essere ancor più redditizia se la si trasformava in un servizio stabile, ben organizzato sulle direttrici più richieste, e aperto a tutti (eliminando anche i doppioni): i primi che realizzarono quest’idea furono degli italiani, alla fine del Trecento: i Visconti, allora signori della Lombardia e di un po’ d’Emilia. Se per andare da Milano a Roma i corrieri mercantili ci mettevano in media 11 giorni (5 o 6 solo nei casi più fortunati) con i cavallari alle poste si riuscì a coprire lo stesso percorso “in 84 hore e meza”. Ma se i Visconti ne furono gli iniziatori, coloro che seppero diffondere e sfruttare appieno questo sistema furono i corrieri bergamaschi, poi divenuti Corrieri veneti, in particolare quei Tasso la cui stirpe fornì sino all’800 mastri di posta a tutta Europa.
 

   

United States Postal Service da wikipedia (sunto)
Lo United States Postal Service (USPS) è un'agenzia indipendente del Governo degli Stati Uniti d'America, responsabile del servizio di posta negli Stati Uniti d'America. Il primo servizio postale in America nacque nel febbraio 1692: una concessione del "re inglese" Guglielmo III  d'Orange Nassau (aveva sposato Maria II la figlia protestante di Re Giacomo II cattolico) autorizzò Thomas Neale "a mettere in funzione e gestire, con l'autorizzazione delle reali maestà (la Regina era sua moglie), in tutte le colonie e piantagioni d'America, un ufficio o quanti uffici necessari a ricevere e distribuire lettere e pacchetti, inviare e distribuire mediante il pagamento di somme che i piantatori siano d'accordo a pagare, mantenendo tale diritto per un periodo di ventuno anni." Lo United States Post Office (U.S.P.O.) venne creato a Filadelfia durante la presidenza di Benjamin Franklin il 26 luglio 1775 con decreto del Secondo congresso continentale.
Lo U.S.P.O.D (Department) venne ampliato durante la presidenza di Andrew Jackson. A seguito dell'espansione (sia degli stati che dell'utilizzo) si verificarono problemi per la scarsità di dipendenti e mezzi di trasporto. Gli impiegati postali del tempo erano reclutati fra i sostenitori del partito di governo come ricompensa per il loro attivismo. Essi raramente avevano esperienza di servizio postale e il servizio ne pativa le conseguenze. Questo sistema venne modificato nel 1883 dopo l'approvazione del Pendleton Act (atto di riforma del servizio civile). Una volta che fu chiaro che il servizio di posta dovesse essere esteso a tutti gli Stati Uniti, venne istituito l'uso della ferrovia per il trasporto della corrispondenza nel 1832. Le compagnie ferroviarie ampliarono il servizio nel 1862, ed il Railway Mail Service venne inaugurato nel 1869. Vennero costruiti dei carri ferroviari capaci di smistare la posta e distribuirla durante il tragitto. Gli impiegati del RMS che viaggiavano su questi carri divennero presto fra i più abili del servizio postale statunitense, riuscendo a smistare la corrispondenza secondo la destinazione, prima che il treno giungesse in stazione ed erano capaci di movimentare 600 pezzi l'ora. Essi erano sottoposti a continui controlli per valutare la velocità e l'accuratezza del loro lavoro. Con l'avvento della distribuzione rurale nel 1896 e l'inaugurazione del servizio di distribuzione dei pacchi nel 1913, aumentò in maniera straordinaria il volume della posta in tutto il paese e determinò lo sviluppo di un sistema più efficiente di trasporto postale. Il 12 agosto 1918, il Post Office Department diede inizio al servizio di posta aerea (USAAS). Venne nominato Benjamin B. Lipsner a capo del servizio di posta aerea. Uno dei primi atti di Lipsner fu quello di prendere quattro piloti, ognuno dei quali con almeno 1.000 ore di volo, pagandoli circa 4.000 dollari l'anno. Il Post Office Department usò aerei residuati bellici della prima guerra mondiale, de Havilland DH-4 aircraft. Nel corso del 1918, vennero aggiunti all'organico altri 36 piloti. In questo primo anno vennero effettuati 1.208 voli postali con 90 atterraggi d'emergenza. Di questi, 53 furono dovuti a condizioni climatiche avverse e 37 a problemi ai motori. Dal 1920, il servizio Air Mail consegnò 49
milioni di lettere. Il trasporto interno per via aerea divenne obsoleto nel 1975, e quello internazionale nel 1995, quando tutta la posta venne trasportata per via aerea con la tariffa postale di First Class mail.

