Capitolo sedicesimo:

L’INIZIO

Oggi ho ventidue anni. E sono viva.

Aprii gli occhi sperando che il giorno cancellasse il ricordo buio della notte.

Vidi Misa guardare fuori dalla finestra, lo sguardo intenerito cozzava contro l’asprezza che sentivo dentro di me.

"Buongiorno…", dissi, la voce ancora impastata dal sonno.

Avevo dormito di quella morte apparente che permette di non pensare, di tacitare ogni dolore, ogni emozione. Fortunatamente mi è sempre bastata una insignificante pillola per cadere priva di vita e sogni, per almeno qualche ora.

"Buongiorno, Taka-san… auguri!", mi rispose voltandosi.

Mi sedetti sul futon, le gambe ancora coperte dal lenzuolo secco.

"Mm… lasciamo perdere le ricorrenze, ti prego… -mugugnai inarcando la schiena come un gatto- caffè?".

Misa si allontanò dalla finestra rivolgendomi di nuovo quel sorriso limpido.

"Ok. Sono solo le otto… hai dormito pochissimo!"

"Già… -costatai- strano…".

Non che io fossi particolarmente abituata a dormire molto a lungo, ma di solito, il giorno seguente la prima, ero sempre riuscita a svegliarmi dopo le nove.

"Aspetta un attimo che mi vesto", le dissi.

Mi avvicinai allo zaino tirando fuori una maglietta rossa. Mi bloccai un istante, travolta dal pensiero che avrei dovuto incontrare Ken, che, forse, avremmo dovuto allenarci, quella mattina.

Pur rifiutando persino la semplice idea di averlo vicino, mi infilai dei pantaloni di felpa leggera, stringendoli in vita con quel cordino sottile che sentivo premere sulle anche.

Sciacquai in fretta la faccia, sempre sperando, inutilmente, di cancellare con i segni del sonno anche l’immagine della sera precedente, Ken che si avvicinava fino a toccarmi, le mie labbra che rifiutavano e insieme accoglievano le sue…

Sentii l’impulso fortissimo di vomitare.

Io e Misa arrivammo nella sala ristorante, solo qualche avventore sconosciuto la riempiva: nessun altro della compagnia sembrava essersi già svegliato.

"Sei andata via presto, ieri sera…", disse sedendosi.

"Già. Non avevo molto da dire…".

Misa abbassò lo sguardo, si avvicinò il cameriere.

"Cosa vi porto?", ci domandò.

"Io un caffè americano… anche tu Misa? –assentì con la testa- Due. Allora due. Grazie".

Misa si sporse verso di me, parlando piano.

"Siamo rimasti tutto il tempo a parlare di Mizuki… tutti pensiamo che non meritava questo contratto. Tu sì".

Sorrisi automatica di fronte alla sua spontaneità.

"Misa-chan… non avrei mai accettato. Non farei mai cinema… mi fa schifo"

"Ma…", cercò di obiettare.

"Lascia perdere", tagliai mentre mi veniva servito il caffè, bollente e nerissimo come la mia anima quel giorno.

 

Oggi è il diciassette giugno.

Aprii gli occhi addolcito, felice e confuso nello stesso tempo.

Provai a ritrovare sulla bocca il sapore sussurrato di Takako.

Mi stropicciai gli occhi, la testa sembrava avere ripreso lucida rapidità nei suoi ragionamenti. Della sbornia leggera della sera precedente rimaneva solo un sapore colloso e poi… e poi ogni immagine, ogni sensazione era per Takako.

Il desiderio di stringerla di nuovo, di rimediare, in fondo, a quel bacio affrettato, mi assorbiva totalmente.

Guardai di sfuggita l’orologio, nella luce frastagliata filtrata dalla veneziana: le undici.

Mi alzai in fretta, fremente al pensiero che forse Takako mi stava cercando, che forse, anche, mi aspettava. Per allenarsi. E per stare insieme.