   

   
L'esperienza (breve) del Pony Express

Nella prima metà del 19 ° secolo, la popolazione degli Stati Uniti ha cominciato a fluire costante nei territori di nuova acquisizione della Louisiana, Oregon e California. Carovane si spostavano lentamente lungo la vecchia Santa Fe, Mormon, e Oregon Trails dove subivano, come raccontato nel cinema , imboscate, fame, malattie e pestilenze. Quando fu scoperto l'oro in California nel 1848 il Dipartimento delle Poste aggiudicava un contratto con la società Pacific Mail Steamship per portare posta in California. Con tale contratto, la posta viaggiava in nave da New York a Panama, attraversò Panama per ferrovia (non c'era ancora il canale), poi di nuovo in Nave per San Francisco. tre settimane come minimo per ricevere una lettera da Est, ma questo obiettivo è stato raramente raggiunto. Si identificò anche un altro corriere nelle Overland (le diligenze) che fermavano nei forti e nei paesi della frontiera sempre con gli stessi rischi. Tempo medio 24 giorni. Non era un gran miglioramento. La California sentiva l'isolamento. Los Angeles, per esempio, ha imparato che la California era stata ammessa nell'Unione sei settimane dopo il fatto. Tre anni più tardi, nel 1853, il Los Angeles Star chiedeva ai lettori: "Qualcuno può dirci che fine ha fatto la posta degli Stati Uniti per questa parte del mondo..."
Nel marzo del 1860, William H. Russell, un pioniere dei trasporti americano, pubblicizzò sui giornali quanto segue: "Wanted:.. Giovani, magri, filiformi o simili non superiori a 18 anni devono essere cavalieri esperti disposti a rischiare ogni giorno la morte, orfani preferiti." la ferrovia arrivava a San Giuseppe (St. Joseph), Missouri oltre era il caos, una grande terra sconosciuta, abitata principalmente da nativi americani. Se non aveva l'appoggio dell'ente federale della Posta Russell avrebbe comunque fatto di testa sua.
Come primo passo, Russell ei suoi due soci, Majors e Waddell, costituirono la Central Overland California e il Pike Peak Express Company. Nuove stazioni di collegamento e riordino delle vecchie. I migliori cavalli corridori, resistenti abbastanza per sfidare i deserti e le montagne e per sopportare la sete in estate e ghiaccio in inverno. I cavalieri sono stati reclutati in fretta, ma, prima di essere assunto, uno doveva giurare su una Bibbia di non abusare dei cavalli e di comportarsi onestamente. Partendo il 3 aprile 1860, il Pony Express attraversava le parti del Missouri, Kansas, Nebraska, Colorado, Wyoming, Utah, Nevada e California. In una giornata media, si copriva da 75 a 100 miglia. Ogni 10 o 15 chilometri ca. di distanza si cambiavano i cavalli, sella e sacchi compreso in un battibaleno. La prima posta del Pony Express lungo la via centrale da San Giuseppe a Sacramento ha impiegato 10 giorni e mezzo, dimezzando il tempo. Il più veloce: la consegna del marzo 1861, quando il discorso inaugurale del presidente Abraham Lincoln è stato consegnato in 7 giorni e 17 ore (Non esisteva quindi ancora una copertura telegrafica nazionale). La cosa andò avanti per poco perché il 24 ottobre 1861, la linea telegrafica transcontinentale era stata completata, e il Pony Express entrava nella leggenda.

   

Madrina di guerra  
Fra gli altri sistemi di comunicazione ne mettiamo ora uno sui generis, la madrina di guerra, poiché pur svolgendosi attraverso canali tradizionali e consolidati come la posta militare o i pacchi delle associazioni assistenziali o CRI.... metteva in contatto la realtà della trincea e della morte col fronte interno nello specifico donne, signore e signorine già pesantemente coinvolte nelle finalità del conflitto (produzione e servizi), oltre che di assistenza in trincea e negli ospedali (fronte e retrovie). Le donne di campagna (contadine) vennero dirottate sui lavori agricoli anche pesanti pur non confacenti al loro fisico e in città ai servizi rimasti scoperti dalla chiamata di leva come autiste di mezzi pubblici, bigliettaie, portalettere ed altro.

Ma cos’era una madrina di guerra?. Avevano cominciato le signorine della buona società che confortavano con lettere (sapevano scrivere) e pacchi i soldati, più spesso gli ufficiali, che si trovavano al fronte pur non conoscendoli. La corrispondenza tra la ragazza e il militare serviva a non farlo sentire troppo solo e a confortarlo nei momenti peggiori dandogli un conforto extra familiare (ma questo continuava pur con le difficoltà legate all’analfabetismo ancora diffuso). Al ritorno i due potevano, se abitanti nella stessa provincia o paese, anche sposarsi, più spesso restavano soltanto amici, oppure non si incontravano mai e tutto finiva nel nulla, nel dimenticatoio.
Di Ottone Costantini (1889-1975) di cui abbiamo già parlato nei diari, l’archivio di famiglia conserva, tra il materiale vario della sua corrispondenza, un folto gruppo di lettere inviate a persone a lui care nel periodo (luglio 1915-novembre 1918) del suo servizio compreso le lettere alla Madrina di Guerra Sandra Andenna, sua collega d’ufficio poi (1917) fidanzata e che sposerà a fine guerra (settembre 1921). Sempre in riferimento alla grande guerra vi si trovano un breve saggio rievocativo intitolato “Dalla Bainsizza a Caporetto” che egli scrisse verosimilmente in una occasione celebrativa, ed un certo numero di poesie, riunite sotto il titolo “Ricordi di guerra. 1915-1918”.  E’ noto, perché già esposto in questo sito, la lotta femminista per l’emancipazione e il diritto al voto in presenza di significative professioni e di responsabilità (vedi insegnanti la categoria con più anzianità storica esercitata). Richieste non disgiunte dal fatto che pagavano le tasse o contribuivano matrimonialmente alla famiglia.

>>>  Carta da lettere (a dx) usata da un soldato della grande guerra (nel rispondere alla sua "madrina") che sicuramente un comitato d'assistenza di Milano offriva ai militari, pensiamo con buste matite, penne etc. Per far questo il comitato cercava sostenitori (soldi) e "sponsor". In questo caso ad aver fornito materialmente  i soldi per l'acquisto della carta,  o la carta stessa, è stata la "SILEZ", fabbrica di lampadine che sotto il tricolore si faceva anche un pò di pubblicità.

 

(si ringrazia la sig.ra Gabriella Giampietro per aver fornito la lettera)

La guerra non fece che accentuare questa “rivolta” dal momento che le donne si erano sostituite in professioni e lavori maschili. In campagna comunque la situazione si manifestò in tutta la sua difficoltà perché qui erano rimasti bambini e vecchi, entrambi poco utili, anzi da accudire. Il trovarsi di punto in bianco senza il supporto maschile significò ristrettezze economiche e un aggravio di lavoro. Certo per il Centro Nord, la guerra rappresentò un ampliamento di ruoli e mansioni perché l’entrata in fabbrica fu la fine dell’”oppressione” paterna e la prima esperienza di libertà. Se fino a questo momento si era posto il problema dello sfruttamento minorile ora si poneva però quello dello sfruttamento femminile (in genere come i ragazzi la donna veniva pagata meno). Per le donne delle classi medie, più attaccate agli ideali patriottici (Antonio Gibelli, 2007) – forse anche per rompere la campana di vetro che impediva loro l’elaborazione di una propria politica e di un proprio patriottismo - la guerra rappresentò la possibilità di recidere il cordone ombelicale con la famiglia e impegnarsi in attività sociali pubblicamente riconosciute, in particolare quella assistenziale, che oltre alla Madrina si esplicava in sostentamento delle famiglie in difficoltà per la guerra, assistenza ai sodati degenti (pacchi). La madrina comunque rimaneva un punto di riferimento di una famiglia tradizionale che stava incrinandosi sotto i colpi della tragedia. Già durante la guerra, la pubblicità e la propaganda riproponevano senza mezzi termini la centralità della famiglia imperniata sulla figura della donna madre e sposa, ma soprattutto madre, così da arginare le spinte centrifughe che la situazione poteva alimentare. (M. Isnenghi- G. Rochat, 2001). Ed in famiglia molte poi ritornarono per far posto nelle fabbriche ai reduci ma non solo per rilanciare anche la politica demografica che vedrà appunto negli anni 1919 e 1920 una impennata.