Nella mia stupidità di maschio che progrediva per azioni concatenate, consequenziali, con Takako era iniziato qualcosa. Non sapevo bene che cosa, ma ne ero ugualmente certo: con un bacio, in fondo, iniziava sempre tutto. Almeno per me.

Anche con Kodachi era iniziata così: un bacio sfuggente, quasi casuale, nel buio di un cinema freddo.

Era iniziato qualcosa e il fatto che lei fosse quasi fuggita da me, io lo imputavo solo alla sbornia. Soltanto a quello: in fondo la normale reazione stizzita e moralista di una donna.

Uscendo controllai che nel sacchetto non fosse cambiato nulla.

Nella sala da pranzo non c’era traccia di Takako: vidi Sendo, Noma e Nakasu seduti ad un tavolo per la colazione. Mi avvicinai.

"Buongiorno, ragazzi… avete visto Takako?"

"Ehi, Wakashimazu! Passata la sbronza?", mi chiese Noma allegro, per nulla offensivo.

Lo fosse stato lo avrei spiaccicato a terra con un calcio, probabilmente.

"Ciao, senpai… Takako? –ripeté Nakasu- Prima era qui con Misa… prova a guardare nel cortile"

"Ok", dissi e afferrando dalla tavola un biscotto, me ne andai.

Trovai Takako, sola, che saltava la corda attenta, precisa. Le sue gambe fragili, sembravano sostenute da una forza incredibile, non perdeva un passaggio, velocissima.

"Ciao", dissi per attirare la sua attenzione.

Smise immediatamente, la corda le si fermò sui piedi.

"Ciao", mi rispose senza nemmeno voltarsi.

Io che ero arrivato fino a lì con la speranza di abbracciarla, di poter dire qualcuna di quelle frasi di schermaglia infantile propria dell’amore appena iniziato, mi scontrai contro la sua fredda distanza. Un muro invalicabile e tremendo.

 

Il senso di nausea aumentò quando lo sentii salutarmi, ma si acuì perché si univa ad un dolore offeso, diffuso, che mi avvelenava l’anima.

Avrei voluto solamente andare via. Ero come un animale ferito, vulnerabile, ma resa ancora più violenta, rabbiosa proprio da quel male.

"Vuoi… - il suo tono prima sicuro, saldo nel salutarmi, si era smorzato- … vuoi che ci alleniamo un po’ insieme?".

E sia. In fondo era venuto per questo. Stargli vicino, dividere alcune ore con lui era il prezzo per partecipare al torneo. Pensai che avrei dovuto evitare di essere sostenuta, atrocemente distaccata. Dovevo ridimensionare quel bacio, ridurlo a quello che era: un semplice errore dovuto all’alcool.

Avremmo potuto continuare ad essere quello che eravamo fino alla sera precedente. Ovvero niente.

"Ok… che vuoi fare? Combattiamo un po’?"

"Sì –mi rispose- ma cerchiamo un parco… qui è troppo piccolo".

 

Non pensavo fosse così inarrestabile, una furia cieca.

I calci di Takako erano alti e veloci, senza tecnica, ma vigorosi e le sue mani, abituate a colpire amplificate dai guantoni, non potevano non infierire sul mio torace pure muscoloso, compatto.

Takako riusciva a colpire ad una velocità che rendeva i suoi gesti incontrollabili, non prevedibili.

Aumentava la forza d’urto dei suoi colpi: nelle sue mani sentivo riversarsi tutta la rabbia, l’odio.

Verso che cosa? O meglio, verso chi?

Si fermò e pensai fosse semplicemente stanca, volesse riprendere fiato.

"Mi dispiace. Non ti lascio riposare", le dissi preparandomi a colpirla.

Fermò il mio calcio con le braccia, sentii le nostre ossa scontrarsi in rumore sordo.

Svelta, Takako abbassò la mia difesa, con un pugno improvviso, asciutto: sentii i miei denti sbattere tra loro e il corpo vibrare, dall’interno.

 

Ken rimase per un attimo intontito, avrei potuto approfittarne, squassargli il petto con le mie nocche. Avrei potuto, invece rimasi immobile, come per dargli il tempo di riappropriarsi del suo equilibrio.