   

   

   
INTERCETTAZIONI RADIO NELLA GRANDE GUERRA

Quando scoppiò la guerra la radiotelegrafia era stata da poco introdotta, almeno sul campo operativo militare. Esperimenti erano stati fatti nel 1903 e 2 anni dopo alle grandi manovre. Il banco di prova fu la guerra di Libia a ragionevole distanza dall'Italia. Lo stesso Marconi si interessò dei problemi per il ponte verso l'Italia e per gli stessi collegamenti orizzontali verso la Cirenaica. A questa epoca era già operativa da 5 anni la specialità del Genio. Nella telegrafia dell'epoca si parla di stazioni radio per definire un complesso più o meno grande da cui trasmettere e ricevere con potenze fino a 3 Kw (poi a 5). Quando si poteva si montavano su mezzi ruotati altrimenti si someggiava. Naturalmente si scendeva dal comando supremo e via via attraverso le armate, i corpi d'armata alle divisioni (ma solo di Cavalleria). L'obiettivo era arrivare ai minori reparti e quindi a una maggiore mobilità con apparecchi anche portatili nel senso di someggiare anche una persona di potenza da 0,04 a 0,05 kw.  Allo scoppio della guerra fu necessario collegare oltre che la Libia, l'Albania e la Macedonia. Il servizio doveva coprire la cavalleria (molto mobile) l'aeronautica, la marina, l'artiglieria. Restavano quindi fuori minori reparti come le divisioni, le brigate, i reggimenti e così via che continueranno coi vecchi sistemi, se fortunati, via filo, ottico, portamessaggi etc.... Bisogna precisare che sull'etere correvano messaggi di tutti i tipi purché coerenti col conflitto e cifrati (codici da cambiare spesso come l'onda e di norma ogni 15 giorni o anche meno) e uno di questi era il meteo. Si arrivò anche a vietare che i messaggi più delicati viaggiassero comunque sull'etere. Per le esigenze del conflitto era indispensabile avere collegato l'aviazione, gli osservatori antiaerei, gli osservatori d'artiglieria. Più vicino eri al nemico, alla trincea più correvi il rischio di essere intercettato. Se per gli aerei era facile rivolgersi a terra, non ricevevano per motivi di rumore, da terra a terra si dovevano usare grandi fili stesi (ma anche riavvolgibili). Si intercettava e si era intercettati e queste funzioni competevano più al servizio segreto che al comando militare operativo. La miriade di intercettazioni in questo caso avrebbero poi dovuto risalire la catena gerarchica con dispendio di tempo.  Le notizie filtrate e rielaborate velocemente invece dai servizi "I" sarebbero arrivate al comando supremo e ai comandi d'Armata nel minor tempo possibile. Nulla vietava che agenti segreti già sul territorio nazionale avessero installato piccole centrali di ascolto, da qui la necessità di fare quindi oltre che spionaggio anche del controspionaggio. Lo strumento con cui si riusciva a "localizzare" era una applicazione molto recente il radiogoniometro che triangolava il segnale e sapeva dire da dove partisse la comunicazione (o dove si era). Nella Ia guerra mondiale il radiogoniometro, inventato dall'Ing. Alessandro Artom (1867-1927) e perfezionato da E. Bellini e A. Tosai, servì a tutta la flotta alleata per intercettare e localizzare la provenienza delle emissioni radio austriache e germaniche, in particolare nella battaglia dello Jütland (maggio 1916). Il radiogoniometro ebbe applicazioni prevalenti in mare e nello spazio aereo. Il Gen. Hoepner (tedesco) così descrisse, nel 1915, la prima "localizzazione" del mezzo aereo in volo facendo uso della telegrafia: "il dirigibile lancia con il suo apparato di bordo il proprio nominativo. Questo viene raccolto da diverse stazioni a terra che a loro volta gli ritrasmettono l'angolo nel quale il dirigibile viene a trovarsi rispetto ad ogni singola stazione. Con questi dati di riferimento il dirigibile può determinare la propria posizione geografica con sufficiente attendibilità". In dicembre loro stessi effettuavano in assenza di visibilità (e quindi possibilità anche notturne) un attacco a postazioni inglesi triangolando con due postazioni a terra. http://www.sapere.it/enciclopedia/radiogoniometr%C3%ACa.html  