 

Approfittai di quella concessione inaspettata scattai verso di lei, forse pensò volessi colpirla di nuovo con un calcio, provarci almeno, ma scartai di lato, improvvisamente, e la afferrai da dietro, per le spalle, trascinandola a terra.

 

Cadde anche lui, con il mio peso sullo stomaco.

Il contatto con il suo corpo, quello stesso corpo nel cui abbraccio mi ero persa, mi diede disgusto e calore, un contrasto doloroso.

 

Ora la avevo tra le braccia. E lei non diceva nulla, non sembrava insofferente.

Sentivo la sua schiena inarcarsi ad ogni respiro, la pelle umida di sudore delle sue braccia premeva contro le mie, i capelli mi sfioravano il collo.

 

In un attimo, con un colpo di reni, rotolai a terra e istintivamente mi sedetti sull’addome di Ken che, puntellato sui gomiti, respirava forte contro il mio viso.

Per un momento dimenticai la rabbia che mi spingeva a ferirlo, a distruggerlo: semplicemente mi perdetti nei suoi occhi e mi ricordai semplicemente di una cosa.

Indipendentemente da tutto io amavo.

 

Solo allora mi accorsi dei suoi capelli sciolti, per la prima volta.

Il movimento aveva allentato l’elastico e la caduta lo aveva definitivamente fatto scivolare. E ora quella massa liscia di capelli neri le ricadeva sulle spalle, intorno al viso e sfiorava in un brivido il mio corpo.

Non avessi sentito il rifiuto di Takako la avrei soltanto stretta a me.

 

Ci trovammo vicini, a fissarci.

Mi perdevo in lui, nel nero inquietante del suo sguardo che non sembrava crudele, né scostante.

Uno sguardo dolce, intenerito, se avessi potuto crederlo.

Ma la ragione mi gridava che quelli erano gli occhi di un bastardo che non sapeva distinguermi da una delle tante ragazzine che probabilmente gli giravano attorno.

Così rifiutavo quell’incontrarsi, quel contatto, eppure non riuscivo ancora a scostarmi da lui.

 

Finalmente compresi il colore dei suoi occhi..

Le fissai lo sguardo in viso: occhi di miele.

Non mi venne in mente un colore, solo quel liquido dolce, dorato, che già una volta avevo associato a lei.

Non erano nitidi, scuri, come quelli di molte ragazze. Qualcosa come una nocciola acerba, il colore del miele al cacao reso vivo da qualcosa di verde.

Splendidi perché normali. Unici nel non essere rari.

Miele al cacao in quella notte senza stelle che si portava dentro.

 

Lo osservai ancora per qualche secondo.

 

Avevo ormai deciso di avvicinarmi di nuovo alle sue labbra.

 

Piegai la testa appoggiandola al suo torace.

 

Un contatto sfuggente con il mio petto, poi si alzò.

 

"Hai vinto. Complimenti".

Volevo andare via, perché non sopportavo di essere così debole da non riuscire a sputare in faccia a Ken, da non essere disgustata dalla sua sola vicinanza.

 

Mi alzai in fretta, perché Takako sembrava scappare da me? Cosa avevo sbagliato?

Mi chiesi anche se non le avessi fatto male, o se, in qualche modo, la avessi offesa.

Sì. Sembrava offesa. Ma da che cosa?

 

Mi fermò, come sempre, per un polso. Sentii l’umido del suo palmo sulla mia pelle: non fui abbastanza forte da reprimere un brivido.

 

"Takako, che cos’hai?", le chiesi.

"Niente", mi rispose e non c’era spazio per altre domande.

 

 

Trascorsi il resto della giornata in camera, forse dando preoccupazioni a Misa, che solo un paio di volte si era azzardata a domandarmi se avessi qualcosa.

Rimanevo sdraiata, picchiando i pugni sul tatami ogni tanto, pensando e ripensando a Ken, a quanto lo detestavo. E a quanto lo amavo.

Mi torturavo nel ricordo di un bacio subito e non voluto, ma che forse avrebbe potuto essere spiegato, dopo, per diventare un inizio, per rendere possibili i sogni.

Ma lui era ubriaco, ubriaco!

E gli ubriachi baciano, parlano, fanno anche l’amore senza distinguere chi è con loro. Questo io ero stata per Ken: un accidente capitato davanti a lui proprio nel momento in cui il suo istinto gli diceva di cercare il calore di una donna.

Un accidente utile a tacitare le sue pulsioni odiose di uomo.

Forse per un istante avevo pensato che poteva anche volermi bene, volere proprio me, ma la speranza illusoria si infrangeva contro la realtà della donna di niente che ero, impossibile da amare, da desiderare.

Aspettavo in silenzio che venisse la sera, lo spettacolo, per avere altro a cui pensare, perché la mia mente e il mio cuore si liberassero da quel tormento.

E intanto avrei voluto piangere, se solo ne fossi stata capace, avrei voluto, per vomitare il dolore di sentirmi solo un pezzo di carne al macello, buono a sfamare i disperati, il corpo, ma non il cuore.

Era una sensazione intollerabile, faceva soltanto male.

E non era per Ken, non solo almeno.

Non riuscivo ad accettare che gli uomini cercassero sempre e solo la stessa cosa.

Mi sentivo sporca per avere accettato quel contatto e i ricordi tornavano a ferirmi: Hiroyuki, in fondo, diceva un amore infinito per me, ma alla fine chiese anche lui il mio corpo.

Che io non glielo avessi mai concesso non mi consolava affatto in quel momento.

 

Camminai un po’, dopo che Takako mi lasciò solo. Dubbioso, incapace di comprendere.

Sentivo la distanza tra me e lei, tra uomo e donna, proprio in quell’indifferenza che lei mi aveva sbattuto in faccia: perché rendeva tanto faticosa una cosa semplice?

Le mie certezze crollarono insieme a me sull’erba asciutta del parco silenzioso.

Fino a quel momento avevo come dato per scontata una cosa, solo allora capii che non mi era concesso farlo.

Io, stupido idiota, profondamente uomo, assolutamente privo di dubbi e sensibilità, avevo dato come ovvio che Takako accettasse i miei sentimenti. Forse illuso dalla partecipazione con cui aveva pronunciato le sue battute sul palco, le avevo viste per me.

E ora mi trovavo a dovermi porre quella domanda, a chiedermi se Takako avrebbe mai potuto innamorarsi di me.

Chiusi gli occhi, sfiorando con la schiena il terreno compatto.

Perché non riuscivo a prendere quel bacio come un semplice accadimento, un caso fortuito, insignificante? Perché mi stavo massacrando tra dubbi e sensazioni?

Perché, come un cretino, io mi ero innamorato.

Forse avrei dovuto dirle quello, proprio quelle parole, non baciarla, non cercare la sua pelle e sporcarla dell’odore dell’alcool.

Per me era difficile piegarmi a quella realtà in cui Takako mi respingeva come avessi commesso un peccato terribile, ma ancor più insopportabile mi era la consapevolezza che, si fosse trattato di una qualsiasi delle altre ragazze, non mi avrebbe ferito quel rifiuto.

Una qualsiasi… Takako non era una qualsiasi.

Non sapevo quale fosse la mia colpa, non lo capivo, più ci pensavo più mi sembrava di non avere commesso nessun errore, eppure… eppure io non volevo perderla, non così.

Mi alzai per tornare in camera: nel sacchetto avrei trovato quel barattolo.

Valeva davvero la pena, per me, e, a quel punto, non volevo lasciarmi sfuggire il sogno dalle mani. Non prima di essermi giocato ogni cosa.

 

"Taka-san, andiamo!".

Misa mi chiamò: lo spettacolo deve continuare, come sempre, cadenzato.

La seguii per ripetere, meccanica, i gesti della sera precedente.

 

 

Aspettai che il teatro si svuotasse, aspettai che gli attori iniziassero ad uscire dagli spogliatoi. Nell’ombra della notte aspettavo Takako.