La radiogoniometria, cioè la tecnica che tende a determinare la direzione di provenienza dei segnali radio, venne impiegata con successo, soprattutto in pianura, grazie anche al numero relativamente ridotto di stazioni r.t. in dotazione agli austro-ungarici ed alla loro eleva­ta potenza di trasmissione. Occorrevano tre radiogoniometri, convenientemente distanziati tra loro, che, determinando la rispettiva direzione di provenienza dalla stessa emittente, deducevano, dall'incrocio di due o tre direzioni rilevate, la dislocazione della stazione radio nemica. La tendenza generale, manifestatasi presso tutti gli eserciti belligeranti, verso l'impiego sem­pre più ampio di piccole stazioni r.t. come mezzo di comunicazione dei reparti di prima linea, rese possibile una maggior utilizzazione delle intercettazioni radio come fonte di informazioni sul nemico. Si sentì, quindi, il bisogno di estendere il numero dei posti di ascolto r.t. e radiogo­niometrici nelle vicinanze delle linee nemiche e di decentrame il servizio in modo tale da rendere più rapida e fruttuosa l'utilizzazione dei risultati. Fonte Filippo Cappellano Storia Militare

   
Sono riservati al Governo lo stabilimento e l’esercizio degli impianti radiotelegrafici e le concessioni ai privati od enti di stabilire ed esercitare impianti del genere… lo spionaggio militare per mezzo della radiotelegrafia può valersi tanto di stazioni complete quanto di stazioni solo riceventi. Con le prime si possono sia carpire che trasmettere notizie anche a grandissima distanza, con le seconde si possono carpire le comunicazioni che avvengono fra le nostre stazioni radiotelegrafiche e anche ricevere ordini od istruzioni da stazioni situate fuori del territorio nazionale. L'aereo delle stazioni radiotelegrafiche abusive può assumere forme diverse. Occorre fare una distinzione essenziale per le stazioni trasmittenti e quelle solo riceventi: le prime devono avere un aereo vero e proprio che, qualunque sia la forma adottata per dissirnularlo, presenta una struttura visibile a distanza che non può sottrarsi a lungo a ricerche bene ordinate; le seconde invece non solo possono valersi di semplici fili già predisposti per altri bisogni sui tetti o lungo le facciate delle case (fili da parafulmini, aste per bandiere, ecc.), ma anche di conduttore metallico d'altra forma, come ad esempio, una grondaia. Si deve inoltre notare che non è condizione assolutamente necessaria che tale conduttore sia posto all'aria libera, perché potrebbe anche essere collocato nell'interno di fabbricati e perfino entro sotterranei. [ ... ] Inoltre, mentre gli apparati trasmittenti sono sempre rumorosi nel loro funzionamento e richiedono l'impiego di una notevole energia elettrica prodotta da motori a scoppio, gli apparati riceventi sono assolutamente silenziosi. (vigilanza sulla radiotelegrafia-Istruzioni di polizia militare)

   

   
 

   
 

   
 

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