Anche quella sera aveva recitato, ma io non avevo assistito.

 

"Takako", mi sentii chiamare in un soffio.

Ero rimasta ultima, poca voglia di parlare, di ridere quella sera.

Mi voltai verso il suono familiare della voce di Ken e me lo trovai davanti, ancora nella tuta consumata con cui ci eravamo battuti quella mattina: i capelli scombinati scivolavano con il vento dell’estate.

Mi fissava con gli occhi tristi, ma sognanti di un bambino.

Pensai che, forse, non aveva nulla da farsi perdonare. Ma fu il pensiero di un istante.

"Che cosa fai qui?", gli chiesi e la freddezza delle mie parole rimbombò secca persino dentro di me.

"Io…", sembrava non riuscire a proseguire.

Mi fece ancora più schifo e non mi trattenei, lasciai, per la seconda volta, di nuovo contro di lui, che la mia rabbia, il mio rancore gli esplodessero incontenibili davanti.

"Cosa sei venuto a fare? Sei sbronzo di nuovo e vuoi la tua puttanella per divertirti un po’?", gridai con tutta la forza che avevo nel cuore.

 

Non credevo sapesse urlare così forte, così assoluta.

Pensavo non ne avesse le risorse né il coraggio.

Invece gridò con un’ira incontenibile che mi colpì come uno schiaffo. Ma invece di alimentare una reazione violenta, quella rabbia mi annichilì del tutto.

"Non sono ubriaco", dissi piano e non, come potreste pensare, per smorzarla, semplicemente perché era il solo modo in cui sarei riuscito a dire quella frase.

"Mi fai schifo!", continuava.

E mi rimaneva distante, stringendo i pugni fino a sbiancare le nocche, un gomitolo di odio avrei pensato, ma Takako non odiava, questo lo sapevo bene.

"Takako, perché… perché?..", non riuscii a formulare un concetto coerente.

"Perché? Perché non sono la tua bambolina! Sei un figlio di puttana… ed io un’idiota. Perché non ti ho dato un pugno ieri sera? E poi… e poi perché proprio io? Ken rispondimi!".

Mi avvicinai a lei, cercando di stringerla: non trovavo le parole, non capivo il suo rancore. Potevo solo farle capire quello che era per me, abbracciando il suo corpo, la linea rigida della sua altezza.

 

Lo respinsi con forza e poi subito lo riavvicinai, per puntare i pugni serrati sul suo petto. Tamburellavo nevrotica contro di lui.

"Perché no hai scelto un’altra, Ken? –dissi senza più gridare- Perché hai voluto ferire proprio me? Io… io… oh, lascia perdere. No ha senso. Né che io parli con te, né che mi uccida da sola…".

Sentii che mi avvicinava a sé, chiuse la mani dietro la mia schiena: cercai di sciogliermi da quella stretta. Per riuscirci gli diedi un calcio.

"Lasciami! Mi dispiace… non puoi più divertirti con me!".

Spalancò le braccia, come arrendendosi.

 

Finalmente capii. Takako credeva che io la avessi baciata per errore o, comunque, per gioco, per divertimento, un divertimento stupido, ma, innegabilmente, naturale per un uomo. Soprattutto agli occhi di una donna come lei.

"Takako- presi fiato sperando di riuscire a proseguire- io non volevo farti male… non volevo… io non volevo una donna, ieri sera… volevo che l’alcool mi desse il coraggio di volere te…".

Pregai che capisse.

 

Il mio cuore cadde in quel momento, a quelle parole, ma io ero troppo stupida, troppo spaventata per seguirlo.

 

Si voltò.

Questo no. Non potevo accettarlo, né giustificarlo.

 

Mi afferrò un braccio, con forza. Io non sapevo che la forza può anche non essere rabbia o crudeltà.

 

La spinsi piano, piano… solo perché fosse bloccata con la schiena contro quell’albero schioccante di vita.

 

Ora non potevo fare più nulla. Solo aspettare. Aspettavo che mi sputasse il disgusto sul muso, come tutti gli altri… ma Ken non era gli altri…

 

Un momento. Inafferrabile.

 

Nemmeno me ne accorsi. Lo giuro, posso giurare su questo.

 

L’istinto vinse. Completamente. Io volevo solo sentire il suo sapore…

 

Può un bacio essere così insensato eppure vitale?

 

Il cuore sembrò acquietarsi sul calore umido di lei, avevo trovato un luogo che non sembrava fatto per essere solo attraversato.

 

Perché colò miele dentro di me, perché strinsi le mie braccia su di lui, come per non perderlo più?

 

Non mi importa ricordare quanto a lungo strinse le mie spalle senza lasciare le mie labbra che la avevano cercata e trovata così improvvise.

 

Mi staccai da lui, senza rifiuto, né violenza.

Non più.

 

La guardai, senza sorridere, solo perdendomi in lei, attraverso i miei sentimenti.

Forse non mi avrebbe più rifiutato. Forse davvero amava.

 

Prese la mia mano, semplicemente.

"Cosa sarà domani?", chiesi sperando di conoscere, perché il mio cuore non poteva più sopportare il dubbio.

"Domani non lo so –mi disse e guardò l’orologio- ma per ora è ancora il tuo compleanno… -si chinò a raccogliere un sacchetto azzurro, di plastica e me lo tese- tieni… perché sia un compleanno dolce…".

 

Prese tra le dita un po’ tremanti quella busta che avevo riempito appena il giorno precedente.

"Come lo sai? –chiese ma senza aspettare la mia risposta esclamò- Taro!"

"Già… ti vuole davvero molto bene…"

"È il mio migliore amico", disse prima di aprire il sacchetto.

Davvero i suoi occhi dolci si inondarono di gioia, non ebbe bisogno di chiedere, capì subito cos’era il mio regalo.

"Grazie…", sospirò.

 

Tirai fuori dalla busta il barattolo, più in fretta che potei.

Non mi importava come, né dove: Ken aveva trovato del miele ghiacciato. Per me. Mai regalo fu così tenero e irripetibile.

"Grazie", ripetei e mi avvicinai timorosa a lui, cercandone l’abbraccio.

Mi strinse al suo corpo, ne potevo sentire il sapore: gli occhi si mescolavano alle stelle gentili del mio ventiduesimo compleanno.

 

Sarei rimasto così, muto. I sentimenti non hanno bisogno di parole. Ma Takako si scostò appena, mi fece sedere a terra accanto a lei. Aprì il barattolo e strofinò un dito sulla superficie cristallizzata del miele.

"È la cosa più dolce che abbia mai mangiato", mi disse.

"Anche se non viene da Hokkaido?" le chiesi mentre sfiorava di nuovo quel solido dorato.

Sorrise e con quel sorriso disse che non importava da dove veniva quel miele: le presi la mano e misi in bocca il suo dito.

Da quel momento il suo sapore per me era quello: Takako aveva il gusto del miele.

 

Mi strinsi a Ken e alzai gli occhi nel nero della notte.

Cosa sarà domani?

 

Mi alzai sollevandola contro di me.

Dormirai felice, almeno questa notte?

 

Seguii la mano di Ken fino alla pensione, mi salutò, gentile, sull’uscio della mia stanza.

 

Mi sfiorò la guancia con le labbra.

"Buonanotte"

"Buonanotte… a domani".

 

Mi sdraiai sul futon, gli occhi pieni di quelle stelline dolcissime, il cuore quieto, come avesse trovato, alla fine, una casa, un luogo per sé.

"A domani", mi aveva detto.

Chiusi gli occhi sperando che per noi ci fosse davvero un domani.

Temevo che ciò che io vedevo per me come un inizio, fosse per lui solo una giusta conclusione.

Sbagliai.

Fu l’inizio. Per entrambi.

Ringraziamento speciale: a Carmen Consoli per avere modulato con la sua voce incoerente i pensieri di Ken in questo capitolo.

 

Capitolo 17

Tsubasa

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